Miriam Mafai è scomparsa nell’aprile del 2012. Nell’autunno successivo, la Rizzoli ha opportunamente riproposto questo volume, pubblicato per la prima volta nel 1992. L’Urss si era ufficialmente sciolta il 26 dicembre dell’anno precedente. La vicenda di Bruno Pontecorvo, la vicenda dell’uomo e dello
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Miriam Mafai è scomparsa nell’aprile del 2012. Nell’autunno successivo, la Rizzoli ha opportunamente riproposto questo volume, pubblicato per la prima volta nel 1992. L’Urss si era ufficialmente sciolta il 26 dicembre dell’anno precedente. La vicenda di Bruno Pontecorvo, la vicenda dell’uomo e dello scienziato, si prestava bene per fare un bilancio di ciò che aveva rappresentato l’esperienza del comunismo sovietico nel corso della lunga Guerra fredda. Ma la storia dello scienziato, cresciuto insieme ai ragazzi di via Palisperna, che aveva scelto di oltrepassare la cortina di ferro, si presta bene anche per riflettere sui rapporti tra scienza e politica. Magistrali le pagine del capitolo intitolato Il segreto della bomba, nelle quali l’Autrice tratteggia con grande efficacia la competizione atomica inaugurata con la distruzione delle città giapponesi nell’agosto del 1945. Bruno Pontecorvo apparteneva ad una famiglia ebrea trasferitasi da Roma a Pisa e imparentata con i Sereni e i Colorni. Lui era il quarto di otto figli. Nel 1936, dopo aver lavorato con Enrico Fermi (era il suo più giovane collaboratore), si trasferì a Parigi per studiare in un importante laboratorio internazionale, quello diretto da Frédéric Joliot-Curie (che aveva sposato Irène, la figlia dei Curie e poi ne aveva assunto il cognome). È nell’ambiente del fuoriuscitismo parigino (Nenni, i Rosselli, Lussu, Nitti, Amendola, Saragat, il cugino Emilio Sereni), tra la guerra di Spagna e l’introduzione delle leggi antiebraiche in Italia, che maturò la sua adesione al comunismo. Da Parigi fu costretto a scappare (con il fratello Gillo e la moglie svedese), per l’arrivo dei tedeschi. Raggiunta Lisbona, si imbarcò per l’America, dove l’attendeva un lavoro in Oklahoma, nei campi petroliferi. Successivamente si trasferì in Canada, per lavorare in un laboratorio di fisica dei reattori: iniziò qui ad interessarsi delle particelle elementari, campo di indagine cui si applicò per tutta la vita. Finita la guerra, fu chiamato a lavorare in Inghilterra. Ma, nell’estate del 1950, dopo aver lasciato l’Italia, dove si era recato in vacanza con la famiglia, Bruno Pontecorvo scomparve senza lasciare tracce. Dal 1943 aveva fornito all’Urss informazioni di natura scientifica, convinto che lì si stessero ponendo le basi per un mondo nuovo, per la definitiva liberazione dell’uomo dallo sfruttamento. Fu questa l’illusione cui si abbandonarono i comunisti di tutto il mondo né le convinzioni di Pontecorvo furono scalfite dall’esperienza staliniana, dalla occupazione di Budapest o di Praga. Lui continuò a lavorare per la scienza e per il comunismo, ottenendo, nel 1958, il massimo riconoscimento cui potesse aspirare un ricercatore comunista: l’ingresso nell’Accademia sovietica delle scienze. Ma il malessere iniziò ad emergere lentamente, man mano che il sistema politico sovietico si avviò verso la crisi: «Forse l’Urss non era come avevo immaginato negli anni della giovinezza. Su questo non avevo più dubbi. L’idea che ne avevo coltivato in quegli anni lontani aveva poco a che vedere con la realtà che andavo scoprendo. Non c’era l’uomo nuovo, quello che avevo sognato». Pontecorvo continuò a vivere in Urss e poi in Russia, pur avendo ottenuto, a ottant’anni, la piena libertà di movimento. È morto nel 1993 e le sue ceneri furono distribuite tra Dubna, la cittadina russa in cui aveva lavorato come scienziato, e Roma.
