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- La stanza del male (102)
- By Jerker Eriksson, Håkan Axlander Sundquist
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Reading since Sep 18, 2011
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- Sopravvissuta (7)
- By Fulvia Degl'Innocenti
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Finished on Oct 29, 2011





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- Le emozioni difettose (117)
- By Laurie H. Anderson
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Finished on Oct 10, 2011





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- Starcrossed (434)
- By Josephine Angelini
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Finished on Oct 5, 2011





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Più che un libro da amare o odiare, un buon romanzo che segna l'inizio di una saga adolescenziale legata all'affascinante e intramontabile mitologia greca. -
“Starcrossed” è un romanzo che ha indubbiamente fatto parlare molto di sé, nel bene e nel male. Prima di leggerlo ero divisa tra la speranza di trovarvi un piccolo capolavoro e il timore dell’ennesima e cocente delusione. Mi aspettavo di prenderlo di petto, bianco o nero, bello o brutto… per la ser ... (continue)
“Starcrossed” è un romanzo che ha indubbiamente fatto parlare molto di sé, nel bene e nel male. Prima di leggerlo ero divisa tra la speranza di trovarvi un piccolo capolavoro e il timore dell’ennesima e cocente delusione. Mi aspettavo di prenderlo di petto, bianco o nero, bello o brutto… per la serie “o lo ami, o lo detesti”. E invece, una volta terminata la lettura mi sono ritrovata a classificarlo con un buon romanzo, perfettamente in equilibrio tra pregi e difetti.
Una delle principali accuse che gli sono state mosse è quella di aver riproposto – in chiave mitologica – la stessa storia che ha reso celebre la saga “Twilight” di S. Meyer. E’ cosi? Beh, in parte sì… E in parte no. Lo schema di base è quello, sicuramente, ma è altrettanto simile a molti altri romanzi in circolazione se è per questo. I Delos sono l’equivalente della famiglia Cullen, e anche tra i diversi membri è possibile notare diverse corrispondenze (la capacità di vedere il futuro di Cassandra/Alice, il ragazzone gigante a cui piace fare a botte, ovvero Hector/Emmet, la madre di famiglia buona e premurosa che è Noel/Esme, poi abbiamo Jerry/Charlie, il padre della protagonista costantemente all’oscuro di tutto, etc.). Ma è giusto dire che molte sono anche le differenze: non ci troviamo di fronte a un rapporto creatura soprannaturale- umana, perché – sebbene appartengano a Case diverse – Lucas e Helen condividono la stessa natura; Lucas non è un ultracentenario con l’aspetto di un ragazzo, tanto per dirne un’altra; a separarli non c’è la classica motivazione del “potrei ucciderti” come in Edward/Bella (idea che è stata ripresa in un’infinità di romanzi), ma si tratta di un ostacolo un po’ meno egoistico (il bene dell’umanità, non della singola fanciulla), oltre che a una questione di parentela/non parentela che salta fuori verso la fine del romanzo.
Cosa non mi è piaciuto di questo libro? L’inizio, sicuramente. Lento, prevedibile e decorato da uscite banali, più infantili che adolescenziali (mi riferisco in particolar modo alle conversazioni tra Helen e Claire). C’è poi sempre di mezzo l’immancabile scuola, l’immancabile arrivo di uno dei due protagonisti, l’incontro tra i corridoi, a lezione, in mensa… Capisco che in campo young adult la scuola è un elemento per forza ricorrente, ma esistono ad esempio le vacanze estive, così, tanto per introdurre il discorso i maniera un po’ originale (anche se capisco che l’ambientazione scolastica sia estremamente comoda e permetta di costringere i vari personaggi a interagire senza bisogno di lambiccarsi il cervello cercando contesti motivati e credibili). Altro aspetto negativo è come al solito l’estrema facilità con cui la protagonista – che fino a quel momento si è sempre creduta normale, o quasi – accetti di buon grado una realtà completamente diversa, tanto incredibile quanto scioccante. Entrambi i protagonisti incappano in qualche scivolone: Lucas si dimostra fin da subito estremamente protettivo, forse troppo per essere credibile, manco ci fosse Cupido a punzecchiarlo con una freccia a cuoricino sul fondoschiena. Helen, una stangona di un metro e ottanta che si rivelerà essere bella come Elena di Troia (e alla lunga imparentata con Afrodite) sembra voler invece essere a tutti i costi una fervida sostenitrice del motto “invisibile è bello”. Ed eccola allora ingobbirsi di continuo, nascondersi dietro ai capelli e sfoggiare una quanto mai singolare allergia all’attenzione (ma quest’ultima, fortunatamente, si rivelerà essere tutt’altro). Anche la storia, o meglio il passato storico, ogni tanto perde acqua, assumendo i contorni che più servono all’autrice per portare avanti la vicenda (ma che non sempre sono i più logici, ovviamente): le quattro Case esistono da tempo immemorabile, eppure ecco che solo 20 anni prima della vicenda narrata l’ennesimo scontro ha permesso di sbarazzarsi di tre su quattro, lasciando come unica superstite – o così almeno sembra – solo la Casa di Tebe. Beh, comodo. Comodissimo. Per una faida che va avanti da millenni, vent’anni circa non sono praticamente niente. Non ho ben capito da cosa è nata la certezza di aver fatto fuori tutte le Case… Helen è una specie di residuato non previsto, e non è la sola visto che poi vi si aggiunge anche Daphne. Com’è che nessuno si chiede – visto che Helen è viva e vegeta – se ci sono altri superstiti appartenenti alle altre Case? Da dove nasce la certezza che gli altri Discendenti siano tutti morti? Questo è un quesito a mio avviso estremamente naturale e sensato, al quale però l’autrice non ha per nulla risposto.
Passiamo quindi ai pregi, che così come i difetti devo dire non sono affatto pochi. In primis, il tema mitologico, sempre affascinante, che in questo contesto trova ampio spazio tanto da ricostruire una versione dell’Iliade ricca di aneddoti nuovi e sicuramente originali, reinterpretando quanto lasciato da Omero sulla base di alcune “verità” che l’intera umanità praticamente ignora. Molto bella anche l’idea delle Case rivali, i cui membri sono – per punizione – costretti ad avvertire un odio feroce nei confronti dei Discendenti appartenenti a Case diverse dalla propria. Splendida l’immagine delle Erinni piagnucolanti nella prima parte del libro, presenze gradite alla sottoscritta ma sgradite ai protagonisti, che vengono poi opportunamente tolte di mezzo per permettere alla vicenda di evolversi secondo lo schema previsto dall’autrice (e, diciamocelo, oltre a impedire la nascita di un qualsiasi tipo di rapporto tra Lucas ed Helen – eccetto quello della furia omicida, s’intende – sentire le dee della Vendetta singhiozzare da inizio a fine libro sarebbe presto venuto a noia).
L’autrice non risparmia poi interessanti descrizione cruente, tra fiotti di sangue, casse toraciche sfondate, ossa rotte e denti spezzati (compresi quelli di Helen). Poco importa che i soggetti in questione possano confidare su una rapida e miracolosa guarigione, l’immagine che ne deriva ha comunque il suo effetto (e qui mi ricollego a Twilight, stavolta per sottolineare una significativa differenza, visto che Bella se la cava con un morso e una gamba ingessata, ma di certo non colleziona lividi o altre dolorosi e antiestetici impatti). Non si può poi dire che a Josephine Angelini manchi la fantasia quando si tratta di caratterizzare i propri personaggi. Invece del solito richiamo del sangue, pallori vari, pelli traslucide e occhi dai colori improbabili, l’autrice propende per soluzioni quanto meno nuove e interessanti. Ecco quindi una serie di curiosi poteri – oltre a un “set” di base di velocità, forza, etc. - distribuiti più o meno equamente tra i vari Discendenti. Lucas è ad esempio in grado di volare (così come Helen), ed è anche uno “Svelatore”, ovvero è in grado di percepire quando uno sta mentendo. Sia lui che il cugino Hector sono poi capaci di “piegare la luce” che riflette sui loro visti, rimandando una visione distorta e sfocata del proprio volto che induce la gente a distogliere lo sguardo e a non soffermarvisi più di tanto, permettendo loro di passare inosservati. Dal canto suo Helen si scoprirà non solo in grado di volare, ma anche invulnerabile alle armi (pugnali, pistole, spade, frecce e persino forchette!), e verrà soprannominata “Scintilla” per via della sua abilità nel generare fortissime scosse elettriche, praticamente dei fulmini veri e propri. Quella che la ragazza ha sempre creduto essere una sorta di allergia all’attenzione si riscopre poi essere tutt’altro, ovvero Crampi da Maledizione, uno stratagemma ideato dalla madre per impedirle di utilizzare i suoi poteri in pubblico.
Molto interessanti e ben costruiti anche i personaggi secondari: ho avvertito un’innata simpatia per il burrascoso rapporto tra Jason e Claire; Cassandra è una delle figure di maggiore spessore, con le suo ruolo di Oracolo e la sua particolare condizione (l’ho adorata quando testa l’invulnerabilità di Helen, lanciandole addosso qualsiasi oggetto contundente nei paraggi). Anche Creon, personaggio negativo, non manca di stupire in qualità di “Maestro dell’Ombra”.
La storia diventa via via più complessa, rivelando nella parte finale – più o meno dalla comparsa di Daphne, la madre di Helen, sparita nel nulla quando la figlia era ancora piccola – una serie di colpi di scena che rendono lo schema ancor più intricato, aggiungendo alla lista nuove potenzialità (la capacità di Helen e della madre di assumere – grazie al Cinto di Afrodite – fisionomie altrui) e facendo finalmente luce sul collegamento tra Helen, i suoi misteriosi ed inquietanti incubi apparentemente legati al sonnambulismo, e la misteriosa figura del “Discensore”.
