"A book against war? Why don't you write a book against glaciers?".
Questa semplice uscita è tanto arida quanto vera. Dire che la guerra è brutta è un pò come dire che l'amore è bello: nella sua essenziale e ubersviscerata banalità, si rivela un'affermazione incredibilmente problematica. Questo non
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"A book against war? Why don't you write a book against glaciers?".
Questa semplice uscita è tanto arida quanto vera. Dire che la guerra è brutta è un pò come dire che l'amore è bello: nella sua essenziale e ubersviscerata banalità, si rivela un'affermazione incredibilmente problematica. Questo non impedisce a ogni singola generazione di ribadire i due concetti, perchè sono così sentiti, ci interessano così nel profondo, che alla fin fine veniamo sempre a patti con la tritaggine e o ci aggiungiamo un pò di sperimentazione, o aumentiamo le dosi di realismo, di cinismo, di naivete, ma torniamo sempre a parlarne. E ogni generazione c'è qualcuno (e non temete, ci sarà sempre) che riuscirà a produrre qualcosa di originale, di davvero nuovo, anche su questi temi, anche su queste banalità. Sappiate che quel qualcuno è e sarà un ottimo scrittore.
Slaughterhouse 5 è un romanzo di fantascienza il cui tema centrale è che la guerra è brutta. E', su queste basi, il tipo di opera che di solito commenterei con un sorriso da critico represso - non perchè sia per forza brutto o mal scritto, ma perchè quelli di più sopra sono gli ingredienti più indicati per la ricetta tradizionale della dozzinalità. Non si potrebbe essere più lontani dalla verità. Slaughterhouse non è un bel libro, è un capolavoro, anzi, è perfetto: è un romanzo che, anche e soprattutto in funzione della sua brevità, riesce a mantenersi sempre piacevolissimo, interessante, profondo e intelligente, un romanzo orchestrato magistralmente e scritto come meglio non si potrebbe; l'unico altro esempio da me incontrato in letteratura è Of Mice and Men, di Steinbeck (e non fraintendete, ci sono numerosi romanzi 'corposi' che apprezzo di più; ma quelli - inevitabilmente, forse - qualche difetto finiscono per avercelo).
Punti di forza della Slaughterhouse sono stile e contenuto (e che altro resta, la copertina? Beh ve l'ho detto che è un libro perfetto, no?). Lo stile, perchè terribilmente esilarante (vi ritroverete a ridere, ridere di gusto, e spesso) eppure capace di enfatizzare emotivamente i passaggi che lo richiedono; giostrato su un umorismo all'americana terribilmente seminale (Wallace, Eggers, Franzen e altri riecheggiano gloriosamente Vonnegut), spesso molto nero, ma non incattivito - frustrato, semmai; rassegnato, ma solo per finta. Come nel miglior George Carlin (non quello inacidito della vecchiaia). Il contenuto: perchè la Slaughterhouse parla di guerra con incredibile schiettezza, semplicità ed equilibrio, non si sbilancia mai e non giudica mai, che è poi il modo migliore per parlare di qualcosa di così grande - e l'unico per raccontarla, per qualcuno che l'ha vista davvero, come l'autore. Il libro è, in teoria, un romanzo su uno degli episodi più neri dell'ultima Guerra Mondiale, la distruzione che ha simbolicamente chiuso il bagno di sangue in cui l'Europa si è suicidata - ossia il bombardamento di Dresda del Febbraio '45. Ma non troverete atrocità - oltre a quelle sperimentate in prima persona -, qua dentro; non troverete invettive contro un esercito o un altro, contro Dio o contro gli uomini. Che senso avrebbe? Sarebbe come inveire contro i ghiacciai. So it Goes. E chiudendo, giova sottolinear come la Slaughterhouse sia uno dei pochi romanzi di fantascienza 'pura' che io abbia mai letto: in cui l'elemento fantastico non è funzionale all'intrattenimento (non serve per incuriosire il lettore), ma è puro supporto metaforico-simbolico. Pensandoci meglio non lo so mica se sia vera sci-fi, la Slaughterhouse. Pensandoci ancora meglio reputo non sia poi importante.
Lo ripeto, questo romanzo è perfetto. Leggetelo, perchè oltre ad essere un libro meraviglioso, è una lezione di storia, di vita, di filosofia.