Tra l’inverno e la primavera del 1990, mentre l’opinione pubblica seguiva l’ennesima crisi mediorientale, che si sarebbe tradotta, nell’estate successiva, nella guerra tra Iraq e Iran, il canale televisivo Rai 3 mandò in onda un programma condotto da Enza Sampò e Leo Benvenuti, dal titolo La mia gue
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Tra l’inverno e la primavera del 1990, mentre l’opinione pubblica seguiva l’ennesima crisi mediorientale, che si sarebbe tradotta, nell’estate successiva, nella guerra tra Iraq e Iran, il canale televisivo Rai 3 mandò in onda un programma condotto da Enza Sampò e Leo Benvenuti, dal titolo La mia guerra. Per l’occasione la redazione invitò il pubblico a raccontare la propria esperienza di guerra e, benché il programma fosse stato sospeso dopo la terza puntata, la Rai ricevette quasi 6mila lettere, poi raccolte in un fondo archivistico, conservato ora a Milano. Tra tutte queste, le lettere redatte dalle donne e riferite al periodo 1940-1945 costituiscono la base documentaria principale della ricerca di Michela Ponzani (che ha utilizzato anche documenti provenienti dall’Archivio della memoria delle donne, che ha sede a Bologna). L’intento della ricercatrice è quello di rappresentare la molteplicità di aspetti che legano la storia delle donne all’esperienza di quella guerra, con la consapevolezza che non è possibile «appiattire il discorso storico sulla sola visione degli eventi data dai testimoni» e che è necessario «smussare il proprio senso di compartecipazione empatica» al dolore degli altri. Il campione rappresentato dalle testimoni è assai vario sotto il profilo socio-culturale e questo spiegherebbe le diverse posizioni assunte rispetto al fascismo, il diverso impatto giocato dalla guerra sulle condizioni materiali e le differenti scelte di campo tra fascismo e Resistenza nel periodo più drammatico del conflitto. Nell’insieme, tuttavia, queste memorie, questi racconti offrono un ampio ventaglio di tutto ciò che per le donne ha significato l’esperienza della guerra, consentono, cioè, di poter cogliere lo sguardo femminile su un evento molto maschile e solitamente rappresentato attraverso linguaggi e topoi propri di un universo maschile. La scelta di lottare contro il fascismo, ad esempio, rappresentò per le donne anche la rottura con la società tradizionale, con i suoi modelli femminili e con la visione patriarcale allora dominante, aprendo lo spiraglio a più consapevoli rivendicazioni di parità con gli uomini. Ma la guerra, la guerra totale e distruttiva, nel caso delle donne è passata dolorosamente attraverso il corpo: il corpo seviziato nelle caserme della Rsi, violato dalle truppe tedesche e dai soldati mongoli aggregati alla Wermacht come pure dalle truppe alleate. Violenze spesso indicibili e spesso non riconosciute: ancora nel 1951, la presidente dell’Unione donne italiane denunciò in Parlamento la mancata liquidazione della pensione di guerra per circa 60mila donne seviziate dalle truppe marocchine della V armata. Racconta una testimone di questa dolorosa pagina di storia: «Quante donne violentate e contagiate dai marocchini affetti da malattie veneree! Sono le donne che proprio per questo motivo in seguito hanno avuto la pensione di guerra. Per il contagio e non per lo stupro, infatti la violenza sola, pur accertata non bastava se la donna, o la bambina, non era stata contagiata. Sempre generoso lo Stato con le donne!» All’abuso del corpo, osserva Ponzani, si aggiungeva in questi casi anche la condanna morale e psicologica delle comunità di origine, «con l’effetto di rinchiudere le vittime in un sentimento di vergogna e di abbandono». Ed anche alla fine della guerra, la violenza postinsurrezionale, che voleva fare definitivamente i conti con il fascismo, passò sopra il corpo delle donne. Per giustificare l’infamante accusa di «collaborazionismo», fu sufficiente, nella confusione dei giorni successivi alla liberazione, appena l’ombra di un sospetto: il sospetto di un’amicizia o di una troppo facile accondiscendenza nei confronti del nemico. Il peso di quella esperienza pesò a lungo sulla coscienza femminile. Molte di coloro che avevano partecipato alla lotta di liberazione proseguirono a lottare nell’Italia pacificata: per rivendicare spazi e diritti nella vita pubblica e per una nuova relazione tra i generi. Dovettero però scoprire che, come altre volte in passato, la guerra, con tutto il suo carico di dolore e di sofferenza, non aveva prodotto sostanziali mutamenti nei costumi e nella società. «Io pensavo a un altro mondo...», racconta sconsolata una testimone. Nemmeno la Costituzione rappresentò un momento di reale emancipazione e la conquista dei diritti politici non si tradusse in una parità nei diritti civili e di famiglia. «La guerra per le donne – scrisse Filomena D’Amico – fu uno straordinario momento di emancipazione, fu un momento nel quale si sbloccarono. Una volta finita, però, si pensò a rimandarle a casa, a fare le madri.»
