Un libro straripante di verità che ha però il suo ipocentro in una bagattella
Voglio dire... tutti qui a erigere invenzioni lodevoli per giustificar questo libraccolo... perché? Toglieteci la bagattella... non potrete che trovarci sincere verità d'un pacifista coi fiocchi... schizzate quanto basta, ma vere! O forse siete anche voi un sozial Tuttovabenevich? Ah, beh... ma d'al
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Voglio dire... tutti qui a erigere invenzioni lodevoli per giustificar questo libraccolo... perché? Toglieteci la bagattella... non potrete che trovarci sincere verità d'un pacifista coi fiocchi... schizzate quanto basta, ma vere! O forse siete anche voi un sozial Tuttovabenevich? Ah, beh... ma d'altronde ciò che conta è lo stile.
Questo racconto, più d'ogni altro capolavoro del medico di Courbevoie, rende la lettura in italiano particolarmente sterile e ingannevole. Tanto di cappello al Guglielmi (di cui non possiamo leggere in toto la brillante traduzione di Mort à Credit ndr.) che è probabilmente il maggior esperto célinia
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Questo racconto, più d'ogni altro capolavoro del medico di Courbevoie, rende la lettura in italiano particolarmente sterile e ingannevole. Tanto di cappello al Guglielmi (di cui non possiamo leggere in toto la brillante traduzione di Mort à Credit ndr.) che è probabilmente il maggior esperto céliniano in patria, ma contro l'argot c'è ben poco da fare. Contro il torrente di neologismi, espressioni dialettali e pura invenzione Céliniana non si può non uscirne un po' sconfitti. Abbassarsi un pochettino. Le traduzioni di Céline sono l'Infinito abbassato al livello dei barboncini, citando il Voyage. C'abbiam mica poi tante colpe. Non se ne può far niente. Mettersi a studiar la lingua dei cugini dall'altra parte delle Alpi, l'è sì l'unica soluzione. Così, ammetto d'essermi perso anch'io, durante la lettura, nelle pagine mancine, quelle francesi. Fallendo il più delle volte, probabilmente. Ma potevo no farne a meno. L'occhio ci andava da solo, in cerca della petite musique. Per fortuna c'ho ancora una vitaccia davanti per imparare 'sta linguaccola transalpina. Un po' meno tempo, strasicuro, per imparar Céline.
« Ma proprio Nietzsche rileva : l'aver "ucciso Dio non è forse stata un'azione troppo grande per noi? Non dobbiamo forse divenire degli dèi per apparire degni di essa?". Del riconoscere che "nulla esiste, tutto è permesso", della "libertà dello spirito", la conseguenza inevitabile è: "Ora dovete
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« Ma proprio Nietzsche rileva : l'aver "ucciso Dio non è forse stata un'azione troppo grande per noi? Non dobbiamo forse divenire degli dèi per apparire degni di essa?". Del riconoscere che "nulla esiste, tutto è permesso", della "libertà dello spirito", la conseguenza inevitabile è: "Ora dovete dare la prova di una natura nobile." In Zarathustra si trova, in un noto passo, la formulazione più pregnante dello sfondo della crisi: "Ti dici Libero? Voglio conoscere i pensieri che in te predominano. Non m'importa sapere se tu sei sfuggito ad un giogo: sei tu uno di quelli che avevano diritto di sottrarsi al giogo? Molti sono coloro che gettarono via l'ultimo loro valore nel punto in cui cessarono di servire. Libero da che cosa? Che importa questo, a Zarathustra? Il tuo occhio deve annunciare, sereno: libero per fare che cosa?". E Zarathustra avverte che sarà terribile l'esser soli, senza legge alcuna al di sopra di sé con la propria libertà in uno spazio deserto e in un'aria ghiaccia, giudice e vindice della propria norma. Per chi solo servendo poteva acquistare un valore, per chi nei vincoli aveva non qualcosa che lo paralizzava, ma qualcosa che lo sosteneva, la solitudine apparirà come una maledizione, il coraggio verrà meno, l'orgoglio iniziale si piegherà. Vi sono dei sentimenti- continua a dire Zarathustra- che allora assalgono l'uomo libero e che non mancheranno di ucciderlo qualora non sia lui ad ucciderli. In termini precisi, da un punto di vista superiore, qui è dato il fondo essenziale della miseria dell'uomo moderno. » _________________________________________________________
Il nostro più sentito ringraziamento va poi al De Turris, il cui saggio conclusivo andrebbe stampato in appendice a TUTTE le opere del Barone. Per ruotare attorno ad uno stesso firmamento d'idee, per scalfirne la polpa, abbiamo trovato poi interessanti delle testimonianze ne "La fiamma e la celtica", di cui ci par doveroso riportare qualche estratto :
[...]A Regina Coeli c'è una delle più fornite biblioteche politiche in circolazione. Ogni detenuto politico - e a Regina Coeli ne sono passate diverse generazioni- usa lasciare in carcere qualche sua lettura, per quelli che restano, per quelli che verranno, per non portarsi dietro troppi pesi. Creando un accumulo di testi politici. Fu così che un pomeriggio scoprii il primo importante testo di Evola: Rivolta contro il mondo moderno. Mi sembrò favoloso. Esaustivo di ogni spiegazione sull'esistenza e sulla storia. Ma non avevo mai sentito parlare del suo autore, anzi pensavo fosse addirittura morto. Quando poi uscii dal carcere, scoprii che era vivo e cominciai, insiemi ad altri, a frequentarlo.