Le opere enciclopediche, che aspirino a contenere in sè lo spirito di un'intera cultura (quelle che puntano all'umanità tutta, di solito finiscono per crearsi attorno una religione), sono da sempre comuni in quelle aree in cui un' autodefinizione socio-culturale è più incerta e meno scontata - si ve
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Le opere enciclopediche, che aspirino a contenere in sè lo spirito di un'intera cultura (quelle che puntano all'umanità tutta, di solito finiscono per crearsi attorno una religione), sono da sempre comuni in quelle aree in cui un' autodefinizione socio-culturale è più incerta e meno scontata - si vedano gli USA, e le Great American Novel dei decenni '20-'30 e degli ultimissimi due. Anna Karenina è stata a suo tempo la principessa di questa categoria, e già allora - ma no, anche oggi, brilla per ambizione in un gruppo di grandi ambiziosi. Anna è insieme romanzo etico-culturale sul tema dell'adulterio, digressione filosofico-religiosa su tutti i massimi sistemi e, naturalmente, Grande Romanzo sulla Russia di fine '800, sulla realtà delle sue campagne e sul contrasto tra queste e lo sfarzo di Mosca e Pietroburgo, sulle sue affinità e differenze col resto d'Europa. E' sì un bel mattone, ma è in realtà già un bel traguardo che così tanto ci sia stato in un sol libro.
Non fatevi spaventare dalle pure dimensioni, perchè aldilà d'esse AK è un romanzo estremamente scorrevole e intrigante, abilissimo nell'orchestrare azione (leggasi fatti, non sparatorie) e riflessione. Doveroso evidenziare come pressocchè chiunque io conosca e abbia letto il romanzo tenda a etichettare come ostiche determinati passaggi (di solito, quelli su Levin in mezzo ai campi) per esaltarne invece altri (generalmente le ultime pagine); personalmente trovo invece l'opera piuttosto omogenea, e semmai frammentata a livello prettamente tematico (la storia di Anna, che non a torto è facile considerare come filone narrativo centrale, occupa di fatto non molto più di metà libro). Aldilà di tutto, la scrittura di Tolstoj spicca tra le cime più alte del realismo europeo, producendo un romanzo spietato e diretto (quanto lo si poteva essere oltre un secolo fa), avulso da ipocrisie e aberrazioni premoderne. Generalmente non sono gentile coi Classici, poichè ritengo che molta gente li approcci come si approccia il saggio di pianoforte di un bambino di dieci anni (è ovvio che farà schifo da morire, ma si pensa che è così piccolo e che quindi gli sia lecito). Tolstoj è un bambino di dieci anni, ok, ma è Mozart.
... Fatevi spaventare, se proprio dovete, dalla pesantezza tematica ed esistenziale del romanzo. Chiariamoci, non lo sto criticando e ritengo anzi che nessuna opera realista possa schivare un'abbondante dose di grigiore; ciò detto non si può ignorare come AK sia un libro di mille pagine sulla sostanziale difficoltà e bruttezza della vita, sulle umiliazioni ch'essa rifila ai giusti e sugli ostacoli che la costellano e che sempre la costelleranno. Il suo cuore luminoso stà proprio nel delineare l'influenza che la cognizione di questa grande Verità ha su due vite distinte, influenza quasi opposta nei risultati - non perchè le vite siano d'un buono e d'un cattivo, ma semmai di un'anima forte e di una debole (da non leggersi come 'eroica' e 'vile'). Tolstoj non è un autore allegro nè ottimista e se non sapete gestire la Verità, leggete il pop o leggete Jean Austen, e in questo non ci sarà niente di male e anzi può darsi che un pò vi invidi pure. AK non è il romanzo che vorreste leggere per sentirvi fighi.
Se invece siete consci di ciò che affrontate, e siete comunque desiderosi di farlo, preparatevi a leggere un'opera senza alcuna pecca, uno di quei Grandi Romanzi che si meritano di sopravvivere a pari passo con l'umanità, un libro che non consente di ignorare la sua età - e che al contempo, a oltre cent'anni dalla sua stesura, merita di essere letto - ripeto, virtualmente - da tutti e da chiunque. Non ce ne sono molti.
Pur essendo sotto molti punti di vista - uno su tutti il suo estremo realismo - assolutamente contemperaneo, Blood Meridian è un libro uscito da un'altra epoca. E' la versione anni '80 (l'unica possibile) di un poema epico, nel suo indagare le pulsioni e gli orrori sottesi alla nascita di una civilt
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Pur essendo sotto molti punti di vista - uno su tutti il suo estremo realismo - assolutamente contemperaneo, Blood Meridian è un libro uscito da un'altra epoca. E' la versione anni '80 (l'unica possibile) di un poema epico, nel suo indagare le pulsioni e gli orrori sottesi alla nascita di una civiltà, alla nascita DELLA civiltà. Spesso paragonato a un colosso come Moby Dick, Blood Meridian potrebbe a conti fatti essere il poema epico degli Stati Uniti - ma aspira, e riesce, ad essere molto di più.
