Django Reinhardt _ Vita e Musica di una Leggenda Zingara
Quando diciamo che una musica racconta una storia, comunemente intendiamo descrivere il trasporto provato all’ascolto, usando una metafora che travalica i criteri dell’estetica musicale, per arrivare ad esprimere direttamente l’emozione vissuta. Forse voi sarete in grado di trovare altre espressioni
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Quando diciamo che una musica racconta una storia, comunemente intendiamo descrivere il trasporto provato all’ascolto, usando una metafora che travalica i criteri dell’estetica musicale, per arrivare ad esprimere direttamente l’emozione vissuta. Forse voi sarete in grado di trovare altre espressioni mentre ascoltate Si Tu Savais, io non riuscirei ad aggiungere altro.
Oggettivamente, è difficile mettere in relazione fra loro linguaggi diversi, ed è per questo che il sentimento funziona da trait d’union, risolvendo l’impervia sfida di rendere un’impressione unica che un sistema di segni distinti, quali le note e le parole, raramente riescono a descrivere con comunità d’intenti.
Ma riuscire ad instillare, ed a far vibrare, il sentimento nella propria espressione artistica è cosa ancor più ardua, sia in musica che in letteratura, e nelle opere biografiche è, praticamente, un evento raro.
"Armato del suo banjo, Django entrava nei bal come se stesse attaccando la Bastiglia. Già a dodici anni suonava con un virtuosismo ed una potenza che stupivano e facevano impressione, a volte potevano addirittura spaventare. Non entrava nei bal con l’idea di attaccare le barricate della musette, ma nelle registrazioni che sono giunte fino a noi Django suonava non proprio come un accompagnatore, quanto come il leader di un colpo di stato realizzato da un solo uomo".
Così Dregni ci introduce nel magico mondo di Django Reinhardt, trasportandoci nella Parigi del primo Novecento, mostrandoci la nascita del jazz europeo, con la creazione del Quintetto dell'Hot Club de France, facendoci incontrare Duke Ellington e Louis Armstrong tra gli altri, accompagnandoci in un lungo viaggio emotivo che arriva al jazz moderno di Charlie Parker ed alla chitarra elettrica.
"Uno dei primi segnali delle ambizioni di Django emerse all’inizio degli anni Venti, durante un banchetto per Les Amis de l’Accordéon. Imbracciando il suo banjo-chitarra attaccò le prime note della più famosa e celebre tra tutte le polche nel repertorio dei bal, “Perle de Cristal”. La melodia è un fuoco di fila di terzine che potrebbero far annodare le dita di un fisarmonicista, e per provare la loro bravura, le migliori orchestre acceleravano in un bruciante finale. Ma dopo aver attraversato a suo modo la melodia, Django non portò il brano all’usuale crescendo. Cominciò da capo, srotolando variazioni sulla fin troppo celebre melodia, estraendo note come dal nulla, piegando il brano al suo volere. Django non vedeva la ragione di assecondare strettamente quello che la melodia richiedeva: per lui era solamente un punto di partenza per fare musica. Come dicevano sottovoce nei bal, Django stava suonando «con il coltello in mano» come se cercasse rogne, interpretando liberamente la sacra ed inviolabile musette".
Il jazz iniziò ad infuenzare la vecchia musette con la sua nuova strumentazione, tanto quanto Django Reinhardt influenzò il jazz dell’avvenire con la sua Arte. Questo libro ci racconta come.
Il noto linguista Paolo Fabbri, afferma giustamente che «così come una cattiva traduzione impoverisce un testo, una buona traduzione lo arricchisce», arrivando a preferire una versione sovrapposta di un testo originale, se vitale, ad un’inutile traduzione letterale, morta in partenza nell’anima.
Per cui, se non avete mai avuto la fortuna di leggere un testo arricchito da Francesco Martinelli, curatore e traduttore del libro Django, che unisce l’approfondimento dettagliato della ricerca alla mutevole trasversalità del significante, che sa raccontare per immagini e far risuonare i silenzi, accordate i vostri cuori e non perdete questa occasione.
Una testimonianza necessaria, questa raccolta da Carola De Scipio, dei tanti protagonisti del jazz italiano che hanno incontrato e conosciuto Massimo Urbani.
Un testo unico, purtroppo, se si esclude il bellissimo saggio di Marcello Piras, uscito su Musica Jazz nell'ottobre del '95, al quale e
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Una testimonianza necessaria, questa raccolta da Carola De Scipio, dei tanti protagonisti del jazz italiano che hanno incontrato e conosciuto Massimo Urbani.
Un testo unico, purtroppo, se si esclude il bellissimo saggio di Marcello Piras, uscito su Musica Jazz nell'ottobre del '95, al quale era allegato un CD, prodotto dalla PHILOLOGY di Paolo Piangiarelli, che conteneva diversi inediti.
Anche in questo libro troviamo un CD allegato, le registrazioni inedite dei due concerti che Massimo tenne il 13 e 14 ottobre 1988 al Larr's Club di Torino.
E forse è proprio nella musica di Urbani che troviamo la sua biografia migliore, perchè scevra dei sentimentalismi da romanzo popolare, o dai tecnicismi dell'analisi musicologica, ma ricca delle emozioni che guidavano istintivamente il geniale sassofonista romano nella sua ricerca musicale e di vita, inscindibile.
Entrambi gli autori, infatti, non hanno potuto, o voluto, prescindere dall'aspetto umano della musica di Massimo (Piras addirittura si scusa, in apertura del testo, della mancanza di "coraggio" che gli ha impedito di affrontare prima l'universo Urbani), ma solo il dossier di Musica Jazz è veramente utile ed approfondito sulla completa lettura musicale di questo straordinario improvvisatore di Monte Mario.
