Questo romanzo è senza ombra di dubbio uno dei migliori lavori di questo grande autore americano. Forse è uno dei meno conosciuti (mi riferisco a opere del calibro di "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?" che sono senza dubbio quelle più note), ma sicuramente è una grande prova di genio artis
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Questo romanzo è senza ombra di dubbio uno dei migliori lavori di questo grande autore americano. Forse è uno dei meno conosciuti (mi riferisco a opere del calibro di "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?" che sono senza dubbio quelle più note), ma sicuramente è una grande prova di genio artistico. Leggendo "Labirinto di Morte", inoltre, ho compreso davvero il motivo per cui Philip K. Dick è considerato, assieme a J.G. Ballard, uno dei precursori del movimento Cyberpunk. Il romanzo tratta uno dei temi più cari all'autore: cosa è reale e cosa non lo è. La storia sembra tratta da un'allucinazione, da un incubo ad occhi aperti. Bisogna anche dire che è uno dei romanzi più avventurosi di questo autore, la cui storia si dipana con ritmi serrati, veloci, trasportando il lettore nei panni dei protagonisti, braccati da enormi pericoli. Prendete dei coloni destinati a stabilirsi su un pianeta nuovo e misterioso, il cui nome è Delmak-0. Immaginate, quindi, che questi uomini e queste donne siano tutti molto individualisti e fare gruppo non sia il loro forte. A questo punto, poneteli in un mondo ostile e gravido di pericoli, pronti ad aggredirli dietro ogni pagina. Gli ingredienti ci sono tutti, affinchè abbia inizio una catena di omicidi che cominci ad assottigliare il numero dei coloni (all'inizio quattordici in tutto). In un mondo popolato da allucinazioni, da stupefacenti, in cui la nuova religione si rifà ad un misto di Cristianesimo, Dualismo Gnostico, Zoroastrismo, Giudaismo e Buddismo, durante la trama si cominciano a notare alcune discrepanze che, alla fine conducono alla rivelazione finale: ciò che si vede è illusorio, è solo la punta dell'iceberg. Questo romanzo, scritto nel '68, si colloca praticamente alle soglie del periodo che potremmo definire come la "maturità" di questo autore. I temi, pur essendo quelli cari, come l'allucinazione alle soglie della schizofrenia, un'alterata percezione della realtà, ma anche la paranoia e la malattia mentale (problemi cui non fu estraneo nemmeno lo stesso Dick, in seguito all'abuso di stupefacenti), vengono affrontati da nuove prospettive e, in mezzo a questi contenuti consueti, comincia a germogliare la necessità di una presenza divina all'interno della storia. "Labirinto di Morte", infatti, sembra contenere i prodromi di quella crisi che condurrà P.K. Dick alla ricerca di Dio e che si espleterà per tutti gli anni '70 (momento in cui egli rivede tante sue posizioni, fino a sfociare nella trilogia di Valis agli inizi degli anni '80. Esulando, comunque, da tutte queste valutazioni un po' più "tecniche", mi sento comunque di dire che, come sempre, Dick si rivela un grande autore che ascrivere unicamente alla fantascienza sarebbe a dir poco riduttivo. Inoltre, questo romanzo è in grado di regalare momenti di piacevole svago a tutti gli amanti del genere, ma anche a coloro che volessero accostarvisi da "profani".
Devo innanzitutto dire che le mie aspettative nei confronti di questo libro erano davvero alte, forse troppo. In qualche modo mi aspettavo da James Ballard tantissimo: questo stato di cose mi ha portato a dare una stellina in meno rispetto a quanto questo autore ha meritato di solito. Memore dei suo
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Devo innanzitutto dire che le mie aspettative nei confronti di questo libro erano davvero alte, forse troppo. In qualche modo mi aspettavo da James Ballard tantissimo: questo stato di cose mi ha portato a dare una stellina in meno rispetto a quanto questo autore ha meritato di solito. Memore dei suoi racconti e de "Il condominio", come avrei potuto pretendere di meno da lui? Sia ben chiaro, "Crash" è senza ombra di dubbio un capolavoro, un romanzo innovativo e geniale. Ma, per quel che mi riguarda, Ballard ha scritto di meglio. Il romanzo di per sé non sembra neanche un lavoro di fantascienza, ma questo non mi stupisce, in quanto questo autore non ha mai scritto alla maniera canonica, tipica di altri scrittori. E proprio in questo particolare, oltre che nella sua sconfinata fantasia, risiede la grandezza J.G. Ballard. I temi sono comunque quelli che lo caratterizzano sempre: la rottura degli schemi, l'uscire dalla monotonia come sacrosanto bisogno di evasione da una dimensione costrittiva. Il nodo centrale di "Crash" è il sesso vissuto come rottura della monotonia, come bisogno di affermazione di un ego intrappolato in una società dalle visioni ristrette. Il sesso è forse il punto di partenza di questo romanzo, nel quale il protagonista è l'autore stesso che vive con la moglie Catherine una relazione più o meno aperta, in cui i due coniugi si raccontano le loro piccole infedeltà per ravvivare i loro rapporti che altrimenti sarebbero spenti e scialbi. Questa è la vita di Ballard, fino al giorno in cui questi rimane vittima di uno scontro frontale con la sua auto. Sull'altra auto si trovano, invece, Helen Remington ed il marito che rimane ucciso durante l'incidente e muore proprio davanti al protagonista che non può far altro che osservare impotente, incastrato nell'abitacolo della sua auto, l'uomo agonizzante sul suo parabrezza. Da questo momento in poi, dunque, si ha una rottura della monotonia, anzi un vero e proprio strappo nel tessuto della realtà. Prima vi è la convalescenza in ospedale, durante la quale l'autore nota che qualcosa è cambiato, soprattutto nel modo di concepire il suo erotismo, attratto dalle infermiere dapprima, ma considerandone aspetti nuovi e affascinanti, per quanto macabri. La moglie Catherine, d'altro canto, rimane scossa dall'evento che sembra ravvivare i suoi sentimenti: dapprima lo masturba in ospedale, in seguito, una volta fuori, i loro rapporti sessuali sembrano ravvivati da nuova passione. Sempre in ospedale avviene il primo incontro con la Remington, che sembra dapprima risentita nei suoi confronti ma che allo stesso tempo lo attrae parecchio, e con Vaughan, un uomo sinistro, dal volto sfregiato che frequenta i luoghi degli incidenti. Una volta uscito dall'ospedale, dunque, l'autore finisce in un mondo nuovo, a suo modo fantastico. Dapprima ha una serie di rapporti sessuali con la dottoressa Remington e quindi approfondisce i suoi rapporti con Robert Vaughan, il quale si rivela essere un perverso psicompompo in questi inferi fatti di macchine distrutte, lamiere distorte, uomini e donne sfregiati e cadaveri dentro le carcasse delle auto. Un mondo fatto di perversioni, di amori omoerotici, di sesso vissuto come vero e proprio punto di rottura con il mondo. Sempre il sesso si rivela essere un'importante mezzo di comunicazione per queste persone che sono sopravvissute ad un trauma terribile, quale può essere un incidente stradale. E' un mondo di alta velocità, di schianti, di sangue e di umori secreti dal corpo umano, un cocktail che si rivela un vero e proprio afrodisiaco per il protagonista e per tutti i personaggi di questa storia. Questo romanzo introduce il lettore in una dimensione fatta di atti sessuali deformati, distorti, in un vortice discendente di perversioni sempre nuove e sempre più brutali, capaci di colpire come un pugno in faccia. "Crash" è dunque una metafora attraverso la quale J.G. Ballard, compatibilmente con il suo stile paradossale ed estremo, ci racconta del bisogno dei suoi personaggi, ma più in generale dell'uomo, di uscire dagli schemi, di fuggire da quella gabbia dorata che si è costruito da sé e che è la società.