A livello prettamente tecnico, Blood Meridian non presenta uno stile molto diverso da quello a cui McCarthy ci ha abituato in ogni sua opera (sintassi asciutta - quasi ai limiti del comprensibile, lessico assurdamente specifico) se non nel suo ritmo anche più lento del solito. Il risultato primario di una simile impostazione è quello di conferire una pesantezza prettamente (appunto) epica all'opera, di rendere rocciosa ogni frase e ogni parola - per far risaltare il guizzar di ogni muscolo anche in mezzo all'orgia della battaglia. E' uno stile maestoso e tremendamente bello, ma anche molto (molto!) poco scorrevole e inevitabilmente ostico; soprattutto considerato come alle scene di brutalità gratuita - per cui il libro è soprattutto noto - vengano alternate, in un bilancio piuttosto equilibrato, passaggi di quotidianità decisamente piatti, ben poco interessanti, necessari tuttavia a dare all'opera il proprio respiro, e anche questa alternanza è nettamente - intrinsecamente - epica. Costellano poi l'intero libro, a metà strada tra i due opposti azione-calma, lunghi momenti di riflessione filosofico-antropologica, passaggi caratterizzati da un tono profetico - da un tono biblico, e riportati attraverso la voce dell'enigmatico Judge - avatar della Guerra, avatar dell'umanità. E nel Judge è racchiuso l'intero libro e il suo messaggio, nell'inscindibilità tra il suo fascino e la sua perversione. Blood Meridian è un libro sulle peggiori atrocità che l'uomo può compiere, sugli abissi di digusto in cui può spingersi senza motivo. Ma sarebbe facile liquidare simili momenti come follia o errore o malvagità: Blood Meridian invece cerca di spiegarli, li illumina e li sviscera, ad esporne la natura profonda - il messaggio che ci gridano e che ogni giorno, ogni ora, scegliamo di ignorare. In questo, più che nella pura brutalità gratuita, è un libro davvero disturbante - davvero potente - e davvero difficile.
Blood Meridian è un capolavoro ed è con ogni probabilità il masterpiece di McCarthy. E' comunque un libro tremendo e assolutamente non facile, e di sicuro non è un'opera che consiglierei a tutti. E anzi, se anche vi sentite hardcore ma ancora non conoscete l'autore, è forse il caso di approcciarlo da qualche altra parte (All the Pretty Horses, No Country for Old Men). Se invece sentite di avere ciò che serve per affrontare un'Odissea oscura come questa - e no, non vuol dire poter legger Stephen King senza esserne spaventati - preparatevi a un libro che non dimenticherete mai.
Odeporica. O, come la chiamano le persone normali, Letteratura di Viaggio: un filone così fertile e vasto, soprattutto a causa dei suoi confini quasi inesistenti, da poter contenere al suo interno pressocchè ogni libro mai scritto. Ma, a non voler far troppo gli stronzi e a mantenerne le linee guida
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Odeporica. O, come la chiamano le persone normali, Letteratura di Viaggio: un filone così fertile e vasto, soprattutto a causa dei suoi confini quasi inesistenti, da poter contenere al suo interno pressocchè ogni libro mai scritto. Ma, a non voler far troppo gli stronzi e a mantenerne le linee guida abbastanza severe (accettando insomma Cuore di Tenebra ma magari non Robinson Crusoe), un genere che ha comunque partorito una quantità impressionante di romanzi destinati a scolpirsi una nicchia Storia della Letteratura, oltrechè capaci di guadagnarsi un abnorme successo. Se ce la farà anche questo, è impossibile dirlo; ma ad oggi, Conoscerete la Nostra Velocità può tranquillamente candidarsi ad esser tra le grandi opere dell'odeporica contemporanea.