In conclusione, un romanzo buono (sarebbe probabilmente stato classificato come “ottimo” se pubblicato solo qualche anno fa, prima dell’arrivo in massa del filone urban-fantasy), che propone una storia con uno schema di base già visto,vero, ma sviluppato in maniera singolare e arricchito da molti elementi nuovi. Un buon punto di partenza, da tre stelline e mezza, arrotondate per difetto in attesa di conquistare del tutto la quarta stellina nel prossimo libro. O almeno, questo è quanto mi auguro. Le premesse, per quanto mi riguarda, ci sono. - — Oct 6, 2011 | Add your feedback
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Primo capitolo di una saga che mescola panorami mozzafiato, covi di bucanieri e maestosi vascelli guidati da affascinanti corsari, “Corinna” è un libro consigliato a tutti gli amanti del romance storico: un racconto corposo, completo e appassionante... -
Se amate i romance storici, se oltre ai protagonisti avete voglia di affezionarvi anche ai personaggi secondari e lasciarvi incantare da ambientazioni mozzafiato, se alle storie brevi e stringate preferite i racconti che vi accompagnano per centinaia e centinaia di pagine … Allora “Corinna” è propr ... (continue)
Se amate i romance storici, se oltre ai protagonisti avete voglia di affezionarvi anche ai personaggi secondari e lasciarvi incantare da ambientazioni mozzafiato, se alle storie brevi e stringate preferite i racconti che vi accompagnano per centinaia e centinaia di pagine … Allora “Corinna” è proprio il romanzo che fa per voi.
Un mattoncino davvero corposo, che nella nuova edizione proposta dalla Leggereditore conta ben oltre 800 pagine. Il formato dalle dimensioni ridotte conferisce al volume un aspetto piacevolmente compatto e la copertina appare tanto graziosa quanto curata (può sembrare scontato che la ragazza disegnata abbia gli occhi viola e i capelli rossi, trattandosi di Corinna… Ma fidatevi, non è così. Oggigiorno capita spesso di trovare profonde ed evidenti discrepanze tra contenuto e grafica di un libro… “Marked” docet!).
Il primo libro della saga dei corsari di Kathleen McGregor è tanto bello fuori quanto dentro. Lo stile è estremamente scorrevole, e il linguaggio è spesso indice delle approfondite ricerche che l’autrice deve aver fatto per poter ambientare verosimilmente la storia in un contesto storico preciso. Una cosa che ho particolarmente apprezzato, perché sebbene la collocazione spazio-temporale della vicenda dovrebbe portare sempre un autore a documentarsi in merito, spesso ciò purtroppo non accade… (evito di fare esempi, ma potrei citarne a non finire).
L’autrice trascina il lettore in lungo e in largo attraverso l’Oceano Atlantico della seconda metà del diciassettesimo secolo, tra corsari e filibustieri, arrembaggi e colpi di cannone, vele spiegate e vascelli maestosi, mentre la vicenda leva ripetutamente l’ancora e fa rotta ora per la Spagna, ora per le Barbados, poi ancora Port Royal e l’immancabile Tortuga… Paradisi tropicali che si alternano a traversate incredibilmente lunghe, acque cristalline contro le onde gelide e rabbiose nella tempesta.
Protagonisti della storia sono Dorian O’Rourke e Corinna “Kate” McPherson. Trent’anni circa, occhi neri, alto e affascinante sebbene leggermente claudicante, lui è un famoso corsaro rispettato in tutti i covi di bucanieri e conosciuto anche come “bastardo inglese” poiché figlio illegittimo (metà inglese e metà irlandese), che da anni solca i mari conquistando un vascello dopo l’altro e mettendo a segno innumerevoli vittorie che gli fruttano bottini da capogiro. Lei, sedici anni, è una giovane ragazza scozzese dal temperamento ribelle, con una capigliatura di fuoco e occhi d’ametista, cresciuta come un maschiaccio e con un’abilità sorprendente nel maneggiare spade e pugnali. Per fuggire a un matrimonio indesiderato si imbarca su una nave che verrà però attaccata dagli spagnoli: Corinna verrà catturata, portata in Spagna, molestata e torturata e infine rinchiusa in una cella.
Dorian, sulle tracce del fratello Gavin – catturato tempo prima dagli spagnoli anche lui - riuscirà a infiltrarsi nelle prigioni, ma invece del fratellastro vi troverà la ragazza, praticamente in fin di vita. Inutile dire che la salverà e che la porterà via con sé.
Del loro rapporto ci sono alcuni aspetti abbastanza classici (lei indomita e ribelle, lui estremamente geloso e possessivo) ma anche qualche spunto piacevolmente insolito. Corinna porta sulla schiena le cicatrici della frusta, Dorian spesso e volentieri procede con andatura zoppicante: mi ha fatto piacere vedere che l’autrice non ci ha costruito attorno la solita tragedia immotivata (vista l’epoca e lo stile di vita, c’era ben altro di cui preoccuparsi). Altro aspetto interessante è la sincerità di Corinna nel dichiarare relativamente presto i suoi sentimenti, mentre Dorian si ostina a fare il prezioso (tantissimi altri romance storici puntano invece sullo schema opposto, con lui che si strugge per la bella di turno, convinto di non essere ricambiato).
Davvero ben caratterizzati anche i personaggi secondari, in particolar modo Gavin/Juan, John McFee e Walter Avery. La McGregor riesce a rendere ognuno di loro particolarmente interessante e affascinante – seppur in maniera differente rispetto a Dorian – e questo fa chiaramente capire che ognuno di loro sarà poi a turno il protagonista di uno dei successivi libri della saga. Personaggi intriganti, dunque, sebbene estremamente diversi l’uno dall’altro.
Nonostante la mole del romanzo, la storia cattura e tiene alta l’attenzione del lettore in una trama avvincente e ricca di colpi di scena. Con un numero di pagine così elevato è possibile soddisfare ogni curiosità, perdendosi nei dettagli di contorno, curiosando anche tra i personaggi minori, senza rinunciare a seguire passo per passo i protagonisti e rispondendo a uno dei desideri solitamente tra i più richiesti, quello del “avrei voluto leggere di loro all’infinito”.
Tra le note negative… Fondamentalmente un unico e grande difetto, che si ripete soprattutto nella seconda parte del romanzo: le false dipartite.
Premesso che in questo romanzo il lettore è sempre al corrente di quanto accade, dare per morto un personaggio – con il risultato che gli altre figure di regolino e comportino di conseguenza – per poi farlo rispuntare di punto in bianco (sorpresa, sorpresa!) è una scelta senz’altro interessante ma della quale non bisogna mai abusare. Passi quindi che Gavin viene creduto morto sia da Corinna che da Dorian (e di conseguenza dal resto dell’equipaggio). Forse appare un po’ poco credibile il modo in cui il ragazzo, dopo aver tenuto a duro così a lungo, prenda per oro colato le bugie propinategli dal suo stesso rapitore. Ad ogni modo, il suo ritorno sulla scena con il nome di Juan Corraya è quell’elemento inaspettato capace di destabilizzare gli equilibri e crearne di nuovi, rendendo il racconto estremamente dinamico e mai sonnolento. Il morto non morto quindi non manca. A che pro crearne altri due, mi domando io… Sì, perché nella seconda parte della storia ci ritroviamo, in seguito al nuovo rapimento di Corinna da parte degli spagnoli, non solo con i due protagonisti separati, ma con Dorian che crede morta Corinna e Corinna praticamente certa del trapasso di lui. Una situazione estrema e troppo forzata, che mina non poco la credibilità del racconto. Un escamotage un po’ troppo sfruttato, anche se immagino che tra le intenzioni dell’autrice ci fosse quella di separare bruscamente i due protagonisti, creando nuovi e insormontabili ostacoli così da impedire che il loro rapporto, più o meno duraturo per centinaia e centinaia di pagine, finisse per apparire banale e noioso.
In conclusione, quattro belle stelline per un romance storico che farà la gioia di tutti gli amanti del genere. Personalmente, non vedo l’ora di leggere anche gli altri libri della serie (un po’ difficili da reperire, ma a questo punto mi auguro comunque che la Leggereditore decida di pubblicare presto anche i restanti titoli). - — Oct 3, 2011 | Add your feedback
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- Nightshade (180)
- By Andrea Cremer
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Finished on Sep 28, 2011





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Urban fantasy con pseudo lupi mannari in sostituzione dei più classici vampiri, che nulla aggiunge rispetto a quanto già scritto in molti altri romanzi di questo tipo. -
Urban fantasy sui lupi mannari, “Nightshade” si è rivelato essere – purtroppo – un racconto decisamente improbabile. Il romanzo di Andrea Cremer presenta un percorso narrativo piuttosto superficiale e insipido, a tratti anche noioso.
Prima di passare al contenuto, due parole su forma e copertina: ... (continue)Urban fantasy sui lupi mannari, “Nightshade” si è rivelato essere – purtroppo – un racconto decisamente improbabile. Il romanzo di Andrea Cremer presenta un percorso narrativo piuttosto superficiale e insipido, a tratti anche noioso.
Prima di passare al contenuto, due parole su forma e copertina: bella la cover, non solo nella grafica ma anche nelle accattivanti tonalità dell’indaco. Molto singolare l’inizio di ogni capitolo, dove i caratteri bianchi si stagliano sullo sfondo completamente nero della pagina, eccezione fatta per il vago profilo della luna nella parte alta.
La storia è ambientata nella piccola cittadina di Veil (Colorado) dove, oltre agli ignari esseri umani, la popolazione vanta un certo numero di lupi mannari e stregoni, secondo il seguente schema: in passato agli stregoni (Anziani) era stato dato il compito di proteggere gli umani; non tutti però erano d’accordo, così si formarono due schieramenti avversari, i Custodi (pro-umani) e i Cercatori (contro-umani). I Custodi devono difendere i “siti sacri” (luoghi che conferiscono loro i poteri per proteggere l’umanità), e per far ciò si avvalgono dell’aiuto dei lupi mannari (Guardiani), esseri dalla doppia anima uomo-lupo da loro creati e comandati. I Custodi proteggono e comandano i Guardiani, i Guardiani proteggono i siti sacri e obbediscono ai Custodi. Ovviamente tutto ciò viene svelato nel corso della storia, e a dire il vero questa versione ufficiale non corrisponde comunque alla verità: i Custodi, infatti, non sono così buoni come vogliono far credere ai Guardiani.
