Davvero un piccolo tesoro. Una di quelle storie che ti fanno emozionare, tra lacrime e sorrisi, e ti ritrovi a "vivere" il libro, anziché semplicemente leggerlo. Sarò sincera, pur essendo uscito da mesi per quanto mi riguarda era passato praticamente inosservato, vuoi perché la copertina non ha mai
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Davvero un piccolo tesoro. Una di quelle storie che ti fanno emozionare, tra lacrime e sorrisi, e ti ritrovi a "vivere" il libro, anziché semplicemente leggerlo. Sarò sincera, pur essendo uscito da mesi per quanto mi riguarda era passato praticamente inosservato, vuoi perché la copertina non ha mai catturato la mia attenzione, quella sufficiente a decidere di prendere in mano il libro e leggere quanto meno la trama - o perché avevo sentore che non rientrasse nel mio solito genere di libri. Grande errore, grande, grande.
"Fai bei sogni" è un libro che non può non piacere, e va al di là delle singole preferenze per quanto riguarda i generi letterari. E' una storia troppo toccante, troppo ben scritta, troppo sentita, perché possa lasciare un lettore indifferente o annoiato. Una storia vera, e forse proprio per questo così emozionante, così viva - pur nella sua drammaticità - che colpisce in alcuni punti con la violenza di un uragano, e in altri con una dolce e struggente malinconia. Difficile staccare gli occhi dalle pagine, posare il libro sul comodino con l'intenzione di proseguire l'indomani: il romanzo di Gramellini si legge tutto d'un fiato, ignari del tempo che passa, rapiti dal racconto nel quale l'autore ripercorre il filo dei propri ricordi, e portando con sè la consapevolezza del presente - che qua e là riaffiora - si tuffa all'indietro nel tempo e prende per mano quel bambino di otto anni che è stato, camminando al suo fianco e rivivendo i momenti più significativi della sua vita, dalla scomparsa della madre in avanti. E' un passato visto con gli occhi di allora e carico di quelle congetture tanto genuine quanto stravaganti che solo un bambino può fare: e allora che la mamma vada a fare gli "esami" rimanda l'immagine di problemi di aritmetica piuttosto che di analisi mediche, e quando il male incurabile giunge agli ultimi stadi, per il piccolo Massimo è vissuto come una sorta di abbandono, interpretando a suo modo gli stralci di conversazioni tra gli adulti, da qui "la mamma se ne è andata con Brutto Male, quindi non mi voleva bene". Lo stile è impeccabile e pulito, la narrazione scivola senza intoppi rendendo il racconto una bellissima lettura non solo per quanto riguarda il contenuto, ma anche per la forma. Uno splendido libro, ben scritto, ben confezionato, carico di sentimenti. Inutile dire che lo consiglio caldamente, e anche come regalo per amici e parenti farà certamente un figurone, perché davvero non può non piacere.
IL TITOLO: Rende bene l'idea, anche se avrei preferito qualcosa di diverso. Si discosta molto dal titolo originale (Between shades of grey, in italiano Tra sfumature di grigio) ma forse questo è un bene, perché parlare di sfumature di grigio in questo periodo non invita decisamente alla lettura, alm
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IL TITOLO: Rende bene l'idea, anche se avrei preferito qualcosa di diverso. Si discosta molto dal titolo originale (Between shades of grey, in italiano Tra sfumature di grigio) ma forse questo è un bene, perché parlare di sfumature di grigio in questo periodo non invita decisamente alla lettura, almeno per quel che mi riguarda.
LA COPERTINA: Un po' scura nell'immagine riproposta in questo post, dal vivo è decisamente migliore. Semplice ed sintetica, pochi elementi essenziali avvolti da tonalità fredde rimandano all'istante una sensazione di incertezza e timore, gelo e solitudine.
