Richiamato all’ordine dal mio socio, con insulti, improperi e velate minacce condite dal solito savoir faire del personaggio in questione, mi cospargo il capo di cenere e ritorno sulle pagine di Opinionista con una recensione di un libro forse vecchiotto ma che rischia di rimanere il classico underd
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Richiamato all’ordine dal mio socio, con insulti, improperi e velate minacce condite dal solito savoir faire del personaggio in questione, mi cospargo il capo di cenere e ritorno sulle pagine di Opinionista con una recensione di un libro forse vecchiotto ma che rischia di rimanere il classico underdog.
Uscito per i tipi di Einaudi la bellezza di 5 anni fa e ristampato nelle diverse collane della casa editrice, Amagansett è il classico libro folgorante: preso quasi per caso, mi ha inchiodato per due giorni come non succedeva da tempo.
Gli ingredienti ci sono tutti, per questo noir atipico: siamo nel 1947 ad Amagansett, una spiaggia di Long Island, che non è ancora diventata la località frequentata odierna, estensione senza discontinuità di New York. Allora era un villaggio di pescatori, isolato e selvaggio.
Qui Conrad Laborde, un reduce di guerra di origine basca che per sopravvivere fa il pescatore, trova impigliato nelle sue reti il cadavere di Lillian, la ragazza che ama. Non si darà pace finchè non avrà trovato e ucciso i colpevoli, rompendo un patto che si era fatto ai tempi della guerra.
Allora Conrad capì che avrebbe infranto la promessa fatta a se stesso: seppe con assoluta certezza che avrebbe ucciso un’altra volta.
Conrad svolgerà le indagini in prima persona, per poi coinvolgere il poliziotto Hollis, al quale lo accomuna una certa marginalità: se Conrad Laborde è un umile e rude pescatore che deve convivere con centinaia di demoni nel suo cervello, il detective Hollis è stato cacciato ad Amagansett come punizione, esiliato e coperto di infamia dai vertici della polizia newyorkese, la sua unica colpa quella di essere onesto.
Se la trama è abbastanza lineare ma solida, l’impianto di costruzione dei personaggi e del contesto è molto ricco e complesso.
Gli uomini e le donne della vicenda, così come i luoghi fisici, sembrano reali: le onde, la salsedine, la sabbia, la fatica della pesca, la fierezza degli uomini di mare sono vividi, tangibili.
Ci ho trovato Moby Dick e Corman McCarthy, in un’insieme originale e lontano dagli stereotipi. Un’America di un’epoca che sembra lontanissima, appoggiata sulle selvagge e maestose coste del New England.
Fra i ricordi della pesca alla balena e un mondo duro, antico, si muovono poi personaggi indimenticabili, a partire dal protagonista: ha combattuto con valore contro i nazisti in Europa e le sue esperienze di guerra affiorano con costanza, tormentandolo e creando una narrazione nella narrazione che dà maggiore profondità a una figura di spessore, un antieroe perfettamente collocato nel suo contesto fatto di fatica, gente umile e lealtà.
Raramente ho trovato personaggi così affascinanti e ben descritti, la tridimensionalità di questo libro passa dall’animo combattuto di questo pescatore, un eroe dal tono quasi epico, un Ulisse moderno tornato in una normalità aspra e alla “corona” di comprimari perfettamente in grado di stare in piedi da soli.
La morte di Lillian, ragazza perduta, e l’ostinata ricerca della verità porteranno alla scoperta di strati di segreti, di parole non dette, in un dipinto potente, carico, elegante.
Amore, vendetta, i silenzi del mare, le mani piene di tagli dei pescatori, la natura: troverete tutto in questo romanzo, nella sua costruzione equilibrata alla quale l’autore ha voluto dare la forma del giallo.
Noi siamo servi, proseguì, che si sfiancano nell’illusione di essere importanti, convinti di essere i veri padroni di casa. E invece nutriamo i batteri e poi moriamo, e loro ci divorano, noi, il loro veicolo, prima di passare oltre.
working class kids, malavita, traffico di carne, nei quartieri poveri (e per questo dove la vita è più comunitaria) di Filadelfia... Tono sempre sostenuto, brillante, scrittura precisa senza sbrodolature, buon ritmo.