I lupi mannari della Cremer si dividono in due branchi, due grandi famiglie: i Bane e i Nightshade. Desiderio dei Custodi è quello di dare origine a un terzo branco a partire dai due gruppi già esistenti, e questo prevede l’unione di un giovane maschio alfa, Renier Laroche (Bane), e un’altrettanto giovane femmina alfa, Calla Tor (Nightshade). Insieme ai rispettivi e fedelissimi amici, Ren e Calla sono dunque destinati a costituire un branco tutto loro, sotto il comando del giovane Custode Logan. A destabilizzare questo per nulla singolare quadretto arriva Seamus (Shay) Doran, apparentemente umano – lui stesso ne è convinto – ma in realtà molto più “speciale”.
I giovani lupi sulle cui spalle gravano tante responsabilità si fanno riconoscere, per la maggior parte del tempo, come normalissimi adolescenti in piena crisi ormonale. La loro metà animale li porta a muoversi in gruppo nella scuola, ringhiando e scoprendo denti affilati quando si alterano, cosa che accade piuttosto spesso. La controparte umana li vede come adolescenti alle prese con i classici problemi di cuore, gelosie, serate passate nei locali a ballare, crucci esistenziali sui vestiti da indossare. Calla vince senza fatica il premio “capricciosa” del romanzo, lagnandosi senza sosta da inizio a fine libro: prima c’è la ridicola ribellione sull’abbigliamento impostole dalla madre, poi si mostra insofferente agli approcci di Ren, poi cambia idea ed è infastidita ogni volta che lui posa gli occhi, balla o parla con una ragazza che non è lei.
Variabile aleatoria nonché prossimo vertice del classico poligono a tre lati è Seamus Doran, nuovo acquisto della scuola locale nella quale si presenta come Shay, sfoggiando un goffo ingresso alla James Bond (“Shay. Chiamatemi Shay.”). Calla gli salva la vita, svelando inevitabilmente il suo segreto e infrangendo una delle regole imposte dai Custodi. Questo perché, ovviamente, colpita nel profondo dal ragazzo.
Mi chiedo sinceramente come si possa essere colpiti da un personaggio come Shay, che inizialmente si aggira tremolante con una foglia, incespicando qua e là e pronto a tirarsi indietro non appena Ren compare al fianco di Calla, quasi marcando il proprio territorio. Timore motivato, per carità… Conoscendo la natura di Calla ci impiega poco per capire che Ren e gli altri del “gruppo” sono tutti lupi mannari. Poi però ecco che iniziano gli incontri segreti con Calla, le ricerche portate avanti insieme… E, tutto a un tratto, ci troviamo di fronte a un impavido umano pronto a far fuori un ragno grosso come un cavallo a colpi di piccozza. Fortuna che a inizio romanzo lo abbiamo trovato che – potendo – se la sarebbe data a gambe levate di fronte a un Grizzly.
I lupi-umani della Cremer non sono legati alla luna piena, possono mutare forma quando vogliono e senza fatica, portando con sé anche i vestiti (cosa non chiara all’inizio, tanto che più volte mi sarei aspettata, dopo il passaggio lupo-ragazza di Calla, l’espressione scioccata dei presenti). La trasformazione può essere anche parziale e avere come risultato un normale adolescente… con canini particolarmente affilati (un aspetto che fa molto “vampiro”).
Per la prima volta, sono rimasta quasi indifferenti ad entrambi i protagonisti. Idem per il resto del branco e Custodi vari. L’unico personaggio veramente ben caratterizzato, coerente e interessante è Ren. Ha un ruolo ben stabilito e lo riveste con credibilità, destreggiandosi tra pregi e difetti costanti che lo rendono uno dei pochi, pochissimi punti fermi della storia. Anche Sabine ha catturato a tratti la mia simpatia, ma trovo che il suo potenziale non è stato minimamente sfruttato e valorizzato. Sul fronte Nightshade invece l’unico che che si salva – forse - è Mason.
In generale, ciò che mi ha dato maggiormente fastidio di questo romanzo è l’eterna indecisione che sembra permeare le pagine dalla prima all’ultima, forse un maldestro – e malriuscito – tentativo dell’autrice di accontentare un po’ tutti. Giovani Guardiani con grandi responsabilità ma poi nei fatti anche molto immaturi; Shay che alterna senza sosta paura e coraggio; Calla che prima respinge Ren, poi diventa gelosa, poi lo respinge di nuovo; i buoni che poi non sono così buoni (e i cattivi non tanto così cattivi?)… la lista è lunga, davvero. E’ un continuo contraddirsi che non porta veramente da nessuna parte.
Mi aspettavo molto di più da questo libro, non lo nego (e credo si sia ampiamente capito). Forse perché l’ultima esperienza fantasy che ho avuto con questa casa editrice – parlo della trilogia della Cashore – mi aveva al contrario piacevolmente sorpresa. Purtroppo però “Nightshade” si rivela essere una storiella di ben poco spessore, con i Guardiani al posto dei più classici vampiri, con denti affilati, morsi e brindisi di sangue… e anche l’immancabile trasformazione di un umano in un lupo mannaro (una delle scene meno sensate del libro, poco credibile e motivata in modo abbastanza ridicolo, sulla quale ho preferito glissare per evitare qualsiasi spoiler indesiderato).
In conclusione, non posso davvero andare oltre le due stelline. Non c’è nulla di nuovo, ma molto, moltissimo di “già visto” (e forse visto meglio altrove, a questo punto). Lettura personalmente sconsigliata, a meno che non siate proprio amanti del genere… - — Sep 30, 2011 | Add your feedback
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- Ritratto di donna in cremisi (201)
- Stoccolma 1880. Una storia d'amore.
- By Simona Ahrnstedt
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Finished on Sep 25, 2011





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Un valido romance storico, spacciato per un capolavoro alla Jane Austen ma in realtà molto più simile ai bei romanzi che portano la firma di autrici quali Woodiwiss, Kleypas e McNaught. -
“Stoccolma 1880. Una storia d’amore.” E’ così che si presenta - in sintesi - questo grazioso romanzo la cui autrice è stata erroneamente definita come “La nuova Jane Austen” svedese. Sempre più spesso le sparate pubblicitarie sembrano risentire di effetto boomerang che – a mio avviso – non è affa ... (continue)
“Stoccolma 1880. Una storia d’amore.” E’ così che si presenta - in sintesi - questo grazioso romanzo la cui autrice è stata erroneamente definita come “La nuova Jane Austen” svedese. Sempre più spesso le sparate pubblicitarie sembrano risentire di effetto boomerang che – a mio avviso – non è affatto da sottovalutare. Creano attesa e illusioni, portano le aspettative ai più alti livelli… E dopo l’acquisto, il lettore sprofonda puntualmente nella delusione, sentendosi oltremodo ingannato, se non addirittura tradito. Il problema è che spesso non c’è davvero bisogno di tutto ciò. Un buon romanzo può essere benissimo un buon romanzo, apprezzato per le sue qualità e criticato per i difetti… Presentarlo come una rivelazione sconvolgente sortisce come unico effetto un giudizio più duro e negativo di quanto meritato. Perché quella che potrebbe rivelarsi una piacevole e graziosa lettura viene invece vissuta come l’ennesima cocente delusione.
E’ un po’ il caso di questo romanzo. Così come l’autrice non può essere certo paragonata a Jane Austen (piuttosto che alle sorelle Bronte), allo stesso modo il romanzo “Ritratto di donna in cremisi” nulla ha a che vedere con classici quali “Orgoglio e Pregiudizio” e “Ragione e sentimento”.
Si tratta invece di un buon romance storico, godibilissimo, sulle orme di autrici ben note quali Kathleen Woodiwiss, Lisa Kleypas (“Sognando te”) e Judith McNaught (saga dei Westmoreland). Ho apprezzato molto l’ambientazione insolita ma, essendo l’autrice praticamente di casa, mi aspettavo un resoconto meno stringato, con maggiore spazio dedicato alle descrizioni del paesaggio, curiosità sullo stile di vita, così da incantare il lettore con un panorama davvero nuovo. La Svezia è sì presente tra le pagine, ma un po’ all’acqua di rose. Diciamo che s’intravvede, più che altro. L’altra principale location è la Normandia.
Il titolo e la cover, azzeccati ed eleganti, richiamano il colore che sembra voler permeare l’intera vicenda dall’inizio alla fine: il rosso, in tutte le sue concezioni e tonalità. Un po’ meno felice è il prezzo, che sfiora l’astronomica cifra di venti euro, aspetto che certamente terrà a distanza i lettori più parsimoniosi (e in questi ultimi tempi sono molti), o più semplicemente gli indecisi. Non so se sia prevista un’edizione tascabile in futuro, ma nel caso, sarebbe forse meglio portare un po’ di pazienza e propendere per quella.
Belli i protagonisti, a tratti un po’ stereotipati – in questi romance storici un po’ lo sono sempre – ma comunque sempre piacevoli e intriganti. Lui, Seth Hammerstaal, è un norvegese tutto d’un pezzo, intraprendente e sicuro di sé, affascinante (ovviamente), che si è costruito da solo la sua piccola fortuna e si porta appresso il pesante fardello di un triste e doloroso passato. A tratti mi ha ricordato molto il “Derek Craven” della Kleypas, un gran bel protagonista (in tutti i sensi). Con Seth l’autrice esce brevemente dai confini nazionali, portando una fresca ventata d’aria dalla Norvegia. Può sembrare una considerazione piccola e insignificante, ma in un periodo (Post-Larsson) in cui le firme svedesi sembrano andare quasi di moda, è piacevole vedere che c’è chi si ricorda ancora che la penisola scandinava comprende anche Norvegia e Finlandia.
Beatrice – la protagonista femminile il cui nome fortunatamente non viene troncato in Bea – è una giovane donna che, dopo la perdita dei genitori, vive insieme a uno zio severo e calcolatore, una zia senza voce in capitolo, una cugina – Sophie- affettuosa ma tanto ingenua e un cugino – Edvard – bello in apparenza e morbosamente crudele nel profondo.
