Quando si acquista alla cieca ogni tanto si vince, ogni tanto si perde. Attirato dal retro di copertina, non m'ha neanche sfiorato la mente che i "cattivi" della vicenda potessero - nell'anno domini 2011, che non è mica l'anno 89 dell'era fascista - esser presentati quali buoni. In realtà un romanzo
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Quando si acquista alla cieca ogni tanto si vince, ogni tanto si perde. Attirato dal retro di copertina, non m'ha neanche sfiorato la mente che i "cattivi" della vicenda potessero - nell'anno domini 2011, che non è mica l'anno 89 dell'era fascista - esser presentati quali buoni. In realtà un romanzo ambientato a "Nuova" York ha delle potenzialità comiche enormi. Forse un giorno certi concetti e idee saranno solo un grottesco ricordo e riusciremo (riuscirò) a leggerlo ridendo.
Fin'allora, m'affido all'istinto e procrastino la lettura di questa che, per usare un linguaggio da plutocrazia imperialista, pare purissima "fascist scum".
Immaginate di passeggiare per una radura sconfinata, di notte. Tutto attorno a voi è oscuro, a malapena vedete dove state mettendo i piedi. Quand'ecco che da lassù, rapidissima e incandescente, una meteora attraversa la volta celeste; e sempre, sempre più grande, si schianta con un boato a poca dist
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Immaginate di passeggiare per una radura sconfinata, di notte. Tutto attorno a voi è oscuro, a malapena vedete dove state mettendo i piedi. Quand'ecco che da lassù, rapidissima e incandescente, una meteora attraversa la volta celeste; e sempre, sempre più grande, si schianta con un boato a poca distanza da voi. Siete un pò spaesati, ma vi riprendete subito. La curiosità è più grande d'ogni prudenza e timore e non potete fare a meno d'indagar sul luogo dell'impatto. Scoprite così che la roccia ancora fumante, di modeste dimensioni, pare d'un materiale a voi sconosciuto. Aspettate allora che si raffreddi; e non senza esitazioni, la sollevate e ve la portate a casa. Qualche analisi vi rivela che il minerale, o qualunque cosa sia, pare più duro d'ogni standard terrestre, ma sà al contempo fondersi a temperature accettabili e dimostra una malleabilità incredibile. Una volta lavorato, riluce più di qualsiasi banale gioiello, brilla più del comune oro. Potete usarlo per costruire qualunque cosa: un diadema, un monile, un'arma, uno scettro. Ma, ahimè, la vita raramente è giusta e il magico minerale, che chiameremo Stile, non l'avete trovato voi. L'ha trovato Jimmy Joyce. Che ha deciso di farci un cucchiaio. E' un cucchiaio meraviglioso, un'esemplare unico che difficilmente potrà essere uguagliato da un qualsiasi prodotto d'umano artigianato, un'artefatto splendido da ammirare in contemplazione; ma rimane pur sempre un maledetto cucchiaio!
Basta metafore e cominciamo col dire che un libro, non importa chi l'ha scritto, non importa quanto sia bello, non può per essere letto richiedere un ALTRO libro; un decodificatore. E invece pare proprio che sia questo il caso (l'edizione italiana Oscar Mondadori circola con effettivamente un volume interpretativo allegato). Se la risposta alla domanda "perchè no?" non è immediata, è perchè ci siamo un pò allontanati da quello che ritengo essere il senso genuino della lettura. A nessuno frega di conoscere i pensieri degli estranei. E' naturale e giusto. E James Joyce è un estraneo, nè più nè meno. Se vuol mettermi al corrente delle sue opinioni sul mondo, che per quanto ne sò potrebbero essere profonde e interessanti e intelligenti e condivisibili, deve confezionarmele per bene. Ergo: deve scriverci attorno una storia. E' in questo, semplicemente, che consiste il piacere elementare della letteratura: conoscere storie. Se non le si sà raccontare conviene fare il saggista, o l'opinionista, o il filosofo. Il punto è: James Joyce le sà raccontare? E' davvero così bravo da farmi tollerare l'idea di dover decodificare il suo libro, per capirlo davvero? Ulysses è davvero un racconto così bello? Le risposte a queste domande, strano ma vero, sono discordi.