In ogni caso vanno i miei ringraziamenti a Carola De Scipio, che con questo libro ha dato spessore alla figura umana di Massimo Urbani, equilibrando così il forte profilo mitologico che nell'ambiente jazz Massimo aveva assunto, attraverso moltissime interviste, che vanno dai familiari, ai conoscenti, fino ovviamente ai moltissimi musicisti interpellati. C'è il Gaslini degli inizi, ma manca Mario Schiano, c'è Enrico Rava che tanto ha contribuito a lanciare Urbani sui palcoscenici internazionali, c'è Enrico Pieranunzi, ma manca Giovanni Tommaso, e poi Luigi Bonafede, Furio Di Castri, Maurizio Giammarco, Giulio Capiozzo, Ivano Nardi, Nicola Stilo, Puccio Sboto, Elvio Ghigliordini e tutti quelli che si sono avvicinati, bruciandosi o venendo illuminati, dalla stella di Massimo Urbani.
C'è anche Valentina Amadori, compagna di Massimo e madre del suo unico figlio, che lui non ha mai conosciuto.
Un libro necessario, questo di Carola De Scipio, che sembra più una jam session tra gli amici di Massimo che un testo critico. Anzi, vorrei ricordare che l'autrice non ha coinvolto per scelta i critici musicali, ricordando così la loro quasi totale assenza anche quando Massimo era vivo e suonava dappertutto.
Un libro scritto dal vivo, senza ripensamenti o sovraincisioni, che sicuramente sarebbe piaciuto tanto al grande Max.
Ho visto appena ieri questa "custodia", chiusa nel suo silenzio, sullo scaffale della vita.
Non cercavo niente, perchè da tempo non trovo niente che riesca a sorprendermi o a farmi sussultare il cuore, eppure l'ho presa e l'ho portata via, senza aprirla, senza cercare nelle liner notes qualcos
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Ho visto appena ieri questa "custodia", chiusa nel suo silenzio, sullo scaffale della vita.
Non cercavo niente, perchè da tempo non trovo niente che riesca a sorprendermi o a farmi sussultare il cuore, eppure l'ho presa e l'ho portata via, senza aprirla, senza cercare nelle liner notes qualcosa chi mi facesse avvicinare a "questo" Sualzo.
L'ho presa così, d'improvviso, come si ruba uno sguardo.
Ieri notte stesso l'ho fatta girare sul piatto vuoto dei miei sentimenti e, tutto d'un fiato, tranne il tempo di accendere una sigaretta e girare la storia sull'altro lato, l'ho ascoltata piano, intimamente in cuffia, per godere della sua delicatezza e della sua Poesia.
Poi ho chiuso gli occhi, portandomi dietro l'eco dei suoi suoni.
Oggi, dopo il caffè, ho scelto la stessa musica. L'ho rimessa sul piatto del giorno nuovo e, tutto d'un fiato, tranne il tempo di accendere una sigaretta che era molto più buona e girare la storia sull'altro lato, l'ho ascoltata a tutto volume, andando avanti e indietro con il selettore dei sentimenti, alternando le takes per gli assoli che più mi avevano colpito, oppure impostando la modalità random per sorprendermi ancora, ancora e ancora.
Ed era sempre nuova e bella.
Mi sono sorpreso delle mie emozioni, vive ed improvvise come una pioggia d'agosto, mi sono stupito di trovarle lì, in una costodia che non aspettava altro che essere aperta, mi sono sentito libero e sparso in mille pezzi colorati.
Se Gianni aveva il muso tutto bagnato nel suo letto, le mie lacrime sono arrivate fino alle radici dei miei desideri, hanno inondato lo stagno immobile dei miei pensieri, hanno portato nuova vita al mio cuore che, da troppo tempo, era solo attento ad essere sul tempo, ed aveva perso lo swing vitale.
Dovrei ringraziarlo, Antonio, mi ha ricordato com'ero, come sono sempre stato.
Dovrei ringraziare la sua Storia che ha tolto un pò di sale da quelle piccole ferite "che dolcemente lacerano e non danno nessuna morte".
O forse dovrei maledire la sua Poesia, che mi ha mostrato il riflesso di come non ricordavo più di essere, e dovrei invidiare "la sua forza che mi spaventa", Io "nemico in ritirata, vento in calare sono, vento da niente".
No, devo ringraziarlo davvero Antonio, e lo faccio, di cuore.
GRAZIE fratello, per avermi insegnato un'altra via per la libertà, grazie per avermi ricordato che il Jazz è un modo di essere.
...mi viene da dire, una volta terminata la lettura di questo libro.
E sì, perché in questo momento, il testo di Barazzetta incarna e “traduce” la miriade di dibattiti che si svolgono da sempre attorno al Jazz italiano, molto più di testi enciclopedici come quello di Mazzoletti , o di vera e p
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...mi viene da dire, una volta terminata la lettura di questo libro.
E sì, perché in questo momento, il testo di Barazzetta incarna e “traduce” la miriade di dibattiti che si svolgono da sempre attorno al Jazz italiano, molto più di testi enciclopedici come quello di Mazzoletti , o di vera e propria ricerca sul tema, come le relazioni del convegno “Jazz e cultura mediterranea” .
Intanto perché Barazzetta è tra gli appassionati jazzofili che hanno perorato la causa della comprensione e relativa diffusione di questa musica che chiamiamo Jazz dal suo apparire in Italia.