Premesso che in questo genere di romanzi gli schemi di base non sono molto variegati, la storia ideata dalla Ahrnstedt si articola seguendo questo modello: i due si incontrano, rimangono piacevolmente sorpresi e manifestano il desiderio di approfondire la conoscenza. L’intervento del cattivo di turno (qui lo zio e il cugino di Beatrice, con l’aggiunta del conte Rosenschiold) minano pesantemente il giovane equilibrio appena instauratosi tra i due, dando il via a tutta una serie di incomprensioni e fraintendimenti durante i quali lei agisce in modo apparentemente superficiale ed egoista (ma in realtà è sempre a fin di bene, o comunque sotto costrizione), lui di conseguenza si sente preso in giro e diventa cinico, odioso e vendicativo… Nonostante tutto ciò, l’attrazione tra i due permane, forte e immutata come all’inizio. I nodi, come sempre, vengono al pettine solo verso la fine del romanzo, tra spiegazioni, rimorsi e perdono.
Il racconto è lineare, lo stile fresco e scorrevole. La coerenza non manca, anche se su alcuni punti l’autrice si è lasciata un po’ prendere la mano: Seth tende all’autocommiserazione quanto Beatrice al sacrificio non sempre così necessario. Le incomprensioni diventano tante, forse troppe, sommandosi le une sulle altre ma ripetendo sostanzialmente lo stesso identico schema.
Protagonisti a parte, ho apprezzato moltissimo la figura di Vivenne e, a seguire, il personaggio di Jacques. Complici Edvard e il conto Rosenschiold, la storia assume anche toni estremamente cupi e duri, sadici e violenti, arrivando a sfiorare tematiche piuttosto delicate, che arriveranno a toccare la protagonista da vicino. Una scelta azzardata, ma portata avanti con quella determinazione che in molti altri libri di questo genere viene poi a mancare. Visto che la trama la decide l’autore, ho sempre trovato di pessimo gusto tirare in ballo particolari tematiche senza avere poi il coraggio di portarle avanti, sfruttandole quindi come elemento decorativo e ad “effetto”. Già solo per questo la Arhnstedt può dirsi al di sopra di molti romanzi che infestano questo filone, pieni zeppi di clichè mentre promettono colpi di scena, veri intrighi e situazioni sconvolgenti che poi, alla fin fine, si perdono tranquillamente per strada.
In conclusione, tre stelline più che abbondanti (graficamente arrotondate a tre per difetto). Credo che il giudizio generale su questo libro dipenderà molto dalle aspettative dei lettori: chi ricercherà anche la più vaga somiglianza con la Austen ne rimarrà inevitabilmente deluso. Al contrario, chi saprà apprezzarlo per il libro che veramente è – un buonissimo romance storico – ne resterà piacevolmente soddisfatto. - — Sep 27, 2011 | Add your feedback
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- Sono nel tuo sogno (191)
- By Isabel Abedi
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Finished on Sep 23, 2011





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Un urban fantasy a tema pseudo-angelico che spicca per originalità, senza tralasciare però anche qualche difetto... -
Libro molto atteso, a lungo bramato e letto nell’arco di una sola giornata. Un young adult a tema angelico ambientato tra Amburgo e Los Angeles. Originale? Sorprendentemente sì. Pregi? Molti. Difetti? Qualcuno.
Questa, in sintesi, la mia opinione sul romanzo. Entrando nei dettagli, un libro di una ... (continue)Libro molto atteso, a lungo bramato e letto nell’arco di una sola giornata. Un young adult a tema angelico ambientato tra Amburgo e Los Angeles. Originale? Sorprendentemente sì. Pregi? Molti. Difetti? Qualcuno.
Questa, in sintesi, la mia opinione sul romanzo. Entrando nei dettagli, un libro di una certa mole (oltre quattrocento pagine, font normale-piccolo) che pone al centro della vicenda Rebecca, giovane protagonista quasi diciassettenne. Becks vive ad Amburgo con la madre Janne e la compagna di lei, Spatz: un quadro familiare certamente insolito, soprattutto per un young adult. Ho molto apprezzato la naturalezza e la maturità con la quale l’autrice ha introdotto e portato avanti questo tema (il padre di Rebecca , Alec – migliore amico di Janne – vive ormai da diversi anni in America con la nuova moglie Michelle e la piccola Val).
Gli angeli custodi di Isobel Abedi non sono propriamente angeli. Nessuna figura celestiale dalla tunica immacolata e munita di ali, per intenderci. Si tratta invece di “accompagnatori”, esseri invisibili che nascono insieme a ciascun umano che si limitano a seguirlo, sempre e ovunque, spettatori passivi di un’esistenza che osservano ma che fondamentalmente non riescono a comprendere appieno. Un legame che non si interrompe con la morte umana, ma che al contrario si trasforma: l’accompagnatore diventa una sorta di guida e conduce il proprio umano in un “dopo” non ben specificato. Una versione del tema angelico – o pseudo angelico, in questo caso – sicuramente originale, che prende le distanze da molti romanzi (sempre più simili tra loro) appartenenti a questo genere. Interpretazione quindi singolare e interessante, ma anche un po’ nebulosa e poco spiegata. In parte ciò è dovuto al fatto che lo stesso Lucian ignora la sua particolare natura, e in questo il lettore riesce anche ad anticiparlo un poco, sebbene la relazione accompagnatore-umano venga spiegata solo nell’ultima parte del romanzo. Nel complesso ci sono comunque alcuni quesiti ai quali l’autrice non risponde, o che addirittura proprio non si pone. Le regole sono abbastanza chiare, ma non sembra esserci alcuna precisa motivazione alla base. Per la serie: “E’ così e basta”. Intendiamoci: il discorso fila, la trama regge e tutto il resto. Solo, sarebbe stato forse curioso poter scavare più a fondo, tutto lì.
Un accompagnatore “nasce” insieme al corrispondente umano e lo segue da vicino per tutta la vita (e oltre). Non è un custode, non veglia premurosamente su di lui. E’ un semplice osservatore, freddo e distaccato. Può tuttavia capitare che un accompagnatore venga “contagiato” dalle emozioni umane, al punto da desiderare fortemente di diventare umano. Una cosa piuttosto rara, ma prontamente esaudita. E così l’accompagnatore si sveglia, il corpo nudo e straordinariamente umano, la memoria completamente resettata. Non sa chi è, non conosce il suo passato, ma il fatto di non possedere impronte digitali o linee sul palmo della mano diventa fonte di perplessità, smarrimento e preoccupazione. In più tende a sognare il proprio umano – che, causa “amnesia” corrisponde ora a un volto sconosciuto – tra momenti di vita passata e qualche frangente futuro. Perché un accompagnatore dovrebbe voler diventare umano? La Abedi spiega che molte possono essere le motivazioni in grado di far scattare la molla: dalla necessità di salvare la vita al proprio umano (magari intenzionato a suicidarsi), alla desiderio improvviso di assaporare le gioie del mondo reale (l’amore per il disegno, l’arte e la pittura, ad esempio).
Nel caso di Lucian, si tratta di un sentimento ancora più forte. L’amore per Rebecca. Così, di punto in bianco, Lucian sente nascere in sé un’emozione, un sentimento profondo nei confronti di quella ragazza che segue – quasi con noncuranza – da tutta la vita. Da lì al desiderio di divenire umano il passo è breve. Il legame accompagnatore-umano persiste anche nella nuova situazione, attirandoli inesorabilmente l’uno verso l’altra (la separazione fisica, al contrario, provoca in entrambi disagio e –quando eccessiva – anche dolore). Lucian si risveglia quindi umano e senza memoria, i sogni popolati da una Rebecca che spazia dall’infanzia all’età attuale. Il destino vuole che i due si incrocino più volte, in modo apparentemente casuale (mentre a guidarli è il legame): Lucian fissa senza capire quella ragazza di cui conosce tante, troppe cose (come era vestita il primo giorno di scuola elementare, la chiacchierata avuta con il padre anni prima, l’incisione sul retro del ciondolo che porta sempre al collo, e via dicendo). Dal canto suo Rebecca non riesce a spiegarsi come sia possibile che quel ragazzo sia al corrente dei suoi ricordi più cari, dei suoi segreti più intimi.
Mi è piaciuto davvero molto il rincorrersi tra sogno e realtà dei due protagonisti, entrambi ignari della verità che li unisce. Alcune pecche tendono tuttavia a rovinarne l’atmosfera. Le reazioni di Lucian – proprio per via del fatto che sembra non possedere memoria della sua vita passata - sono certamente più sensate e credibili rispetto a quelle di Becks, che crolla come una pera cotta ai suoi piedi dopo averlo intravisto un paio di volte. Prima lo scambia per un molestatore, poi per una creatura non ben identificata… E l’attimo dopo ecco i baci e gli abbracci. Un difetto “classico”, per questo genere di letture.
Nella storia troviamo poi le immancabili lezioni scolastiche (dove però il prof. Tyger si rivela essere un personaggio davvero da riscoprire); Suse, la migliore amica; Sebastian, l’ex ragazzo di Becks (il rapporto tra i due è altalenante, ma quanto meno non si tratta del solito, banalissimo triangolo); Michelle, la fredda matrigna; Val, quel piccolo terremoto della sorellastra; Faye, che non è semplicemente la bambinaia di Val, ma permette di far luce – in tutti i sensi – sull’intera vicenda. Vi è poi un singolare intreccio tra presente e passato, una vecchia storia di famiglia che collega in modo sorprendente alcuni dei personaggi già presentati dall’autrice.
Molto belli i sogni e le premonizioni di Lucian, tutti incentrati su Rebecca, ovviamente. Compreso un incubo angosciante che vede la ragazza in pericolo, ma senza chiarirne la dinamica o le motivazioni. Vedendosi presente in quello stesso sogno, sporco del sangue di Becks, Lucian si convince di essere la causa di tutto ciò, e – per proteggerla da quell’imminente ma indesiderato futuro – cercherà di allontanarla da sé con ogni mezzo possibile.