E' doverosa una premessa, cominciando a parlare di questo romanzo: come sempre P.K. Dick è stato in grado di donarci una storia avvincente e coinvolgente e, alla stessa maniera, le tematiche trattate sono davvero complicate e profonde. C'è davvero tanta carne al fuoco e le chiavi di lettura di quest
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E' doverosa una premessa, cominciando a parlare di questo romanzo: come sempre P.K. Dick è stato in grado di donarci una storia avvincente e coinvolgente e, alla stessa maniera, le tematiche trattate sono davvero complicate e profonde. C'è davvero tanta carne al fuoco e le chiavi di lettura di quest'opera sono molteplici. Come ogni romanzo di fantascienza Dickiano, inoltre, "Radio libera Albemuth" sublima le tensioni del periodo storico in cui è stato scritto, inserendo, nel contempo, alcune riflessioni davvero profonde su un'infinità di tematiche. Alcune spiccano indubbiamente sulle altre e, tra queste, troviamo il trascendentale, la spiritualità ed un'attenta analisi sulla natura del potere nelle società umane. Questo romanzo, in particolare, si colloca in un periodo particolare della vita di Philip K. Dick. E' il 1976 e l'autore è impegnato in profonde riflessioni riguardanti la spiritualità. Secondo alcuni, infatti, sarebbe alla ricerca di Dio. Sempre secondo la critica, "Radio libera Albemuth" sarebbe una prima stesura di Valis, primo romanzo dell'omonima trilogia. E proprio con Valis è d'obbligo un paragone, sottolineandone qualche piccola similitudine. Innanzitutto, bisogna dire che la struttura di questo romanzo è davvero particolare, come particolare risulta la narrazione che ne è diretta conseguenza. Il libro è diviso in tre parti, intitolate rispettivamente Phil, Nicholas e di nuovo Phil. Questa struttura è dovuta al fatto che nella prima parte il narratore è Phil, ovvero Philip K. Dick, che compare nel suo stesso romanzo come personaggio. Nella seconda, invece, il narratore e Nicholas Brady, che altri non è che un alter ego dell'autore che si sdoppia creando così il protagonista. Infine, nella terza parte, la parola ritorna a Phil. Inoltre, la narrazione di questi due personaggi si continua come fosse un tutt'uno, riprendendo da dove l'altro ha lasciato. Sono solo i punti di vista che cambiano: una volta è Phil a raccontare la storia di Nicholas, quindi è Nicholas a raccontare di sé, mentre Phil diventa per qualche momento poco più di una comparsa. Ma, in fondo, Phil e Nicholas non sono solo due estensioni della stessa personalità? La risposta non è così semplice. Sono certamente solo due "maschere" dell'autore e sono senza dubbio funzionali alla narrazione, ma allo stesso tempo sono dei personaggi di fantasia. In particolare Nicholas che pure ripercorre alcune tappe biografiche determinanti nella vita dell'autore, quale, ad esempio, quella di essere cacciato dall'università perchè contrario alla guerra in Vietnam e per non aver voluto sostenere alcuni mesi di addestramento militare, a quei tempi obbligatorio per gli studenti universitari statunitensi. La peculiarità dello sdoppiamento tra Phil e un alter ego, inoltre, viene ripresa proprio in Valis, dove non vi è più Nicolas Brady, ma Horselover Fat (calco di Philip Dick). Tuttavia, Nicholas Brady è un personaggio reale, secondo la storia, mentre Horselover è solo un frutto della schizofrenia dello stesso autore. Inoltre, un'altra differenza tra questo romanzo e Valis è la maggiore scorrevolezza che nel romanzo successivo viene invece sacrificata per usare la tecnica del conscious stream. Inoltre, in Valis la riflessione filosofica e religiosa si fa molto più profonda e raffinata, anche se di difficile comprensione e non accessibile a tutti. Pubblicato nel 1985, tre anni dopo la morte dell'autore, "Radio libera Albemuth" è il primo romanzo in cui compare Valis, chiamato anche Valisystem-A, all'inizio. Ma chi o cosa è Valis? VALIS è un acronimo e sta per: Vast Active Living Intelligence System. Dunque, si tratta di un sorta di intelligenza artificiale, ma non è tutto qui. Valis è quanto di più prossimo ad una divinità, un intelligenza benevola che cerca di guidare gli esseri senzienti nella galassia, che cerca di mettersi in contatto con loro. Questa intelligenza è stata lasciata da esseri superiori che hanno sviluppato il terzo occhio. Come spiegherà poi il romanzo Valis, questi esseri sono i figli di Ikhnaton. Ma in "Radio libera Albemuth" vengono solo descritti, ma non nominati esplicitamente. Valis tenta di mettersi in contatto con l'umanità che è rimasta esclusa dalla grande rete intergalattica in cui sono connessi tutti gli esseri senzienti, grazie proprio a questa intelligenza e a vari operatori presenti, intelligenze minori, una delle quali e AL, diminutivo di Albemuth, la stella dalla quale vengono inviati satelliti e attraverso la quale si cerca di contattare l'umanità. Proprio l'esclusione da questa grande rete intergalattica, inoltre, è la causa di tutte le sofferenze che affliggono l'umanità. La guerra in Vietnam è una delle tante, ma poi vi è la tirannia che si espleta con la salita al potere di Ferris F. Fremont (chiamato anche F.F.F. e alter ego di Richard Nixon) che porta negli Stati Uniti ad un regime di intolleranza, di oppressione. Non è più possibile il dissenso, nessuno è più libero di esprimersi. Viene creato un vero e proprio regime di terrore e paranoia attuando alcune misure drastiche, quale la creazione dei FAP (Friends of American People), una polizia segreta il cui compito è la delazione, la fabbricazione di prove con le quali incastrare la gente, la coercizione e l'obbligare le persone a tradire amici e parenti. Paradossalmente, gli Stati Uniti non divengono altro che un'immagine speculare dell'URSS, della quale Fremont si rivela infine essere un agente. E proprio qui si innesta una delle più interessanti riflessioni