RECENSIONE: Libro che ormai da tempo mi ripromettevo di comprare e leggere, e quando finalmente mi sono decisa (lo scorso mese) ho avuto anche una bella sorpresa: l'edizione economica, fresca di stampa, a soli 10 euro circa. Già un punto a suo favore (da sottolineare che l'edizione economica della Garzanti è di tutto rispetto, con copertina rigida e sovracopertina). Si tratta di un romanzo che cattura, rapisce e non si può fare a meno di leggere tutto d'un fiato. Mi aspettavo fosse bello, ma non così tanto. Una storia inventata che sa di vita vera, dove nella drammaticità della deportazione nei gulag - e qui i dettagli sulle pratiche crudeli e disumane non si risparmiano - trovano però spazio anche i sentimenti: paura, dolore, disperazione, ma anche un filo sottile di speranza, un sorriso accennato e il leggero palpitio di un cuore apparentemente inaridito.
Il romanzo di Ruta Sepetys non è una semplice cronistoria dei fatti, ma un'esperienza che il lettore ha l'impressione di vivere, perfettamente calato nei panni della giovane Lina. Lo stile è scorrevole, la storia entra nel vivo fin da subito, senza premesse noiose o digressioni inutili. Il cambiamento drastico delle condizioni di vita, o per meglio dire il passaggio da una vita normale a una sopravvivenza - non si può usare altro termine - al limite dell'assurdo, fa percepire al lettore un'intensa sensazione di smarrimento e incertezza sul futuro. Perchè basta un attimo, e bambini innocenti, avvocati, insegnanti e bibliotecarie si ritrovino ammassati su sudici carri per il bestiame, contrassegnati all'esterno dalla dicitura "ladri e prostitute" e diretti verso luoghi ignoti, gelidi e remoti. E' un libro che insegna molto, che mostra come la lotta per la sopravvivenza sia spietata e di quanto sia facile chiudersi in un inevitabile egoismo, ma che sottolinea al contempo come la forza di volontà e la collaborazione, la capacità di piegarsi senza spezzarsi, permetta di conservare quel barlume di umanità sufficiente a resistere, a sopportare, guardando avanti verso un futuro lontano ma tanto necessario, per testimoniare quanto vissuto e subito. E, come dicevo all'inizio della recensione, in questa storia trova spazio anche l'amore: titubante e genuino, quello tra Lina e Andrius, incondizionato e pronto a tutto, quello di una madre per i propri figli, solido e affettuoso, quello tra Lina e il fratellino Jonas. Non è una favola, che in quanto a tali aspirano al classico lieto fine. Molte speranze si perderanno, desideri non esauditi e preghiere non ascoltate, intrise di lacrime amare spesso non versate. Non è un racconto prevedibile, non c'è giustizia e i personaggi non vivono o muoiono in base alla loro bontà piuttosto che alla loro importanza all'interno del racconto. L'amarezza si fonde con la speranza in una storia davvero sorprendente, che non posso che consigliare caldamente a tutti gli amanti del genere (e non). Cinque stelline piene, le più difficili da conquistare!
LIBRI CONSIGLIATI: Per quanto riguarda la terribile esperienza dei gulag, ricca di macabri e inimmaginabili dettagli, questo romanzo mi ha riportato alla mente il capolavoro di Varlam Salamov, I racconti della Kolyma, una serie di racconti - alcuni veri, altri romanzati - che riassumono l'agghiacciante esperienza vissuta in prima persona dall'autore, ovvero la detenzione nei gulag siberiani per quasi vent'anni. L'aspetto più romantico del romanzo mi ha ricordato molto due personaggi a me molto cari, Tatiana e Alexander, protagonisti de Il cavaliere d'inverno di Paullina Simons. Va detto che mentre la storia d'amore era la colonna portante della trilogia della Simons, qui ricopre un ruolo secondario, trovando sì spazio ma come componente secondaria. Tuttavia l'incontro tra i due giovanissimi, non ancora ventenni, su uno sfondo così difficile e tragico, ricalca appunto lo stesso schema: non ci sono mazzi di fiori o inviti a cena, bensì una lattina di pomodori piuttosto che un pezzo di pane raffermo. Piccoli gesti pieni di significato.
