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Django
Quando diciamo che una musica racconta una storia, comunemente intendiamo descrivere il trasporto provato all’ascolto, usando una metafora che travalica i criteri dell’estetica musicale, per arrivare ad esprimere direttamente l’emozione vissuta.continue)
Forse voi sarete in grado di trovare altre espressioni ... (
Quando diciamo che una musica racconta una storia, comunemente intendiamo descrivere il trasporto provato all’ascolto, usando una metafora che travalica i criteri dell’estetica musicale, per arrivare ad esprimere direttamente l’emozione vissuta.
Forse voi sarete in grado di trovare altre espressioni mentre ascoltate Si Tu Savais, io non riuscirei ad aggiungere altro.
Oggettivamente, è difficile mettere in relazione fra loro linguaggi diversi, ed è per questo che il sentimento funziona da trait d’union, risolvendo l’impervia sfida di rendere un’impressione unica che un sistema di segni distinti, quali le note e le parole, raramente riescono a descrivere con comunità d’intenti.
Ma riuscire ad instillare, ed a far vibrare, il sentimento nella propria espressione artistica è cosa ancor più ardua, sia in musica che in letteratura, e nelle opere biografiche è, praticamente, un evento raro.
"Armato del suo banjo, Django entrava nei bal come se stesse attaccando la Bastiglia. Già a dodici anni suonava con un virtuosismo ed una potenza che stupivano e facevano impressione, a volte potevano addirittura spaventare. Non entrava nei bal con l’idea di attaccare le barricate della musette, ma nelle registrazioni che sono giunte fino a noi Django suonava non proprio come un accompagnatore, quanto come il leader di un colpo di stato realizzato da un solo uomo".
Così Dregni ci introduce nel magico mondo di Django Reinhardt, trasportandoci nella Parigi del primo Novecento, mostrandoci la nascita del jazz europeo, con la creazione del Quintetto dell'Hot Club de France, facendoci incontrare Duke Ellington e Louis Armstrong tra gli altri, accompagnandoci in un lungo viaggio emotivo che arriva al jazz moderno di Charlie Parker ed alla chitarra elettrica.
"Uno dei primi segnali delle ambizioni di Django emerse all’inizio degli anni Venti, durante un banchetto per Les Amis de l’Accordéon. Imbracciando il suo banjo-chitarra attaccò le prime note della più famosa e celebre tra tutte le polche nel repertorio dei bal, “Perle de Cristal”. La melodia è un fuoco di fila di terzine che potrebbero far annodare le dita di un fisarmonicista, e per provare la loro bravura, le migliori orchestre acceleravano in un bruciante finale. Ma dopo aver attraversato a suo modo la melodia, Django non portò il brano all’usuale crescendo. Cominciò da capo, srotolando variazioni sulla fin troppo celebre melodia, estraendo note come dal nulla, piegando il brano al suo volere. Django non vedeva la ragione di assecondare strettamente quello che la melodia richiedeva: per lui era solamente un punto di partenza per fare musica. Come dicevano sottovoce nei bal, Django stava suonando «con il coltello in mano» come se cercasse rogne, interpretando liberamente la sacra ed inviolabile musette".
Il jazz iniziò ad infuenzare la vecchia musette con la sua nuova strumentazione, tanto quanto Django Reinhardt influenzò il jazz dell’avvenire con la sua Arte.
Questo libro ci racconta come.
Il noto linguista Paolo Fabbri, afferma giustamente che «così come una cattiva traduzione impoverisce un testo, una buona traduzione lo arricchisce», arrivando a preferire una versione sovrapposta di un testo originale, se vitale, ad un’inutile traduzione letterale, morta in partenza nell’anima.
Per cui, se non avete mai avuto la fortuna di leggere un testo arricchito da Francesco Martinelli, curatore e traduttore del libro Django, che unisce l’approfondimento dettagliato della ricerca alla mutevole trasversalità del significante, che sa raccontare per immagini e far risuonare i silenzi, accordate i vostri cuori e non perdete questa occasione.