sul potere che mi sia capitato di leggere. Il potere è estensione nel tempo dell'Impero romano, lo stesso che ha mandato a morte Cristo e martirizzato i cristiani. Esso non è mai caduto veramente, non ha mai avuto fine. Si è solo trasformato nel tempo. Ha solo preso altre forme nel corso della storia, riemergendo a tratti con violenza e con durezza. E adesso si esplica Nella presenza di due grandi imperi che sono solo le due facce della medaglia: USA e URSS (non bisogna dimenticare che il romanzo è stato scritto negli anni '70, quando ancora la tensione tra le due potenze era ancora enorme). In questo mondo cupo si muovono Phil e Nicholas, cercando di non rimanere invischiati nei tranelli tesi loro dagli agenti del tiranno. Cercando di capire se Aramcheck (una fantomatica associazione sovversiva, forse inventata da Fremont per fare terrorismo psicologico) esista e cosa sia davvero. Infine, vorrei fare una piccola notazione sul finale che mi ha in parte sorpreso, in quanto non l'ho trovato affatto un tipico finale alla Dick, un po' per i toni tragici, un po' perchè, di solito, questo autore preferisce lasciare molte cose in sospeso. Questa volta, si potrebbe dire che la vicenda si esplica per intero, seppure una sospensione vi sia nel finale: ma questa è solo una flebile speranza!
Il titolo di questa recensione può sembrare al quanto ovvio, ma l'ho usato volutamente, poichè 1984 di George Orwell è sicuramente un sinonimo di questa parola che va a descrivere un vero e proprio genere letterario, ormai abbastanza quotato. 1984 è sinonimo, quasi archetipo, di distopia: un mondo f
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Il titolo di questa recensione può sembrare al quanto ovvio, ma l'ho usato volutamente, poichè 1984 di George Orwell è sicuramente un sinonimo di questa parola che va a descrivere un vero e proprio genere letterario, ormai abbastanza quotato. 1984 è sinonimo, quasi archetipo, di distopia: un mondo futuro ove l'evoluzione degli eventi è andata nel peggiore dei modi. Questo romanzo è una pietra miliare della letteratura mondiale, uno dei fondamentali, ma al di là della sua fama, più che meritata, esso rappresenta anche uno spunto per una riflessione profonda. La storia è ambientata in un futuro abbastanza lontano per l'autore, anche se già dal titolo si capisce che la datazione è un tantino obsoleta. Ma ciò che più conta, dopo tutto, non è il quando e nemmeno il dove. In fondo, per l'autore stesso questa storia si sarebbe potuta svolgere in qualsiasi punto del mondo, idealmente diviso in tre grandi potenze, tre enormi compagini territoriali (Oceania, Eurasia ed Estasia) che non differiscono molto tra di loro. Pur essendo tanto simili, o forse proprio a causa dell'estrema similitudine di questi tre enormi stati futuri, queste tre potenze sono sempre in guerra tra di loro. Una guerra che altro non è che inganno, o parte di una grande farsa che serve a tenere i cittadini nel terrore, ad alimentare un clima di odio verso i nemici, verso tutti coloro che la pensano diversamente. Un guerra in cui nemici e alleati cambiano di continuo, senza che nel mondo nessun cittadino se ne accorga o ci faccia troppo caso. La storia si svolge in uno scenario dalle tinte fosche, ove regna un regime totalitario presieduto dal "Grande Fratello" (Big Brother in inglese che andrebbe meglio reso come "Fratello Maggiore") una figura distante come la guerra e che allo stesso modo è in grado di incutere paura, mista ad una sorta di terrore reverenziale e ad amore da parte di cittadini lobotomizzati da una progressiva analfabetizzazione, instupiditi e addormentati. Anche in questo mondo, come in tante distopie, un avanzatissimo sistema di mass media contribuisce a fare la sua parte grazie ad un continuo bombardamento di slogan propagandistici, di falsità, di verità inesistenti. Il merito di Orwell è certamente quello di essere stato il primo a intuire questo potere dai risvolti devastanti che hanno teleschermi e radio, scrivendo questo romanzo durante il secondo dopoguerra. Oltre a megaschermi e altoparlanti, poi, ci sono le telecamere che osservano, che vedono tutto, che rubano la privacy ai cittadini, comprimendone ogni essenziale diritto. In questo scenario da incubo si svolge la storia di Winston Smith, un uomo che ha la percezione di qualcosa che non funziona, che vive un disagio continuo. In fondo il suo lavoro consiste proprio nel manipolare le informazioni, riscrivendo interi articoli di giornale "cambiano il passato" a piacimento del partito. In questo mondo Winston vive la sua storia d'amore con Julia, seppure amare sia severamente vietato, fino al suo tragico e scontato finale. Non aspettatevi nessun lieto fine, perchè questo mondo non ne regala. Devo ammettere che ci sarebbe ancora tanto da dire, tanto e stato detto e mille idee mi si affollano in testa, dopo la lettura di 1984. Cos'altro potrei scrivere? Come sempre la mia attenzione si rivolge al paradossale, all'estremizzazione che è presente in questo romanzo più che mai. Fortunatamente, il mondo reale non è così palesemente proibitivo e duro, benchè tanti elementi si possano riscontrare anche in esso. Eppure l'esagerazione è funzionale alla narrazione, in quanto aiuta a comprendere tanti elementi importanti, aiuta il lettore a capire dove l'autore vuole andare a parare e i messaggi che egli vuole lanciare. Ovunque vi siano ignoranza, indifferenza, ovunque la ragione dorma e le coscienze giacciano intorpidite, prende il potere la parte peggiore dell'essere umano che si esplicita nella violenza, nella tortura, nella sopraffazione. Come spesso capita, questo tipo di romanzi tendono a dare un monito a invitare le persone al libero pensiero, al dialogo e alla comprensione. Ove manchino alcuni basilari presupposti si radicano i mali del totalitarismo, dell'ignoranza, della violenza e della menzogna.