Con la sua felice penna infatti collabora come redattore, praticamente da subito, all’unica rivista di Jazz per molti anni pubblicata in Italia. Sua è anche la prima discografia italiana, con la collaborazione di Enzo Fresia e Oscar Moiraghi, apparsa sulla prima enciclopedia del Jazz mai pubblicata al mondo. E ancora frutto del suo lavoro è “Jazz inciso in Italia” , agile libretto che inaugurava la collana di libri di “Musica Jazz”, dove l’autore si prodigava nel documentare e recensire quasi tutta la musica registrata nel nostro paese da musicisti italiani o da illustri ospiti stranieri, creando il primo archivio di incisioni del Jazz italiano.
Ma questo non è l’unico motivo che mi spinge ad usare parole di riconoscenza verso l’autore, che è stato anche curatore e produttore di collane discografiche, corrispondente dal nostro paese per giornali stranieri come il Melody Maker, organizzatore di Festival e concerti. No, quello che mi preme sottolineare è l’attiva partecipazione, la diretta testimonianza e l’infinita passione che Barazzetta ha vissuto al fianco e dentro la Storia del Jazz italiano.
Questo, come dicevo in apertura, è l’aspetto più interessante, che ho ritrovato solo in pochi testi, come quello di Cogno , e in parte nella raccolta di ricordi del batterista Franco Mondini o di Rudy Rabassini , perché rispecchia l’aspetto più vero di questa musica, quello che, in una parola, si potrebbe definire Glocal, dove la visione globale del Jazz viene raccontata attraverso la lente “locale” della personale esperienza umana.
Cito Barazzetta che cita John Lewis: “…il Blues è come una confessione… è completamente identificativo di chi lo suona o canta… è come uno specchio.”
Per cui i ricordi di Barazzetta, diventano pagine di Storia, della nostra storia, come quando, sul finire degli anni Trenta, l’autore iniziò ad acquisire la consapevolezza di un necessario bisogno di individuare una politica “diversa” da quella imposta dal regime, cambiamento al quale contribuì il carattere di “musica contro” che il Jazz rappresentava in quegli anni, o come quando nel 1943 fu fatto prigioniero dalle essesse, dalle quali riuscì a fuggire, rifugiandosi in Svizzera (terra neutrale alle imposizioni del regime fascista), dove ebbe la possibilità di frequentare assiduamente l’Hot Club de Neuchatel, il più attivo della Confederazione, approfondendo le sue nozioni jazzistiche che, in Italia, erano proibite ai più.
Descrive ancora la nostra Storia il racconto delle prime riunioni di redazione, in quella Milano del ’46 ancora distrutta dalla guerra, dove insieme a Testoni, Polillo, Roberto Nicolosi, Livio Cerri ed altri collaboratori, il nostro partecipò allo sviluppo della neonata rivista Musica & Jazz, ed alla sua definitiva trasformazione nella testata Musica Jazz, che esiste ancora oggi. "Eravamo in pochi ma buoni. Ricordo che una volta al mese Testoni mi mandava a fare la "colletta" per raccogliere i dischi da recensire ed io andavo a visitare tutte le case discografiche di Milano e chiedevo se avevano qualche disco da darci. Naturalmente ho raccolto improperi però qualche disco buono lo raccoglievo e poi, in redazione, ce lo dividevamo da buoni fratelli. Musica Jazz è stata una esperienza che è andata oltre l’aspetto puramente giornalistico. Il gruppo che la portò avanti fu un vero "vulcano" dal quale eruttavano proposte e innovazioni continue. Le idee di fondo venivano sempre fuori da Testoni, poi noi le organizzavamo e le attuavamo."
Un altra importante memoria riguarda la ri-costituzione dell’Hot Club Milano nel 1946, che annunciava la ripresa delle attività in un clima sociale e politico totalmente diverso da quello nel quale era nato il primo circolo del jazz milanese, il Circolo Jazz Hot Milano, che vide luce per volontà di Gian Carlo Testoni ed Ezio Levi nel 1936, e che a causa delle leggi razziali, che obbligarono all’espatrio forzato alcuni soci, come Levi stesso o Alessio Gurvitz nel ’38, dovette chiudere. Dico importante, perché tramite queste due esperienze, la rivista e la ricostituzione dell’HC, fu possibile organizzare tutti gli appassionati della penisola e costituire, sempre su iniziativa di Testoni, una Federazione Italiana del Jazz.
Ancora nel libro trovano ampio spazio le emozioni personali dell’autore all’incontro con i musicisti, tra i quali Coltrane, Lee Konitz, Bill Russo, John Lewis, Max Roach, Buddy Collette, Joe Venuti, Wes Montgomery, Tony Scott, Harry Carney e molti altri. Ovviamente, tra questi, Barazzetta si sofferma su quei grandi che hanno toccato il nostro paese e che lui stesso ha potuto avvicinare, offrendo una visione oltre che squisitamente musicale, ancora più gustosa sul lato umano, sottolineando e, a volte, ribaltando quella osservazione superficiale che negli anni è diventata consuetudine. Ad esempio, di quando incontrò “Satchmo”, il primo grande jazzista ad arrivare in Italia nell’ottobre del ’49, l’autore ha voluto ricordare un aspetto che, a dispetto della sua fama di eterno burlone, ci racconta della profondità e della consapevolezza dell’uomo Louis Armstrong: “…sono sicuro che tu non potrai mai renderti del tutto conto del mio stato d’animo quando ti affermo che mia nonna era una schiava. E aggiungo che sto parlando di una donna, oltretutto molto cara, e non di una cosa comprata da un padrone, i cui figli diventarono altrettante cose proprio perché la loro madre era una schiava.”