[...]E così Imperium pubblica un opuscolo di Evola: Orientamenti, uno dei testi sacri della gioventù neofascista. Rauti ammette :
Glielo strappammo a fatica. Disse che non l'avrebbe letto nessuno, che era meglio pubblicare testi che aveva già scritto, a cominciare dal suo classico Rivolta contro il mondo moderno che era del 1934. Ma noi inistemmo. Gli spiegammo che per i giovani camerati occorreva un'opera più pedagogica, più divulgativa. Avevamo ragione noi: Orientamenti è stato un successo. Ha avuto più di venti edizioni ufficiali.
Non c'è dubbio che Julius Evola abbia indicato un diverso fascismo da seguire. Un fascismo fatto di suggestioni fantastiche e leggendarie, di richiami a miti ed eroi fuori dal tempo. Per Evola, in realtà, il fascismo non è che l'ultima realizzazione, in ordine di tempo, di uno stile di vita e di una concezione del mondo che nella storia si sono sempre manifestati e che lui riassume in una sola parola: Tradizione. Per l'insegnamento evoliano la Tradizione si è già incarnata nella Grecia di Sparta e nell'impero romano, per giungere ai regni romano-barbarici e alle società celtiche, passando per le civiltà nordiche, al Sacro Romano Impero Germanico e al Medioevo ghibellino, fino agli imperi centrali e alle "rivoluzioni nazionali" degli anni Trenta e Quaranta: il fascismo italiano, quello giapponese dei "nuovi samurai" e, soprattutto, il Terzo Reich. Tutte esperienze, secondo Evola, che, pur lontanissime tra loro nel tempo e nello spazio, hanno in comune il richiamo alla Tradizione. [...] Tutte parole d'ordine che sono musica per le orecchie di giovani ventenni alla ricerca di idee-forza più convincenti di quelle che può loro fornire l'armamentario ideologico-culturale del fascismo italiano, troppo provinciale e anacronistico con i suoi richiami alla retorica, alle marcette militari, agli slogan nazionalisti e risorgimentali.
[...]Ci fece insomma capire che il fascismo era un evento cosmico che si inseriva in una continuità storica. Diceva sempre che le forme dei regimi passano come gli abiti o le fogge delle scarpe, l'importante è che resti inalterata la loro concezione del mondo. E poi, cosa che ci pose in grande polemica con molti camerati del Msi, ci fece superare il concetto di "nazionalismo" per approdare a un concetto diverso: "la nostra Patria è là dove si combatte per la nostra idea". Ci portò quindi a riconoscere i nostri simili al di là delle frontiere e del tempo e a non riconoscerli, invece, nei nostri connazionali o in molti che, pur militando nel nostro stesso partito, avevano una concezione del mondo troppo distante dalla nostra.