Richard Feynman, premio Nobel per la fisica nel 1965, non è stato solo uno dei maggiori scienziati del Novecento, ma ha saputo coniugare la ricerca ai massimi livelli ad una non consueta capacità di divulgazione. In questo volumetto di semplice lettura sono raccolte tre conferenze, che risalgono al
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Richard Feynman, premio Nobel per la fisica nel 1965, non è stato solo uno dei maggiori scienziati del Novecento, ma ha saputo coniugare la ricerca ai massimi livelli ad una non consueta capacità di divulgazione. In questo volumetto di semplice lettura sono raccolte tre conferenze, che risalgono al 1963. Nella prima, piccolo capolavoro, il fisico affronta la natura della scienza e la funzione che, nella ricerca, svolgono il dubbio e l’incertezza; nella seconda parla dei rapporti tra scienza e politica e tra scienza e religione; nella terza tratta delle implicazioni sociali delle scoperte scientifiche. La lettura restituisce tutta la freschezza e la simpatia con cui Feynman conduceva le sue conversazioni (se ne trova ampia documentazione su YouTube). Sull’ultima lavagna a gesso riempita dallo scienziato (è morto nel 1988 e la sua lavagna non è mai stata cancellata), si legge: «Ciò che non posso creare, non lo posso comprendere». Un ottimo viatico per l’insegnamento, l’apprendimento e la ricerca.
L'Autrice, già allieva di Maria Montessori, ricostruisce la vita ed il pensiero della grande pedagogista. Ne viene fuori il ritratto di una coraggiosa donna impegnata nel campo dell'emancipazione femminile e per un nuovo modello educativo. Tra le prime donne laureate in Medicina in Italia, a partire
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L'Autrice, già allieva di Maria Montessori, ricostruisce la vita ed il pensiero della grande pedagogista. Ne viene fuori il ritratto di una coraggiosa donna impegnata nel campo dell'emancipazione femminile e per un nuovo modello educativo. Tra le prime donne laureate in Medicina in Italia, a partire dal 1907, cioè dalla prima Casa dei bambini nel popolare quartiere San Lorenzo di Roma, sviluppò quel progetto educativo impregnato di positivismo e centrato sul bambino, che avrà un immediato successo nel mondo ed ancora oggi resta un modello di riferimento soprattutto fuori d'Italia.
Massimo Carlotto non è solo un grande tessitore di intrecci, è soprattutto grande scrittore nel disegnare complessi e affascinanti profili psicologici. La commissaria Bourdet, per esempio, è uno di questi. Ricorda, per certi versi, l’Alligatore: insegue una sua moralità, che non si fonda su una rigi
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Massimo Carlotto non è solo un grande tessitore di intrecci, è soprattutto grande scrittore nel disegnare complessi e affascinanti profili psicologici. La commissaria Bourdet, per esempio, è uno di questi. Ricorda, per certi versi, l’Alligatore: insegue una sua moralità, che non si fonda su una rigida e convenzionale distinzione in buoni e cattivi; lotta contro l’eterno volto del potere; è profondamente sola. Credo che di questo romanzo, la commissaria Bourdet sarà l’unico elemento che rimarrà nella mia memoria. Questa volta l’intreccio è un po’ troppo forzato e presenta qualche sbavatura: il romanzo si apre con un respiro globale, muovendosi tra punti lontani del pianeta segnalati con precisione da gps, per poi sfumare, nell’ultima pagina, in una dimensione intimista. Il luogo in cui si concentrano i numerosi fili liberati all’inizio è Marsiglia, una Marsiglia in cui si ritrovano vecchi “duri”, che rievocano atmosfere alla Giancarlo Fusco e facce da Jean Gabin, pure circonfuse da colpi di kalašnikov e nuove gang.