Lo stesso lato umano, in questo caso quasi del tutto assente, ha lasciato traccia dell’incontro tra il nostro e Benny Goodman, che sviando alle domande sulla situazione “attuale” del Jazz, portava il dialogo esclusivamente su contesti che lo “elevavano” dal ruolo di jazzista, dal quale in seguito ha tratto infinita fama, come il suo impegno con alcuni compositori classici (Aaron Copland, Paul Hindemith). Un altro aspetto che è rimasto impresso nella memoria di Barazzetta era l’ostile rapporto che Goodman intratteneva con i suoi musicisti, per i quali aveva spesso parole caustiche, persino dure e che, anni dopo, gli fu confermato dal batterista Gene Krupa il quale, così rispose all’autore sul perché avesse lasciato Goodman nel ’38: "ma lo sai che non ha mai, dico mai, chiamato nessuno dei musicisti che lavorarono con lui, e siamo stati in molti, sia che fossero solisti o no, buoni o cattivi, col nome proprio? Per lui noi siamo sempre stati dei «pop» qualunque. Hai capito bene? Non ci riconosceva alcun tipo di identità, quella artistica compresa.”
Di tutt’altro spessore è stato il rapporto che Barazzetta ha stretto con Duke Ellington, non a caso conosciuto da tutti come il Duca, anche per la sua eleganza musicale e per la sua nobiltà d’animo, che lasciò un ricordo indelebile e diede anche alcune fondamentali indicazioni per la sua professione di acuto osservatore musicale: "voi critici non dovete parlare né considerare il Jazz come musica esclusivamente americana, perché questa è «una visione molto europea del Jazz»". Ed ancora suggeriva: “di focalizzare sempre l’indagine sul ruolo e l’opera dell’individuo, perché sono sempre loro i personaggi più importanti sulla scena. E non bisogna perdere tempo a raggrupparli in stili, scuole o tendenze. Osserva come io considero i miei individui, so esattamente ciò che ognuno di loro può darmi e sono sicuro che solo loro possono interpretare nella maniera giusta le mie composizioni.”
Ma su tutti colpisce la lunga esperienza umana che ha legato Barazzetta a Charles Mingus, di cui vengono pubblicate delle lettere inedite, che ci permettono di conoscere altri aspetti del grande musicista e compositore e, soprattutto, la difficile condizione, da noi immaginata come privilegiata, di un jazzista afroamericano, come racconta lui stesso in questo stralcio di lettera datata 29 maggio 1962: “…comunque io voglio solo suonare in condizioni più comode e oneste di quelle che ci sono ora. Certo, Miles Davis ce l’ha fatta, ma pensa ai quindici anni di successo che avrebbe potuto avere prima. Pensa a Lester Young che muore in un albergo da un dollaro e un quarto a notte, all’attuale povertà delle famiglie di Fats Waller, di Jelly Roll Morton, di Bird. Perché non dovrei avere il diritto di chiedere a qualcuno del tuo paese se ci aiuta a cambiare qualcosa del potere che c’è sugli artisti? Qui nessuno lo farà. Qui il Jazz lo stanno uccidendo se non va per la strada voluta da Glaser e dai suoi padrini. E se muore qui credi che possa sopravvivere nel tuo paese?”
Mingus, che spesso viene dipinto come schivo, irascibile e razzista al contrario, si è rivolto diverse volte con sincerità e modestia all’amico “Joe” Barazzetta, come nel maggio 1966 (di cui viene pubblicata la lettera manoscritta, cosa veramente rara): “ Caro Giuseppe, AIUTO! Qui stanno cercando di danneggiare i miei affari. Soprattutto da quando ho registrato la musica di Monterey 1964 . Non conosci qualcuno che vorrebbe lavorare con me… mi serve aiuto…”
Ovviamente, su tutto questo, la professionalità del critico Barazzetta, non si è mai lasciata coinvolgere dal giudizio personale ma a noi lettori ci viene offerto il raro privilegio di assistere a questo spettacolo con un posto in prima fila anzi, direttamente tra le quinte del palcoscenico.
Insomma, in queste duecento pagine Barazzetta è riuscito ad infondere l’anima del Jazz, nel suo aspetto più interessante e vero, che spesso sfugge ai più, e che ne garantisce invece la vitalità e la sua peculiarità come musica sempre nuova, continuamente cangiante, unica nel panorama culturale e di immenso valore umano.
Non è un caso che il libro abbia visto la luce grazie alla Fondazione Siena Jazz, un’istituzione unica nel panorama italiano, con la cura editoriale di Francesco Martinelli, responsabile della Sezione Ricerca del Centro Studi sul Jazz “Arrigo Polillo”, al quale l’autore ha già donato diversi materiali, documentazioni di avvenimenti, fino ai suoi preziosi ricordi contenuti in questo libro. Non è un caso, dico, perché la passione e la competenza di Franco Caroni, direttore della Fondazione, di Martinelli e di tutto lo staff di Siena Jazz, mantengono lo stesso approccio umanistico rispetto al loro impegno di valorizzazione, diffusione e di insegnamento della musica jazz, che ha sempre avuto, ed ha tuttora, Giuseppe Barazzetta.
