Ho sorriso solo leggendo l'aneddoto della realizzazione delle foto per il calendario, quando nudo e avvinghiato ad uno scoglio per non mettere i piedi sui ricci di mare, sente l'urlo di alcuni romani in vacanza sulla stessa isola: 'A Gassmann... 'anvedi che chiappe!!'
E' possibile superare il lutto familiare? E' giusto farlo? Come?
Sono le domande che si pone Doug, 29enne neo-vedovo, in seguito alla perdita della moglie. Una famiglia allargata incasinata e troppo divertente (su tutti, il padre di Doug); tristezza, rabbia, sesso, gelosie, tradimenti, appuntamenti
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E' possibile superare il lutto familiare? E' giusto farlo? Come?
Sono le domande che si pone Doug, 29enne neo-vedovo, in seguito alla perdita della moglie. Una famiglia allargata incasinata e troppo divertente (su tutti, il padre di Doug); tristezza, rabbia, sesso, gelosie, tradimenti, appuntamenti al buio, gravidanze, matrimoni e tanto amore vi terranno piacevolmente compagnia fino ad un finale bello e imprevedibile. Chevvidevodì, m'é piaciuto. Profondo ma non troppo, cinico ma non troppo, divertente ma non troppo, commovente... ma non troppo. E poi i dialoghi, i dialoghi!
Mia madre mi aveva sconsigliato di sposare Hailey. Ma, quando avevo cinque anni, mi aveva anche detto che avrei preso una malattia venerea incurabile dal sedile dei water nei bagni pubblici, che se non trattenevo il fiato il gas di scarico degli autobus di passaggio mi avrebbe annerito i polmoni, che generalmente il fast food era fatto con carne di ratto lavorata. Perciò, giunto ai ventisei anni, l'età che avevo quando le annunciai di volere sposare Hailey, era già sorto in me qualche problema di credibilità nei suoi confronti. «Non puoi assolutamente sposarla», mi disse la mamma durante la cena, le sopracciglia sottili curve sotto il peso della sua convinzione. Avevo preso il treno da Manhattan fin su a Forest Heights per vedere i miei vecchi e comunicare la lieta novella che il loro figlio storicamente più inetto era davvero sul punto di convolare a nozze. Non la stavano prendendo affatto bene. «Sarà un completo disastro», annunciò la mamma, avvilita, serrando il bicchiere di vino con tanta forza da farmi temere che potesse rompersi e tagliarle le sue mani curate. «La conosci a malapena. Non sai niente di lei.» «Ne so abbastanza. È troppo vecchia.» Ai suoi tempi era stata un'attrice di teatro moderatamente celebre, nominata per un Tony Award per la sua interpretazione di Adelaide in Bulli e pupe e, benché l'ultimo numero di «Playbill» nel suo album di ritagli fosse più vecchio di me, non aveva mai smesso davvero di recitare, come la maggior parte dei commedianti. Declamava perennemente, sempre scandendo con cura le parole, sempre cercando di arrivare fino ai posti più economici, gli occhi sgranati ed espressivi, la bocca sempre pronta a prorompere in un'emozione concreta a cui lei potesse finalmente dedicarsi. «Ha solo trentasette anni.» «Una divorziata trentasettenne. Proprio quello che ogni madre sogna per il proprio figlio!» Le divorziate figuravano solo qualche posto più su dei pedofili, nella sua nutrita lista di persone gravemente carenti. «Il marito la tradiva», precisai, irritato dal mio tono difensivo. «E per quale motivo, secondo te?» «Oh, Gesù, mamma, non lo so. Perché è una testa di cazzo?» «Doug! Stiamo mangiando!» esclamò automaticamente mio padre, facendo oscillare la mano sopra il tavolo a titolo dimostrativo, nel caso il particolare mi fosse sfuggito. Questo era il massimo del coinvolgimento che potevamo aspettarci da lui, anche se verrebbe da pensare che il primario di urologia di un importante ospedale di New York sia in grado di affrontare la parola CAZZO insieme alla cena. «Scusa, papà, non volevo svegliarti.» «Non parlare così a tuo padre.» «E tu non parlare così a me.» «Così come?» «Come se fossi un bambino. Ho ventisei anni, Cristo santo.» «Non c'è alcun bisogno di essere blasfemo.» «Ho pensato che la situazione lo