E’ qui che entra in gioco uno dei personaggi che meno mi hanno convinta: Janne, madre di Becks e psicologa alla quale – coincidenza delle coincidenze – Lucian decide di rivolgersi perché tormentato dai sogni su quella che, all’inizio del romanzo, è per lui una perfetta sconosciuta. Ricordo dopo ricordo, dettaglio dopo dettaglio, Janne realizza con sgomento che la ragazza misteriosa altri non è che Rebecca, sua figlia. Spaventata dall’incubo che angoscia anche il ragazzo, arriverà a mettere una recalcitrante Becks su un volo diretto a Los Angeles pur di tenerla al sicuro, mandandola a vivere con il padre. Un gesto improvviso e un po’ troppo estremo, che consuma la già poca credibilità di Janne, pronta a passare dalla modalità “psicologa intelligente” a “ottusa prevenuta” in un batter d’occhio.
L’arrivo a Los Angeles è descritto benissimo, complici una manciata di pagine nelle quali si susseguono preoccupate email (da parte di Sebastian, Suse, Janne, Spatz, etc.) alle quali Becks non risponde, precipitata nel vortice nero di una depressione che la porterà a rifiutare il cibo, al punto da rendere necessario il ricovero in una clinica specializzata.
La seconda parte del racconto segnala la lenta ripresa della ragazza, mentre nuove e piccole verità si fanno strada nei modi più impensati e le permettono – gradualmente – di ricomporre l’intricato puzzle che riguarda lei e Lucian.
Il finale riserva molti colpi di scena, risolve il mistero del tanto angosciante incubo in un modo davvero poco prevedibile ma al tempo stesso estremamente logico e credibile. Tanto di cappello quindi all’autrice, che non si lascia sfuggire di mano la situazione, finendo per abusare dell’aspetto fantastico del racconto e che trova poi il coraggio di mettere la parola “fine” nell’unico modo veramente possibile.
Una lettura certo non priva di difetti, ma che vanta un’originalità pressoché inesistente nella maggior parte dei romanzi appartenenti a questo filone. Quattro stelline, arrotondate per eccesso. - — Sep 26, 2011 | Add your feedback
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- La luna sulla brughiera (99)
- By Rebecca Brandewyne
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Finished on Sep 20, 2011





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Romance storico davvero molto piacevole, dai risvolti in aspettati e con due protagonisti di tutto rispetto -
Primo libro che leggo di questa autrice, e credo non sarà nemmeno l’ultimo. Il nome di Rebecca Brandewyne viene nominato spesso quando si parla di romance storici, eppure – non so davvero perché – ho sempre avuto non poche perplessità al riguardo. Un’inspiegabile diffidenza che mi porta oggi a dover ... (continue)
Primo libro che leggo di questa autrice, e credo non sarà nemmeno l’ultimo. Il nome di Rebecca Brandewyne viene nominato spesso quando si parla di romance storici, eppure – non so davvero perché – ho sempre avuto non poche perplessità al riguardo. Un’inspiegabile diffidenza che mi porta oggi a dovermi ricredere, e in gran parte.
Ho acquistato “La luna sulla brughiera” quasi un anno fa, in uno dei miei maxi ordini online (l’epoca d’oro dei grandi sconti… Ormai un lontano ricordo, ed è forse meglio non toccare questo tasto dolente) ed è poi rimasto a prendere la polvere sullo scaffale della mia libreria per tutti questi mesi. Poi, l’altra sera, il desiderio di una lettura rosa, storica e non troppo impegnativa ha fatto si che il mio sguardo cadesse finalmente su questo piccolo volumetto economico della Sonzogno (è un’edizione un po’ vecchiotta ormai, del 2006).
Si tratta di un romance storico ambientato nella Cornovaglia di inizio ‘800 e i cui protagonisti devo dire mi hanno molto affascinata. Maggie, orfana di madre fin dalla nascita, vive con un padre benestante, freddo e insensibile, che sembra sopportare a fatica l’esistenza della figlia. L’incontro con il protagonista maschile avviene in giovane età, quando Maggie ha solo dieci anni circa. Nello stesso periodo di concentrano infatti tutta una serie di importanti avvenimenti: il padre di Maggie, Sir Nigel, torna da un viaggio a Londra con tanto di nuova moglie e figlioccia al seguito. Inutile dire che la matrigna, Lady Chandler, si dimostra fin da subito tutt’altro che premurosa nei confronti di Maggie, anche se la vera spina nel fianco ha più o meno la sua stessa età, si chiama Julianne ed è la sua sorellastra. Diverso sarà il suo rapporto con il fratellastro maggiore, Wellesley , nel quale la piccola Margareth troverà invece una sorta di amico. Lui ed Esmond, l’adorato cugino al quale è promessa, sono gli unici punti fermi per la ragazzina, spesso ignorata o peggio ancora bistrattata da tutti gli altri. Questo fino a quando Draco non entra in scena: poco più di un ragazzino, si rivela essere il cugino di Maggie, da parte di padre. Draco è però un figlio illegittimo, per metà gitano, e dopo la morte del padre viene sì accolto nella tenuta di famiglia dallo zio “Sir Nigel”, ma costretto a guadagnarsi vitto e alloggio lavorando nelle stalle. Tra Draco e Maggie nascerà un’amicizia segreta, poi un fatto tragico li costringerà a restare separati per diversi anni e, quando si ritroveranno, ormai giovani adulti, dovranno fare i conti con una situazione ben più complessa.
Maggie è senz’altro un buon personaggio, una spilungona e ossuta ragazzina acerba che – tanto di cappello all’autrice - non si trasforma nella classica bellezza sfolgorante. Acquista comunque un suo fascino, sebbene resti ben lontana dai comuni canoni di bellezza. Draco - nome che ho adorato, perché mi ricorda il caro Malfoy potteriano - appare sì un filino stereotipato, ma è comunque un protagonista maschile di tutto rispetto (e molto, molto affascinante). Cresciuto senza affetto e conscio di poter contare solamente sulle proprie forze, si trasforma da adolescente taciturno, selvatico ediffidente in un giovane uomo non solo cinico, autoritario e vendicativo, ma anche appassionato, possessivo e indipendente.
Il romanzo si pone al lettore come una storia dalla crescita graduale, che non si riduce al classico “lui e lei, lei e lui”, ma lascia spazio all’evolversi dei diversi personaggi, protagonisti e non, riflettendone i pensieri, le paure e le convinzioni, e tratteggiandoli come figure estremamente dinamiche, la cui maturità li poterà - col passare del tempo - a relazionarsi diversamente gli uni con gli altri. Un altro aspetto positivo riguarda il rapporto tra Draco e Maggie, soprattutto per quanto riguarda il punto di vista della ragazza. Mentre lui la rivendica senza farsi troppi scrupoli e, da un certo punto in avanti, non facendone mistero, Maggie invece attraversa una serie di stadi emotivi ben differenti. Innamorata di Esmund e poi lasciata a un passo dal matrimonio dal futuro sposo a causa dell’insopportabile Julienne, troverà in Draco tutta una serie di cose… Eccetto l’amore. Per lei sarà una via di fuga, un sostegno, il suo salvatore ma anche un mezzo per vendicarsi del padre. Farà fatica ad apprezzarne i pregi, mentre soffrirà a lungo i difetti dell’improbabile marito, dall’arroganza alla possessiva autorità con la quale Draco sembra volerla comandare a bacchetta. E non basteranno due baci e uno sguardo intenso – come invece accade in moltissimi altri romanzi di questo genere – per farle perdere il contatto con la realtà, dimenticando il resto del mondo. Esmund sarà, per volere di Maggie, sempre tra loro. Lo sarà a lungo, senza sosta, diventando però via via una macchia sempre più sbiadita. Fino al giorno in cui la ragazza dovrà fare finalmente i conti con la verità.
I difetti che ho riscontrato sono sostanzialmente due. La parte iniziale, nella quale viene introdotta la storia e si descrive la Maggie bambina, appare a tratti un po’ confusa e distaccata, quasi fosse un passaggio forzato che l’autrice non vede l’ora di gettarsi alle spalle. Poi c’è la famosa notte nella brughiera, scena clou del romanzo, un punto di svolta dai contorni forse un po’ troppo surreali. Passi che lei ha il cuore a pezzi e che lui stia aspettando quell’occasione da tutta la vita, ma le cose precipitano praticamente su due piedi, a una velocità tanto insostenibile quanto poco credibile. Va poi sottolineato il fatto che la Brandewyne sfiora più e più volte temi dalle tinte forti, che potrebbero infastidire alcuni lettori (per intenderci, Draco non è dipinto come il classico protagonista dal fascino rude che si traduce nei fatti in sguardi sdolcinati dettati da un cuore morbido come un budino. Rude e selvaggio vuol dire esattamente rude e selvaggio, nel bene e nel male).
In conclusione, tre stelline abbondanti, senza dubbio. Un buon romance storico che si posiziona una spanna sopra qualsiasi libriccino da edicola (e tranquillamente anche sopra diversi romanzi prestigiosamente rilegati e presentati in pompa magna), pur non essendo – va detto -un capolavoro indimenticabile. Consigliato per una piacevole serata all’insegna del rosa antico. - — Sep 23, 2011 | Add your feedback
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- Solo con il tuo amore (149)
- By Lisa Kleypas
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Finished on Sep 14, 2011





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- Ricordati di me (76)
- By Lesley Pearse
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Finished on Sep 8, 2011





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L'incredibile avventura di Mary Briant (nata Broad), tra viaggi e sofferenze, fughe e arresti, fame e speranza: il racconto di una vicenda così sorprendente da essere più reale che romanzata... -
Questo non è il primo libro che leggo di Lesley Pearse, e ancora una volta l'autrice conferma la sua passione per i romanzi storici incentrati su protagoniste avventurose e dal destino travagliato. Sorprende un po' che il libro sia stato pubblicato nella collana economica: pur non essendo un capolav ... (continue)
Questo non è il primo libro che leggo di Lesley Pearse, e ancora una volta l'autrice conferma la sua passione per i romanzi storici incentrati su protagoniste avventurose e dal destino travagliato. Sorprende un po' che il libro sia stato pubblicato nella collana economica: pur non essendo un capolavoro merita certamente di più rispetto a titoli - la cui fama più che altro è frutto di strategie pubblicitarie - che giungono nelle nostre librerie ben rilegati e con tanto di sovracopertina.