Django
Quando diciamo che una musica racconta una storia, comunemente intendiamo descrivere il trasporto provato all’ascolto, usando una metafora che travalica i criteri dell’estetica musicale, per arrivare ad esprimere direttamente l’emozione vissuta.continue)
Forse voi sarete in grado di trovare altre espressioni ... (
Quando diciamo che una musica racconta una storia, comunemente intendiamo descrivere il trasporto provato all’ascolto, usando una metafora che travalica i criteri dell’estetica musicale, per arrivare ad esprimere direttamente l’emozione vissuta.
Forse voi sarete in grado di trovare altre espressioni mentre ascoltate Si Tu Savais, io non riuscirei ad aggiungere altro.
Oggettivamente, è difficile mettere in relazione fra loro linguaggi diversi, ed è per questo che il sentimento funziona da trait d’union, risolvendo l’impervia sfida di rendere un’impressione unica che un sistema di segni distinti, quali le note e le parole, raramente riescono a descrivere con comunità d’intenti.
Ma riuscire ad instillare, ed a far vibrare, il sentimento nella propria espressione artistica è cosa ancor più ardua, sia in musica che in letteratura, e nelle opere biografiche è, praticamente, un evento raro.
"Armato del suo banjo, Django entrava nei bal come se stesse attaccando la Bastiglia. Già a dodici anni suonava con un virtuosismo ed una potenza che stupivano e facevano impressione, a volte potevano addirittura spaventare. Non entrava nei bal con l’idea di attaccare le barricate della musette, ma nelle registrazioni che sono giunte fino a noi Django suonava non proprio come un accompagnatore, quanto come il leader di un colpo di stato realizzato da un solo uomo".
Così Dregni ci introduce nel magico mondo di Django Reinhardt, trasportandoci nella Parigi del primo Novecento, mostrandoci la nascita del jazz europeo, con la creazione del Quintetto dell'Hot Club de France, facendoci incontrare Duke Ellington e Louis Armstrong tra gli altri, accompagnandoci in un lungo viaggio emotivo che arriva al jazz moderno di Charlie Parker ed alla chitarra elettrica.
"Uno dei primi segnali delle ambizioni di Django emerse all’inizio degli anni Venti, durante un banchetto per Les Amis de l’Accordéon. Imbracciando il suo banjo-chitarra attaccò le prime note della più famosa e celebre tra tutte le polche nel repertorio dei bal, “Perle de Cristal”. La melodia è un fuoco di fila di terzine che potrebbero far annodare le dita di un fisarmonicista, e per provare la loro bravura, le migliori orchestre acceleravano in un bruciante finale. Ma dopo aver attraversato a suo modo la melodia, Django non portò il brano all’usuale crescendo. Cominciò da capo, srotolando variazioni sulla fin troppo celebre melodia, estraendo note come dal nulla, piegando il brano al suo volere. Django non vedeva la ragione di assecondare strettamente quello che la melodia richiedeva: per lui era solamente un punto di partenza per fare musica. Come dicevano sottovoce nei bal, Django stava suonando «con il coltello in mano» come se cercasse rogne, interpretando liberamente la sacra ed inviolabile musette".
Il jazz iniziò ad infuenzare la vecchia musette con la sua nuova strumentazione, tanto quanto Django Reinhardt influenzò il jazz dell’avvenire con la sua Arte.
Questo libro ci racconta come.
Il noto linguista Paolo Fabbri, afferma giustamente che «così come una cattiva traduzione impoverisce un testo, una buona traduzione lo arricchisce», arrivando a preferire una versione sovrapposta di un testo originale, se vitale, ad un’inutile traduzione letterale, morta in partenza nell’anima.
Per cui, se non avete mai avuto la fortuna di leggere un testo arricchito da Francesco Martinelli, curatore e traduttore del libro Django, che unisce l’approfondimento dettagliato della ricerca alla mutevole trasversalità del significante, che sa raccontare per immagini e far risuonare i silenzi, accordate i vostri cuori e non perdete questa occasione.
Massimo Urbani
Una testimonianza necessaria, questa raccolta da Carola De Scipio, dei tanti protagonisti del jazz italiano che hanno incontrato e conosciuto Massimo Urbani.
Un testo unico, purtroppo, se si esclude il bellissimo saggio di Marcello Piras, uscito su Musica Jazz nell'ottobre del '95, al quale e ... (continue)
Una testimonianza necessaria, questa raccolta da Carola De Scipio, dei tanti protagonisti del jazz italiano che hanno incontrato e conosciuto Massimo Urbani.
Un testo unico, purtroppo, se si esclude il bellissimo saggio di Marcello Piras, uscito su Musica Jazz nell'ottobre del '95, al quale era allegato un CD, prodotto dalla PHILOLOGY di Paolo Piangiarelli, che conteneva diversi inediti.
Anche in questo libro troviamo un CD allegato, le registrazioni inedite dei due concerti che Massimo tenne il 13 e 14 ottobre 1988 al Larr's Club di Torino.
E forse è proprio nella musica di Urbani che troviamo la sua biografia migliore, perchè scevra dei sentimentalismi da romanzo popolare, o dai tecnicismi dell'analisi musicologica, ma ricca delle emozioni che guidavano istintivamente il geniale sassofonista romano nella sua ricerca musicale e di vita, inscindibile.
Entrambi gli autori, infatti, non hanno potuto, o voluto, prescindere dall'aspetto umano della musica di Massimo (Piras addirittura si scusa, in apertura del testo, della mancanza di "coraggio" che gli ha impedito di affrontare prima l'universo Urbani), ma solo il dossier di Musica Jazz è veramente utile ed approfondito sulla completa lettura musicale di questo straordinario improvvisatore di Monte Mario.
