Sontuoso Mari, meraviglia di scrittura, arabescata e multiforme. Non si corre il rischio di sprecare aggettivi per quest’opera ricca di suggestioni; l’ambientazione richiama il romanzo gotico: un edificio fantastico immerso nel nulla di un profondo nord, interni claustrofobici, fuori solo vento e ne
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Sontuoso Mari, meraviglia di scrittura, arabescata e multiforme. Non si corre il rischio di sprecare aggettivi per quest’opera ricca di suggestioni; l’ambientazione richiama il romanzo gotico: un edificio fantastico immerso nel nulla di un profondo nord, interni claustrofobici, fuori solo vento e neve. Il tema principale è quello dello scontro fra istinto e ragione, da un lato l’erudizione estrema come sola ragione di vita (parodiata in modo a tratti esilarante), dall’altro la forza bruta, le pulsioni elementari che prendono il sopravvento, rappresentate dal mostro in agguato. Una narrazione avvincente a dispetto della complessità: grottesco, umoristico, thriller miscelati con sapienza da un Mari al suo meglio. Un libro non per tutti, va detto, ché Mari qualche sforzo lo richiede, però, citando Nabokov: "Ciò che dobbiamo fare, leggendo, è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la forma più alta di emozione che l'umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. Veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perché siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla Tv, sui libri-della-settimana."
Questo romanzo costituisce un esperimento letterario degno di attenzione: il progetto è ambizioso, la costruzione non è delle più semplici, a parte gli scarti temporali, il rincorrersi dei vari piani narrativi, non sempre di facile comprensione, troviamo un’esposizione dei vari stili comparsi negli
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Questo romanzo costituisce un esperimento letterario degno di attenzione: il progetto è ambizioso, la costruzione non è delle più semplici, a parte gli scarti temporali, il rincorrersi dei vari piani narrativi, non sempre di facile comprensione, troviamo un’esposizione dei vari stili comparsi negli ultimi decenni, come a dire che il tempo è un bastardo anche per la letteratura ma “chi è nostalgico è perduto”. Stante la premessa, chiunque abbia seguito i divertenti dibattiti sul futuro del post.post.postmoderno , questo libro lo deve leggere ed è quello che mi sono disposta a fare. Il giudizio finale è ambivalente; il libro tiene, si legge con piacere, non posso negarlo, però la struttura artificiosa si vede tutta, il gioco è troppo esplicito e oscura la tematica di fondo, Il dramma annega nel mare della tecnica.
Deludente è l’aggettivo adeguato; una trama abborracciata, per non dire inesistente, è l’esile pretesto per elencare tutte le storture del sistema sovietico, dalla vodka al kgb, meschinità, delazioni, soprusi, corruzione, non manca nulla…tranne la letteratura, di quella non c’è traccia.
In questo breve ma intenso romanzo viene sviscerato il difficile rapporto di una figlia con la propria madre, donna bellissima e dalla sensualità dirompente. Dall’infanzia trascorsa a sbirciare nella vita della madre senza mai riuscire a stabilire un vero contatto, orfana di padre, la protagonista d
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In questo breve ma intenso romanzo viene sviscerato il difficile rapporto di una figlia con la propria madre, donna bellissima e dalla sensualità dirompente. Dall’infanzia trascorsa a sbirciare nella vita della madre senza mai riuscire a stabilire un vero contatto, orfana di padre, la protagonista del racconto percorre la vita cercando il mezzo per riuscire a toccare la pelle di marmo, l’impossibile confronto nell’assenza totale di dialogo. Nell’intreccio a tratti morboso la figura del compagno apparentemente conteso è in realtà funzionale alla presa di coscienza della propria individualità da contrapporre ad una figura ingombrante, che scatena sentimenti contrastanti. Un racconto di donne, di incomunicabilità, di amore malato.