"E' la dodicesima viaggiatrice. Si muove nel pericolo. Combatte per amore..."
Non si può negare che il secondo capitolo della “Trilogia delle gemme” sia stato un titolo davvero molto atteso, che io per prima aspettavo con impazienza e che ho letto tutto d’un fiato, in una manciata di ore. Quando l’ho finito, sono rimasta seriamente sbalordita, perché mi ero ripromessa di gust
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Non si può negare che il secondo capitolo della “Trilogia delle gemme” sia stato un titolo davvero molto atteso, che io per prima aspettavo con impazienza e che ho letto tutto d’un fiato, in una manciata di ore. Quando l’ho finito, sono rimasta seriamente sbalordita, perché mi ero ripromessa di gustarmelo pian piano. Quindi che ho fatto? L’ho riletto subito, ovviamente! Due meritatissime parole sulla copertina, strepitosa come la precedente. La Corbaccio stavolta ci ha preso in pieno, con una grafica romantica-misteriosa-sognante, decisamente migliore rispetto alla versione originale. Supponendo che il terzo libro, Green, segua più o meno la stessa logica, devo dire che la trilogia farà un figurone sulla mensola di qualsiasi libreria. Mi è rimasta una sola perplessità e riguarda i titoli: non che non mi piacciano, intendiamoci… Ma visto che si tratta di una traduzione (la serie è tedesca), non sarebbe stato più giusto optare per l’italiano? Rosso, blu e verde… O, per rimanere fedeli ai titoli originali, “Rosso rubino, “Blu zaffiro” e “Verde smeraldo”. Credo l’avrei preferito. In questi mesi ho letto un’infinità di young adult, molti dei quali urban fantasy. Di questi pochi, pochissimi hanno davvero catturato la mia attenzione. La trilogia di Kerstin Gier spicca tra i pochi eletti. Sarà per l’intrigante tema dei viaggi nel tempo, per lo stile fresco e più che scorrevole, per la capacità dell’autrice di tenere viva l’attenzione del lettore, coinvolgendolo in un romanzo che non conosce il significato del termine “noioso”. Così come in “Red”, prologo ed epilogo sono dedicati a Paul e Lucy, apprezzatissimi personaggi che – insieme a Gwen e Gideon – rappresentano l’altra coppia attorno alla quale ruota il mistero dei Guardiani e del cronografo. Gwen è una delle poche protagonisti femminili che ha tutta la mia simpatia. Qualche piccolo scivolone c’è (come quando se ne esce con l’imbarazzante “Mi hai trasformato in un budino”), ma per il resto è un gran bel personaggio, equilibrato e ampiamente godibile, nel quale ogni lettrice può tranquillamente immedesimarsi. Gideon, ovviamente, resta il mio preferito: non disdegno i suoi rari momenti di dolcezza, ma lo adoro particolarmente quando è insopportabile, pieno di sé, arrogante, autoritario, sarcastico… E chi più ne ha, ne metta. Tra i personaggi secondari ho apprezzato soprattutto Mr. George, Lucas Montrose, Falk de Villiers, Mr. Marley e Raphael, il fratello di Gideon che fa la sua prima apparizione proprio in questo libro. Ancora una volta il piccolo fantasmino Robert, che qui compare solo di striscio, suscita un pizzico di dolceamara tristezza. Chiudono poi il cerchio Glenda e Charlotte, odiose come non mai. Non so ben dire perché questo romanzo funzioni così bene. Forse perché è davvero ben calibrato: non ci sono punti morti, banali esagerazioni, svolte incoerenti nella trama o che altro. E’ squisitamente lineare e incredibilmente ricco, se si considera il fatto che la vicenda ricopre un lasso di tempo davvero esiguo (tre giorni in Red, e altrettanti in Blue… Due libri che, messi assieme, quasi non fanno una settimana). Eppure il tutto scivola alla perfezione e con un ritmo appropriato: non c’è nel lettore il desiderio di soffermarsi oltre o di andare più spedito. L’unica cosa un po’ complessa, forse, è la ricostruzione dei viaggi. O, per meglio dire, della loro sequenza temporale, visto che i portatori del rarissimo gene saltano di continuo nelle diverse epoche passate, a volte incrociandosi, a volte anche con doppie trasmigrazioni nel passato (salto nel salto). Il rapporto tra Gwen e Gideon si articola in un susseguirsi di alti e bassi, tra