Quando esce un nuovo libro della serie di Hap & Leo mi sento sempre un po’ a disagio. Mi passo il dito nel colletto della camicia, deglutisco forte, ed entro in libreria. Poi arrivo a casa e lo appoggio sul comodino, e lo lascio lì, facendo finta di niente, fino al ritorno a casa la sera, mentre la
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Quando esce un nuovo libro della serie di Hap & Leo mi sento sempre un po’ a disagio. Mi passo il dito nel colletto della camicia, deglutisco forte, ed entro in libreria. Poi arrivo a casa e lo appoggio sul comodino, e lo lascio lì, facendo finta di niente, fino al ritorno a casa la sera, mentre la stanza si impregna dell’odore dei libri della Fanucci. Perchè ogni casa editrice ha il suo odore, provare per credere: Einaudi un po’ sciapo, Feltrinelli economica lievemente stantito, e/o accogliente, Meridiano Zero mi ricorda i cereali. I libri di Fanucci hanno una fragranza aspra, secca: mi vengono i brividi, come quando qualcuno succhia il bastoncino del ghiacciolo. Dicevo, c’è un po’ di timore con le ultime cose di Lansdale: c’è la paura che non sia all’altezza, che non sia “bello come gli altri”, che ci rovini il gusto di quanto assaporato fino ad ora… insomma, come se dopo un pasto come si deve, aspettando il dessert ci mangiassimo invece una cucchiaiata di merda. Ci è andata bene: non è così: il nostro texano preferito ci srotola un’altra avventura di Hap & Leo come si deve. Forse, a differenza di altri libri (Bad Chili, Il mambo degli orsi e Mucho Mojo) è meno brillante, ha meno slancio, ma non per questo è un libro a metà. I Nostri (non sto qui a specificare che Hap è bianco, progressista, posato, fidanzato con un’infermiera di nome Brett mentre Leonard è nero, conservatore, impulsivo e gay) ormai svolgono lavoretti per il loro amico, ex poliziotto, Marvin Hanson: recuperano – a modo loro – i soldi rubati da due teppistelli a una vecchietta e incarichi che sembrano tranquilli. Finchè Marvin non chiederà loro di indagare su un duplice omicidio, lavoro per il quale saranno addirittura pagati. Sul luogo del delitto troveranno dipinta in rosso su un albero una testa di diavolo: da lì partiranno nelle ricerche, fra sette sataniche e incontri con vecchie conoscenze della Dixie Mafia (la mafia dei Sud degli Stati Uniti), decrepite pompe di benzina in paesini sperduti e negozi 24-7. Il Texas di Lansdale non è quello della frontiera, ma quello della periferia, della provincia in disarmo e delle case mobili. E’ una Lone Star precaria e decadente, fatta di strade provinciali e fabbriche che chiudono. In questo scenario fra il soprannaturale (i satanisti, ma anche il misterioso e sanguinario assassino Devil Red, autore di altri delitti oltre a quello sul quale i due si trovano a indagare) e l’umanissimo Lansdale schiera i suoi personaggi, delineandoli come al solito in maniera esemplare, tanto da fare avere a Hap uno stato di burnout che lo inchioderà a letto. L’elemento centrale è proprio Devil Red, che puzza di zolfo ed è cattivo come non mai (un Ivan Bogdanov in salsa texmex), forse i dialoghi non sono così serrati come in altre opere di Lansdale. Però prova superata anche questa volta egregiamente grazie alla sapienza dell’autore nell’accompagnare, libro dopo libro, i personaggi in una vera e propria personificazione. A proposito: con il mio ex coinquilino discutevamo spesso su chi dovesse in caso interpretare Hap & Leonard in un ipotetico film… Io voto Liam Neeson per Hap e chiaramente Samuel L.Jackson per Leo…
Meridiano Zero, diciamocelo, ci ha sempre abituati abbastanza bene: Raymond, Wilson, Pagan, Frègni, il David Peace che tanto fa ammattire il mio socio… un bel catalogo, per quanto mi riguarda, spulcio sempre volentieri fra le loro produzioni. Fra le ultime uscite mi sono lasciato tentare da “Il vent