In ogni caso vanno i miei ringraziamenti a Carola De Scipio, che con questo libro ha dato spessore alla figura umana di Massimo Urbani, equilibrando così il forte profilo mitologico che nell'ambiente jazz Massimo aveva assunto, attraverso moltissime interviste, che vanno dai familiari, ai conoscenti, fino ovviamente ai moltissimi musicisti interpellati.
C'è il Gaslini degli inizi, ma manca Mario Schiano, c'è Enrico Rava che tanto ha contribuito a lanciare Urbani sui palcoscenici internazionali, c'è Enrico Pieranunzi, ma manca Giovanni Tommaso, e poi Luigi Bonafede, Furio Di Castri, Maurizio Giammarco, Giulio Capiozzo, Ivano Nardi, Nicola Stilo, Puccio Sboto, Elvio Ghigliordini e tutti quelli che si sono avvicinati, bruciandosi o venendo illuminati, dalla stella di Massimo Urbani.
C'è anche Valentina Amadori, compagna di Massimo e madre del suo unico figlio, che lui non ha mai conosciuto.
Un libro necessario, questo di Carola De Scipio, che sembra più una jam session tra gli amici di Massimo che un testo critico.
Anzi, vorrei ricordare che l'autrice non ha coinvolto per scelta i critici musicali, ricordando così la loro quasi totale assenza anche quando Massimo era vivo e suonava dappertutto.
Un libro scritto dal vivo, senza ripensamenti o sovraincisioni, che sicuramente sarebbe piaciuto tanto al grande Max.
Come un guanto di velluto forgiato nel ferro
oscuro, pazzesco, introverso e geniale.
Alla Daniel Clowes
L'improvvisatore
Ho visto appena ieri questa "custodia", chiusa nel suo silenzio, sullo scaffale della vita.
Non cercavo niente, perchè da tempo non trovo niente che riesca a sorprendermi o a farmi sussultare il cuore, eppure l'ho presa e l'ho portata via, senza aprirla, senza cercare nelle liner notes qualcos ... (continue)
Ho visto appena ieri questa "custodia", chiusa nel suo silenzio, sullo scaffale della vita.
Non cercavo niente, perchè da tempo non trovo niente che riesca a sorprendermi o a farmi sussultare il cuore, eppure l'ho presa e l'ho portata via, senza aprirla, senza cercare nelle liner notes qualcosa chi mi facesse avvicinare a "questo" Sualzo.
L'ho presa così, d'improvviso, come si ruba uno sguardo.
Ieri notte stesso l'ho fatta girare sul piatto vuoto dei miei sentimenti e, tutto d'un fiato, tranne il tempo di accendere una sigaretta e girare la storia sull'altro lato, l'ho ascoltata piano, intimamente in cuffia, per godere della sua delicatezza e della sua Poesia.
Poi ho chiuso gli occhi, portandomi dietro l'eco dei suoi suoni.
Oggi, dopo il caffè, ho scelto la stessa musica.
L'ho rimessa sul piatto del giorno nuovo e, tutto d'un fiato, tranne il tempo di accendere una sigaretta che era molto più buona e girare la storia sull'altro lato, l'ho ascoltata a tutto volume, andando avanti e indietro con il selettore dei sentimenti, alternando le takes per gli assoli che più mi avevano colpito, oppure impostando la modalità random per sorprendermi ancora, ancora e ancora.
Ed era sempre nuova e bella.
Mi sono sorpreso delle mie emozioni, vive ed improvvise come una pioggia d'agosto, mi sono stupito di trovarle lì, in una costodia che non aspettava altro che essere aperta, mi sono sentito libero e sparso in mille pezzi colorati.
Se Gianni aveva il muso tutto bagnato nel suo letto, le mie lacrime sono arrivate fino alle radici dei miei desideri, hanno inondato lo stagno immobile dei miei pensieri, hanno portato nuova vita al mio cuore che, da troppo tempo, era solo attento ad essere sul tempo, ed aveva perso lo swing vitale.
Dovrei ringraziarlo, Antonio, mi ha ricordato com'ero, come sono sempre stato.
Dovrei ringraziare la sua Storia che ha tolto un pò di sale da quelle piccole ferite "che dolcemente lacerano e non danno nessuna morte".
O forse dovrei maledire la sua Poesia, che mi ha mostrato il riflesso di come non ricordavo più di essere, e dovrei invidiare "la sua forza che mi spaventa", Io "nemico in ritirata, vento in calare sono, vento da niente".
No, devo ringraziarlo davvero Antonio, e lo faccio, di cuore.
GRAZIE fratello, per avermi insegnato un'altra via per la libertà, grazie per avermi ricordato che il Jazz è un modo di essere.
Una Vita in Quattro Quarti
...mi viene da dire, una volta terminata la lettura di questo libro.
E sì, perché in questo momento, il testo di Barazzetta incarna e “traduce” la miriade di dibattiti che si svolgono da sempre attorno al Jazz italiano, molto più di testi enciclopedici come quello di Mazzoletti , o di vera e p ... (continue)
...mi viene da dire, una volta terminata la lettura di questo libro.
E sì, perché in questo momento, il testo di Barazzetta incarna e “traduce” la miriade di dibattiti che si svolgono da sempre attorno al Jazz italiano, molto più di testi enciclopedici come quello di Mazzoletti , o di vera e propria ricerca sul tema, come le relazioni del convegno “Jazz e cultura mediterranea” .