occhiate fredde e scostanti, baci improvvisi (molto carino quello che si scambiano in cantina, nel 1953) e quel pizzico di sana gelosia che la ragazza palesa ogni volta che il nome di Charlotte è nell’aria . Molto su di loro è stato detto, ma mi aspetto che il terzo libro sia ancora più denso e intrigante, visti i tanti nodi che arriveranno al pettine. Un assaggio, comunque, lo si ha già nel finale di Blue. Altra caratteristica che questo romanzo può tranquillamente sfoggiare è il suo lato divertente, a volte quasi esilarante. Non mancano infatti delle scene davvero comiche, dove mi sono ritrovata a ridere di gusto, come quando Gwen intavola la questione del sesso e dell’uso della pillola con suo nonno, Lucas Montrose, durante un viaggio nel passato (lei dimostra sempre i suoi sedici anni, ma in quell’occasione il “nonno” è solo un ventiquattrenne). Stesso discorso quando la ragazza nomina l’imbarazzante Lord Sandwich, o quando – scherzando con Gideon – finge che il vecchio divano sia la “cugina Sofà”, nonna di Charlotte, che a detta di Gwen è decisamente più morbida, leggiadra e di buon carattere rispetto alla reale nipote. Ma la vera rivelazione di questo libro, nonché artefice delle scene indubbiamente più spassose, è proprio lui, Xemerius. Fantasma di un demone-doccione , dopo aver scoperto che la ragazza è in grado di vederlo e sentirlo le si attacca e la segue quasi ovunque, al pari di una colla moschicida. Dispettoso, impagabile, esilarante, adorabilmente spiccio nei suoi commenti spesso poco raffinati, il piccolo doccione non manca di storpiare canzoni famose e prendere in giro praticamente tutti. Ha le sue manie, è insofferente verso chi ha i capelli rossi, storce il naso davanti alle effusioni tra Gwen e Gideon, si dedica a un sano gossip da love story dove dimostra un attento spirito di osservazione (vedi Grace e Falk). All’inizio Gwen ne è infastidita e cerca con ogni mezzo di liberarsi di quella piccola seccatura che non fa che tormentarla chiedendole “Mi compri un gatto? Mi compri un cane?”. Poi però lo rivaluta: non solo sarà per lei di sostegno, stemperando le lunghe e noiose lezioni di Giordano con il suo effervescente carisma e i suoi commenti spiritosi (memorabile l’uscita “E’ rigida come un pilastro” quando rotola sul sedile dell’auto e cozza contro un’ignara Charlotte), ma tornerà utile anche nell’origliare le segretissime riunioni alle quali Gwen non è ammessa. I resoconti del piccolo demone saranno immancabilmente buffi, quelli che lui stesso definisce “riassunto divertente di ciance noiose”. Non manca poi di etichettare i vari personaggi, anche se questi non hanno idea della sua esistenza: e così abbiamo che l’insopportabile Giordano è “Labbrone”, Charlotte “Brontolona”, Glenda è una “strega ossuta”, Gideon spazia dall’ “amichetto” alla “pietruzza preziosa” e il povero Mr. Marley, colpevole di essere un “pel di carota”, deve per forza essere leccapiedi e presuntuoso come tutti i rossi di capelli. Questa trilogia mi prende sempre di più, non posso negarlo. Pur avendolo letto ormai diversi mesi fa, non ho avuto bisogno di dare una “rinfrescatina” a Red (cosa che spesso succede, perché seguendo tantissime saghe si finisce per dimenticare nomi o parti rilevanti della trama). Invece ricordavo ancora tutto alla perfezione, compreso l’intricato legame tra i Guardiani, passati e presenti, il conte di Saint Germain, l’ambiguo Rakoczy e tutti gli altri… In conclusione, un libro che ho amato e divorato. Mi ero ripromessa di farlo durare più a lungo, ma ogni volta che mi dicevo “ancora due pagine” finiva che, quando alzavo lo sguardo sul dorso del volume, avevo già macinato un altro quarto di libro. Se con Red - nonostante l’impressione fortemente positiva - non avevo voluto sbilanciarmi troppo, con questo secondo romanzo non posso davvero che confermare l’ottimo lavoro della Gier, conferendogli quella quinta e sberluccicante stellina che concedo raramente (credo sia la quinta volta da inizio anno, su oltre settanta letture). E la quinta stellina – è giusto dirlo – è tutta targata Xemerius.