Dopo la lettura di questo romanzo, posso dire che J.G. Ballard si conferma come indiscusso maestro del surreale e del paradossale (oltre che della "short story). "Il Condominio" è un romanzo abbastanza breve, considerando che non raggiunge nemmeno le centonovanta pagine, ma risulta estremamente dens
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Dopo la lettura di questo romanzo, posso dire che J.G. Ballard si conferma come indiscusso maestro del surreale e del paradossale (oltre che della "short story). "Il Condominio" è un romanzo abbastanza breve, considerando che non raggiunge nemmeno le centonovanta pagine, ma risulta estremamente denso e ricco di eventi, da sembrare almeno cento pagine più lungo. E, benchè io non consideri la lunghezza di uno scritto un pregio, devo ammettere che non pesa assolutamente. Lo stile è scorrevole e piacevole, tipico di questo grande autore. La trama sfocia nel surreale e nel paradossale, nel grottesco, nell'assurdo. Tutta la fantascienza e, più in generale, tutte le storie di Ballard hanno questo tratto distintivo che le rende uniche e affascinanti. In questo romanzo, l'autore, indagando fondamentalmente la natura umana, sfiora la sfera delle perversioni, dell'animale-uomo chiuso in una gabbia e represso nei propri istinti. E forse proprio questo è il punto di partenza da cui prende le mosse una storia che ha dell'assurdo. Immaginate un supergrattacielo, un enorme palazzo-alveare con appartamenti quasi modulari, centri commerciali, negozi, strutture sportive e giardini. Si potrebbe riassumere tutto con il concetto di "arcologia", termine che mai viene usato nella narrazione, ma di fatto intuibile dalle descrizioni. La storia comincia qui, in questo modernissimo complesso creato per soddisfare le necessità della ricca borghesia londinese. Il palazzo è, infatti, abitato da professionisti affermati, vicino ad un nuovo polo universitatio in una Londra del futuro. Si tratta di una vera è propria cittadella verticale, autosufficiente che, nel corso della narrazione assume il carattere di un'entità viva che influenza le persone che vi abitano all'interno. I protagonisti, infatti, così come tutti i personaggi che fanno da contorno alla storia cederanno in maniera progressiva alle "lusinghe" e all'influenza del luogo, dando sempre più sfogo alle loro perversioni che, in passato, erano sempre state represse. Forse è la vicinanza con tutti gli altri coinquilini, forse la poca privacy, o forse l'insonnia dovuta ai rumori causati dai party continui a far uscire di matto la gente. In fondo, tutto ha inizio solo con delle feste più scatenate del solito, Ma è solo il principio, perchè gli inquilini del condominio finiscono per essere attirati sempre più da una spirale di vera e propria regressione. Si tratta di involuzione, che dapprima si esplica in aggressioni verbali, quindi in aggressioni fisiche. Il paradosso sta nel regredire anche dal punto di vista culturale di persone colte e istruite che finiscono per organizzarsi dapprima in classi sociali (suddivise in base ai piani, dove ai vertici stanno i più ricchi e potenti), quindi in strutture tribali, poi ancora in clan e infine nell'isolarsi totalmente l'uno dall'altro. Durante questa parabola discendente, le violenze e le perversioni si esplicano in ogni maniera: dallo stupro, alla violenza sugli animali, all'omicidio. Il palazzo, infine, è il luogo che fa da palcoscenico a questa storia dal sapore un po' horror e un po' splatter, ma si potrebbe anche dire che il grattacielo in fondo è l'unico vero protagonista di questa storia. Da complesso supertecnologico, attrezzatissimo, elegante e ricercato, si abbrutisce lentamente come gli abitanti che vi vivono all'interno. Dapprima sono semplici guasti agli impianti che fanno letteralmente impazzire alcuni inquilini, poi, con l'andare avanti della storia, diviene un luogo cupo, pieno di scritte oscene, in abbandono, cadente, fino ad esprimere il peggio che si possa immaginare. Nel descrivere questa involuzione, nel creare volutamente una discesa negli inferi, Ballard descrive alcuni aspetti fondamentali della natura umana che sempre più spesso vive le costrizioni dei ruoli e degli schemi della società moderna.I protagonisti, che in fondo hanno tutto quello che si possa desiderare, vivono in uno stato iniziale di insoddisfazione, di tensione, hanno tutti qualcosa che gli manca. Elemento che finiscono solo per trovare nel momento in cui hanno il coraggio di accettare una libertà allo stato puro, una condizione crudele e animalesca che li porta a soddisfare i loro desideri più reconditi e indicibili, ma, allo stesso tempo, li rende disumani e privi di qualsiasi forma di sentimento. Si potrebbe benissimo vedere in quest'opera una critica ad una società alienante, che tende a costipare l'individuo in ruolo che finisce per stargli stretto. La società moderna non è altro che un grande condominio e siamo tutti a rischio regressione...