Il lungo freddo
Miriam Mafai è scomparsa nell’aprile del 2012. Nell’autunno successivo, la Rizzoli ha opportunamente riproposto questo volume, pubblicato per la prima volta nel 1992. L’Urss si era ufficialmente sciolta il 26 dicembre dell’anno precedente. La vicenda di Bruno Pontecorvo, la vicenda dell’uomo e dello ... (continue)
Miriam Mafai è scomparsa nell’aprile del 2012. Nell’autunno successivo, la Rizzoli ha opportunamente riproposto questo volume, pubblicato per la prima volta nel 1992. L’Urss si era ufficialmente sciolta il 26 dicembre dell’anno precedente. La vicenda di Bruno Pontecorvo, la vicenda dell’uomo e dello scienziato, si prestava bene per fare un bilancio di ciò che aveva rappresentato l’esperienza del comunismo sovietico nel corso della lunga Guerra fredda. Ma la storia dello scienziato, cresciuto insieme ai ragazzi di via Palisperna, che aveva scelto di oltrepassare la cortina di ferro, si presta bene anche per riflettere sui rapporti tra scienza e politica. Magistrali le pagine del capitolo intitolato Il segreto della bomba, nelle quali l’Autrice tratteggia con grande efficacia la competizione atomica inaugurata con la distruzione delle città giapponesi nell’agosto del 1945.
Bruno Pontecorvo apparteneva ad una famiglia ebrea trasferitasi da Roma a Pisa e imparentata con i Sereni e i Colorni. Lui era il quarto di otto figli. Nel 1936, dopo aver lavorato con Enrico Fermi (era il suo più giovane collaboratore), si trasferì a Parigi per studiare in un importante laboratorio internazionale, quello diretto da Frédéric Joliot-Curie (che aveva sposato Irène, la figlia dei Curie e poi ne aveva assunto il cognome). È nell’ambiente del fuoriuscitismo parigino (Nenni, i Rosselli, Lussu, Nitti, Amendola, Saragat, il cugino Emilio Sereni), tra la guerra di Spagna e l’introduzione delle leggi antiebraiche in Italia, che maturò la sua adesione al comunismo. Da Parigi fu costretto a scappare (con il fratello Gillo e la moglie svedese), per l’arrivo dei tedeschi. Raggiunta Lisbona, si imbarcò per l’America, dove l’attendeva un lavoro in Oklahoma, nei campi petroliferi. Successivamente si trasferì in Canada, per lavorare in un laboratorio di fisica dei reattori: iniziò qui ad interessarsi delle particelle elementari, campo di indagine cui si applicò per tutta la vita. Finita la guerra, fu chiamato a lavorare in Inghilterra. Ma, nell’estate del 1950, dopo aver lasciato l’Italia, dove si era recato in vacanza con la famiglia, Bruno Pontecorvo scomparve senza lasciare tracce.
Dal 1943 aveva fornito all’Urss informazioni di natura scientifica, convinto che lì si stessero ponendo le basi per un mondo nuovo, per la definitiva liberazione dell’uomo dallo sfruttamento. Fu questa l’illusione cui si abbandonarono i comunisti di tutto il mondo né le convinzioni di Pontecorvo furono scalfite dall’esperienza staliniana, dalla occupazione di Budapest o di Praga. Lui continuò a lavorare per la scienza e per il comunismo, ottenendo, nel 1958, il massimo riconoscimento cui potesse aspirare un ricercatore comunista: l’ingresso nell’Accademia sovietica delle scienze.
Ma il malessere iniziò ad emergere lentamente, man mano che il sistema politico sovietico si avviò verso la crisi: «Forse l’Urss non era come avevo immaginato negli anni della giovinezza. Su questo non avevo più dubbi. L’idea che ne avevo coltivato in quegli anni lontani aveva poco a che vedere con la realtà che andavo scoprendo. Non c’era l’uomo nuovo, quello che avevo sognato». Pontecorvo continuò a vivere in Urss e poi in Russia, pur avendo ottenuto, a ottant’anni, la piena libertà di movimento. È morto nel 1993 e le sue ceneri furono distribuite tra Dubna, la cittadina russa in cui aveva lavorato come scienziato, e Roma.