Il libro merita sicuramente la lettura. Per gli appassionati di Wallace è una bella occasione per ritrovare la sua voce, anche se l’intervista risale al tour promozionale di Infinite Jest e pertanto quello che parla è un Wallace 34enne agli inizi della notorietà. C’è un po’ di tutto: considerazioni
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Il libro merita sicuramente la lettura. Per gli appassionati di Wallace è una bella occasione per ritrovare la sua voce, anche se l’intervista risale al tour promozionale di Infinite Jest e pertanto quello che parla è un Wallace 34enne agli inizi della notorietà. C’è un po’ di tutto: considerazioni su cinema, tv, scrittura, internet e le tecnologie; molte chicche sulla gestazione del tomo, molte ansie, nei rapporti interpersonali e nella gestione della notorietà; viene ribadita la sua visione del mondo contemporaneo che abbiamo già avuto modo di conoscere attraverso i suoi scritti, la sconsolata presa di coscienza di una società viziata, incapace di una crescita consapevole. Peccato che l’intervistatore mi sia apparso non all’altezza, non vedo l’esigenza di farci sapere, per ben due volte, che la tavoletta del cesso è imbottita o dove Wallace sputa continuamente il tabacco masticato. Resta il dubbio di un’operazione di sciacallaggio, però, complice la mia parte meno razionale, sono stata felice di potermi immergere per qualche ora nel suo mondo perduto.
“Ho questa…ecco, adesso ti dico una cosa che ti sembrerà davvero melensa. Ho una fiducia incredibile, da bambino di cinque anni, nel fatto che l’arte sia qualcosa di assolutamente magico. E che la vera arte possa fare cose che nient’altro in tutto il sistema solare è in grado di fare. E che la roba bella sopravvivrà e verrà letta, e che nell’immenso processo di separazione del grano dal loglio, la merda andrà a fondo e la roba bella resterà a galla.”
A proposito di Infinite Jest:
“Oddio se il libro passa per una sorta di denuncia contro l’intrattenimento, allora è un fiasco. Parla, come dire, del nostro rapporto con questa cosa. Non vuole essere un romanzo sulla droga, sulla disintossicazione dalla droga. E’ solo che la droga funge un po’ da metafora per quella sorta di continuum della dipendenza che secondo me sta alla base del nostro modo di relazionarci, come cultura, a tutte le cose viventi.”
“E se il libro ha un argomento, l’argomento è questa domanda: perché guardo così tanta merda? Il problema non è la merda in sé; sono io. Perché lo faccio? E cosa c’è di tanto americano in quello che faccio?”
“Guarda, io personalmente ho il sospetto che per le domande veramente profonde non ci siano risposte, perché le risposte sono individuali, capisci? Cioè, non c’è una cultura…la cultura siamo noi, mi spiego? Il paese siamo noi.”
Di bestia in bestia
Sontuoso Mari, meraviglia di scrittura, arabescata e multiforme. Non si corre il rischio di sprecare aggettivi per quest’opera ricca di suggestioni; l’ambientazione richiama il romanzo gotico: un edificio fantastico immerso nel nulla di un profondo nord, interni claustrofobici, fuori solo vento e ne ... (continue)
Sontuoso Mari, meraviglia di scrittura, arabescata e multiforme. Non si corre il rischio di sprecare aggettivi per quest’opera ricca di suggestioni; l’ambientazione richiama il romanzo gotico: un edificio fantastico immerso nel nulla di un profondo nord, interni claustrofobici, fuori solo vento e neve. Il tema principale è quello dello scontro fra istinto e ragione, da un lato l’erudizione estrema come sola ragione di vita (parodiata in modo a tratti esilarante), dall’altro la forza bruta, le pulsioni elementari che prendono il sopravvento, rappresentate dal mostro in agguato. Una narrazione avvincente a dispetto della complessità: grottesco, umoristico, thriller miscelati con sapienza da un Mari al suo meglio. Un libro non per tutti, va detto, ché Mari qualche sforzo lo richiede, però, citando Nabokov:
"Ciò che dobbiamo fare, leggendo, è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la forma più alta di emozione che l'umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. Veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perché siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla Tv, sui libri-della-settimana."
Il tempo è un bastardo
Questo romanzo costituisce un esperimento letterario degno di attenzione: il progetto è ambizioso, la costruzione non è delle più semplici, a parte gli scarti temporali, il rincorrersi dei vari piani narrativi, non sempre di facile comprensione, troviamo un’esposizione dei vari stili comparsi negli ... (continue)
Questo romanzo costituisce un esperimento letterario degno di attenzione: il progetto è ambizioso, la costruzione non è delle più semplici, a parte gli scarti temporali, il rincorrersi dei vari piani narrativi, non sempre di facile comprensione, troviamo un’esposizione dei vari stili comparsi negli ultimi decenni, come a dire che il tempo è un bastardo anche per la letteratura ma “chi è nostalgico è perduto”.