[...]Mi presento da lui e mi dice: «Senti, Franzolin, qui c'è un 'rompicoglioni' che scriverà sul Secolo. Pensaci tu». «Chi è?» gli chiedo. Lui risponde: «Evola!» «Ma Evola», gli faccio notare, «è un personaggio di grande spessore...» E lui: «Io leggo i romanzi gialli, che me ne frega di Evola. Lo affido a te.» Allora vado a trovare Evola in corso Vittorio. Mi accoglie in carrozzella. In un ambiente cupo, tenebroso, crepuscolare. Circondato da molti studenti che lui trattava come Socrate deve aver trattato i suoi discepoli, con lo stesso distacco professorale. Ci diamo del lei. Lo chiamo «professore». Mi appare come un santone. Mi offre un magnifico tè con i pasticcini, servito da una donna. Gli dico: «Professore, sono venuto a ritirare l'articolo». Risponde: «Lei è Franzolin? Questo è il mio articolo. Scriverò ogni quindici giorni». Io dico: «Farò sempre un elzeviro di presentazione del suo articolo». E lui: «Grazie, grazie... Ma lei stava nella Repubblica?» «Sì», rispondo, «ero nella X Mas, come corrispondente di guerra.» Direi che era molto incuriosito da chi aveva fatto esperienze di vita diverse dalle sue. Era senz'altro molto colto. Parlava le lingue. Aveva avuto grosse frequentazioni, veniva dalle grandi avanguardie francesi. Ma era il mondo che gli girava intorno a farmi sorridere. Tutti questi giovani "esoterici" che si ritenevano superiori e si prendevano terribilmente sul serio. Erano una setta. Non era più fascismo. O almeno non era il fascismo che intendevo io.[...] _______________________________________________
Insomma, nient'altro che un cattivo maestro. Nient'altro che cattivi discepoli.
E soprattutto cattivi esegeti. Quelli sempre. Troppi.
[...]Ricordo che un giorno eravamo insieme a pranzo in una trattoria romana. La cosa che mi colpì fu la quantità enorme di pepe che Evola distribuì sul piatto di carbonara che aveva davanti. Ma non era niente di fronte all'impressione ancora maggiore che mi avrebbe fatto da lì a qualche minuto. Mentre stavamo mangiando ci giunse la notizia che Franco, alla guida delle sue truppe, era partito dalle Canarie ed era sbarcato in Spagna per prendere il potere. Io rimasi molto impressionato, come del resto, tutti gli altri commensali. Lui invece rimase imperturbabile. Gli chiesi: «Ma non ti colpisce questa notizia?» Rispose: «Affatto. Io guardo altrove...»
Così Yukio Mishima urlava dall'alto di quel balcone mentre si dimenava con la sua elegante compostezza. Non per la libertà! Non per la democrazia!... Ma per il Giappone.
In quei momenti in testa a quella fiamma che stava per spegnersi s'agitavano di sicuro varie ombre, alcune tormentose e piene di
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Così Yukio Mishima urlava dall'alto di quel balcone mentre si dimenava con la sua elegante compostezza. Non per la libertà! Non per la democrazia!... Ma per il Giappone.
In quei momenti in testa a quella fiamma che stava per spegnersi s'agitavano di sicuro varie ombre, alcune tormentose e piene di dubbi, altre accecate da una luce rivelatrice. Di sicuro in questo mare procelloso s'aggiravano pieni della loro importanza due kanji che Mishima doveva conoscer bene: 葉隠.
Poi ci sono io, a lezione. Eclissato dalla schiera di frigidi studenti. Rincoglioniti da troppi assiomi e figli di una sonnolente democrazia nella quale i movimenti della loro anima si sono definitivamente arrestati. Succubi, dal loro primo passo in questo cantuccio di mondo.
Li guardo. Me li studio. S'agitano in me gli stessi kanji che già Mishima aveva letto e fatto suoi : 葉隠. E così, applicando una semplice variazione che mi par dovere d'adoperare, mi verrebbe d'alzarmi in piedi, in un attimo di silenzio, coglierlo al volo e azzardare il mio :
"Voi siete Esseri Umani, non è vero!?..."
Poi, nell'attimo che segue il pensiero e ritarda l'azione, in quell'attimo maledetto in cui la maggior parte di noi s'è impaludata, me li squadro meglio. Cinicamente oggettivo. La fiamma d'azione che stava sorgendo rifugge spaventata, si dilegua con dignità. Riprendo la penna e continuo a scrivere.
Son figlio della loro stessa sonnolenta democrazia.
Un rōnin senza padrone in cerca del suo onore, o del seppuku per riscattarlo.