Che Joyce sia uno scrittore da massimi livelli lo sà chiunque abbia letto quel capolavoro che sono i Dubliners. Ma attenzione: non confondiamoci. Dubliners è una raccolta di racconti scritta meravigliosamente bene, composta da storie più o meno interessanti, ma è comunque un'opera "normale". Nessun termine è più adeguato: solo il livello qualitativo è straordinario, laggiù. Ulysses è qualcosa di mostruosamente diverso. Non è un vero romanzo, è piuttosto un incrocio tra un rompicapo e un esperimento. Maddai: una storia che ricalca i passaggi dell'Odissea, che racconta l'intreccio di alcune vite "banali" nella Dublino del primo '900, in cui ogni capitolo contiene diversi riferimenti a organi umani, aree del sapere, colori e temi, e dove ognuno d'essi è esposto con un differente stile narrativo? Non ho mai conosciuto nulla di più geniale. E' semplicemente soverchiante: l'Ulysses è come una cattedrale dove ogni lato della struttura è costruito con un diverso stile architettonico, un diverso materiale, da un diverso architetto. Una cattedrale, per inciso, grande come una città intera. Ma ecco che il paragone risulta azzardato e sbagliato; l'Ulysses non è una cattedrale. Diciamo che è un ufficio postale.
Ciò che cerco di dire parlando di cucchiai e uffici postali è che l'Ulysses racconta la storia di una giornata banale. Ed è una cosa in sè comprensibile: Joyce riesce, sfruttando al limite del tollerabile lo stream of consciuousness, a rappresentare a livello letterario la realtà, in tutti i suoi aspetti, in tutti i suoi pensieri, dai più alti ai più turpi. E una simile rappresentazione, fedele come l'inchiostro può esserlo, non poteva certo ritrarre un'avventura romanzata o un evento straordinario. Doveva essere applicata alla banalità, per risultare in tutta la sua efficacia. Ma ecco che pure questo non ci toglie di dosso quel problema... la banalità. Se io leggo per conoscere una storia, e quella storia è noiosa e piatta, lo stile e i significati profondi di questo mondo potranno giustificar l'autore all'infinito: ma la storia non smetterà d'esser noiosa e piatta.
A questo aggiungiamo che la maniacale attenzione per i pensieri e le riflessioni dei protagonisti, anche quelle totalmente superflue, diluisce i fatti narrati all'inverosimile: l'Ulysses è un'opera imponente, e a spaventare non devono essere tanto le 940 pagine: ma il sapere cosa esse contengono e come sono composte. Non aiuta, poi, esser consci che si stà comprendendo - ad una lettura estranea dal supporto di note e manuali - solo un decimo di ciò che l'autore vuole dire, coi suoi continui riferimenti, doppi sensi, puns, allegorie. E' un aspetto dell'opera che la rende estremamente geniale, ma che immancabilmente provoca un enorme fastidio. "Why don't you write books people can read?", chiedeva Nora Joyce al marito; e devo dire che mi sento molto vicino alle posizioni della signora.
L'Ulysses è quasi indiscutibilmente l'opera più geniale mai composta. Pare creata da un super-team, più che da un solo uomo; è un libro che ha l'immortalità assolutamente assicurata. Eppure, l'estrema essenzialità dei contenuti non manca mai di pesare e questo non può essere ignorato. Durante tutta la lettura mi sono sentito in bilico tra la venerazione per la grandiosità d'una simile composizioni e commenti del tipo "oh, andiamo! Prima o poi dovrà pur succedere qualcosa!". Un'opera che, è il caso di dirlo, dubito d'aver capito appieno (dubito che chiunque nella storia abbia già capito appieno questo mostro) e che mi riservo di giudicare definitivamente dopo una seconda, terza, centodiciassettesima rilettura. Impossibile consigliarlo a qualcuno: non ci sono riferimenti possibili, generi associabili. Se volete leggere l'Ulysses, sappiate a cosa andate in contro! E sappiate che, se arriverete alla fine di questo coso, in lingua, senza barare, nessuno vi chiederà mai più una prova del vostro coraggio.