"Una giovane donna che viene da lontano e che porta con sè un grande dolore. Un uomo deciso a combattere per ciò in cui crede. Un giorno per caso i loro sguardi s'incrociano e il loro incontro sarà forse l'unica promessa di felicità."
E qui prevedo una recensione davvero coi fiocchi (e davvero molto lunga). Libro consigliato da un’amica –mai consiglio fu più azzeccato – ma che avevo già comunque adocchiato qualche settimana prima che uscisse. Ad attirarmi è stato sicuramente il titolo “La concubina russa” (beh, più il riferimento
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E qui prevedo una recensione davvero coi fiocchi (e davvero molto lunga). Libro consigliato da un’amica –mai consiglio fu più azzeccato – ma che avevo già comunque adocchiato qualche settimana prima che uscisse. Ad attirarmi è stato sicuramente il titolo “La concubina russa” (beh, più il riferimento al “russa” che alla “concubina” a dire il vero). Perché? Semplice, adoro i romanzi storico-romantici ambientati in Russia (Paullina Simons docet). Posto che, in questo caso, benché la protagonista sia indiscutibilmente russa la storia è in realtà ambientata in Cina. Una novità per la sottoscritta, se la memoria non mi inganna. Qualsiasi vaga perplessità (ultimamente è facile restare delusi da letture all’apparenza molto promettenti) si è sciolta come neve al sole già dopo le prime pagine. Un romanzo del quale mi sono innamorata a partire dal prologo, breve ma ad effetto, ambientato nella fredda Siberia. E’ così che viene introdotta la protagonista, Lydia Friis, una bambina di cinque anni stretta tra i genitori, mentre vengono fatti scendere dal vagone merci dopo un lungo ed estenuante viaggio. Siamo nella Russia del 1917, l’anno della rivoluzione, e i Bolscevichi attendono con impazienza di spedire i prigionieri nei campi di lavoro, se non di ucciderli seduta stante. Il danese Jens Friis verrà trattenuto, mentre la moglie – la pianista russa Valentina Ivanova – e la loro piccola Lydia saranno risparmiate. Il primo capitolo trasporta quindi il lettore nella Junchow del 1928, immaginaria città della Cina (l’autrice si è ispirata all’attuale Tientsin). Lydia Ivanova, ormai sedicenne, vive con la madre (della quale ha adottato il cognome) nel quartiere russo del grande Insediamento Internazionale, che comprende anche i quartieri britannico, americano, francese, italiano e giapponese. Valentina si è imposta di sopravvivere, annegando ricordi dolorosi nell’alcol e facendo di tutto per garantire un futuro alla figlia. Lydia frequenta l’Accademia Willoughby nel quartiere britannico, non sa parlare russo – per volere della madre - solo inglese, e quando il pomeriggio fa rientro nella squallida soffitta in cui abita trova spesso la madre addormentata a terra, vicino a una bottiglia di vodka vuota. Sono molti i personaggi che fanno capolino nella vicenda: figure complesse e sapientemente tratteggiate che rivestono magistralmente il ruolo per il quale sono stati creati. Nessuno stona, non c’è noia o esagerazione: sono proprio come devono essere. Complice uno spessore che li rende particolarmente credibili, più che semplici personaggi sembrano a volte persone vere e proprie. C’è Polly Mason, migliore amica e compagna di scuola di Lydia, ragazzina benestante ma con una situazione familiare che non è tutta rose e fiori come può sembrare; c’è Theo Willoughby, insegnante di Lydia e fondatore dell’Accademia, che convive con Li Mei, giovane donna