Labirinto di morte
***This comment contains spoilers! ***
Questo romanzo è senza ombra di dubbio uno dei migliori lavori di questo grande autore americano. Forse è uno dei meno conosciuti (mi riferisco a opere del calibro di "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?" che sono senza dubbio quelle più note), ma sicuramente è una grande prova di genio artis ... (continue)
Questo romanzo è senza ombra di dubbio uno dei migliori lavori di questo grande autore americano. Forse è uno dei meno conosciuti (mi riferisco a opere del calibro di "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?" che sono senza dubbio quelle più note), ma sicuramente è una grande prova di genio artistico. Leggendo "Labirinto di Morte", inoltre, ho compreso davvero il motivo per cui Philip K. Dick è considerato, assieme a J.G. Ballard, uno dei precursori del movimento Cyberpunk.
Il romanzo tratta uno dei temi più cari all'autore: cosa è reale e cosa non lo è. La storia sembra tratta da un'allucinazione, da un incubo ad occhi aperti. Bisogna anche dire che è uno dei romanzi più avventurosi di questo autore, la cui storia si dipana con ritmi serrati, veloci, trasportando il lettore nei panni dei protagonisti, braccati da enormi pericoli.
Prendete dei coloni destinati a stabilirsi su un pianeta nuovo e misterioso, il cui nome è Delmak-0. Immaginate, quindi, che questi uomini e queste donne siano tutti molto individualisti e fare gruppo non sia il loro forte. A questo punto, poneteli in un mondo ostile e gravido di pericoli, pronti ad aggredirli dietro ogni pagina. Gli ingredienti ci sono tutti, affinchè abbia inizio una catena di omicidi che cominci ad assottigliare il numero dei coloni (all'inizio quattordici in tutto). In un mondo popolato da allucinazioni, da stupefacenti, in cui la nuova religione si rifà ad un misto di Cristianesimo, Dualismo Gnostico, Zoroastrismo, Giudaismo e Buddismo, durante la trama si cominciano a notare alcune discrepanze che, alla fine conducono alla rivelazione finale: ciò che si vede è illusorio, è solo la punta dell'iceberg.
Questo romanzo, scritto nel '68, si colloca praticamente alle soglie del periodo che potremmo definire come la "maturità" di questo autore. I temi, pur essendo quelli cari, come l'allucinazione alle soglie della schizofrenia, un'alterata percezione della realtà, ma anche la paranoia e la malattia mentale (problemi cui non fu estraneo nemmeno lo stesso Dick, in seguito all'abuso di stupefacenti), vengono affrontati da nuove prospettive e, in mezzo a questi contenuti consueti, comincia a germogliare la necessità di una presenza divina all'interno della storia.
"Labirinto di Morte", infatti, sembra contenere i prodromi di quella crisi che condurrà P.K. Dick alla ricerca di Dio e che si espleterà per tutti gli anni '70 (momento in cui egli rivede tante sue posizioni, fino a sfociare nella trilogia di Valis agli inizi degli anni '80.
Esulando, comunque, da tutte queste valutazioni un po' più "tecniche", mi sento comunque di dire che, come sempre, Dick si rivela un grande autore che ascrivere unicamente alla fantascienza sarebbe a dir poco riduttivo. Inoltre, questo romanzo è in grado di regalare momenti di piacevole svago a tutti gli amanti del genere, ma anche a coloro che volessero accostarvisi da "profani".
Crash
***This comment contains spoilers! ***
Devo innanzitutto dire che le mie aspettative nei confronti di questo libro erano davvero alte, forse troppo. In qualche modo mi aspettavo da James Ballard tantissimo: questo stato di cose mi ha portato a dare una stellina in meno rispetto a quanto questo autore ha meritato di solito. Memore dei suo ... (continue)
Devo innanzitutto dire che le mie aspettative nei confronti di questo libro erano davvero alte, forse troppo. In qualche modo mi aspettavo da James Ballard tantissimo: questo stato di cose mi ha portato a dare una stellina in meno rispetto a quanto questo autore ha meritato di solito. Memore dei suoi racconti e de "Il condominio", come avrei potuto pretendere di meno da lui?
Sia ben chiaro, "Crash" è senza ombra di dubbio un capolavoro, un romanzo innovativo e geniale. Ma, per quel che mi riguarda, Ballard ha scritto di meglio.
Il romanzo di per sé non sembra neanche un lavoro di fantascienza, ma questo non mi stupisce, in quanto questo autore non ha mai scritto alla maniera canonica, tipica di altri scrittori. E proprio in questo particolare, oltre che nella sua sconfinata fantasia, risiede la grandezza J.G. Ballard. I temi sono comunque quelli che lo caratterizzano sempre: la rottura degli schemi, l'uscire dalla monotonia come sacrosanto bisogno di evasione da una dimensione costrittiva.
Il nodo centrale di "Crash" è il sesso vissuto come rottura della monotonia, come bisogno di affermazione di un ego intrappolato in una società dalle visioni ristrette. Il sesso è forse il punto di partenza di questo romanzo, nel quale il protagonista è l'autore stesso che vive con la moglie Catherine una relazione più o meno aperta, in cui i due coniugi si raccontano le loro piccole infedeltà per ravvivare i loro rapporti che altrimenti sarebbero spenti e scialbi. Questa è la vita di Ballard, fino al giorno in cui questi rimane vittima di uno scontro frontale con la sua auto. Sull'altra auto si trovano, invece, Helen Remington ed il marito che rimane ucciso durante l'incidente e muore proprio davanti al protagonista che non può far altro che osservare impotente, incastrato nell'abitacolo della sua auto, l'uomo agonizzante sul suo parabrezza.
Da questo momento in poi, dunque, si ha una rottura della monotonia, anzi un vero e proprio strappo nel tessuto della realtà. Prima vi è la convalescenza in ospedale, durante la quale l'autore nota che qualcosa è cambiato, soprattutto nel modo di concepire il suo erotismo, attratto dalle infermiere dapprima, ma considerandone aspetti nuovi e affascinanti, per quanto macabri. La moglie Catherine, d'altro canto, rimane scossa dall'evento che sembra ravvivare i suoi sentimenti: dapprima lo masturba in ospedale, in seguito, una volta fuori, i loro rapporti sessuali sembrano ravvivati da nuova passione. Sempre in ospedale avviene il primo incontro con la Remington, che sembra dapprima risentita nei suoi confronti ma che allo stesso tempo lo attrae parecchio, e con Vaughan, un uomo sinistro, dal volto sfregiato che frequenta i luoghi degli incidenti.