Conoscerete è un buffo incrocio tra Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni e On the Road (di Kerouac), senza l'artificiosità romanzesca del primo nè lo squallore onnipresente del secondo. E' la storia di due amici alle prese con una settimana di viaggio non-stop, dove l'importante è appunto viaggiare, muoversi, e non i luoghi che si attraversano o la meta che si raggiunge. Un viaggio di generosità gratuita e casuale, e un'occasione per elaborare un dolore soverchiante, terribile, tenuto nascosto. Per stile e atmosfera, Conoscerete non si discosta affatto dal capolavoro di Eggers (L'Opera Struggente), presentandosi nella forma di un infinito stream of consciousness incredibilmente appassionante e scorrevole, che offre un punto di vista sofferto e forse un pò complessato - ma incredibilmente sensibile, e sinceramente buono. Leggere Eggers fa bene al cuore, perchè è un uomo che sa parlare con grande schiettezza e nessuna lacrimosità di amore e di gioia, di cose belle e importanti e pure. E' quasi un'eccezione nel panorama americano, ma è un'eccezione assolutamente gradita.
You Shall Know our Velocity è un pò l'On the Road della Generazione X: non c'è droga - diciamo non troppa, non si accattona ovunque si riesca ma al contrario ci si chiede a chi dar i propri soldi, non c'è il jazz ma gli Smashing Pumpkins e i Nirvana. E' una storia di fame, dolore e bontà insieme esilarante e commovente (sembra una frase fatta, ma questa lo è davvero), un manifesto di un modo di vivere e di approcciare il mondo, quello giovane e americano. Dovete essere delle persone ben tristi perchè io non vi consigli questo libro.
La seconda metà dell'800, diciamo dal '48 in avanti, è stata storicamente il momento di passaggio alla contemporaneità, l'arco temporale in cui la civiltà Occidentale ha incominciato a sviluppare una coscienza sociale (questa frase, l'occhio esperto avrà notato, è ottima da rappare) conscia dei muta
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La seconda metà dell'800, diciamo dal '48 in avanti, è stata storicamente il momento di passaggio alla contemporaneità, l'arco temporale in cui la civiltà Occidentale ha incominciato a sviluppare una coscienza sociale (questa frase, l'occhio esperto avrà notato, è ottima da rappare) conscia dei mutamenti già in atto da qualche decennio, un processo che si è in gran parte concluso negli anni '40-'50 - eccezion fatta per certe minuzie (se non siete bianchi ed etero, per voi non saranno affatto minuzie) in via di correzione tutt'oggi. In questo periodo il 'clic!' culturale si rispecchia soprattutto nel mutare dei gusti letterari e nel sorgere di quelle maestose correnti narrative (dove maestose vuol dire 'che piacciono a Krokgard') quali il realismo europeo, il naturalismo, o il verismo qui da noi, tutte interessate a focalizzarsi su un mondo in cui troppe cose brutte succedevano troppo vicino, perchè si continuassero a scrivere libri-menzogna a là 'va tutto bene, vincono sempre i buoni'.
Hardy si inserisce, se vogliamo, a fare da ponte tra due aspetti di questo movimento, tra il realismo vittoriano (in una variante comunque priva delle macchiette dickensiane, Dio di questo ti rendiamo grazia) e un naturalismo particolarmente spietato, particolarmente crudele. E in Tess of the D'Urbervilles l'obiettivo della sua indagine è la campagna inglese e le sue tare, le aberrazioni della mentalità aristocratica (nelle sue varianti conservatrice e progressista), la miseria in cui vive il popolino rurale - miseria di fatto da esso stesso alimentata. Tess è un romanzo agilissimo, colorito e tremendamente triste, ricco di descrizioni minuziose e di affascinanti (e attualissime) riflessioni, nella migliore tradizione dell'epoca. L'intera vicenda è dominata dal freddo caso, il grande antagonista nel corpus di Hardy, un caso a volte terribilmente ingiusto - in un quadro estremamente lacrimoso (al singolo decidere se questo sia un difetto) che sarà familiare a chi si è letto la Vita dei Campi, o il Ciclo dei Vinti, con tutte quelle cose brutte che capitano alla bella gente - tutto costruito per spremerti fuori le lacrime dagli occhi. ... Che è poi la missione della letteratura pop, e questo dovrebbe dire qualcosa agli pseudohipster che oggi deridono i bestseller perchè 'non-L'.
Flaubert, Tolstoj, Verga, Conrad, se amate le opere di (uno di) questi autori potete andare, con Hardy, decisamente sul sicuro - e in generale, a parte che per una netta mancanza d'azione, Tess of the D'Urbervilles è un libro il cui sapore nettamente contemporaneo saprà soddisfare, non dubito, ogni o quasi vero buon lettore.
Slaughterhouse 5
"A book against war? Why don't you write a book against glaciers?".