Da filo-americano (per ora purtroppo solo filo-) convinto quale sono rimasi subito colpito quando vidi la copertina, molto ironica e accattivante, di questa raccolta di articoli del giornalista Vittorio Zucconi; uno che di America se ne intede. Scopo del libro è, come palesato dalla stessa copertina
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Da filo-americano (per ora purtroppo solo filo-) convinto quale sono rimasi subito colpito quando vidi la copertina, molto ironica e accattivante, di questa raccolta di articoli del giornalista Vittorio Zucconi; uno che di America se ne intede. Scopo del libro è, come palesato dalla stessa copertina, spiegarci “perché amiamo e odiamo l’America”. E il giornalista espone le sue tesi al riguardo con uno stile accattivante e anche piuttosto divertente; un ottimo scrittore, anche se mi trova in disaccordo su certi punti. Il problema del libro è però che non rispetta affatto quanto promesso, o almeno quanto da me inteso. Solo i primi due capitoli espongono pregi e difetti, grandi e piccoli, della “terra dei liberi”; per il resto, si tratta di un semplice collage di articoli – molti dei quali già pubblicati – su argomenti che sì, interessano gli USA, ma spesso solo marginalmente. Si va dalla febbre del poker al problema del fumo, dalla storia di Al Capone a quella di Ronald Reagan, toccando moltissimi argomenti – ma toccando, in sostanza, molto poco l’argomento America. In sintesi: libro piuttosto bello, ma non quello che mi aspettavo.
Pattumiera pseudo-horror, pseudo-erotica. L'80% del libro è occupato dalla riflessione introspettiva del protagonista, gestita particolarmente male e incapace di vera profondità - ammazzando quindi quello che si suppone dovrebbe essere il punto chiave del libro ("a volte l'uomo sceglie volontariamen
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Pattumiera pseudo-horror, pseudo-erotica. L'80% del libro è occupato dalla riflessione introspettiva del protagonista, gestita particolarmente male e incapace di vera profondità - ammazzando quindi quello che si suppone dovrebbe essere il punto chiave del libro ("a volte l'uomo sceglie volontariamente di fare del male"). E l'intero discorso "OMG sono un lupo mannaro!!1!" poteva essere lasciato tranquillamente fuori. I mean, in pratica il tizio non cambia neppure forma. Chissà perchè ogni tanto pesco fuori cose del genere.
Certi romanzi fanno riflettere; altri spingono ad agire; taluni portano a discutere; questo m'ha fatto parlare. Mentre mi addentravo tra le strade d'Utopia, dove nessun uomo possiede niente e tutti collaborano al bene comune, la frase che più spesso usciva dalle mie labbra era "ommioddio non posso e
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Certi romanzi fanno riflettere; altri spingono ad agire; taluni portano a discutere; questo m'ha fatto parlare. Mentre mi addentravo tra le strade d'Utopia, dove nessun uomo possiede niente e tutti collaborano al bene comune, la frase che più spesso usciva dalle mie labbra era "ommioddio non posso essere ancora a pagina sessanta! Ero a cinquantasette un quarto d'ora fa!". L'Utopia o la peggior forma di romanzo in realtà non lo è affatto (un romanzo), ma piuttosto un trattato filosofico, in cui si descrive una repubblica ideale - con conseguente critica al sistema politico dell'epoca. Questo almeno nella seconda parte, che per la fantasiosità dell'isola d'Utopia riesce a tratti ad apparir quasi interessante; la prima è una semplice discussione d'attualità cinquecentesca in cui l'autore mi spiega nell'anno domini 2011 come sia sbagliato uccidere un ladro e come bisognerebbe proibire il gioco delle carte perchè stimola l'ozio. E io che pensavo scadessero solo gli yogurt! Da notare poi che se il romanzo non è un romanzo, Utopia non è un'utopia, ma anzi un posto orribile in cui non esiste la proprietà privata, lo stato controlla ogni aspetto della vita del singolo e si riserva il diritto di distribuirlo come più l'aggrada sul territorio nazionale, strappandolo alla sua famiglia per equilibrare la situazione socio-economica del paese e rispondere ai suoi bisogni produttivi. L'inno nazionale da quelle parti dev'essere Polyushka Polye o qualcosa anni '30 made in Deutschland. Non fraintendetemi, questo libro contiene alcun idee e concetti assolutamente all'avanguardia per l'epoca in cui è stato scritto (per citarne uno, un interessante, equilibrato e anche condivisibile intervento contro la caccia); e questo è assodato e non va dimenticato. Ciò detto, quasi tre secoli d'illuminismo, oltre due secoli di democrazia occidentale, e un novecento in cui d'Utopie se ne sono viste troppe rende questo libro - a livello stilistico assolutamente illeggibile - inverosimilmente datato anche nei contenuti. Il fatto che ancora lo si tenga in alta considerazione dà una chiara idea di come sia ridotta la Letteratura Occidentale: un trentenne goffo e impacciato che vive ancora con sua madre. La mamma è sempre la mamma, ma sarebbe ben ora di tagliarlo, questo cordone!