Una volta uscito dall'ospedale, dunque, l'autore finisce in un mondo nuovo, a suo modo fantastico. Dapprima ha una serie di rapporti sessuali con la dottoressa Remington e quindi approfondisce i suoi rapporti con Robert Vaughan, il quale si rivela essere un perverso psicompompo in questi inferi fatti di macchine distrutte, lamiere distorte, uomini e donne sfregiati e cadaveri dentro le carcasse delle auto. Un mondo fatto di perversioni, di amori omoerotici, di sesso vissuto come vero e proprio punto di rottura con il mondo. Sempre il sesso si rivela essere un'importante mezzo di comunicazione per queste persone che sono sopravvissute ad un trauma terribile, quale può essere un incidente stradale. E' un mondo di alta velocità, di schianti, di sangue e di umori secreti dal corpo umano, un cocktail che si rivela un vero e proprio afrodisiaco per il protagonista e per tutti i personaggi di questa storia.
Questo romanzo introduce il lettore in una dimensione fatta di atti sessuali deformati, distorti, in un vortice discendente di perversioni sempre nuove e sempre più brutali, capaci di colpire come un pugno in faccia. "Crash" è dunque una metafora attraverso la quale J.G. Ballard, compatibilmente con il suo stile paradossale ed estremo, ci racconta del bisogno dei suoi personaggi, ma più in generale dell'uomo, di uscire dagli schemi, di fuggire da quella gabbia dorata che si è costruito da sé e che è la società.
Radio libera Albemuth
***This comment contains spoilers! ***
E' doverosa una premessa, cominciando a parlare di questo romanzo: come sempre P.K. Dick è stato in grado di donarci una storia avvincente e coinvolgente e, alla stessa maniera, le tematiche trattate sono davvero complicate e profonde. C'è davvero tanta carne al fuoco e le chiavi di lettura di quest ... (continue)
E' doverosa una premessa, cominciando a parlare di questo romanzo: come sempre P.K. Dick è stato in grado di donarci una storia avvincente e coinvolgente e, alla stessa maniera, le tematiche trattate sono davvero complicate e profonde. C'è davvero tanta carne al fuoco e le chiavi di lettura di quest'opera sono molteplici. Come ogni romanzo di fantascienza Dickiano, inoltre, "Radio libera Albemuth" sublima le tensioni del periodo storico in cui è stato scritto, inserendo, nel contempo, alcune riflessioni davvero profonde su un'infinità di tematiche. Alcune spiccano indubbiamente sulle altre e, tra queste, troviamo il trascendentale, la spiritualità ed un'attenta analisi sulla natura del potere nelle società umane.
Questo romanzo, in particolare, si colloca in un periodo particolare della vita di Philip K. Dick. E' il 1976 e l'autore è impegnato in profonde riflessioni riguardanti la spiritualità. Secondo alcuni, infatti, sarebbe alla ricerca di Dio. Sempre secondo la critica, "Radio libera Albemuth" sarebbe una prima stesura di Valis, primo romanzo dell'omonima trilogia. E proprio con Valis è d'obbligo un paragone, sottolineandone qualche piccola similitudine.
Innanzitutto, bisogna dire che la struttura di questo romanzo è davvero particolare, come particolare risulta la narrazione che ne è diretta conseguenza. Il libro è diviso in tre parti, intitolate rispettivamente Phil, Nicholas e di nuovo Phil. Questa struttura è dovuta al fatto che nella prima parte il narratore è Phil, ovvero Philip K. Dick, che compare nel suo stesso romanzo come personaggio. Nella seconda, invece, il narratore e Nicholas Brady, che altri non è che un alter ego dell'autore che si sdoppia creando così il protagonista. Infine, nella terza parte, la parola ritorna a Phil. Inoltre, la narrazione di questi due personaggi si continua come fosse un tutt'uno, riprendendo da dove l'altro ha lasciato. Sono solo i punti di vista che cambiano: una volta è Phil a raccontare la storia di Nicholas, quindi è Nicholas a raccontare di sé, mentre Phil diventa per qualche momento poco più di una comparsa. Ma, in fondo, Phil e Nicholas non sono solo due estensioni della stessa personalità?
La risposta non è così semplice. Sono certamente solo due "maschere" dell'autore e sono senza dubbio funzionali alla narrazione, ma allo stesso tempo sono dei personaggi di fantasia. In particolare Nicholas che pure ripercorre alcune tappe biografiche determinanti nella vita dell'autore, quale, ad esempio, quella di essere cacciato dall'università perchè contrario alla guerra in Vietnam e per non aver voluto sostenere alcuni mesi di addestramento militare, a quei tempi obbligatorio per gli studenti universitari statunitensi.
La peculiarità dello sdoppiamento tra Phil e un alter ego, inoltre, viene ripresa proprio in Valis, dove non vi è più Nicolas Brady, ma Horselover Fat (calco di Philip Dick). Tuttavia, Nicholas Brady è un personaggio reale, secondo la storia, mentre Horselover è solo un frutto della schizofrenia dello stesso autore. Inoltre, un'altra differenza tra questo romanzo e Valis è la maggiore scorrevolezza che nel romanzo successivo viene invece sacrificata per usare la tecnica del conscious stream. Inoltre, in Valis la riflessione filosofica e religiosa si fa molto più profonda e raffinata, anche se di difficile comprensione e non accessibile a tutti.
Pubblicato nel 1985, tre anni dopo la morte dell'autore, "Radio libera Albemuth" è il primo romanzo in cui compare Valis, chiamato anche Valisystem-A, all'inizio. Ma chi o cosa è Valis? VALIS è un acronimo e sta per: Vast Active Living Intelligence System. Dunque, si tratta di un sorta di intelligenza artificiale, ma non è tutto qui. Valis è quanto di più prossimo ad una divinità, un intelligenza benevola che cerca di guidare gli esseri senzienti nella galassia, che cerca di mettersi in contatto con loro. Questa intelligenza è stata lasciata da esseri superiori che hanno sviluppato il terzo occhio. Come spiegherà poi il romanzo Valis, questi esseri sono i figli di Ikhnaton. Ma in "Radio libera Albemuth" vengono solo descritti, ma non nominati esplicitamente.