Questa semplice uscita è tanto arida quanto vera. Dire che la guerra è brutta è un pò come dire che l'amore è bello: nella sua essenziale e ubersviscerata banalità, si rivela un'affermazione incredibilmente problematica. Questo non ... (continue)
"A book against war? Why don't you write a book against glaciers?".
Questa semplice uscita è tanto arida quanto vera. Dire che la guerra è brutta è un pò come dire che l'amore è bello: nella sua essenziale e ubersviscerata banalità, si rivela un'affermazione incredibilmente problematica. Questo non impedisce a ogni singola generazione di ribadire i due concetti, perchè sono così sentiti, ci interessano così nel profondo, che alla fin fine veniamo sempre a patti con la tritaggine e o ci aggiungiamo un pò di sperimentazione, o aumentiamo le dosi di realismo, di cinismo, di naivete, ma torniamo sempre a parlarne. E ogni generazione c'è qualcuno (e non temete, ci sarà sempre) che riuscirà a produrre qualcosa di originale, di davvero nuovo, anche su questi temi, anche su queste banalità. Sappiate che quel qualcuno è e sarà un ottimo scrittore.
Slaughterhouse 5 è un romanzo di fantascienza il cui tema centrale è che la guerra è brutta. E', su queste basi, il tipo di opera che di solito commenterei con un sorriso da critico represso - non perchè sia per forza brutto o mal scritto, ma perchè quelli di più sopra sono gli ingredienti più indicati per la ricetta tradizionale della dozzinalità.
Non si potrebbe essere più lontani dalla verità. Slaughterhouse non è un bel libro, è un capolavoro, anzi, è perfetto: è un romanzo che, anche e soprattutto in funzione della sua brevità, riesce a mantenersi sempre piacevolissimo, interessante, profondo e intelligente, un romanzo orchestrato magistralmente e scritto come meglio non si potrebbe; l'unico altro esempio da me incontrato in letteratura è Of Mice and Men, di Steinbeck (e non fraintendete, ci sono numerosi romanzi 'corposi' che apprezzo di più; ma quelli - inevitabilmente, forse - qualche difetto finiscono per avercelo).
Punti di forza della Slaughterhouse sono stile e contenuto (e che altro resta, la copertina? Beh ve l'ho detto che è un libro perfetto, no?). Lo stile, perchè terribilmente esilarante (vi ritroverete a ridere, ridere di gusto, e spesso) eppure capace di enfatizzare emotivamente i passaggi che lo richiedono; giostrato su un umorismo all'americana terribilmente seminale (Wallace, Eggers, Franzen e altri riecheggiano gloriosamente Vonnegut), spesso molto nero, ma non incattivito - frustrato, semmai; rassegnato, ma solo per finta. Come nel miglior George Carlin (non quello inacidito della vecchiaia).
Il contenuto: perchè la Slaughterhouse parla di guerra con incredibile schiettezza, semplicità ed equilibrio, non si sbilancia mai e non giudica mai, che è poi il modo migliore per parlare di qualcosa di così grande - e l'unico per raccontarla, per qualcuno che l'ha vista davvero, come l'autore. Il libro è, in teoria, un romanzo su uno degli episodi più neri dell'ultima Guerra Mondiale, la distruzione che ha simbolicamente chiuso il bagno di sangue in cui l'Europa si è suicidata - ossia il bombardamento di Dresda del Febbraio '45. Ma non troverete atrocità - oltre a quelle sperimentate in prima persona -, qua dentro; non troverete invettive contro un esercito o un altro, contro Dio o contro gli uomini. Che senso avrebbe? Sarebbe come inveire contro i ghiacciai. So it Goes.
E chiudendo, giova sottolinear come la Slaughterhouse sia uno dei pochi romanzi di fantascienza 'pura' che io abbia mai letto: in cui l'elemento fantastico non è funzionale all'intrattenimento (non serve per incuriosire il lettore), ma è puro supporto metaforico-simbolico. Pensandoci meglio non lo so mica se sia vera sci-fi, la Slaughterhouse. Pensandoci ancora meglio reputo non sia poi importante.
Lo ripeto, questo romanzo è perfetto. Leggetelo, perchè oltre ad essere un libro meraviglioso, è una lezione di storia, di vita, di filosofia.