Intanto perché Barazzetta è tra gli appassionati jazzofili che hanno perorato la causa della comprensione e relativa diffusione di questa musica che chiamiamo Jazz dal suo apparire in Italia.
Con la sua felice penna infatti collabora come redattore, praticamente da subito, all’unica rivista di Jazz per molti anni pubblicata in Italia.
Sua è anche la prima discografia italiana, con la collaborazione di Enzo Fresia e Oscar Moiraghi, apparsa sulla prima enciclopedia del Jazz mai pubblicata al mondo.
E ancora frutto del suo lavoro è “Jazz inciso in Italia” , agile libretto che inaugurava la collana di libri di “Musica Jazz”, dove l’autore si prodigava nel documentare e recensire quasi tutta la musica registrata nel nostro paese da musicisti italiani o da illustri ospiti stranieri, creando il primo archivio di incisioni del Jazz italiano.
Ma questo non è l’unico motivo che mi spinge ad usare parole di riconoscenza verso l’autore, che è stato anche curatore e produttore di collane discografiche, corrispondente dal nostro paese per giornali stranieri come il Melody Maker, organizzatore di Festival e concerti.
No, quello che mi preme sottolineare è l’attiva partecipazione, la diretta testimonianza e l’infinita passione che Barazzetta ha vissuto al fianco e dentro la Storia del Jazz italiano.
Questo, come dicevo in apertura, è l’aspetto più interessante, che ho ritrovato solo in pochi testi, come quello di Cogno , e in parte nella raccolta di ricordi del batterista Franco Mondini o di Rudy Rabassini , perché rispecchia l’aspetto più vero di questa musica, quello che, in una parola, si potrebbe definire Glocal, dove la visione globale del Jazz viene raccontata attraverso la lente “locale” della personale esperienza umana.
Cito Barazzetta che cita John Lewis:
“…il Blues è come una confessione… è completamente identificativo di chi lo suona o canta… è come uno specchio.”
Per cui i ricordi di Barazzetta, diventano pagine di Storia, della nostra storia, come quando, sul finire degli anni Trenta, l’autore iniziò ad acquisire la consapevolezza di un necessario bisogno di individuare una politica “diversa” da quella imposta dal regime, cambiamento al quale contribuì il carattere di “musica contro” che il Jazz rappresentava in quegli anni, o come quando nel 1943 fu fatto prigioniero dalle essesse, dalle quali riuscì a fuggire, rifugiandosi in Svizzera (terra neutrale alle imposizioni del regime fascista), dove ebbe la possibilità di frequentare assiduamente l’Hot Club de Neuchatel, il più attivo della Confederazione, approfondendo le sue nozioni jazzistiche che, in Italia, erano proibite ai più.
Descrive ancora la nostra Storia il racconto delle prime riunioni di redazione, in quella Milano del ’46 ancora distrutta dalla guerra, dove insieme a Testoni, Polillo, Roberto Nicolosi, Livio Cerri ed altri collaboratori, il nostro partecipò allo sviluppo della neonata rivista Musica & Jazz, ed alla sua definitiva trasformazione nella testata Musica Jazz, che esiste ancora oggi.
"Eravamo in pochi ma buoni. Ricordo che una volta al mese Testoni mi mandava a fare la "colletta" per raccogliere i dischi da recensire ed io andavo a visitare tutte le case discografiche di Milano e chiedevo se avevano qualche disco da darci. Naturalmente ho raccolto improperi però qualche disco buono lo raccoglievo e poi, in redazione, ce lo dividevamo da buoni fratelli. Musica Jazz è stata una esperienza che è andata oltre l’aspetto puramente giornalistico. Il gruppo che la portò avanti fu un vero "vulcano" dal quale eruttavano proposte e innovazioni continue. Le idee di fondo venivano sempre fuori da Testoni, poi noi le organizzavamo e le attuavamo."
Un altra importante memoria riguarda la ri-costituzione dell’Hot Club Milano nel 1946, che annunciava la ripresa delle attività in un clima sociale e politico totalmente diverso da quello nel quale era nato il primo circolo del jazz milanese, il Circolo Jazz Hot Milano, che vide luce per volontà di Gian Carlo Testoni ed Ezio Levi nel 1936, e che a causa delle leggi razziali, che obbligarono all’espatrio forzato alcuni soci, come Levi stesso o Alessio Gurvitz nel ’38, dovette chiudere.
Dico importante, perché tramite queste due esperienze, la rivista e la ricostituzione dell’HC, fu possibile organizzare tutti gli appassionati della penisola e costituire, sempre su iniziativa di Testoni, una Federazione Italiana del Jazz.
Ancora nel libro trovano ampio spazio le emozioni personali dell’autore all’incontro con i musicisti, tra i quali Coltrane, Lee Konitz, Bill Russo, John Lewis, Max Roach, Buddy Collette, Joe Venuti, Wes Montgomery, Tony Scott, Harry Carney e molti altri.
Ovviamente, tra questi, Barazzetta si sofferma su quei grandi che hanno toccato il nostro paese e che lui stesso ha potuto avvicinare, offrendo una visione oltre che squisitamente musicale, ancora più gustosa sul lato umano, sottolineando e, a volte, ribaltando quella osservazione superficiale che negli anni è diventata consuetudine.