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Meridiano Zero, diciamocelo, ci ha sempre abituati abbastanza bene: Raymond, Wilson, Pagan, Frègni, il David Peace che tanto fa ammattire il mio socio… un bel catalogo, per quanto mi riguarda, spulcio sempre volentieri fra le loro produzioni. Fra le ultime uscite mi sono lasciato tentare da “Il vento del Texas” di James Reasoner. Il Texas è uno dei luoghi più evocativi degli USA, è il mito del West, dei cowboys e dei rodeo. E’ stato una repubblica indipendente e ha giocato un ruolo importante nella Guerra di secessione, essendo fra gli Stati Confederati più intransigenti. In Texas vive e ha ambientato alcuni dei suoi romanzi Corman McCarthy, texano è Joe Lansdale. Per citare Steinbeck “Il Texas è uno stato d’animo. Il Texas è un’ossessione. Ma soprattutto, il Texas è una nazione in ogni senso della parola.” Il Texas è la Lone Star, la stella solitaria che spicca sulla bandiera dello Stato, è un territorio immenso e percorso dal vento. E’ questo vento che scuote le foglie di Fort Worth mentre Cody, un investigatore privato, viene ingaggiato da una ricca famiglia per ritrovare Mandy, la figlia sparita nel nulla. In un noir abbastanza convenzionale – ma molto cinematografico e con protagonisti discretamente delineati – Cody si troverà fra le strade di un Texas che sta piano piano stemperando la propria tradizione con cactus di plastica e folklore per turisti a cercare la cantante di un trio musicale: sarà stata rapita o è scappata con il fidanzato della sua migliore amica nonchè suo amante? Senza essere niente di particolarmente brillante o innovativo, questo libro ha il pregio di essere solido: i dialoghi reggono e Cody – pestato a sangue dal cattivo di turno ma che non abbandona la ricerca della ragazza nonostante le costole rotte – non è grottesco nella sua stoicità. [nota dalla regia: è uscito un nuovo libro di Lansdale della serie di Hap & Leo, me lo comunica ora il mio socio... rimaniamo basiti entrambi, non ne sapevamo nulla e ciò è sbagliato]. Fra tranelli, imboscate e [relativi] colpi di scena il romanzo si sviluppa in maniera organica, con una conclusione plausibile e con uno stile abbastanza asciutto, senza dimenticare una certa profondità e pienezza dei personaggi principali (senza però essere particolarmente intensi), che si muovono nella provincia americana di inizio anni ’80, descritta in maniera sufficiente. C’è chi grida al capolavoro per questo libro, cita Chandler (non scherziamo) e Crumley (fra i maestri di un certo hardboiled anni ’70 e ’80) come pietre di paragone: io non mi sono lasciato affascinare così tanto per un libro certamente onesto e discretamente costruito in tutte le sue parti ma che di sicuro non indimenticabile.
Galizia, nord della penisola iberica. E’ autunno, e sulle piovose spiagge attorno a Vigo viene ritrovato il cadavere di un pescatore: tutto inizialmente fa pensare a un suicidio ma le indagini dell’ispettore Leo Caldas (new entry fra una serie di figure “già viste” di investigatore melanconico) vann
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Galizia, nord della penisola iberica. E’ autunno, e sulle piovose spiagge attorno a Vigo viene ritrovato il cadavere di un pescatore: tutto inizialmente fa pensare a un suicidio ma le indagini dell’ispettore Leo Caldas (new entry fra una serie di figure “già viste” di investigatore melanconico) vanno in tutt’altra direzione. Un giallo abbastanza classico e tutto sommato solido quello che il galiziano (ma residente a Madrid) Domingo Villar ha fatto uscire per i tipi di Kowalski noir, che riesce nel compito di “delocalizzare” (parola spesso ahinoi abusata in economia) il giallo spagnolo e spostarlo dall’egemonica Barcelona (dove si muovono Petra Delicado e Pepe Carvalho). Prima interessante notazione: l’assistente dell’ispettore Caldas, Estevez, non è galiziano ma bensì aragonese, così come la “spalla” (perchè spesso gioca il ruolo appunto di spalla comica) della protagonista dei romanzi di Alicia Giménez-Bartlett non è catalano ma di Salamanca, la Spagna più profonda e sonnolenta. Ritornando alla prima opera tradotta in italiano di Villar quello che salta subito agli occhi del lettore è la meticolosa ricostruzione di un ambiente, quello dei pescatori galiziani, lontano dagli stereotipi di rito, antico