Anna Karenina
Le opere enciclopediche, che aspirino a contenere in sè lo spirito di un'intera cultura (quelle che puntano all'umanità tutta, di solito finiscono per crearsi attorno una religione), sono da sempre comuni in quelle aree in cui un' autodefinizione socio-culturale è più incerta e meno scontata - si ve ... (continue)
Le opere enciclopediche, che aspirino a contenere in sè lo spirito di un'intera cultura (quelle che puntano all'umanità tutta, di solito finiscono per crearsi attorno una religione), sono da sempre comuni in quelle aree in cui un' autodefinizione socio-culturale è più incerta e meno scontata - si vedano gli USA, e le Great American Novel dei decenni '20-'30 e degli ultimissimi due. Anna Karenina è stata a suo tempo la principessa di questa categoria, e già allora - ma no, anche oggi, brilla per ambizione in un gruppo di grandi ambiziosi. Anna è insieme romanzo etico-culturale sul tema dell'adulterio, digressione filosofico-religiosa su tutti i massimi sistemi e, naturalmente, Grande Romanzo sulla Russia di fine '800, sulla realtà delle sue campagne e sul contrasto tra queste e lo sfarzo di Mosca e Pietroburgo, sulle sue affinità e differenze col resto d'Europa.
E' sì un bel mattone, ma è in realtà già un bel traguardo che così tanto ci sia stato in un sol libro.
Non fatevi spaventare dalle pure dimensioni, perchè aldilà d'esse AK è un romanzo estremamente scorrevole e intrigante, abilissimo nell'orchestrare azione (leggasi fatti, non sparatorie) e riflessione. Doveroso evidenziare come pressocchè chiunque io conosca e abbia letto il romanzo tenda a etichettare come ostiche determinati passaggi (di solito, quelli su Levin in mezzo ai campi) per esaltarne invece altri (generalmente le ultime pagine); personalmente trovo invece l'opera piuttosto omogenea, e semmai frammentata a livello prettamente tematico (la storia di Anna, che non a torto è facile considerare come filone narrativo centrale, occupa di fatto non molto più di metà libro). Aldilà di tutto, la scrittura di Tolstoj spicca tra le cime più alte del realismo europeo, producendo un romanzo spietato e diretto (quanto lo si poteva essere oltre un secolo fa), avulso da ipocrisie e aberrazioni premoderne. Generalmente non sono gentile coi Classici, poichè ritengo che molta gente li approcci come si approccia il saggio di pianoforte di un bambino di dieci anni (è ovvio che farà schifo da morire, ma si pensa che è così piccolo e che quindi gli sia lecito). Tolstoj è un bambino di dieci anni, ok, ma è Mozart.
... Fatevi spaventare, se proprio dovete, dalla pesantezza tematica ed esistenziale del romanzo. Chiariamoci, non lo sto criticando e ritengo anzi che nessuna opera realista possa schivare un'abbondante dose di grigiore; ciò detto non si può ignorare come AK sia un libro di mille pagine sulla sostanziale difficoltà e bruttezza della vita, sulle umiliazioni ch'essa rifila ai giusti e sugli ostacoli che la costellano e che sempre la costelleranno. Il suo cuore luminoso stà proprio nel delineare l'influenza che la cognizione di questa grande Verità ha su due vite distinte, influenza quasi opposta nei risultati - non perchè le vite siano d'un buono e d'un cattivo, ma semmai di un'anima forte e di una debole (da non leggersi come 'eroica' e 'vile'). Tolstoj non è un autore allegro nè ottimista e se non sapete gestire la Verità, leggete il pop o leggete Jean Austen, e in questo non ci sarà niente di male e anzi può darsi che un pò vi invidi pure. AK non è il romanzo che vorreste leggere per sentirvi fighi.
Se invece siete consci di ciò che affrontate, e siete comunque desiderosi di farlo, preparatevi a leggere un'opera senza alcuna pecca, uno di quei Grandi Romanzi che si meritano di sopravvivere a pari passo con l'umanità, un libro che non consente di ignorare la sua età - e che al contempo, a oltre cent'anni dalla sua stesura, merita di essere letto - ripeto, virtualmente - da tutti e da chiunque.
Non ce ne sono molti.
Blood Meridian
Pur essendo sotto molti punti di vista - uno su tutti il suo estremo realismo - assolutamente contemperaneo, Blood Meridian è un libro uscito da un'altra epoca. E' la versione anni '80 (l'unica possibile) di un poema epico, nel suo indagare le pulsioni e gli orrori sottesi alla nascita di una civilt ... (continue)
Pur essendo sotto molti punti di vista - uno su tutti il suo estremo realismo - assolutamente contemperaneo, Blood Meridian è un libro uscito da un'altra epoca. E' la versione anni '80 (l'unica possibile) di un poema epico, nel suo indagare le pulsioni e gli orrori sottesi alla nascita di una civiltà, alla nascita DELLA civiltà. Spesso paragonato a un colosso come Moby Dick, Blood Meridian potrebbe a conti fatti essere il poema epico degli Stati Uniti - ma aspira, e riesce, ad essere molto di più.