Bagatelle per un massacro
Voglio dire... tutti qui a erigere invenzioni lodevoli per giustificar questo libraccolo... perché? Toglieteci la bagattella... non potrete che trovarci sincere verità d'un pacifista coi fiocchi... schizzate quanto basta, ma vere! O forse siete anche voi un sozial Tuttovabenevich? Ah, beh... ma d'al ... (continue)
Voglio dire... tutti qui a erigere invenzioni lodevoli per giustificar questo libraccolo... perché? Toglieteci la bagattella... non potrete che trovarci sincere verità d'un pacifista coi fiocchi... schizzate quanto basta, ma vere! O forse siete anche voi un sozial Tuttovabenevich? Ah, beh... ma d'altronde ciò che conta è lo stile.
Casse-pipe
Questo racconto, più d'ogni altro capolavoro del medico di Courbevoie, rende la lettura in italiano particolarmente sterile e ingannevole. Tanto di cappello al Guglielmi (di cui non possiamo leggere in toto la brillante traduzione di Mort à Credit ndr.) che è probabilmente il maggior esperto célinia ... (continue)
Questo racconto, più d'ogni altro capolavoro del medico di Courbevoie, rende la lettura in italiano particolarmente sterile e ingannevole. Tanto di cappello al Guglielmi (di cui non possiamo leggere in toto la brillante traduzione di Mort à Credit ndr.) che è probabilmente il maggior esperto céliniano in patria, ma contro l'argot c'è ben poco da fare. Contro il torrente di neologismi, espressioni dialettali e pura invenzione Céliniana non si può non uscirne un po' sconfitti. Abbassarsi un pochettino. Le traduzioni di Céline sono l'Infinito abbassato al livello dei barboncini, citando il Voyage. C'abbiam mica poi tante colpe. Non se ne può far niente. Mettersi a studiar la lingua dei cugini dall'altra parte delle Alpi, l'è sì l'unica soluzione.
Così, ammetto d'essermi perso anch'io, durante la lettura, nelle pagine mancine, quelle francesi. Fallendo il più delle volte, probabilmente. Ma potevo no farne a meno. L'occhio ci andava da solo, in cerca della petite musique.
Per fortuna c'ho ancora una vitaccia davanti per imparare 'sta linguaccola transalpina. Un po' meno tempo, strasicuro, per imparar Céline.
Cavalcare la Tigre
« Ma proprio Nietzsche rileva : l'aver "ucciso Dio non è forse stata un'azione troppo grande per noi? Non dobbiamo forse divenire degli dèi per apparire degni di essa?". Del riconoscere che "nulla esiste, tutto è permesso", della "libertà dello spirito", la conseguenza inevitabile è: "Ora dovete ... (continue)
« Ma proprio Nietzsche rileva : l'aver "ucciso Dio non è forse stata un'azione troppo grande per noi? Non dobbiamo forse divenire degli dèi per apparire degni di essa?". Del riconoscere che "nulla esiste, tutto è permesso", della "libertà dello spirito", la conseguenza inevitabile è: "Ora dovete dare la prova di una natura nobile." In Zarathustra si trova, in un noto passo, la formulazione più pregnante dello sfondo della crisi: "Ti dici Libero? Voglio conoscere i pensieri che in te predominano. Non m'importa sapere se tu sei sfuggito ad un giogo: sei tu uno di quelli che avevano diritto di sottrarsi al giogo? Molti sono coloro che gettarono via l'ultimo loro valore nel punto in cui cessarono di servire. Libero da che cosa? Che importa questo, a Zarathustra? Il tuo occhio deve annunciare, sereno: libero per fare che cosa?". E Zarathustra avverte che sarà terribile l'esser soli, senza legge alcuna al di sopra di sé con la propria libertà in uno spazio deserto e in un'aria ghiaccia, giudice e vindice della propria norma. Per chi solo servendo poteva acquistare un valore, per chi nei vincoli aveva non qualcosa che lo paralizzava, ma qualcosa che lo sosteneva, la solitudine apparirà come una maledizione, il coraggio verrà meno, l'orgoglio iniziale si piegherà. Vi sono dei sentimenti- continua a dire Zarathustra- che allora assalgono l'uomo libero e che non mancheranno di ucciderlo qualora non sia lui ad ucciderli. In termini precisi, da un punto di vista superiore, qui è dato il fondo essenziale della miseria dell'uomo moderno. »
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Il nostro più sentito ringraziamento va poi al De Turris, il cui saggio conclusivo andrebbe stampato in appendice a TUTTE le opere del Barone.