Le uova del drago
Quando si acquista alla cieca ogni tanto si vince, ogni tanto si perde. Attirato dal retro di copertina, non m'ha neanche sfiorato la mente che i "cattivi" della vicenda potessero - nell'anno domini 2011, che non è mica l'anno 89 dell'era fascista - esser presentati quali buoni.continue)
In realtà un romanzo ... (
Quando si acquista alla cieca ogni tanto si vince, ogni tanto si perde. Attirato dal retro di copertina, non m'ha neanche sfiorato la mente che i "cattivi" della vicenda potessero - nell'anno domini 2011, che non è mica l'anno 89 dell'era fascista - esser presentati quali buoni.
In realtà un romanzo ambientato a "Nuova" York ha delle potenzialità comiche enormi. Forse un giorno certi concetti e idee saranno solo un grottesco ricordo e riusciremo (riuscirò) a leggerlo ridendo.
Fin'allora, m'affido all'istinto e procrastino la lettura di questa che, per usare un linguaggio da plutocrazia imperialista, pare purissima "fascist scum".
Ulysses
Immaginate di passeggiare per una radura sconfinata, di notte. Tutto attorno a voi è oscuro, a malapena vedete dove state mettendo i piedi. Quand'ecco che da lassù, rapidissima e incandescente, una meteora attraversa la volta celeste; e sempre, sempre più grande, si schianta con un boato a poca dist ... (continue)
Immaginate di passeggiare per una radura sconfinata, di notte. Tutto attorno a voi è oscuro, a malapena vedete dove state mettendo i piedi. Quand'ecco che da lassù, rapidissima e incandescente, una meteora attraversa la volta celeste; e sempre, sempre più grande, si schianta con un boato a poca distanza da voi.
Siete un pò spaesati, ma vi riprendete subito. La curiosità è più grande d'ogni prudenza e timore e non potete fare a meno d'indagar sul luogo dell'impatto. Scoprite così che la roccia ancora fumante, di modeste dimensioni, pare d'un materiale a voi sconosciuto. Aspettate allora che si raffreddi; e non senza esitazioni, la sollevate e ve la portate a casa.
Qualche analisi vi rivela che il minerale, o qualunque cosa sia, pare più duro d'ogni standard terrestre, ma sà al contempo fondersi a temperature accettabili e dimostra una malleabilità incredibile. Una volta lavorato, riluce più di qualsiasi banale gioiello, brilla più del comune oro. Potete usarlo per costruire qualunque cosa: un diadema, un monile, un'arma, uno scettro.
Ma, ahimè, la vita raramente è giusta e il magico minerale, che chiameremo Stile, non l'avete trovato voi. L'ha trovato Jimmy Joyce. Che ha deciso di farci un cucchiaio.
E' un cucchiaio meraviglioso, un'esemplare unico che difficilmente potrà essere uguagliato da un qualsiasi prodotto d'umano artigianato, un'artefatto splendido da ammirare in contemplazione; ma rimane pur sempre un maledetto cucchiaio!
Basta metafore e cominciamo col dire che un libro, non importa chi l'ha scritto, non importa quanto sia bello, non può per essere letto richiedere un ALTRO libro; un decodificatore. E invece pare proprio che sia questo il caso (l'edizione italiana Oscar Mondadori circola con effettivamente un volume interpretativo allegato). Se la risposta alla domanda "perchè no?" non è immediata, è perchè ci siamo un pò allontanati da quello che ritengo essere il senso genuino della lettura.
A nessuno frega di conoscere i pensieri degli estranei. E' naturale e giusto. E James Joyce è un estraneo, nè più nè meno. Se vuol mettermi al corrente delle sue opinioni sul mondo, che per quanto ne sò potrebbero essere profonde e interessanti e intelligenti e condivisibili, deve confezionarmele per bene. Ergo: deve scriverci attorno una storia. E' in questo, semplicemente, che consiste il piacere elementare della letteratura: conoscere storie. Se non le si sà raccontare conviene fare il saggista, o l'opinionista, o il filosofo.
Il punto è: James Joyce le sà raccontare? E' davvero così bravo da farmi tollerare l'idea di dover decodificare il suo libro, per capirlo davvero? Ulysses è davvero un racconto così bello?
Le risposte a queste domande, strano ma vero, sono discordi.
Che Joyce sia uno scrittore da massimi livelli lo sà chiunque abbia letto quel capolavoro che sono i Dubliners. Ma attenzione: non confondiamoci. Dubliners è una raccolta di racconti scritta meravigliosamente bene, composta da storie più o meno interessanti, ma è comunque un'opera "normale". Nessun termine è più adeguato: solo il livello qualitativo è straordinario, laggiù.