A livello prettamente tecnico, Blood Meridian non presenta uno stile molto diverso da quello a cui McCarthy ci ha abituato in ogni sua opera (sintassi asciutta - quasi ai limiti del comprensibile, lessico assurdamente specifico) se non nel suo ritmo anche più lento del solito. Il risultato primario di una simile impostazione è quello di conferire una pesantezza prettamente (appunto) epica all'opera, di rendere rocciosa ogni frase e ogni parola - per far risaltare il guizzar di ogni muscolo anche in mezzo all'orgia della battaglia. E' uno stile maestoso e tremendamente bello, ma anche molto (molto!) poco scorrevole e inevitabilmente ostico; soprattutto considerato come alle scene di brutalità gratuita - per cui il libro è soprattutto noto - vengano alternate, in un bilancio piuttosto equilibrato, passaggi di quotidianità decisamente piatti, ben poco interessanti, necessari tuttavia a dare all'opera il proprio respiro, e anche questa alternanza è nettamente - intrinsecamente - epica. Costellano poi l'intero libro, a metà strada tra i due opposti azione-calma, lunghi momenti di riflessione filosofico-antropologica, passaggi caratterizzati da un tono profetico - da un tono biblico, e riportati attraverso la voce dell'enigmatico Judge - avatar della Guerra, avatar dell'umanità.
E nel Judge è racchiuso l'intero libro e il suo messaggio, nell'inscindibilità tra il suo fascino e la sua perversione. Blood Meridian è un libro sulle peggiori atrocità che l'uomo può compiere, sugli abissi di digusto in cui può spingersi senza motivo. Ma sarebbe facile liquidare simili momenti come follia o errore o malvagità: Blood Meridian invece cerca di spiegarli, li illumina e li sviscera, ad esporne la natura profonda - il messaggio che ci gridano e che ogni giorno, ogni ora, scegliamo di ignorare. In questo, più che nella pura brutalità gratuita, è un libro davvero disturbante - davvero potente - e davvero difficile.
Blood Meridian è un capolavoro ed è con ogni probabilità il masterpiece di McCarthy. E' comunque un libro tremendo e assolutamente non facile, e di sicuro non è un'opera che consiglierei a tutti. E anzi, se anche vi sentite hardcore ma ancora non conoscete l'autore, è forse il caso di approcciarlo da qualche altra parte (All the Pretty Horses, No Country for Old Men).
Se invece sentite di avere ciò che serve per affrontare un'Odissea oscura come questa - e no, non vuol dire poter legger Stephen King senza esserne spaventati - preparatevi a un libro che non dimenticherete mai.
Conoscerete la nostra velocità
Odeporica. O, come la chiamano le persone normali, Letteratura di Viaggio: un filone così fertile e vasto, soprattutto a causa dei suoi confini quasi inesistenti, da poter contenere al suo interno pressocchè ogni libro mai scritto. Ma, a non voler far troppo gli stronzi e a mantenerne le linee guida ... (continue)
Odeporica. O, come la chiamano le persone normali, Letteratura di Viaggio: un filone così fertile e vasto, soprattutto a causa dei suoi confini quasi inesistenti, da poter contenere al suo interno pressocchè ogni libro mai scritto. Ma, a non voler far troppo gli stronzi e a mantenerne le linee guida abbastanza severe (accettando insomma Cuore di Tenebra ma magari non Robinson Crusoe), un genere che ha comunque partorito una quantità impressionante di romanzi destinati a scolpirsi una nicchia Storia della Letteratura, oltrechè capaci di guadagnarsi un abnorme successo. Se ce la farà anche questo, è impossibile dirlo; ma ad oggi, Conoscerete la Nostra Velocità può tranquillamente candidarsi ad esser tra le grandi opere dell'odeporica contemporanea.
Conoscerete è un buffo incrocio tra Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni e On the Road (di Kerouac), senza l'artificiosità romanzesca del primo nè lo squallore onnipresente del secondo. E' la storia di due amici alle prese con una settimana di viaggio non-stop, dove l'importante è appunto viaggiare, muoversi, e non i luoghi che si attraversano o la meta che si raggiunge. Un viaggio di generosità gratuita e casuale, e un'occasione per elaborare un dolore soverchiante, terribile, tenuto nascosto.