e nello stesso tempo attuale: è in questo milieu che si va a sviluppare un’indagine paziente e ben articolata, fra il mare in burrasca e le nasse lasciate sul molo. Justo Castelo, detto il Biondo, è un uomo di poche parole che vive di pesca a Panxton, piccola e silenziosa comunità situata fra le nebbie delle rìas dell’estremo nordovest della Spagna. Quando appunto viene ripescato in mare con le mani legate da una fascetta toccherà all’ispettore Caldas cercare risposta a questa morte inaspettata, indagando fra gente rude che spesso risponde alle domande con giri di parole o altre domande, abituata ad uscire all’alba per pescare o ad emigrare in Sud America (spesso per definire gli spagnoli immigrati in Argentina veniva usata la parola “gallegos” perchè appunto la maggior parte veniva da questa regione). Grazie ai racconti di un vecchio lupo di mare e alla raccolta di vecchie fotografie di un parroco in pensione l’ispettore riuscirà a dipanare la matassa e scoperchierà vecchie storie taciute, in un romanzo giallo dalla struttura armoniosa e tradizionale e che “sconfina” nel noir per l’ambientazione malinconica e uggiosa dell’ottobre galiziano. Una prova onesta, un libro che si fa leggere con piacere e che dona visibilità a una terra dai sapori antichi senza strafare. Un romanzo “provinciale” nell’accezione migliore del termine, concreto e con una trama molto lineare ma nello stesso tempo accattivante e godibile. Io me lo sono letto in una manciata di giorni particolarmente piovosi e freddi e i colli di Bergamo mi sono sembrati molto vicini ai verdi rilievi galiziani a picco sul mare.
PS: parlare di Galizia mi ha fatto tornare prepotentemente in mente una delle squadre più belle degli anni ’90, il SuperDepor, quel Deportivo La Coruña capace di vincere una Liga nel 99-00 e protagonista del calcio europeo dalla metà degli anni ’90: ci giocavano (in ordine sparso) Bebeto, Mauro Silva, Djalminha, Makaay, Songo’o, Naybet…
Amagansett
Richiamato all’ordine dal mio socio, con insulti, improperi e velate minacce condite dal solito savoir faire del personaggio in questione, mi cospargo il capo di cenere e ritorno sulle pagine di Opinionista con una recensione di un libro forse vecchiotto ma che rischia di rimanere il classico underd ... (continue)
Richiamato all’ordine dal mio socio, con insulti, improperi e velate minacce condite dal solito savoir faire del personaggio in questione, mi cospargo il capo di cenere e ritorno sulle pagine di Opinionista con una recensione di un libro forse vecchiotto ma che rischia di rimanere il classico underdog.
Uscito per i tipi di Einaudi la bellezza di 5 anni fa e ristampato nelle diverse collane della casa editrice, Amagansett è il classico libro folgorante: preso quasi per caso, mi ha inchiodato per due giorni come non succedeva da tempo.
Gli ingredienti ci sono tutti, per questo noir atipico: siamo nel 1947 ad Amagansett, una spiaggia di Long Island, che non è ancora diventata la località frequentata odierna, estensione senza discontinuità di New York. Allora era un villaggio di pescatori, isolato e selvaggio.
Qui Conrad Laborde, un reduce di guerra di origine basca che per sopravvivere fa il pescatore, trova impigliato nelle sue reti il cadavere di Lillian, la ragazza che ama. Non si darà pace finchè non avrà trovato e ucciso i colpevoli, rompendo un patto che si era fatto ai tempi della guerra.
Allora Conrad capì che avrebbe infranto la promessa fatta a se stesso: seppe con assoluta certezza che avrebbe ucciso un’altra volta.
Conrad svolgerà le indagini in prima persona, per poi coinvolgere il poliziotto Hollis, al quale lo accomuna una certa marginalità: se Conrad Laborde è un umile e rude pescatore che deve convivere con centinaia di demoni nel suo cervello, il detective Hollis è stato cacciato ad Amagansett come punizione, esiliato e coperto di infamia dai vertici della polizia newyorkese, la sua unica colpa quella di essere onesto.
Se la trama è abbastanza lineare ma solida, l’impianto di costruzione dei personaggi e del contesto è molto ricco e complesso.