Detto questo, la Pearse tratteggia con cura la vita di Mary Broad, restando in gran parte fedele a quelli che sono i fatti realmente accaduti. La vicenda è di per sè così incredibile che non ha davvero bisogno di essere romanzata. Qualche licenza è stata presa, ovvio, ma per il resto l'autrice è stata in grado di ricostruire l'avventura vissuta dalla giovane ragazza nel modo più completo possibile. I fatti sono dettagliati (prova di studi accurati e ricerche svolte prima e durante la stesura del romanzo), le descrizioni impeccabili e la trama strutturata con abilità. Due cose mi colpiscono sempre di questa autrice: lo stile e i personaggi.
Per quanto riguarda i personaggi, è innegabile l'amore della Pearse per le eroine sofferenti e a lungo provate. Non risparmia loro grandi pene e ogni più piccola speranza è costretta - ripetutamente - a sfociare in un'ulteriore situazione dipserata. Le misere condizioni in cui Mary nasce e cresce peggiorano dopo l'arresto, diventano insostenibili durante la detenzione sulla Dunkirk, per poi peggiorare ancora durante il viaggio in nave. Sembra davvero non esserci limite alla fame, al dolore e alla sporcizia con le quali un essere umano deve imparare a convivere. O alle quali sopravvivere, sarebbe forse il caso di dire. Lo sbarco - piccolo e tenue barlume di speranza dopo mesi di agonia - si rivela essere l'ennesimo inferno.
La fuga - molto probabilmente verso la morte - si rivelerà l'unica alternativa possibile. Ho perso il conto del numero di volte in cui Mary rischia la vita, patisce la fame e arriva vicina a darsi per vinta: la sua determinazione, il suo coraggio e in buona parte la fortuna l'aiutano - di volta in volta - a superare i momenti peggiori. Anche se non avesse dovuto seguire i fatti realmente accaduti sono convinta che la Pearse, notoriamente parca di sorrisi, avrebbe inflitto alla giovane tutte le sofferenze possibili, incluso il dolore per la perdita del marito e dei figli.
Le splendide descrizioni di un'Australia incontaminata si alternano ai dettagli raccapriccianti della lunga detenzione. Sono scene forti dove non si va tanto per il sottile: stupri, sporcizia e pidocchi, piaghe e odori nauseabondi.
Lo stile è corposo, scorrevole ma non troppo. Le storie di questa autrice non scivolano via come l'acqua, dando la sensazione di una semplicemente piacevole e veloce. Al contrario, è una scrittura ruvida e densa, con pagine piene di sensazioni, fatti ed emozioni. Un bel mattoncino che supera le 400 pagine ma che riesce comunque a tenere il lettore incollato alle pagine, in un modo o nell'altro. Dico così perchè in alcuni punti non si è colti tanto dalla curiosità o presi dal ritmo incalzante della narrazione, quanto dal desiderio di trovare una svolta positiva. Svolta che viene puntualmente rimandata.
In questo senso è un romanzo insolito, non la classica trama con ostacoli insormontabili che a un certo punto si risolvono... No, qui nuovi ostacoli vengono accantonati di fronte all'insorgere di ostacoli ancora maggiori. I personaggi, poi, non sono mai totalmente buoni o totalmente cattivi. L'amore non è quello puro e incontaminato, quel grande amore in grado di sconfiggere qualsiasi cosa. E' un amore reale, fatto di tempismo e compromessi. A volte si tratta di affetto, altre ancora di amicizia oppure desiderio, di affinità.
Devo ammettere che, proprio per questo motivo, le mie sono state quattro stelline molto combattute. Forse perchè, nonostante si dica di odiare i personaggi stereotipati, quando si incappa in qualcosa di un po' diverso si resta stupiti, diciamo anche impreparati, al punto da non riuscire a decidere se la cosa piace o meno.
A conti fatti, però, sono proprio questi elementi che fanno del romanzo qualcosa di veramente particolare e insolito, come lo sono un po' tutti i libri di questa singolare autrice. Se non sono a tutti gli effetti quattro stelline pienissime, ci andiamo comunque molto - ma molto - vicino. - — Sep 10, 2011 | Add your feedback
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- Le lettere segrete di Jo (190)
- By Gabrielle Donnelly
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Finished on Sep 6, 2011





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Un romanzo che - complice il richiamo al famoso capolavoro della Alcott - crea aspettative elevate, per poi risolversi in un racconto fortemente deludente... -
Libro scoperto quasi per caso, giusto pochi giorni prima che uscisse. Quando ho capito che la Jo citata nel titolo era Josephine March, una delle protagoniste dell’intramontabile “Piccole Donne” di Louisa May Alcott mi sono detta che quel libro doveva assolutamente essere mio.
E così è stato. Se ... (continue)Libro scoperto quasi per caso, giusto pochi giorni prima che uscisse. Quando ho capito che la Jo citata nel titolo era Josephine March, una delle protagoniste dell’intramontabile “Piccole Donne” di Louisa May Alcott mi sono detta che quel libro doveva assolutamente essere mio.
E così è stato. Sedici euro non propriamente ben spesi, a conti fatti. La mia perplessità per questi romanzi che si ispirano ai grandi capolavori classici è in costante aumento. Da una parte è innegabile il richiamo pubblicitario sul quale possono fare affidamento. Siamo seri, chi non vorrebbe leggere ancora di Jane Eyre, o delle mitiche sorelle March, piuttosto che di Lizzie e Mr.Darcy? Di contro creano aspettative davvero molto elevate, che vengono poi puntualmente deluse. Come in questo caso.
Così come accaduto tempo fa con “La figlia di Jane Eyre” di Elizabeth Newark (sconsigliatissimo), anche “Le lettere segrete di Jo” si è rivelata una lettura di cui avrei fatto volentieri a meno. Io credo che la magia di “Piccole Donne” fosse in gran parte dovuta all’ambientazione. Trasportare il tutto nel nostro secolo, al giorno d’oggi, risulta in una totale perdita di fascino.
Le protagoniste, Emma, Lulu e Sophie dovrebbero ricalcare – rispettivamente – Meg, Jo ed Amy. Beth è stata tranquillamente eliminata, probabilmente perché nel romanzo della Alcott va incontro a una morte prematura, e le “ragazze” di Gabrielle Donnelly sono decisamente più cresciute delle loro “antenate”.
Non siamo più nel Massachussets , durante la Guerra Civile, bensì nella Londra odierna. L’autrice ricostruisce un rapido albero genealogico caratterizzato da generazioni e generazioni di Josephine, diversamente soprannominate. Fino a quella lontana bis-bis-bis-e qualche altro bis-nonna Jo, di cui si è quasi persa la memoria. Se non fosse che Lulù – la Jo dei nostri tempi – trova in soffitta un borsone con alcuni vecchi oggetti e delle lettere. Lettere che nella maggior parte dei casi portano la firma di Jo (e questo è un piccolo controsenso, perché se le ha scritte, dovrebbero essere poi rimaste in possesso del destinatario no? Ha già più senso per esempio la lettera che Jo riceve – e poi evidentemente conserva – da parte di Meg)
E’ un romanzo un po’ confusionario, privo di personaggi capaci di lasciare il segno. La Donnelly non si fa mancare nemmeno la controfigura del professor Baher – qui nelle vesti del docente universitario Tom – sebbene il rapporto che si instaurerà tra lui e Lulù non sarà affatto quello ipotizzato. Emma non è solo pacata e di buone maniere, è proprio un concentrato di noia assoluta. Sophie, invece di ricalcare la frivolezza capricciosa della piccola Amy, sfoggia una superficialità fastidiosa che sconfina spesso nell’ottusità. La trama procede mollemente, e volge al termine senza che la storia abbia trasmesso la benché minima emozione.
Avrei letto per ore e ore delle sorelle March, del loro rapporto così speciale, divertente e sentito, carico di risate e preoccupazioni, di gioia e dolore, spensieratezza e quotidianità. Invece mi sono ritrovata a ringraziare il cielo quando ho finito questa sottospecie di “sequel”, augurandomi di dimenticarlo alla svelta.
Il rapporto tra Emma, Lulù e Sophie dovrebbe essere la colonna portante del romanzo, ma al contrario lo appesantisce, complici i molti battibecchi rivisitati che di genuino e curioso hanno ben poco. Mi ha ricordato più una sit-com tutta al femminile, che il capolavoro della Alcott.
L’unico aspetto apprezzabile sono le lettere di Jo, piccoli tuffi nel passato riproposti in una sequenza temporale del tutto casuale, ma che permettono al lettore di trarre un breve sospiro di sollievo tra un capitolo e l’altro, godendo per brevi istanti di quel magico passato che sperava in qualche modo di ritrovare, prima di dover fare i conti con il barboso capitolo successivo, e venire inevitabilmente a patti con la realtà.
Concludendo, due stelline sole. E un consiglio per tutte le fan delle sorelle March: riprendete in mano il romanzo della Alcott e rileggetelo con piacere. Il vostro tempo – e il vostro denaro - sarà speso infinitamente meglio. - — Sep 13, 2011 | Add your feedback
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- I colori del buio (34)
- By Kathryn Erskine
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Finished on Sep 4, 2011





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Un tema delicato e una tragedia inaspettata. Un racconto profondo e toccante. Un nuovo modo di vedere il mondo, attraverso gli occhi della piccola Caitlin... -
Ma che bella sorpresa! Quello di Kathryn Erskine è un romanzo davvero splendido e toccante, che mi ha emozionata non poco. Un libro che può passare inosservato, pubblicato nella nuova collana Gaia della Mondadori e proposto al ragionevolissimo prezzo di 9 euro. A fronte di tanti romanzi ampiamente p ... (continue)
Ma che bella sorpresa! Quello di Kathryn Erskine è un romanzo davvero splendido e toccante, che mi ha emozionata non poco. Un libro che può passare inosservato, pubblicato nella nuova collana Gaia della Mondadori e proposto al ragionevolissimo prezzo di 9 euro. A fronte di tanti romanzi ampiamente pubblicizzati – libri che poi, nella sostanza, non sempre meritano – mi chiedo come mai questo piccolo gioiello se ne sia uscito quasi in sordina, quando avrebbe davvero meritato una maggiore attenzione e, magari, anche una veste più elegante (rilegato come si deve e con sovra copertina).