Per stile e atmosfera, Conoscerete non si discosta affatto dal capolavoro di Eggers (L'Opera Struggente), presentandosi nella forma di un infinito stream of consciousness incredibilmente appassionante e scorrevole, che offre un punto di vista sofferto e forse un pò complessato - ma incredibilmente sensibile, e sinceramente buono. Leggere Eggers fa bene al cuore, perchè è un uomo che sa parlare con grande schiettezza e nessuna lacrimosità di amore e di gioia, di cose belle e importanti e pure. E' quasi un'eccezione nel panorama americano, ma è un'eccezione assolutamente gradita.
You Shall Know our Velocity è un pò l'On the Road della Generazione X: non c'è droga - diciamo non troppa, non si accattona ovunque si riesca ma al contrario ci si chiede a chi dar i propri soldi, non c'è il jazz ma gli Smashing Pumpkins e i Nirvana. E' una storia di fame, dolore e bontà insieme esilarante e commovente (sembra una frase fatta, ma questa lo è davvero), un manifesto di un modo di vivere e di approcciare il mondo, quello giovane e americano. Dovete essere delle persone ben tristi perchè io non vi consigli questo libro.
Tess of the D'Urbervilles
La seconda metà dell'800, diciamo dal '48 in avanti, è stata storicamente il momento di passaggio alla contemporaneità, l'arco temporale in cui la civiltà Occidentale ha incominciato a sviluppare una coscienza sociale (questa frase, l'occhio esperto avrà notato, è ottima da rappare) conscia dei muta ... (continue)
La seconda metà dell'800, diciamo dal '48 in avanti, è stata storicamente il momento di passaggio alla contemporaneità, l'arco temporale in cui la civiltà Occidentale ha incominciato a sviluppare una coscienza sociale (questa frase, l'occhio esperto avrà notato, è ottima da rappare) conscia dei mutamenti già in atto da qualche decennio, un processo che si è in gran parte concluso negli anni '40-'50 - eccezion fatta per certe minuzie (se non siete bianchi ed etero, per voi non saranno affatto minuzie) in via di correzione tutt'oggi.
In questo periodo il 'clic!' culturale si rispecchia soprattutto nel mutare dei gusti letterari e nel sorgere di quelle maestose correnti narrative (dove maestose vuol dire 'che piacciono a Krokgard') quali il realismo europeo, il naturalismo, o il verismo qui da noi, tutte interessate a focalizzarsi su un mondo in cui troppe cose brutte succedevano troppo vicino, perchè si continuassero a scrivere libri-menzogna a là 'va tutto bene, vincono sempre i buoni'.
Hardy si inserisce, se vogliamo, a fare da ponte tra due aspetti di questo movimento, tra il realismo vittoriano (in una variante comunque priva delle macchiette dickensiane, Dio di questo ti rendiamo grazia) e un naturalismo particolarmente spietato, particolarmente crudele. E in Tess of the D'Urbervilles l'obiettivo della sua indagine è la campagna inglese e le sue tare, le aberrazioni della mentalità aristocratica (nelle sue varianti conservatrice e progressista), la miseria in cui vive il popolino rurale - miseria di fatto da esso stesso alimentata. Tess è un romanzo agilissimo, colorito e tremendamente triste, ricco di descrizioni minuziose e di affascinanti (e attualissime) riflessioni, nella migliore tradizione dell'epoca. L'intera vicenda è dominata dal freddo caso, il grande antagonista nel corpus di Hardy, un caso a volte terribilmente ingiusto - in un quadro estremamente lacrimoso (al singolo decidere se questo sia un difetto) che sarà familiare a chi si è letto la Vita dei Campi, o il Ciclo dei Vinti, con tutte quelle cose brutte che capitano alla bella gente - tutto costruito per spremerti fuori le lacrime dagli occhi.
... Che è poi la missione della letteratura pop, e questo dovrebbe dire qualcosa agli pseudohipster che oggi deridono i bestseller perchè 'non-L'.
Flaubert, Tolstoj, Verga, Conrad, se amate le opere di (uno di) questi autori potete andare, con Hardy, decisamente sul sicuro - e in generale, a parte che per una netta mancanza d'azione, Tess of the D'Urbervilles è un libro il cui sapore nettamente contemporaneo saprà soddisfare, non dubito, ogni o quasi vero buon lettore.