Guerra alle donne
Tra l’inverno e la primavera del 1990, mentre l’opinione pubblica seguiva l’ennesima crisi mediorientale, che si sarebbe tradotta, nell’estate successiva, nella guerra tra Iraq e Iran, il canale televisivo Rai 3 mandò in onda un programma condotto da Enza Sampò e Leo Benvenuti, dal titolo La mia gue ... (continue)
Tra l’inverno e la primavera del 1990, mentre l’opinione pubblica seguiva l’ennesima crisi mediorientale, che si sarebbe tradotta, nell’estate successiva, nella guerra tra Iraq e Iran, il canale televisivo Rai 3 mandò in onda un programma condotto da Enza Sampò e Leo Benvenuti, dal titolo La mia guerra. Per l’occasione la redazione invitò il pubblico a raccontare la propria esperienza di guerra e, benché il programma fosse stato sospeso dopo la terza puntata, la Rai ricevette quasi 6mila lettere, poi raccolte in un fondo archivistico, conservato ora a Milano. Tra tutte queste, le lettere redatte dalle donne e riferite al periodo 1940-1945 costituiscono la base documentaria principale della ricerca di Michela Ponzani (che ha utilizzato anche documenti provenienti dall’Archivio della memoria delle donne, che ha sede a Bologna). L’intento della ricercatrice è quello di rappresentare la molteplicità di aspetti che legano la storia delle donne all’esperienza di quella guerra, con la consapevolezza che non è possibile «appiattire il discorso storico sulla sola visione degli eventi data dai testimoni» e che è necessario «smussare il proprio senso di compartecipazione empatica» al dolore degli altri.
Il campione rappresentato dalle testimoni è assai vario sotto il profilo socio-culturale e questo spiegherebbe le diverse posizioni assunte rispetto al fascismo, il diverso impatto giocato dalla guerra sulle condizioni materiali e le differenti scelte di campo tra fascismo e Resistenza nel periodo più drammatico del conflitto. Nell’insieme, tuttavia, queste memorie, questi racconti offrono un ampio ventaglio di tutto ciò che per le donne ha significato l’esperienza della guerra, consentono, cioè, di poter cogliere lo sguardo femminile su un evento molto maschile e solitamente rappresentato attraverso linguaggi e topoi propri di un universo maschile. La scelta di lottare contro il fascismo, ad esempio, rappresentò per le donne anche la rottura con la società tradizionale, con i suoi modelli femminili e con la visione patriarcale allora dominante, aprendo lo spiraglio a più consapevoli rivendicazioni di parità con gli uomini.
Ma la guerra, la guerra totale e distruttiva, nel caso delle donne è passata dolorosamente attraverso il corpo: il corpo seviziato nelle caserme della Rsi, violato dalle truppe tedesche e dai soldati mongoli aggregati alla Wermacht come pure dalle truppe alleate. Violenze spesso indicibili e spesso non riconosciute: ancora nel 1951, la presidente dell’Unione donne italiane denunciò in Parlamento la mancata liquidazione della pensione di guerra per circa 60mila donne seviziate dalle truppe marocchine della V armata. Racconta una testimone di questa dolorosa pagina di storia: «Quante donne violentate e contagiate dai marocchini affetti da malattie veneree! Sono le donne che proprio per questo motivo in seguito hanno avuto la pensione di guerra. Per il contagio e non per lo stupro, infatti la violenza sola, pur accertata non bastava se la donna, o la bambina, non era stata contagiata. Sempre generoso lo Stato con le donne!»
All’abuso del corpo, osserva Ponzani, si aggiungeva in questi casi anche la condanna morale e psicologica delle comunità di origine, «con l’effetto di rinchiudere le vittime in un sentimento di vergogna e di abbandono».
Ed anche alla fine della guerra, la violenza postinsurrezionale, che voleva fare definitivamente i conti con il fascismo, passò sopra il corpo delle donne. Per giustificare l’infamante accusa di «collaborazionismo», fu sufficiente, nella confusione dei giorni successivi alla liberazione, appena l’ombra di un sospetto: il sospetto di un’amicizia o di una troppo facile accondiscendenza nei confronti del nemico.