Valis tenta di mettersi in contatto con l'umanità che è rimasta esclusa dalla grande rete intergalattica in cui sono connessi tutti gli esseri senzienti, grazie proprio a questa intelligenza e a vari operatori presenti, intelligenze minori, una delle quali e AL, diminutivo di Albemuth, la stella dalla quale vengono inviati satelliti e attraverso la quale si cerca di contattare l'umanità.
Proprio l'esclusione da questa grande rete intergalattica, inoltre, è la causa di tutte le sofferenze che affliggono l'umanità. La guerra in Vietnam è una delle tante, ma poi vi è la tirannia che si espleta con la salita al potere di Ferris F. Fremont (chiamato anche F.F.F. e alter ego di Richard Nixon) che porta negli Stati Uniti ad un regime di intolleranza, di oppressione. Non è più possibile il dissenso, nessuno è più libero di esprimersi. Viene creato un vero e proprio regime di terrore e paranoia attuando alcune misure drastiche, quale la creazione dei FAP (Friends of American People), una polizia segreta il cui compito è la delazione, la fabbricazione di prove con le quali incastrare la gente, la coercizione e l'obbligare le persone a tradire amici e parenti.
Paradossalmente, gli Stati Uniti non divengono altro che un'immagine speculare dell'URSS, della quale Fremont si rivela infine essere un agente. E proprio qui si innesta una delle più interessanti riflessioni sul potere che mi sia capitato di leggere. Il potere è estensione nel tempo dell'Impero romano, lo stesso che ha mandato a morte Cristo e martirizzato i cristiani. Esso non è mai caduto veramente, non ha mai avuto fine. Si è solo trasformato nel tempo. Ha solo preso altre forme nel corso della storia, riemergendo a tratti con violenza e con durezza. E adesso si esplica Nella presenza di due grandi imperi che sono solo le due facce della medaglia: USA e URSS (non bisogna dimenticare che il romanzo è stato scritto negli anni '70, quando ancora la tensione tra le due potenze era ancora enorme).
In questo mondo cupo si muovono Phil e Nicholas, cercando di non rimanere invischiati nei tranelli tesi loro dagli agenti del tiranno. Cercando di capire se Aramcheck (una fantomatica associazione sovversiva, forse inventata da Fremont per fare terrorismo psicologico) esista e cosa sia davvero. Infine, vorrei fare una piccola notazione sul finale che mi ha in parte sorpreso, in quanto non l'ho trovato affatto un tipico finale alla Dick, un po' per i toni tragici, un po' perchè, di solito, questo autore preferisce lasciare molte cose in sospeso. Questa volta, si potrebbe dire che la vicenda si esplica per intero, seppure una sospensione vi sia nel finale: ma questa è solo una flebile speranza!
1984
***This comment contains spoilers! ***
Il titolo di questa recensione può sembrare al quanto ovvio, ma l'ho usato volutamente, poichè 1984 di George Orwell è sicuramente un sinonimo di questa parola che va a descrivere un vero e proprio genere letterario, ormai abbastanza quotato. 1984 è sinonimo, quasi archetipo, di distopia: un mondo f ... (continue)
Il titolo di questa recensione può sembrare al quanto ovvio, ma l'ho usato volutamente, poichè 1984 di George Orwell è sicuramente un sinonimo di questa parola che va a descrivere un vero e proprio genere letterario, ormai abbastanza quotato. 1984 è sinonimo, quasi archetipo, di distopia: un mondo futuro ove l'evoluzione degli eventi è andata nel peggiore dei modi.
Questo romanzo è una pietra miliare della letteratura mondiale, uno dei fondamentali, ma al di là della sua fama, più che meritata, esso rappresenta anche uno spunto per una riflessione profonda.
La storia è ambientata in un futuro abbastanza lontano per l'autore, anche se già dal titolo si capisce che la datazione è un tantino obsoleta. Ma ciò che più conta, dopo tutto, non è il quando e nemmeno il dove. In fondo, per l'autore stesso questa storia si sarebbe potuta svolgere in qualsiasi punto del mondo, idealmente diviso in tre grandi potenze, tre enormi compagini territoriali (Oceania, Eurasia ed Estasia) che non differiscono molto tra di loro. Pur essendo tanto simili, o forse proprio a causa dell'estrema similitudine di questi tre enormi stati futuri, queste tre potenze sono sempre in guerra tra di loro. Una guerra che altro non è che inganno, o parte di una grande farsa che serve a tenere i cittadini nel terrore, ad alimentare un clima di odio verso i nemici, verso tutti coloro che la pensano diversamente. Un guerra in cui nemici e alleati cambiano di continuo, senza che nel mondo nessun cittadino se ne accorga o ci faccia troppo caso.
La storia si svolge in uno scenario dalle tinte fosche, ove regna un regime totalitario presieduto dal "Grande Fratello" (Big Brother in inglese che andrebbe meglio reso come "Fratello Maggiore") una figura distante come la guerra e che allo stesso modo è in grado di incutere paura, mista ad una sorta di terrore reverenziale e ad amore da parte di cittadini lobotomizzati da una progressiva analfabetizzazione, instupiditi e addormentati.
Anche in questo mondo, come in tante distopie, un avanzatissimo sistema di mass media contribuisce a fare la sua parte grazie ad un continuo bombardamento di slogan propagandistici, di falsità, di verità inesistenti. Il merito di Orwell è certamente quello di essere stato il primo a intuire questo potere dai risvolti devastanti che hanno teleschermi e radio, scrivendo questo romanzo durante il secondo dopoguerra. Oltre a megaschermi e altoparlanti, poi, ci sono le telecamere che osservano, che vedono tutto, che rubano la privacy ai cittadini, comprimendone ogni essenziale diritto.
In questo scenario da incubo si svolge la storia di Winston Smith, un uomo che ha la percezione di qualcosa che non funziona, che vive un disagio continuo. In fondo il suo lavoro consiste proprio nel manipolare le informazioni, riscrivendo interi articoli di giornale "cambiano il passato" a piacimento del partito. In questo mondo Winston vive la sua storia d'amore con Julia, seppure amare sia severamente vietato, fino al suo tragico e scontato finale. Non aspettatevi nessun lieto fine, perchè questo mondo non ne regala.