Per ruotare attorno ad uno stesso firmamento d'idee, per scalfirne la polpa, abbiamo trovato poi interessanti delle testimonianze ne "La fiamma e la celtica", di cui ci par doveroso riportare qualche estratto :
[...]A Regina Coeli c'è una delle più fornite biblioteche politiche in circolazione. Ogni detenuto politico - e a Regina Coeli ne sono passate diverse generazioni- usa lasciare in carcere qualche sua lettura, per quelli che restano, per quelli che verranno, per non portarsi dietro troppi pesi. Creando un accumulo di testi politici. Fu così che un pomeriggio scoprii il primo importante testo di Evola: Rivolta contro il mondo moderno. Mi sembrò favoloso. Esaustivo di ogni spiegazione sull'esistenza e sulla storia. Ma non avevo mai sentito parlare del suo autore, anzi pensavo fosse addirittura morto. Quando poi uscii dal carcere, scoprii che era vivo e cominciai, insiemi ad altri, a frequentarlo.
[...]E così Imperium pubblica un opuscolo di Evola: Orientamenti, uno dei testi sacri della gioventù neofascista. Rauti ammette :
Glielo strappammo a fatica. Disse che non l'avrebbe letto nessuno, che era meglio pubblicare testi che aveva già scritto, a cominciare dal suo classico Rivolta contro il mondo moderno che era del 1934. Ma noi inistemmo. Gli spiegammo che per i giovani camerati occorreva un'opera più pedagogica, più divulgativa. Avevamo ragione noi: Orientamenti è stato un successo. Ha avuto più di venti edizioni ufficiali.
Non c'è dubbio che Julius Evola abbia indicato un diverso fascismo da seguire. Un fascismo fatto di suggestioni fantastiche e leggendarie, di richiami a miti ed eroi fuori dal tempo. Per Evola, in realtà, il fascismo non è che l'ultima realizzazione, in ordine di tempo, di uno stile di vita e di una concezione del mondo che nella storia si sono sempre manifestati e che lui riassume in una sola parola: Tradizione. Per l'insegnamento evoliano la Tradizione si è già incarnata nella Grecia di Sparta e nell'impero romano, per giungere ai regni romano-barbarici e alle società celtiche, passando per le civiltà nordiche, al Sacro Romano Impero Germanico e al Medioevo ghibellino, fino agli imperi centrali e alle "rivoluzioni nazionali" degli anni Trenta e Quaranta: il fascismo italiano, quello giapponese dei "nuovi samurai" e, soprattutto, il Terzo Reich. Tutte esperienze, secondo Evola, che, pur lontanissime tra loro nel tempo e nello spazio, hanno in comune il richiamo alla Tradizione. [...] Tutte parole d'ordine che sono musica per le orecchie di giovani ventenni alla ricerca di idee-forza più convincenti di quelle che può loro fornire l'armamentario ideologico-culturale del fascismo italiano, troppo provinciale e anacronistico con i suoi richiami alla retorica, alle marcette militari, agli slogan nazionalisti e risorgimentali.
[...]Ci fece insomma capire che il fascismo era un evento cosmico che si inseriva in una continuità storica. Diceva sempre che le forme dei regimi passano come gli abiti o le fogge delle scarpe, l'importante è che resti inalterata la loro concezione del mondo. E poi, cosa che ci pose in grande polemica con molti camerati del Msi, ci fece superare il concetto di "nazionalismo" per approdare a un concetto diverso: "la nostra Patria è là dove si combatte per la nostra idea". Ci portò quindi a riconoscere i nostri simili al di là delle frontiere e del tempo e a non riconoscerli, invece, nei nostri connazionali o in molti che, pur militando nel nostro stesso partito, avevano una concezione del mondo troppo distante dalla nostra.