richiedesse.» La mamma tracannò il suo Merlot come fosse un whisketto, allungando distrattamente il bicchiere verso mio padre per farselo riempire. «Stan», affermò in tono stanco «digli qualcosa.» Mio padre posò la forchetta e masticò con aria meditabonda la sua enorme bistecca alla griglia, trenta masticate per boccone. Quando ero bambino le contavo tra me e me per passare il tempo, scommettendo silenziosamente che quella sarebbe stata la sera in cui lui masticava solo ventinove volte. Non vinsi mai, e non esiste dimostrazione più efficace di come io sia fortunato: persino puntando contro me stesso trovavo sempre i1 modo di perdere. «Non sei esattamente celebre per la saggezza delle tue decisioni, Douglas», dichiarò papà. Okay. Ecco cosa ho imparato. Puoi passare la vita a trattare tutti con gentilezza, puoi essere un figlio affettuoso, uno studente passabile, non provare mai le droghe pesanti né mettere incinta la figlia di qualcuno, essere un bravo ragazzo in tutto e per tutto e vivere in armonia con ogni creatura di Dio. Ma schiantati davanti alla stazione di polizia con una Mercedes rubata, a quindici anni, e non ti permetteranno mai di dimenticarlo. Mia madre rimase scandalizzata, terrorizzata da quello che avrebbero pensato i vicini, anche se in quel caso era in un certo senso giustificata, visto che si trattava proprio dell'auto del vicino, ma è per questo che paghi l'assicurazione, giusto? Se non presenti mai una richiesta di indennizzo, significa che vincono loro. «E tu non sei esattamente famoso per il sostegno emotivo che fornisci», replicai. «Dissento energicamente, Doug.» Stanley Parker non si arrabbiava, "dissentiva energicamente". Era un medico uscito da un ateneo dell'Ivy League, un sessantacinquenne azzimato e in gran forma, con folti capelli argentei e occhiali dalla montatura color oro, clinicamente distaccato nonostante il suo sorriso Mentadent. Non ricordavo di essere mai stato abbracciato da lui. L'unico gesto di affetto, se così si può chiamare, avvenne alla mia laurea, quando mi strinse cordialmente la mano; conservo ancora la foto che lo attesta. «Ascoltate», dissi, rimpiangendo di non avere dato retta all'istinto, che mi aveva consigliato di restarmene a casa e telefonare. Purtroppo si trattava dello stesso istinto che anni prima mi aveva indotto a credere che una bella scorribanda sulla Mercedes rubata al vicino mi sarebbe valsa una scopata. Allora mi ero sbagliato, e così presi l'abitudine di ignorarlo. «Amo Hailey, e quello che c'è tra noi funziona davvero. È bella, è intelligente, è un'ottima madre ed è una donna di gran lunga migliore di quella che avrei mai creduto di potere trovare per me stesso.» La mamma emise un rantolo orripilato e il vino nel suo bicchiere traboccò, macchiando di rosso la tovaglia. Dovrebbe davvero limitarsi al Chardonnay, quando ci sono io. «Ha un figlio?» gracchiò, posandosi la mano sul petto, chiudendo gli occhi e respirando affannosamente, come se l'avessero appena pugnalata. Sorrisi. «Congratulazioni, nonna.» «Dio santo!» gemette. «Sì.» replicai, alzandomi per andarmene. «Immaginavo che avresti detto così.» L'ultima cosa che udii mentre lasciavo la casa fu mia madre che rimproverava collericamente mio padre, come se l'intera faccenda fosse colpa sua. «Stanley», gridò, «sarà un vero disastro.» Dimostrando involontariamente la fondatezza di uno dei suoi assiomi preferiti, ossia che persino un orologio fermo ha ragione, due volte al giorno.
Davvero molto bello, poetico, coinvolgente, commovente, appagante, cinico, fatalista, tenero. Scritto benissimo, uno di quei libri che quando l'hai finito provi un senso di perdita e non vorresti leggere nulla più. Ce ne fossero di libri così.
Sbagliando l'ordine delle cose
Ho sorriso solo leggendo l'aneddoto della realizzazione delle foto per il calendario, quando nudo e avvinghiato ad uno scoglio per non mettere i piedi sui ricci di mare, sente l'urlo di alcuni romani in vacanza sulla stessa isola: 'A Gassmann... 'anvedi che chiappe!!'