Capisco che viene fatto rientrare nella letteratura per adolescenti di cui si occupa appunto la collana Gaia, ma “I colori del buio” è un romanzo che può essere apprezzato anche da un pubblico adulto.
Non è il primo libro che leggo sulla sindrome di Asperger, anzi, è stata proprio la presenza di questo tema a indurmi all’acquisto (oltre al fatto che ha vinto il National Book Award). E’ strano mettersi nei panni di Caitlin, la giovane protagonista del romanzo. Le sue sono congetture davvero insolite, il suo comportamento, la sua logica e i suoi pensieri seguono schemi che per i non affetti dalla sindrome possono risultare spesso contorti o insensati. L’autrice è stata veramente molto brava e ha scavato a fondo nella psicologia del personaggio, permettendo al lettore di vedere il mondo attraverso gli occhi della piccola Caitlin.
Undici anni circa, Caitlin Smith vive con il padre e l’adorato fratello Devon, di tre anni più grande. Una situazione delicata, ma quanto meno stabile. Fino al giorno in cui una tragedia sconvolgerà le loro vite. Perché non solo Caitlin è affetta dalla sindrome di Asperger – che dal punto di vista pratico può essere riconducibile a una lieve forma di autismo – ma improvvisamente viene a mancare il suo punto di riferimento e di collegamento con il mondo esterno: Devon.
Il racconto inizia proprio con il suo funerale: il ragazzo è rimasto vittima di una sparatoria a scuola, un evento tanto tragico quanto insensato e folle (l’autrice si è ispirata al noto episodio di cronaca nera accaduto alla Virginia Tech University nell’aprile del 2007, con un bilancio di 33 vittime e diversi feriti).
La morte di Devon segnerà profondamente il padre e porterà Caitlin a reagire in un modo tutto suo, apparentemente apatico e privo di tatto. Del resto l’abituale comportamento della ragazzina è spesso difficile da comprendere: detesta il contatto fisico ed è pertanto particolarmente gelosa di quello che chiama il suo “Spazio Personale”; non coglie l’ironia nelle battute, così come le metafore, e interpreta sempre tutto alla lettera; ama il bianco e il nero, tinte precise e facili da intepretare, mentre – a suo dire – i colori sono troppo complicati, si fondono l’uno nell’altro in una miriade di sfumature sempre diverse e non sono pertanto un qualcosa di fisso e immutabile, regolato da una logica ferrea che non prevede tonalità o eccezioni; i libri le danno sicurezza, poiché indipendentemente dal numero di volte che possono essere letti e riletti, le parole e le frasi non cambiano, sono sempre quelle e sempre nello stesso posto… a differenza delle persone, così mutevoli nelle loro espressioni e nei comportamenti altalenanti; ama i peluches – ne possiede circa centocinquanta – e si diverte a dare i nomi ai vermetti gommosi prima di mangiarli. E’ bravissima nel disegno – rigorosamente bianco/nero – e passa il tempo libero a studiare le parole sul Dizionario ( o a leggere qualsiasi libro le capiti sotto mano). Questa è Caitlin, una ragazzina speciale ma tutt’altro che stupida (sebbene sia solo in quinta elementare, il suo quoziente di lettura è pari a quello di un adulto). Caitlin detesta le parole “emotivo, amichevole, estroverso, espansivo, socievole”, ritiene che l’uso del maiuscolo non debba seguire le regole grammaticali bensì l’importanza del significato di una determinata parola (ad esempio il termine “cuore” merita per forza la lettera maiuscola, sempre e comunque).
Caitlin comprende in parte le sue difficoltà e talvolta si sforza di comportarsi come gli altri vorrebbero che lei facesse. A scuola la signora Brook la sprona a fare amicizia con gli altri bambini, a guardare di tanto in tanto le persone negli occhi, a fare delle passeggiate nel cortile. Spesso per Caitlin è difficile, quasi impossibile ottenere un risultato davvero soddisfacente. Nonostante si impegni è come se non riuscisse a sentirsi a proprio agio. Si impone di fare determinate cose perché così le viene chiesto di fare, ma una parte di lei continua a ribellarsi e ad agitarsi, quasi si sentisse “imprigionata” in modi e abitudini che non comprende e non condivide. Più e più volte fa ricorso al termine “Afferrare”, sia quando cerca di spiegare sé stessa agli altri, sia quando comprende ciò quello che le viene richiesto. E’ come parlare due lingue diverse e tentare di intuire , per vie traverse, cosa intende l’altro. Afferrare, per l’appunto.
Una delle pochissime persone con cui riuscirà ad instaurare un legame è il piccolo Michael, un bambino di prima elementare che ha perso la madre nella stessa sparatoria in cui è morto Devon. A differenza di molti altri ragazzini, Michael sembra apprezzare l’originalità di Caitlin e i suoi maldestri tentativi di confortarlo.
La cassapanca che Devon stava costruendo come progetto per i Boy Scout – e rimasta incompiuta dopo l’improvvisa scomparsa del ragazzo – diventerà un pensiero fisso per Caitlin. Completarla diventerà per lei un percorso alla ricerca di quella misteriosa “Pacificazione” di cui sente tanto parlare. Riuscirà – non senza fatica – a coinvolgere nell’impresa anche il padre, inizialmente contrario e chiuso nel suo dolore. Sarà un balsamo per le loro ferite, e sebbene il dolore rimarrà immutato troveranno però la forza e il coraggio di guardare avanti, verso una vita che – pur senza Devon – merita di essere vissuta.
Lo stile ricalca perfettamente la psicologia di Caitlin, ritraendola in maniera così vivida e precisa da sembrare veramente reale. Compassione, meraviglia, pena e stupore trasudano dalle pagine, mentre la trama si srotola tra fatti e sensazioni. E’ un romanzo delicato, toccante e splendido, per il modo in cui è scritto, per ciò che rappresenta, per la storia che racconta. Arriva dritto al cuore, non c’è verso di restare indifferenti.
Un romanzo che consiglio sia a lettori adulti che adolescenti. Agli adulti, perché apprezzeranno con una maggiore sensibilità il tema trattato. Agli adolescenti perché è un libro che lascia dietro di sé qualcosa, qualcosa di veramente buono, non come i mille young adult (che di young ormai hanno solo il nome) che sempre più spesso propongono ragazzine che ragionano e si comportano al pari di adulte ben più navigate.
Quattro stelline tonde tonde. - — Sep 5, 2011 | Add your feedback
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"E' la dodicesima viaggiatrice. Si muove nel pericolo. Combatte per amore..." -
Non si può negare che il secondo capitolo della “Trilogia delle gemme” sia stato un titolo davvero molto atteso, che io per prima aspettavo con impazienza e che ho letto tutto d’un fiato, in una manciata di ore. Quando l’ho finito, sono rimasta seriamente sbalordita, perché mi ero ripromessa di gust ... (continue)
Non si può negare che il secondo capitolo della “Trilogia delle gemme” sia stato un titolo davvero molto atteso, che io per prima aspettavo con impazienza e che ho letto tutto d’un fiato, in una manciata di ore. Quando l’ho finito, sono rimasta seriamente sbalordita, perché mi ero ripromessa di gustarmelo pian piano. Quindi che ho fatto? L’ho riletto subito, ovviamente!
Due meritatissime parole sulla copertina, strepitosa come la precedente. La Corbaccio stavolta ci ha preso in pieno, con una grafica romantica-misteriosa-sognante, decisamente migliore rispetto alla versione originale. Supponendo che il terzo libro, Green, segua più o meno la stessa logica, devo dire che la trilogia farà un figurone sulla mensola di qualsiasi libreria. Mi è rimasta una sola perplessità e riguarda i titoli: non che non mi piacciano, intendiamoci… Ma visto che si tratta di una traduzione (la serie è tedesca), non sarebbe stato più giusto optare per l’italiano? Rosso, blu e verde… O, per rimanere fedeli ai titoli originali, “Rosso rubino, “Blu zaffiro” e “Verde smeraldo”. Credo l’avrei preferito.
In questi mesi ho letto un’infinità di young adult, molti dei quali urban fantasy. Di questi pochi, pochissimi hanno davvero catturato la mia attenzione. La trilogia di Kerstin Gier spicca tra i pochi eletti. Sarà per l’intrigante tema dei viaggi nel tempo, per lo stile fresco e più che scorrevole, per la capacità dell’autrice di tenere viva l’attenzione del lettore, coinvolgendolo in un romanzo che non conosce il significato del termine “noioso”.
Così come in “Red”, prologo ed epilogo sono dedicati a Paul e Lucy, apprezzatissimi personaggi che – insieme a Gwen e Gideon – rappresentano l’altra coppia attorno alla quale ruota il mistero dei Guardiani e del cronografo.
Gwen è una delle poche protagonisti femminili che ha tutta la mia simpatia. Qualche piccolo scivolone c’è (come quando se ne esce con l’imbarazzante “Mi hai trasformato in un budino”), ma per il resto è un gran bel personaggio, equilibrato e ampiamente godibile, nel quale ogni lettrice può tranquillamente immedesimarsi. Gideon, ovviamente, resta il mio preferito: non disdegno i suoi rari momenti di dolcezza, ma lo adoro particolarmente quando è insopportabile, pieno di sé, arrogante, autoritario, sarcastico… E chi più ne ha, ne metta. Tra i personaggi secondari ho apprezzato soprattutto Mr. George, Lucas Montrose, Falk de Villiers, Mr. Marley e Raphael, il fratello di Gideon che fa la sua prima apparizione proprio in questo libro. Ancora una volta il piccolo fantasmino Robert, che qui compare solo di striscio, suscita un pizzico di dolceamara tristezza. Chiudono poi il cerchio Glenda e Charlotte, odiose come non mai.