Il peso di quella esperienza pesò a lungo sulla coscienza femminile. Molte di coloro che avevano partecipato alla lotta di liberazione proseguirono a lottare nell’Italia pacificata: per rivendicare spazi e diritti nella vita pubblica e per una nuova relazione tra i generi. Dovettero però scoprire che, come altre volte in passato, la guerra, con tutto il suo carico di dolore e di sofferenza, non aveva prodotto sostanziali mutamenti nei costumi e nella società. «Io pensavo a un altro mondo...», racconta sconsolata una testimone. Nemmeno la Costituzione rappresentò un momento di reale emancipazione e la conquista dei diritti politici non si tradusse in una parità nei diritti civili e di famiglia. «La guerra per le donne – scrisse Filomena D’Amico – fu uno straordinario momento di emancipazione, fu un momento nel quale si sbloccarono. Una volta finita, però, si pensò a rimandarle a casa, a fare le madri.»
Il senso delle cose
Richard Feynman, premio Nobel per la fisica nel 1965, non è stato solo uno dei maggiori scienziati del Novecento, ma ha saputo coniugare la ricerca ai massimi livelli ad una non consueta capacità di divulgazione. In questo volumetto di semplice lettura sono raccolte tre conferenze, che risalgono al ... (continue)
Richard Feynman, premio Nobel per la fisica nel 1965, non è stato solo uno dei maggiori scienziati del Novecento, ma ha saputo coniugare la ricerca ai massimi livelli ad una non consueta capacità di divulgazione. In questo volumetto di semplice lettura sono raccolte tre conferenze, che risalgono al 1963. Nella prima, piccolo capolavoro, il fisico affronta la natura della scienza e la funzione che, nella ricerca, svolgono il dubbio e l’incertezza; nella seconda parla dei rapporti tra scienza e politica e tra scienza e religione; nella terza tratta delle implicazioni sociali delle scoperte scientifiche. La lettura restituisce tutta la freschezza e la simpatia con cui Feynman conduceva le sue conversazioni (se ne trova ampia documentazione su YouTube). Sull’ultima lavagna a gesso riempita dallo scienziato (è morto nel 1988 e la sua lavagna non è mai stata cancellata), si legge: «Ciò che non posso creare, non lo posso comprendere». Un ottimo viatico per l’insegnamento, l’apprendimento e la ricerca.
Maria Montessori
L'Autrice, già allieva di Maria Montessori, ricostruisce la vita ed il pensiero della grande pedagogista. Ne viene fuori il ritratto di una coraggiosa donna impegnata nel campo dell'emancipazione femminile e per un nuovo modello educativo. Tra le prime donne laureate in Medicina in Italia, a partire ... (continue)
L'Autrice, già allieva di Maria Montessori, ricostruisce la vita ed il pensiero della grande pedagogista. Ne viene fuori il ritratto di una coraggiosa donna impegnata nel campo dell'emancipazione femminile e per un nuovo modello educativo. Tra le prime donne laureate in Medicina in Italia, a partire dal 1907, cioè dalla prima Casa dei bambini nel popolare quartiere San Lorenzo di Roma, sviluppò quel progetto educativo impregnato di positivismo e centrato sul bambino, che avrà un immediato successo nel mondo ed ancora oggi resta un modello di riferimento soprattutto fuori d'Italia.
Respiro corto
Massimo Carlotto non è solo un grande tessitore di intrecci, è soprattutto grande scrittore nel disegnare complessi e affascinanti profili psicologici. La commissaria Bourdet, per esempio, è uno di questi. Ricorda, per certi versi, l’Alligatore: insegue una sua moralità, che non si fonda su una rigi ... (continue)
Massimo Carlotto non è solo un grande tessitore di intrecci, è soprattutto grande scrittore nel disegnare complessi e affascinanti profili psicologici. La commissaria Bourdet, per esempio, è uno di questi. Ricorda, per certi versi, l’Alligatore: insegue una sua moralità, che non si fonda su una rigida e convenzionale distinzione in buoni e cattivi; lotta contro l’eterno volto del potere; è profondamente sola. Credo che di questo romanzo, la commissaria Bourdet sarà l’unico elemento che rimarrà nella mia memoria. Questa volta l’intreccio è un po’ troppo forzato e presenta qualche sbavatura: il romanzo si apre con un respiro globale, muovendosi tra punti lontani del pianeta segnalati con precisione da gps, per poi sfumare, nell’ultima pagina, in una dimensione intimista. Il luogo in cui si concentrano i numerosi fili liberati all’inizio è Marsiglia, una Marsiglia in cui si ritrovano vecchi “duri”, che rievocano atmosfere alla Giancarlo Fusco e facce da Jean Gabin, pure circonfuse da colpi di kalašnikov e nuove gang.