[...]Mi presento da lui e mi dice: «Senti, Franzolin, qui c'è un 'rompicoglioni' che scriverà sul Secolo. Pensaci tu». «Chi è?» gli chiedo. Lui risponde: «Evola!» «Ma Evola», gli faccio notare, «è un personaggio di grande spessore...» E lui: «Io leggo i romanzi gialli, che me ne frega di Evola. Lo affido a te.» Allora vado a trovare Evola in corso Vittorio. Mi accoglie in carrozzella. In un ambiente cupo, tenebroso, crepuscolare. Circondato da molti studenti che lui trattava come Socrate deve aver trattato i suoi discepoli, con lo stesso distacco professorale. Ci diamo del lei. Lo chiamo «professore». Mi appare come un santone. Mi offre un magnifico tè con i pasticcini, servito da una donna. Gli dico: «Professore, sono venuto a ritirare l'articolo». Risponde: «Lei è Franzolin? Questo è il mio articolo. Scriverò ogni quindici giorni». Io dico: «Farò sempre un elzeviro di presentazione del suo articolo». E lui: «Grazie, grazie... Ma lei stava nella Repubblica?» «Sì», rispondo, «ero nella X Mas, come corrispondente di guerra.» Direi che era molto incuriosito da chi aveva fatto esperienze di vita diverse dalle sue. Era senz'altro molto colto. Parlava le lingue. Aveva avuto grosse frequentazioni, veniva dalle grandi avanguardie francesi. Ma era il mondo che gli girava intorno a farmi sorridere. Tutti questi giovani "esoterici" che si ritenevano superiori e si prendevano terribilmente sul serio. Erano una setta. Non era più fascismo. O almeno non era il fascismo che intendevo io.[...]
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Insomma, nient'altro che un cattivo maestro.
Nient'altro che cattivi discepoli.
E soprattutto cattivi esegeti.
Quelli sempre.
Troppi.
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https://www.facebook.com/note.php?note_id=363120220390237
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[...]Ricordo che un giorno eravamo insieme a pranzo in una trattoria romana. La cosa che mi colpì fu la quantità enorme di pepe che Evola distribuì sul piatto di carbonara che aveva davanti. Ma non era niente di fronte all'impressione ancora maggiore che mi avrebbe fatto da lì a qualche minuto. Mentre stavamo mangiando ci giunse la notizia che Franco, alla guida delle sue truppe, era partito dalle Canarie ed era sbarcato in Spagna per prendere il potere. Io rimasi molto impressionato, come del resto, tutti gli altri commensali. Lui invece rimase imperturbabile. Gli chiesi: «Ma non ti colpisce questa notizia?» Rispose: «Affatto. Io guardo altrove...»
Fontamara
A libro chiuso, ti rimane in bocca il sapor del triste vino rosso, quando la notte è ancora giovane e già ci si prepara a camminar verso il Fucino.
Hagakure. Il codice segreto dei samurai
Così Yukio Mishima urlava dall'alto di quel balcone mentre si dimenava con la sua elegante compostezza.
Non per la libertà! Non per la democrazia!... Ma per il Giappone.
In quei momenti in testa a quella fiamma che stava per spegnersi s'agitavano di sicuro varie ombre, alcune tormentose e piene di ... (continue)
Così Yukio Mishima urlava dall'alto di quel balcone mentre si dimenava con la sua elegante compostezza.
Non per la libertà! Non per la democrazia!... Ma per il Giappone.
In quei momenti in testa a quella fiamma che stava per spegnersi s'agitavano di sicuro varie ombre, alcune tormentose e piene di dubbi, altre accecate da una luce rivelatrice.
Di sicuro in questo mare procelloso s'aggiravano pieni della loro importanza due kanji che Mishima doveva conoscer bene: 葉隠.
Poi ci sono io, a lezione.
Eclissato dalla schiera di frigidi studenti. Rincoglioniti da troppi assiomi e figli di una sonnolente democrazia nella quale i movimenti della loro anima si sono definitivamente arrestati.
Succubi, dal loro primo passo in questo cantuccio di mondo.
Li guardo. Me li studio.
S'agitano in me gli stessi kanji che già Mishima aveva letto e fatto suoi : 葉隠.
E così, applicando una semplice variazione che mi par dovere d'adoperare, mi verrebbe d'alzarmi in piedi, in un attimo di silenzio, coglierlo al volo e azzardare il mio :
"Voi siete Esseri Umani, non è vero!?..."
Poi, nell'attimo che segue il pensiero e ritarda l'azione, in quell'attimo maledetto in cui la maggior parte di noi s'è impaludata, me li squadro meglio. Cinicamente oggettivo.
La fiamma d'azione che stava sorgendo rifugge spaventata, si dilegua con dignità.
Riprendo la penna e continuo a scrivere.
Son figlio della loro stessa sonnolenta democrazia.
Un rōnin senza padrone in cerca del suo onore,
o del seppuku per riscattarlo.