Stante la premessa, chiunque abbia seguito i divertenti dibattiti sul futuro del post.post.postmoderno , questo libro lo deve leggere ed è quello che mi sono disposta a fare. Il giudizio finale è ambivalente; il libro tiene, si legge con piacere, non posso negarlo, però la struttura artificiosa si vede tutta, il gioco è troppo esplicito e oscura la tematica di fondo, Il dramma annega nel mare della tecnica.
Angeli sulla punta di uno spillo
Deludente è l’aggettivo adeguato; una trama abborracciata, per non dire inesistente, è l’esile pretesto per elencare tutte le storture del sistema sovietico, dalla vodka al kgb, meschinità, delazioni, soprusi, corruzione, non manca nulla…tranne la letteratura, di quella non c’è traccia.
Pelle di marmo
In questo breve ma intenso romanzo viene sviscerato il difficile rapporto di una figlia con la propria madre, donna bellissima e dalla sensualità dirompente. Dall’infanzia trascorsa a sbirciare nella vita della madre senza mai riuscire a stabilire un vero contatto, orfana di padre, la protagonista d ... (continue)
In questo breve ma intenso romanzo viene sviscerato il difficile rapporto di una figlia con la propria madre, donna bellissima e dalla sensualità dirompente. Dall’infanzia trascorsa a sbirciare nella vita della madre senza mai riuscire a stabilire un vero contatto, orfana di padre, la protagonista del racconto percorre la vita cercando il mezzo per riuscire a toccare la pelle di marmo, l’impossibile confronto nell’assenza totale di dialogo. Nell’intreccio a tratti morboso la figura del compagno apparentemente conteso è in realtà funzionale alla presa di coscienza della propria individualità da contrapporre ad una figura ingombrante, che scatena sentimenti contrastanti. Un racconto di donne, di incomunicabilità, di amore malato.
Come diventare se stessi
Il libro merita sicuramente la lettura. Per gli appassionati di Wallace è una bella occasione per ritrovare la sua voce, anche se l’intervista risale al tour promozionale di Infinite Jest e pertanto quello che parla è un Wallace 34enne agli inizi della notorietà. C’è un po’ di tutto: considerazioni ... (continue)
Il libro merita sicuramente la lettura. Per gli appassionati di Wallace è una bella occasione per ritrovare la sua voce, anche se l’intervista risale al tour promozionale di Infinite Jest e pertanto quello che parla è un Wallace 34enne agli inizi della notorietà. C’è un po’ di tutto: considerazioni su cinema, tv, scrittura, internet e le tecnologie; molte chicche sulla gestazione del tomo, molte ansie, nei rapporti interpersonali e nella gestione della notorietà; viene ribadita la sua visione del mondo contemporaneo che abbiamo già avuto modo di conoscere attraverso i suoi scritti, la sconsolata presa di coscienza di una società viziata, incapace di una crescita consapevole. Peccato che l’intervistatore mi sia apparso non all’altezza, non vedo l’esigenza di farci sapere, per ben due volte, che la tavoletta del cesso è imbottita o dove Wallace sputa continuamente il tabacco masticato. Resta il dubbio di un’operazione di sciacallaggio, però, complice la mia parte meno razionale, sono stata felice di potermi immergere per qualche ora nel suo mondo perduto.
“Ho questa…ecco, adesso ti dico una cosa che ti sembrerà davvero melensa. Ho una fiducia incredibile, da bambino di cinque anni, nel fatto che l’arte sia qualcosa di assolutamente magico. E che la vera arte possa fare cose che nient’altro in tutto il sistema solare è in grado di fare. E che la roba bella sopravvivrà e verrà letta, e che nell’immenso processo di separazione del grano dal loglio, la merda andrà a fondo e la roba bella resterà a galla.”
A proposito di Infinite Jest:
“Oddio se il libro passa per una sorta di denuncia contro l’intrattenimento, allora è un fiasco. Parla, come dire, del nostro rapporto con questa cosa. Non vuole essere un romanzo sulla droga, sulla disintossicazione dalla droga. E’ solo che la droga funge un po’ da metafora per quella sorta di continuum della dipendenza che secondo me sta alla base del nostro modo di relazionarci, come cultura, a tutte le cose viventi.”
“E se il libro ha un argomento, l’argomento è questa domanda: perché guardo così tanta merda? Il problema non è la merda in sé; sono io. Perché lo faccio? E cosa c’è di tanto americano in quello che faccio?”
“Guarda, io personalmente ho il sospetto che per le domande veramente profonde non ci siano risposte, perché le risposte sono individuali, capisci? Cioè, non c’è una cultura…la cultura siamo noi, mi spiego? Il paese siamo noi.”