Devo ammettere che ci sarebbe ancora tanto da dire, tanto e stato detto e mille idee mi si affollano in testa, dopo la lettura di 1984. Cos'altro potrei scrivere? Come sempre la mia attenzione si rivolge al paradossale, all'estremizzazione che è presente in questo romanzo più che mai. Fortunatamente, il mondo reale non è così palesemente proibitivo e duro, benchè tanti elementi si possano riscontrare anche in esso. Eppure l'esagerazione è funzionale alla narrazione, in quanto aiuta a comprendere tanti elementi importanti, aiuta il lettore a capire dove l'autore vuole andare a parare e i messaggi che egli vuole lanciare. Ovunque vi siano ignoranza, indifferenza, ovunque la ragione dorma e le coscienze giacciano intorpidite, prende il potere la parte peggiore dell'essere umano che si esplicita nella violenza, nella tortura, nella sopraffazione. Come spesso capita, questo tipo di romanzi tendono a dare un monito a invitare le persone al libero pensiero, al dialogo e alla comprensione. Ove manchino alcuni basilari presupposti si radicano i mali del totalitarismo, dell'ignoranza, della violenza e della menzogna.
Il condominio
Dopo la lettura di questo romanzo, posso dire che J.G. Ballard si conferma come indiscusso maestro del surreale e del paradossale (oltre che della "short story). "Il Condominio" è un romanzo abbastanza breve, considerando che non raggiunge nemmeno le centonovanta pagine, ma risulta estremamente dens ... (continue)
Dopo la lettura di questo romanzo, posso dire che J.G. Ballard si conferma come indiscusso maestro del surreale e del paradossale (oltre che della "short story). "Il Condominio" è un romanzo abbastanza breve, considerando che non raggiunge nemmeno le centonovanta pagine, ma risulta estremamente denso e ricco di eventi, da sembrare almeno cento pagine più lungo. E, benchè io non consideri la lunghezza di uno scritto un pregio, devo ammettere che non pesa assolutamente. Lo stile è scorrevole e piacevole, tipico di questo grande autore.
La trama sfocia nel surreale e nel paradossale, nel grottesco, nell'assurdo. Tutta la fantascienza e, più in generale, tutte le storie di Ballard hanno questo tratto distintivo che le rende uniche e affascinanti. In questo romanzo, l'autore, indagando fondamentalmente la natura umana, sfiora la sfera delle perversioni, dell'animale-uomo chiuso in una gabbia e represso nei propri istinti. E forse proprio questo è il punto di partenza da cui prende le mosse una storia che ha dell'assurdo.
Immaginate un supergrattacielo, un enorme palazzo-alveare con appartamenti quasi modulari, centri commerciali, negozi, strutture sportive e giardini. Si potrebbe riassumere tutto con il concetto di "arcologia", termine che mai viene usato nella narrazione, ma di fatto intuibile dalle descrizioni. La storia comincia qui, in questo modernissimo complesso creato per soddisfare le necessità della ricca borghesia londinese. Il palazzo è, infatti, abitato da professionisti affermati, vicino ad un nuovo polo universitatio in una Londra del futuro. Si tratta di una vera è propria cittadella verticale, autosufficiente che, nel corso della narrazione assume il carattere di un'entità viva che influenza le persone che vi abitano all'interno.
I protagonisti, infatti, così come tutti i personaggi che fanno da contorno alla storia cederanno in maniera progressiva alle "lusinghe" e all'influenza del luogo, dando sempre più sfogo alle loro perversioni che, in passato, erano sempre state represse. Forse è la vicinanza con tutti gli altri coinquilini, forse la poca privacy, o forse l'insonnia dovuta ai rumori causati dai party continui a far uscire di matto la gente. In fondo, tutto ha inizio solo con delle feste più scatenate del solito, Ma è solo il principio, perchè gli inquilini del condominio finiscono per essere attirati sempre più da una spirale di vera e propria regressione. Si tratta di involuzione, che dapprima si esplica in aggressioni verbali, quindi in aggressioni fisiche. Il paradosso sta nel regredire anche dal punto di vista culturale di persone colte e istruite che finiscono per organizzarsi dapprima in classi sociali (suddivise in base ai piani, dove ai vertici stanno i più ricchi e potenti), quindi in strutture tribali, poi ancora in clan e infine nell'isolarsi totalmente l'uno dall'altro. Durante questa parabola discendente, le violenze e le perversioni si esplicano in ogni maniera: dallo stupro, alla violenza sugli animali, all'omicidio.
Il palazzo, infine, è il luogo che fa da palcoscenico a questa storia dal sapore un po' horror e un po' splatter, ma si potrebbe anche dire che il grattacielo in fondo è l'unico vero protagonista di questa storia. Da complesso supertecnologico, attrezzatissimo, elegante e ricercato, si abbrutisce lentamente come gli abitanti che vi vivono all'interno. Dapprima sono semplici guasti agli impianti che fanno letteralmente impazzire alcuni inquilini, poi, con l'andare avanti della storia, diviene un luogo cupo, pieno di scritte oscene, in abbandono, cadente, fino ad esprimere il peggio che si possa immaginare.
Nel descrivere questa involuzione, nel creare volutamente una discesa negli inferi, Ballard descrive alcuni aspetti fondamentali della natura umana che sempre più spesso vive le costrizioni dei ruoli e degli schemi della società moderna.I protagonisti, che in fondo hanno tutto quello che si possa desiderare, vivono in uno stato iniziale di insoddisfazione, di tensione, hanno tutti qualcosa che gli manca. Elemento che finiscono solo per trovare nel momento in cui hanno il coraggio di accettare una libertà allo stato puro, una condizione crudele e animalesca che li porta a soddisfare i loro desideri più reconditi e indicibili, ma, allo stesso tempo, li rende disumani e privi di qualsiasi forma di sentimento.
Si potrebbe benissimo vedere in quest'opera una critica ad una società alienante, che tende a costipare l'individuo in ruolo che finisce per stargli stretto. La società moderna non è altro che un grande condominio e siamo tutti a rischio regressione...