Gli uomini e le donne della vicenda, così come i luoghi fisici, sembrano reali: le onde, la salsedine, la sabbia, la fatica della pesca, la fierezza degli uomini di mare sono vividi, tangibili.
Ci ho trovato Moby Dick e Corman McCarthy, in un’insieme originale e lontano dagli stereotipi. Un’America di un’epoca che sembra lontanissima, appoggiata sulle selvagge e maestose coste del New England.
Fra i ricordi della pesca alla balena e un mondo duro, antico, si muovono poi personaggi indimenticabili, a partire dal protagonista: ha combattuto con valore contro i nazisti in Europa e le sue esperienze di guerra affiorano con costanza, tormentandolo e creando una narrazione nella narrazione che dà maggiore profondità a una figura di spessore, un antieroe perfettamente collocato nel suo contesto fatto di fatica, gente umile e lealtà.
Raramente ho trovato personaggi così affascinanti e ben descritti, la tridimensionalità di questo libro passa dall’animo combattuto di questo pescatore, un eroe dal tono quasi epico, un Ulisse moderno tornato in una normalità aspra e alla “corona” di comprimari perfettamente in grado di stare in piedi da soli.
La morte di Lillian, ragazza perduta, e l’ostinata ricerca della verità porteranno alla scoperta di strati di segreti, di parole non dette, in un dipinto potente, carico, elegante.
Amore, vendetta, i silenzi del mare, le mani piene di tagli dei pescatori, la natura: troverete tutto in questo romanzo, nella sua costruzione equilibrata alla quale l’autore ha voluto dare la forma del giallo.
Noi siamo servi, proseguì, che si sfiancano nell’illusione di essere importanti, convinti di essere i veri padroni di casa. E invece nutriamo i batteri e poi moriamo, e loro ci divorano, noi, il loro veicolo, prima di passare oltre.
Così si muore a God's Pocket
working class kids, malavita, traffico di carne, nei quartieri poveri (e per questo dove la vita è più comunitaria) di Filadelfia... Tono sempre sostenuto, brillante, scrittura precisa senza sbrodolature, buon ritmo.
Devil Red
Quando esce un nuovo libro della serie di Hap & Leo mi sento sempre un po’ a disagio.continue)
Mi passo il dito nel colletto della camicia, deglutisco forte, ed entro in libreria.
Poi arrivo a casa e lo appoggio sul comodino, e lo lascio lì, facendo finta di niente, fino al ritorno a casa la sera, mentre la ... (
Quando esce un nuovo libro della serie di Hap & Leo mi sento sempre un po’ a disagio.
Mi passo il dito nel colletto della camicia, deglutisco forte, ed entro in libreria.
Poi arrivo a casa e lo appoggio sul comodino, e lo lascio lì, facendo finta di niente, fino al ritorno a casa la sera, mentre la stanza si impregna dell’odore dei libri della Fanucci.
Perchè ogni casa editrice ha il suo odore, provare per credere: Einaudi un po’ sciapo, Feltrinelli economica lievemente stantito, e/o accogliente, Meridiano Zero mi ricorda i cereali. I libri di Fanucci hanno una fragranza aspra, secca: mi vengono i brividi, come quando qualcuno succhia il bastoncino del ghiacciolo.
Dicevo, c’è un po’ di timore con le ultime cose di Lansdale: c’è la paura che non sia all’altezza, che non sia “bello come gli altri”, che ci rovini il gusto di quanto assaporato fino ad ora… insomma, come se dopo un pasto come si deve, aspettando il dessert ci mangiassimo invece una cucchiaiata di merda.
Ci è andata bene: non è così: il nostro texano preferito ci srotola un’altra avventura di Hap & Leo come si deve.
Forse, a differenza di altri libri (Bad Chili, Il mambo degli orsi e Mucho Mojo) è meno brillante, ha meno slancio, ma non per questo è un libro a metà.
I Nostri (non sto qui a specificare che Hap è bianco, progressista, posato, fidanzato con un’infermiera di nome Brett mentre Leonard è nero, conservatore, impulsivo e gay) ormai svolgono lavoretti per il loro amico, ex poliziotto, Marvin Hanson: recuperano – a modo loro – i soldi rubati da due teppistelli a una vecchietta e incarichi che sembrano tranquilli.
Finchè Marvin non chiederà loro di indagare su un duplice omicidio, lavoro per il quale saranno addirittura pagati.