Dopo di lei
***This comment contains spoilers! ***
E' possibile superare il lutto familiare?
E' giusto farlo?
Come?
Sono le domande che si pone Doug, 29enne neo-vedovo, in seguito alla perdita della moglie. Una famiglia allargata incasinata e troppo divertente (su tutti, il padre di Doug); tristezza, rabbia, sesso, gelosie, tradimenti, appuntamenti ... (continue)
E' possibile superare il lutto familiare?
E' giusto farlo?
Come?
Sono le domande che si pone Doug, 29enne neo-vedovo, in seguito alla perdita della moglie. Una famiglia allargata incasinata e troppo divertente (su tutti, il padre di Doug); tristezza, rabbia, sesso, gelosie, tradimenti, appuntamenti al buio, gravidanze, matrimoni e tanto amore vi terranno piacevolmente compagnia fino ad un finale bello e imprevedibile. Chevvidevodì, m'é piaciuto. Profondo ma non troppo, cinico ma non troppo, divertente ma non troppo, commovente... ma non troppo. E poi i dialoghi, i dialoghi!
Mia madre mi aveva sconsigliato di sposare Hailey. Ma, quando avevo cinque anni, mi aveva anche detto che avrei preso una malattia venerea incurabile dal sedile dei water nei bagni pubblici, che se non trattenevo il fiato il gas di scarico degli autobus di passaggio mi avrebbe annerito i polmoni, che generalmente il fast food era fatto con carne di ratto lavorata. Perciò, giunto ai ventisei anni, l'età che avevo quando le annunciai di volere sposare Hailey, era già sorto in me qualche problema di credibilità nei suoi confronti. «Non puoi assolutamente sposarla», mi disse la mamma durante la cena, le sopracciglia sottili curve sotto il peso della sua convinzione. Avevo preso il treno da Manhattan fin su a Forest Heights per vedere i miei vecchi e comunicare la lieta novella che il loro figlio storicamente più inetto era davvero sul punto di convolare a nozze. Non la stavano prendendo affatto bene. «Sarà un completo disastro», annunciò la mamma, avvilita, serrando il bicchiere di vino con tanta forza da farmi temere che potesse rompersi e tagliarle le sue mani curate. «La conosci a malapena. Non sai niente di lei.» «Ne so abbastanza. È troppo vecchia.» Ai suoi tempi era stata un'attrice di teatro moderatamente celebre, nominata per un Tony Award per la sua interpretazione di Adelaide in Bulli e pupe e, benché l'ultimo numero di «Playbill» nel suo album di ritagli fosse più vecchio di me, non aveva mai smesso davvero di recitare, come la maggior parte dei commedianti. Declamava perennemente, sempre scandendo con cura le parole, sempre cercando di arrivare fino ai posti più economici, gli occhi sgranati ed espressivi, la bocca sempre pronta a prorompere in un'emozione concreta a cui lei potesse finalmente dedicarsi. «Ha solo trentasette anni.»
«Una divorziata trentasettenne. Proprio quello che ogni madre sogna per il proprio figlio!» Le divorziate figuravano solo qualche posto più su dei pedofili, nella sua nutrita lista di persone gravemente carenti.
«Il marito la tradiva», precisai, irritato dal mio tono difensivo.
«E per quale motivo, secondo te?»
«Oh, Gesù, mamma, non lo so. Perché è una testa di cazzo?»
«Doug! Stiamo mangiando!» esclamò automaticamente mio padre, facendo oscillare la mano sopra il tavolo a titolo dimostrativo, nel caso il particolare mi fosse sfuggito. Questo era il massimo del coinvolgimento che potevamo aspettarci da lui, anche se verrebbe da pensare che il primario di urologia di un importante ospedale di New York sia in grado di affrontare la parola CAZZO insieme alla cena.
«Scusa, papà, non volevo svegliarti.»
«Non parlare così a tuo padre.»
«E tu non parlare così a me.»
«Così come?»
«Come se fossi un bambino. Ho ventisei anni, Cristo santo.»
«Non c'è alcun bisogno di essere blasfemo.»
«Ho pensato che la situazione lo richiedesse.»