Ulysses è qualcosa di mostruosamente diverso. Non è un vero romanzo, è piuttosto un incrocio tra un rompicapo e un esperimento. Maddai: una storia che ricalca i passaggi dell'Odissea, che racconta l'intreccio di alcune vite "banali" nella Dublino del primo '900, in cui ogni capitolo contiene diversi riferimenti a organi umani, aree del sapere, colori e temi, e dove ognuno d'essi è esposto con un differente stile narrativo?
Non ho mai conosciuto nulla di più geniale.
E' semplicemente soverchiante: l'Ulysses è come una cattedrale dove ogni lato della struttura è costruito con un diverso stile architettonico, un diverso materiale, da un diverso architetto. Una cattedrale, per inciso, grande come una città intera.
Ma ecco che il paragone risulta azzardato e sbagliato; l'Ulysses non è una cattedrale. Diciamo che è un ufficio postale.
Ciò che cerco di dire parlando di cucchiai e uffici postali è che l'Ulysses racconta la storia di una giornata banale. Ed è una cosa in sè comprensibile: Joyce riesce, sfruttando al limite del tollerabile lo stream of consciuousness, a rappresentare a livello letterario la realtà, in tutti i suoi aspetti, in tutti i suoi pensieri, dai più alti ai più turpi. E una simile rappresentazione, fedele come l'inchiostro può esserlo, non poteva certo ritrarre un'avventura romanzata o un evento straordinario. Doveva essere applicata alla banalità, per risultare in tutta la sua efficacia.
Ma ecco che pure questo non ci toglie di dosso quel problema... la banalità. Se io leggo per conoscere una storia, e quella storia è noiosa e piatta, lo stile e i significati profondi di questo mondo potranno giustificar l'autore all'infinito: ma la storia non smetterà d'esser noiosa e piatta.
A questo aggiungiamo che la maniacale attenzione per i pensieri e le riflessioni dei protagonisti, anche quelle totalmente superflue, diluisce i fatti narrati all'inverosimile: l'Ulysses è un'opera imponente, e a spaventare non devono essere tanto le 940 pagine: ma il sapere cosa esse contengono e come sono composte.
Non aiuta, poi, esser consci che si stà comprendendo - ad una lettura estranea dal supporto di note e manuali - solo un decimo di ciò che l'autore vuole dire, coi suoi continui riferimenti, doppi sensi, puns, allegorie. E' un aspetto dell'opera che la rende estremamente geniale, ma che immancabilmente provoca un enorme fastidio. "Why don't you write books people can read?", chiedeva Nora Joyce al marito; e devo dire che mi sento molto vicino alle posizioni della signora.
L'Ulysses è quasi indiscutibilmente l'opera più geniale mai composta. Pare creata da un super-team, più che da un solo uomo; è un libro che ha l'immortalità assolutamente assicurata. Eppure, l'estrema essenzialità dei contenuti non manca mai di pesare e questo non può essere ignorato. Durante tutta la lettura mi sono sentito in bilico tra la venerazione per la grandiosità d'una simile composizioni e commenti del tipo "oh, andiamo! Prima o poi dovrà pur succedere qualcosa!".
Un'opera che, è il caso di dirlo, dubito d'aver capito appieno (dubito che chiunque nella storia abbia già capito appieno questo mostro) e che mi riservo di giudicare definitivamente dopo una seconda, terza, centodiciassettesima rilettura.
Impossibile consigliarlo a qualcuno: non ci sono riferimenti possibili, generi associabili. Se volete leggere l'Ulysses, sappiate a cosa andate in contro! E sappiate che, se arriverete alla fine di questo coso, in lingua, senza barare, nessuno vi chiederà mai più una prova del vostro coraggio.
L'aquila e il pollo fritto
Da filo-americano (per ora purtroppo solo filo-) convinto quale sono rimasi subito colpito quando vidi la copertina, molto ironica e accattivante, di questa raccolta di articoli del giornalista Vittorio Zucconi; uno che di America se ne intede. Scopo del libro è, come palesato dalla stessa copertina ... (continue)
Da filo-americano (per ora purtroppo solo filo-) convinto quale sono rimasi subito colpito quando vidi la copertina, molto ironica e accattivante, di questa raccolta di articoli del giornalista Vittorio Zucconi; uno che di America se ne intede. Scopo del libro è, come palesato dalla stessa copertina, spiegarci “perché amiamo e odiamo l’America”. E il giornalista espone le sue tesi al riguardo con uno stile accattivante e anche piuttosto divertente; un ottimo scrittore, anche se mi trova in disaccordo su certi punti.