Sul luogo del delitto troveranno dipinta in rosso su un albero una testa di diavolo: da lì partiranno nelle ricerche, fra sette sataniche e incontri con vecchie conoscenze della Dixie Mafia (la mafia dei Sud degli Stati Uniti), decrepite pompe di benzina in paesini sperduti e negozi 24-7.
Il Texas di Lansdale non è quello della frontiera, ma quello della periferia, della provincia in disarmo e delle case mobili.
E’ una Lone Star precaria e decadente, fatta di strade provinciali e fabbriche che chiudono.
In questo scenario fra il soprannaturale (i satanisti, ma anche il misterioso e sanguinario assassino Devil Red, autore di altri delitti oltre a quello sul quale i due si trovano a indagare) e l’umanissimo Lansdale schiera i suoi personaggi, delineandoli come al solito in maniera esemplare, tanto da fare avere a Hap uno stato di burnout che lo inchioderà a letto.
L’elemento centrale è proprio Devil Red, che puzza di zolfo ed è cattivo come non mai (un Ivan Bogdanov in salsa texmex), forse i dialoghi non sono così serrati come in altre opere di Lansdale.
Però prova superata anche questa volta egregiamente grazie alla sapienza dell’autore nell’accompagnare, libro dopo libro, i personaggi in una vera e propria personificazione.
A proposito: con il mio ex coinquilino discutevamo spesso su chi dovesse in caso interpretare Hap & Leonard in un ipotetico film…
Io voto Liam Neeson per Hap e chiaramente Samuel L.Jackson per Leo…
Il vento del Texas
Meridiano Zero, diciamocelo, ci ha sempre abituati abbastanza bene: Raymond, Wilson, Pagan, Frègni, il David Peace che tanto fa ammattire il mio socio… un bel catalogo, per quanto mi riguarda, spulcio sempre volentieri fra le loro produzioni.continue)
Fra le ultime uscite mi sono lasciato tentare da “Il vent ... (
Meridiano Zero, diciamocelo, ci ha sempre abituati abbastanza bene: Raymond, Wilson, Pagan, Frègni, il David Peace che tanto fa ammattire il mio socio… un bel catalogo, per quanto mi riguarda, spulcio sempre volentieri fra le loro produzioni.
Fra le ultime uscite mi sono lasciato tentare da “Il vento del Texas” di James Reasoner.
Il Texas è uno dei luoghi più evocativi degli USA, è il mito del West, dei cowboys e dei rodeo. E’ stato una repubblica indipendente e ha giocato un ruolo importante nella Guerra di secessione, essendo fra gli Stati Confederati più intransigenti.
In Texas vive e ha ambientato alcuni dei suoi romanzi Corman McCarthy, texano è Joe Lansdale.
Per citare Steinbeck “Il Texas è uno stato d’animo. Il Texas è un’ossessione. Ma soprattutto, il Texas è una nazione in ogni senso della parola.”
Il Texas è la Lone Star, la stella solitaria che spicca sulla bandiera dello Stato, è un territorio immenso e percorso dal vento.
E’ questo vento che scuote le foglie di Fort Worth mentre Cody, un investigatore privato, viene ingaggiato da una ricca famiglia per ritrovare Mandy, la figlia sparita nel nulla.
In un noir abbastanza convenzionale – ma molto cinematografico e con protagonisti discretamente delineati – Cody si troverà fra le strade di un Texas che sta piano piano stemperando la propria tradizione con cactus di plastica e folklore per turisti a cercare la cantante di un trio musicale: sarà stata rapita o è scappata con il fidanzato della sua migliore amica nonchè suo amante?
Senza essere niente di particolarmente brillante o innovativo, questo libro ha il pregio di essere solido: i dialoghi reggono e Cody – pestato a sangue dal cattivo di turno ma che non abbandona la ricerca della ragazza nonostante le costole rotte – non è grottesco nella sua stoicità.
[nota dalla regia: è uscito un nuovo libro di Lansdale della serie di Hap & Leo, me lo comunica ora il mio socio... rimaniamo basiti entrambi, non ne sapevamo nulla e ciò è sbagliato].