La mamma tracannò il suo Merlot come fosse un whisketto, allungando distrattamente il bicchiere verso mio padre per farselo riempire. «Stan», affermò in tono stanco «digli qualcosa.» Mio padre posò la forchetta e masticò con aria meditabonda la sua enorme bistecca alla griglia, trenta masticate per boccone. Quando ero bambino le contavo tra me e me per passare il tempo, scommettendo silenziosamente che quella sarebbe stata la sera in cui lui masticava solo ventinove volte. Non vinsi mai, e non esiste dimostrazione più efficace di come io sia fortunato: persino puntando contro me stesso trovavo sempre i1 modo di perdere.
«Non sei esattamente celebre per la saggezza delle tue decisioni, Douglas», dichiarò papà. Okay. Ecco cosa ho imparato. Puoi passare la vita a trattare tutti con gentilezza, puoi essere un figlio affettuoso, uno studente passabile, non provare mai le droghe pesanti né mettere incinta la figlia di qualcuno, essere un bravo ragazzo in tutto e per tutto e vivere in armonia con ogni creatura di Dio. Ma schiantati davanti alla stazione di polizia con una Mercedes rubata, a quindici anni, e non ti permetteranno mai di dimenticarlo. Mia madre rimase scandalizzata, terrorizzata da quello che avrebbero pensato i vicini, anche se in quel caso era in un certo senso giustificata, visto che si trattava proprio dell'auto del vicino, ma è per questo che paghi l'assicurazione, giusto? Se non presenti mai una richiesta di indennizzo, significa che vincono loro.
«E tu non sei esattamente famoso per il sostegno emotivo che fornisci», replicai. «Dissento energicamente, Doug.» Stanley Parker non si arrabbiava, "dissentiva energicamente". Era un medico uscito da un ateneo dell'Ivy League, un sessantacinquenne azzimato e in gran forma, con folti capelli argentei e occhiali dalla montatura color oro, clinicamente distaccato nonostante il suo sorriso Mentadent. Non ricordavo di essere mai stato abbracciato da lui.
L'unico gesto di affetto, se così si può chiamare, avvenne alla mia laurea, quando mi strinse cordialmente la mano; conservo ancora la foto che lo attesta. «Ascoltate», dissi, rimpiangendo di non avere dato retta all'istinto, che mi aveva consigliato di restarmene a casa e telefonare. Purtroppo si trattava dello stesso istinto che anni prima mi aveva indotto a credere che una bella scorribanda sulla Mercedes rubata al vicino mi sarebbe valsa una scopata. Allora mi ero sbagliato, e così presi l'abitudine di ignorarlo. «Amo Hailey, e quello che c'è tra noi funziona davvero. È bella, è intelligente, è un'ottima madre ed è una donna di gran lunga migliore di quella che avrei mai creduto di potere trovare per me stesso.» La mamma emise un rantolo orripilato e il vino nel suo bicchiere traboccò, macchiando di rosso la tovaglia. Dovrebbe davvero limitarsi al Chardonnay, quando ci sono io.
«Ha un figlio?» gracchiò, posandosi la mano sul petto, chiudendo gli occhi e respirando affannosamente, come se l'avessero appena pugnalata. Sorrisi. «Congratulazioni, nonna.»
«Dio santo!» gemette.
«Sì.» replicai, alzandomi per andarmene. «Immaginavo che avresti detto così.» L'ultima cosa che udii mentre lasciavo la casa fu mia madre che rimproverava collericamente mio padre, come se l'intera faccenda fosse colpa sua. «Stanley», gridò, «sarà un vero disastro.» Dimostrando involontariamente la fondatezza di uno dei suoi assiomi preferiti, ossia che persino un orologio fermo ha ragione, due volte al giorno.
John il visionario
Tenuto sul comodino mesi e mesi, casomai venisse voglia di finirlo. Chevvelodicoaffare... non m'é venuta.
365 Racconti horror per un anno
Tenuto di fianco al water per un anno, casomai suscitasse fugaci stimoli. Nemmeno quello.
Stoner
Davvero molto bello, poetico, coinvolgente, commovente, appagante, cinico, fatalista, tenero. Scritto benissimo, uno di quei libri che quando l'hai finito provi un senso di perdita e non vorresti leggere nulla più. Ce ne fossero di libri così.