Non so ben dire perché questo romanzo funzioni così bene. Forse perché è davvero ben calibrato: non ci sono punti morti, banali esagerazioni, svolte incoerenti nella trama o che altro. E’ squisitamente lineare e incredibilmente ricco, se si considera il fatto che la vicenda ricopre un lasso di tempo davvero esiguo (tre giorni in Red, e altrettanti in Blue… Due libri che, messi assieme, quasi non fanno una settimana). Eppure il tutto scivola alla perfezione e con un ritmo appropriato: non c’è nel lettore il desiderio di soffermarsi oltre o di andare più spedito. L’unica cosa un po’ complessa, forse, è la ricostruzione dei viaggi. O, per meglio dire, della loro sequenza temporale, visto che i portatori del rarissimo gene saltano di continuo nelle diverse epoche passate, a volte incrociandosi, a volte anche con doppie trasmigrazioni nel passato (salto nel salto).
Il rapporto tra Gwen e Gideon si articola in un susseguirsi di alti e bassi, tra occhiate fredde e scostanti, baci improvvisi (molto carino quello che si scambiano in cantina, nel 1953) e quel pizzico di sana gelosia che la ragazza palesa ogni volta che il nome di Charlotte è nell’aria . Molto su di loro è stato detto, ma mi aspetto che il terzo libro sia ancora più denso e intrigante, visti i tanti nodi che arriveranno al pettine. Un assaggio, comunque, lo si ha già nel finale di Blue.
Altra caratteristica che questo romanzo può tranquillamente sfoggiare è il suo lato divertente, a volte quasi esilarante. Non mancano infatti delle scene davvero comiche, dove mi sono ritrovata a ridere di gusto, come quando Gwen intavola la questione del sesso e dell’uso della pillola con suo nonno, Lucas Montrose, durante un viaggio nel passato (lei dimostra sempre i suoi sedici anni, ma in quell’occasione il “nonno” è solo un ventiquattrenne). Stesso discorso quando la ragazza nomina l’imbarazzante Lord Sandwich, o quando – scherzando con Gideon – finge che il vecchio divano sia la “cugina Sofà”, nonna di Charlotte, che a detta di Gwen è decisamente più morbida, leggiadra e di buon carattere rispetto alla reale nipote.
Ma la vera rivelazione di questo libro, nonché artefice delle scene indubbiamente più spassose, è proprio lui, Xemerius. Fantasma di un demone-doccione , dopo aver scoperto che la ragazza è in grado di vederlo e sentirlo le si attacca e la segue quasi ovunque, al pari di una colla moschicida. Dispettoso, impagabile, esilarante, adorabilmente spiccio nei suoi commenti spesso poco raffinati, il piccolo doccione non manca di storpiare canzoni famose e prendere in giro praticamente tutti. Ha le sue manie, è insofferente verso chi ha i capelli rossi, storce il naso davanti alle effusioni tra Gwen e Gideon, si dedica a un sano gossip da love story dove dimostra un attento spirito di osservazione (vedi Grace e Falk). All’inizio Gwen ne è infastidita e cerca con ogni mezzo di liberarsi di quella piccola seccatura che non fa che tormentarla chiedendole “Mi compri un gatto? Mi compri un cane?”. Poi però lo rivaluta: non solo sarà per lei di sostegno, stemperando le lunghe e noiose lezioni di Giordano con il suo effervescente carisma e i suoi commenti spiritosi (memorabile l’uscita “E’ rigida come un pilastro” quando rotola sul sedile dell’auto e cozza contro un’ignara Charlotte), ma tornerà utile anche nell’origliare le segretissime riunioni alle quali Gwen non è ammessa. I resoconti del piccolo demone saranno immancabilmente buffi, quelli che lui stesso definisce “riassunto divertente di ciance noiose”. Non manca poi di etichettare i vari personaggi, anche se questi non hanno idea della sua esistenza: e così abbiamo che l’insopportabile Giordano è “Labbrone”, Charlotte “Brontolona”, Glenda è una “strega ossuta”, Gideon spazia dall’ “amichetto” alla “pietruzza preziosa” e il povero Mr. Marley, colpevole di essere un “pel di carota”, deve per forza essere leccapiedi e presuntuoso come tutti i rossi di capelli.
Questa trilogia mi prende sempre di più, non posso negarlo. Pur avendolo letto ormai diversi mesi fa, non ho avuto bisogno di dare una “rinfrescatina” a Red (cosa che spesso succede, perché seguendo tantissime saghe si finisce per dimenticare nomi o parti rilevanti della trama). Invece ricordavo ancora tutto alla perfezione, compreso l’intricato legame tra i Guardiani, passati e presenti, il conte di Saint Germain, l’ambiguo Rakoczy e tutti gli altri…
In conclusione, un libro che ho amato e divorato. Mi ero ripromessa di farlo durare più a lungo, ma ogni volta che mi dicevo “ancora due pagine” finiva che, quando alzavo lo sguardo sul dorso del volume, avevo già macinato un altro quarto di libro. Se con Red - nonostante l’impressione fortemente positiva - non avevo voluto sbilanciarmi troppo, con questo secondo romanzo non posso davvero che confermare l’ottimo lavoro della Gier, conferendogli quella quinta e sberluccicante stellina che concedo raramente (credo sia la quinta volta da inizio anno, su oltre settanta letture). E la quinta stellina – è giusto dirlo – è tutta targata Xemerius. - — Sep 2, 2011 | Add your feedback
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- La rabdomante (58)
- By Bradford Morrow
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Finished on Aug 31, 2011





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Le emozioni difettose
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“Le emozioni difettose” è il secondo romanzo che leggo di Laurie H. Anderson, autrice che ho conosciuto e apprezzato tempo fa grazie a un altro suo libro, Wintergirls. Una scrittrice insolita, forte di uno stile tutto suo e capace di affrontare in modo del tutto singolare temi delicati e importanti, ... (continue)
“Le emozioni difettose” è il secondo romanzo che leggo di Laurie H. Anderson, autrice che ho conosciuto e apprezzato tempo fa grazie a un altro suo libro, Wintergirls. Una scrittrice insolita, forte di uno stile tutto suo e capace di affrontare in modo del tutto singolare temi delicati e importanti, senza necessariamente dare vita a racconti pesanti come mattoni, ma optando invece per soluzioni più interessanti e originali, capaci di catturare l’attenzione dei lettori più giovani, i veri destinatari di tali romanzi.
Eppure, “Le emozioni difettose” non è riuscito a prendermi quanto avevo sperato. Può sembrare forse paradossale, visto il titolo del libro, ma la principale critica che mi sento di rivolgergli è quella di un mancato coinvolgimento emotivo. La storia di Kate è senza dubbio molto interessante e rappresenta perfettamente la vita di molti giovani adolescenti dei nostri giorni: una vita frenetica, senza un attimo di sosta, una corsa continua che permette di fuggire da tutto e da tutti, dal dolore, dai pensieri, dalla propria vita. Perché abbandonarsi a una routine massacrante e sfibrante, dove la parola dormire è ormai un concetto astratto, è forse più facile che fermarsi un attimo, rallentare e fare di tanto in tanto i conti con sé stessi. Kate è una ragazza con una situazione famigliare difficile, senza una madre e con un padre con il quale fa fatica a relazionarsi, oltre che un fratellino del quale prendersi cura. Sempre di corsa, a casa come a scuola, dove attende la risposta alla sua domanda di ammissione al MIT con ansia, a volte tanto eccessiva da sembrare una fissazione ai limiti del morboso. A sconvolgere tutto arriverà la convivenza forzata con un’odiata compagna di classe che se da una parte le creerà nuovi problemi, dall’altra la costringerà finalmente a fare una cosa che rimanda da troppo, troppo tempo: rallentare la sua inarrestabile corsa, e trovare la forza di fermarsi.
Curiosa e simpatica la scelta dell’autrice di dare ai vari capitoli un titolo legato al mondo della chimica (dagli acidi alle basi, ai composti instabili, dai radicali liberi all’energia di attivazione, etc.). Sono chiari riferimenti alla storia, ovviamente, che viene narrata in prima persona dalla giovane protagonista. Leggere questo libro è come seguire Kate passo dopo passo, secondo dopo secondo, osservandola attraverso una piccola telecamera nascosta. Il lettore ha anche modo di leggere i suoi pensieri… ma più che ritrovarsi nella sua testa l’impressione è quella di una vaga percezione. Per quanto il personaggio di Kate sia stato ben caratterizzato e presentato in tutte le sue diverse sfaccettature, mi è risultato difficile – se non impossibile – vestire i suoi panni. C’è un gran parlare di pensieri ed emozioni, ma rimangono solo parole nere su una pagina bianca, scritte che si leggono ma che si “sentono” ben poco, quasi ci fosse un velo di apatia tra il lettore e la narrazione. Con una premessa come questa, è facile capire come un libro incentrato sulla vita di Kate possa a lungo andare risultare un poco noioso, o quanto meno concludersi senza lasciare praticamente traccia. Diverso è stato appunto il caso di “Wintergirl”, dove l’angoscia e il disagio erano davvero palpabili, e il dramma arrivava dritto al cuore del lettore.
In quest’ultimo romanzo, invece, il potenziale dell’autrice sembra quasi essere sprecato, il suo stile impeccabile e particolare convogliato in una storia paragonabile a un vicolo cieco. Un libro forse poco sentito dalla stessa scrittrice, o forse semplicemente poco delineato, un abbozzo messo per iscritto senza essere rivisto e perfezionato. Forse una buona idea di base, ma davvero poco sviluppata… o sviluppata male, a seconda di come la si vuole vedere. Queste, almeno, sono state le mie impressioni.
Interessante il dualismo che tormenta la ragazza, dove si fronteggiano più volte una Kate Buona e una Kate Cattiva. Ma anche qui, il discorso poteva essere approfondito meglio. Sebbene questa prova sia stata tutt’altro che buona, devo comunque dire che l’autrice continua ad incuriosirmi, tanto che le concederò sicuramente un’altra possibilità… magari con “Speak”, altro romanzo tradotto in Italia che a suo tempo mi è sfuggito.
In conclusione, un libro piuttosto ordinario per un’autrice in grado di dare molto ma molto di più. Niente di grave, comunque. Del resto, come si dice, non tutte le ciambelle escono col buco… E capita spesso che autori decisamente più famosi si rendano protagonisti di scivoloni ben più clamorosi.
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