Fra tranelli, imboscate e [relativi] colpi di scena il romanzo si sviluppa in maniera organica, con una conclusione plausibile e con uno stile abbastanza asciutto, senza dimenticare una certa profondità e pienezza dei personaggi principali (senza però essere particolarmente intensi), che si muovono nella provincia americana di inizio anni ’80, descritta in maniera sufficiente.
C’è chi grida al capolavoro per questo libro, cita Chandler (non scherziamo) e Crumley (fra i maestri di un certo hardboiled anni ’70 e ’80) come pietre di paragone: io non mi sono lasciato affascinare così tanto per un libro certamente onesto e discretamente costruito in tutte le sue parti ma che di sicuro non indimenticabile.
La spiaggia degli affogati
Galizia, nord della penisola iberica. E’ autunno, e sulle piovose spiagge attorno a Vigo viene ritrovato il cadavere di un pescatore: tutto inizialmente fa pensare a un suicidio ma le indagini dell’ispettore Leo Caldas (new entry fra una serie di figure “già viste” di investigatore melanconico) vann ... (continue)
Galizia, nord della penisola iberica. E’ autunno, e sulle piovose spiagge attorno a Vigo viene ritrovato il cadavere di un pescatore: tutto inizialmente fa pensare a un suicidio ma le indagini dell’ispettore Leo Caldas (new entry fra una serie di figure “già viste” di investigatore melanconico) vanno in tutt’altra direzione.
Un giallo abbastanza classico e tutto sommato solido quello che il galiziano (ma residente a Madrid) Domingo Villar ha fatto uscire per i tipi di Kowalski noir, che riesce nel compito di “delocalizzare” (parola spesso ahinoi abusata in economia) il giallo spagnolo e spostarlo dall’egemonica Barcelona (dove si muovono Petra Delicado e Pepe Carvalho).
Prima interessante notazione: l’assistente dell’ispettore Caldas, Estevez, non è galiziano ma bensì aragonese, così come la “spalla” (perchè spesso gioca il ruolo appunto di spalla comica) della protagonista dei romanzi di Alicia Giménez-Bartlett non è catalano ma di Salamanca, la Spagna più profonda e sonnolenta.
Ritornando alla prima opera tradotta in italiano di Villar quello che salta subito agli occhi del lettore è la meticolosa ricostruzione di un ambiente, quello dei pescatori galiziani, lontano dagli stereotipi di rito, antico e nello stesso tempo attuale: è in questo milieu che si va a sviluppare un’indagine paziente e ben articolata, fra il mare in burrasca e le nasse lasciate sul molo.
Justo Castelo, detto il Biondo, è un uomo di poche parole che vive di pesca a Panxton, piccola e silenziosa comunità situata fra le nebbie delle rìas dell’estremo nordovest della Spagna.
Quando appunto viene ripescato in mare con le mani legate da una fascetta toccherà all’ispettore Caldas cercare risposta a questa morte inaspettata, indagando fra gente rude che spesso risponde alle domande con giri di parole o altre domande, abituata ad uscire all’alba per pescare o ad emigrare in Sud America (spesso per definire gli spagnoli immigrati in Argentina veniva usata la parola “gallegos” perchè appunto la maggior parte veniva da questa regione).
Grazie ai racconti di un vecchio lupo di mare e alla raccolta di vecchie fotografie di un parroco in pensione l’ispettore riuscirà a dipanare la matassa e scoperchierà vecchie storie taciute, in un romanzo giallo dalla struttura armoniosa e tradizionale e che “sconfina” nel noir per l’ambientazione malinconica e uggiosa dell’ottobre galiziano.
Una prova onesta, un libro che si fa leggere con piacere e che dona visibilità a una terra dai sapori antichi senza strafare. Un romanzo “provinciale” nell’accezione migliore del termine, concreto e con una trama molto lineare ma nello stesso tempo accattivante e godibile.
Io me lo sono letto in una manciata di giorni particolarmente piovosi e freddi e i colli di Bergamo mi sono sembrati molto vicini ai verdi rilievi galiziani a picco sul mare.
PS: parlare di Galizia mi ha fatto tornare prepotentemente in mente una delle squadre più belle degli anni ’90, il SuperDepor, quel Deportivo La Coruña capace di vincere una Liga nel 99-00 e protagonista del calcio europeo dalla metà degli anni ’90: ci giocavano (in ordine sparso) Bebeto, Mauro Silva, Djalminha, Makaay, Songo’o, Naybet…