Ad esempio, di quando incontrò “Satchmo”, il primo grande jazzista ad arrivare in Italia nell’ottobre del ’49, l’autore ha voluto ricordare un aspetto che, a dispetto della sua fama di eterno burlone, ci racconta della profondità e della consapevolezza dell’uomo Louis Armstrong:
“…sono sicuro che tu non potrai mai renderti del tutto conto del mio stato d’animo quando ti affermo che mia nonna era una schiava. E aggiungo che sto parlando di una donna, oltretutto molto cara, e non di una cosa comprata da un padrone, i cui figli diventarono altrettante cose proprio perché la loro madre era una schiava.”
Lo stesso lato umano, in questo caso quasi del tutto assente, ha lasciato traccia dell’incontro tra il nostro e Benny Goodman, che sviando alle domande sulla situazione “attuale” del Jazz, portava il dialogo esclusivamente su contesti che lo “elevavano” dal ruolo di jazzista, dal quale in seguito ha tratto infinita fama, come il suo impegno con alcuni compositori classici (Aaron Copland, Paul Hindemith). Un altro aspetto che è rimasto impresso nella memoria di Barazzetta era l’ostile rapporto che Goodman intratteneva con i suoi musicisti, per i quali aveva spesso parole caustiche, persino dure e che, anni dopo, gli fu confermato dal batterista Gene Krupa il quale, così rispose all’autore sul perché avesse lasciato Goodman nel ’38:
"ma lo sai che non ha mai, dico mai, chiamato nessuno dei musicisti che lavorarono con lui, e siamo stati in molti, sia che fossero solisti o no, buoni o cattivi, col nome proprio? Per lui noi siamo sempre stati dei «pop» qualunque. Hai capito bene? Non ci riconosceva alcun tipo di identità, quella artistica compresa.”
Di tutt’altro spessore è stato il rapporto che Barazzetta ha stretto con Duke Ellington, non a caso conosciuto da tutti come il Duca, anche per la sua eleganza musicale e per la sua nobiltà d’animo, che lasciò un ricordo indelebile e diede anche alcune fondamentali indicazioni per la sua professione di acuto osservatore musicale:
"voi critici non dovete parlare né considerare il Jazz come musica esclusivamente americana, perché questa è «una visione molto europea del Jazz»". Ed ancora suggeriva: “di focalizzare sempre l’indagine sul ruolo e l’opera dell’individuo, perché sono sempre loro i personaggi più importanti sulla scena. E non bisogna perdere tempo a raggrupparli in stili, scuole o tendenze. Osserva come io considero i miei individui, so esattamente ciò che ognuno di loro può darmi e sono sicuro che solo loro possono interpretare nella maniera giusta le mie composizioni.”
Ma su tutti colpisce la lunga esperienza umana che ha legato Barazzetta a Charles Mingus, di cui vengono pubblicate delle lettere inedite, che ci permettono di conoscere altri aspetti del grande musicista e compositore e, soprattutto, la difficile condizione, da noi immaginata come privilegiata, di un jazzista afroamericano, come racconta lui stesso in questo stralcio di lettera datata 29 maggio 1962:
“…comunque io voglio solo suonare in condizioni più comode e oneste di quelle che ci sono ora. Certo, Miles Davis ce l’ha fatta, ma pensa ai quindici anni di successo che avrebbe potuto avere prima. Pensa a Lester Young che muore in un albergo da un dollaro e un quarto a notte, all’attuale povertà delle famiglie di Fats Waller, di Jelly Roll Morton, di Bird. Perché non dovrei avere il diritto di chiedere a qualcuno del tuo paese se ci aiuta a cambiare qualcosa del potere che c’è sugli artisti?
Qui nessuno lo farà. Qui il Jazz lo stanno uccidendo se non va per la strada voluta da Glaser e dai suoi padrini. E se muore qui credi che possa sopravvivere nel tuo paese?”
Mingus, che spesso viene dipinto come schivo, irascibile e razzista al contrario, si è rivolto diverse volte con sincerità e modestia all’amico “Joe” Barazzetta, come nel maggio 1966 (di cui viene pubblicata la lettera manoscritta, cosa veramente rara):
“ Caro Giuseppe, AIUTO!
Qui stanno cercando di danneggiare i miei affari. Soprattutto da quando ho registrato la musica di Monterey 1964 . Non conosci qualcuno che vorrebbe lavorare con me… mi serve aiuto…”
Ovviamente, su tutto questo, la professionalità del critico Barazzetta, non si è mai lasciata coinvolgere dal giudizio personale ma a noi lettori ci viene offerto il raro privilegio di assistere a questo spettacolo con un posto in prima fila anzi, direttamente tra le quinte del palcoscenico.
Insomma, in queste duecento pagine Barazzetta è riuscito ad infondere l’anima del Jazz, nel suo aspetto più interessante e vero, che spesso sfugge ai più, e che ne garantisce invece la vitalità e la sua peculiarità come musica sempre nuova, continuamente cangiante, unica nel panorama culturale e di immenso valore umano.
Non è un caso che il libro abbia visto la luce grazie alla Fondazione Siena Jazz, un’istituzione unica nel panorama italiano, con la cura editoriale di Francesco Martinelli, responsabile della Sezione Ricerca del Centro Studi sul Jazz “Arrigo Polillo”, al quale l’autore ha già donato diversi materiali, documentazioni di avvenimenti, fino ai suoi preziosi ricordi contenuti in questo libro.
Non è un caso, dico, perché la passione e la competenza di Franco Caroni, direttore della Fondazione, di Martinelli e di tutto lo staff di Siena Jazz, mantengono lo stesso approccio umanistico rispetto al loro impegno di valorizzazione, diffusione e di insegnamento della musica jazz, che ha sempre avuto, ed ha tuttora, Giuseppe Barazzetta.
Grazie Joe!