Il problema del libro è però che non rispetta affatto quanto promesso, o almeno quanto da me inteso. Solo i primi due capitoli espongono pregi e difetti, grandi e piccoli, della “terra dei liberi”; per il resto, si tratta di un semplice collage di articoli – molti dei quali già pubblicati – su argomenti che sì, interessano gli USA, ma spesso solo marginalmente. Si va dalla febbre del poker al problema del fumo, dalla storia di Al Capone a quella di Ronald Reagan, toccando moltissimi argomenti – ma toccando, in sostanza, molto poco l’argomento America.
In sintesi: libro piuttosto bello, ma non quello che mi aspettavo.
The Nightwalker
Pattumiera pseudo-horror, pseudo-erotica. L'80% del libro è occupato dalla riflessione introspettiva del protagonista, gestita particolarmente male e incapace di vera profondità - ammazzando quindi quello che si suppone dovrebbe essere il punto chiave del libro ("a volte l'uomo sceglie volontariamen ... (continue)
Pattumiera pseudo-horror, pseudo-erotica. L'80% del libro è occupato dalla riflessione introspettiva del protagonista, gestita particolarmente male e incapace di vera profondità - ammazzando quindi quello che si suppone dovrebbe essere il punto chiave del libro ("a volte l'uomo sceglie volontariamente di fare del male").
E l'intero discorso "OMG sono un lupo mannaro!!1!" poteva essere lasciato tranquillamente fuori. I mean, in pratica il tizio non cambia neppure forma.
Chissà perchè ogni tanto pesco fuori cose del genere.
L'Utopia, o la migliore forma di repubblica
Certi romanzi fanno riflettere; altri spingono ad agire; taluni portano a discutere; questo m'ha fatto parlare. Mentre mi addentravo tra le strade d'Utopia, dove nessun uomo possiede niente e tutti collaborano al bene comune, la frase che più spesso usciva dalle mie labbra era "ommioddio non posso e ... (continue)
Certi romanzi fanno riflettere; altri spingono ad agire; taluni portano a discutere; questo m'ha fatto parlare. Mentre mi addentravo tra le strade d'Utopia, dove nessun uomo possiede niente e tutti collaborano al bene comune, la frase che più spesso usciva dalle mie labbra era "ommioddio non posso essere ancora a pagina sessanta! Ero a cinquantasette un quarto d'ora fa!".
L'Utopia o la peggior forma di romanzo in realtà non lo è affatto (un romanzo), ma piuttosto un trattato filosofico, in cui si descrive una repubblica ideale - con conseguente critica al sistema politico dell'epoca. Questo almeno nella seconda parte, che per la fantasiosità dell'isola d'Utopia riesce a tratti ad apparir quasi interessante; la prima è una semplice discussione d'attualità cinquecentesca in cui l'autore mi spiega nell'anno domini 2011 come sia sbagliato uccidere un ladro e come bisognerebbe proibire il gioco delle carte perchè stimola l'ozio. E io che pensavo scadessero solo gli yogurt!
Da notare poi che se il romanzo non è un romanzo, Utopia non è un'utopia, ma anzi un posto orribile in cui non esiste la proprietà privata, lo stato controlla ogni aspetto della vita del singolo e si riserva il diritto di distribuirlo come più l'aggrada sul territorio nazionale, strappandolo alla sua famiglia per equilibrare la situazione socio-economica del paese e rispondere ai suoi bisogni produttivi. L'inno nazionale da quelle parti dev'essere Polyushka Polye o qualcosa anni '30 made in Deutschland.
Non fraintendetemi, questo libro contiene alcun idee e concetti assolutamente all'avanguardia per l'epoca in cui è stato scritto (per citarne uno, un interessante, equilibrato e anche condivisibile intervento contro la caccia); e questo è assodato e non va dimenticato. Ciò detto, quasi tre secoli d'illuminismo, oltre due secoli di democrazia occidentale, e un novecento in cui d'Utopie se ne sono viste troppe rende questo libro - a livello stilistico assolutamente illeggibile - inverosimilmente datato anche nei contenuti. Il fatto che ancora lo si tenga in alta considerazione dà una chiara idea di come sia ridotta la Letteratura Occidentale: un trentenne goffo e impacciato che vive ancora con sua madre. La mamma è sempre la mamma, ma sarebbe ben ora di tagliarlo, questo cordone!