cinese ripudiata dal padre, uomo potente e vendicativo che non le ha mai perdonato la sua relazione con un “fanqui” (= diavolo straniero). Poi abbiamo Chrystopher Mason, personaggio severo e inquietante, freddo e ricattatore, capace di rivendicare il proprio potere su tutti, dalla moglie alla figlia Polly, da Theo a Valentina, la madre di Lydia. Lei è una figura centrale di questo romanzo, pur non essendo la protagonista: tormentata dai ricordi e dai segreti, cerca con scarso successo di restare a galla per amore della figlia, di non lasciarsi trascinare in quell’oblio che troppo spesso la tenta. A volte è affettuosa, altre semplicemente insopportabile. Una donna provata che non ho potuto fare a meno di apprezzare nella sua infinita pena. Valentina vuole solo sopravvivere, e questo è ciò che insegnerà a Lydia. Ma la giovane, col tempo, comprenderà che sopravvivere soltanto non basta, non è sufficiente. Altri personaggi interessanti sono sicuramente Alfred Parker, benestante inglese che inizialmente – lo ammetto – si tende a sottovalutare. E’ il personaggio forse più buono, che non mancherà di evolvere nel corso della vicenda, diventato per Lydia prima la vittima di un furto, poi il fastidioso corteggiatore della madre e infine un patrigno pronto a darle il proprio sostegno incondizionato. Singolare anche Liev Popkov, al quale mi sono un po’ affezionata, un gigante russo apparentemente scontroso e burbero, custode di un segreto che verrà taciuto a lungo. Inizialmente messo nei guai da Lydia – che accusa praticamente a caso lo sconosciuto del furto di una collana che lei stessa ha in realtà rubato – verrà poi scagionato dalla ragazza, pentita, e diventerà per lei una sorta di gigante buono, che l’aiuterà ad affrontare i problemi e, da bravo armadio a quattro ante, la proteggerà dalle molte minacce in agguato. Devo poi dire che - i protagonisti non me ne vogliano per questo - il mio preferito è indubbiamente Alexei Serov. Figlio della contessa russa Natalia Serova, è un giovane dal portamento algido ed elegante, dagli affascinanti occhi verdi, che non risparmierà a Lydia pungenti frecciatine, innervosendola a dismisura con la sua calma impassibile. Insomma, lo adoro. Anche perché i due ragazzi sono al centro di un segreto che ignorano del tutto, un verità nascosta che né la contessa né tanto meno Valentina sono intenzionate a rivelare. Infine c’è lui, Chang An Lo. Il protagonista maschile di questo romanzo è un giovane cinese che ha abbandonato una casa comoda e sicura per inseguire i propri ideali e combattere per ciò in cui crede. Il primo incontro con Lydia avviene in un malfamato vicolo di Junchow: la ragazza cade in un agguato e viene aggredita da losche figure. Ovviamente Chang accorrerà in suo aiuto, stendendo i malviventi a colpi di karate. I due non potrebbero essere più diversi. Lui pensa a lei come alla “ragazza volpe”, per via della folta chioma ramata; Lei parla a Polly di lui come il suo “falco volante”. Lei è una ragazza russa senza passaporto, una rifugiata orfana di padre, che vive con una madre della quale spesso deve prendersi cura. Chang è un giovane cinese comunista costretto di continuo a nascondersi per sfuggire alla polizia (siamo all’inizio della guerra civile cinese, con Chiang Kai-shek alla guida del Koumintang e ben deciso a sradicare il Partito Comunista Cinese). A dividerli ci sono lo stile di vita, gli ideali, i doveri, le tradizioni e la cultura. Ma tutto questo non sarà sufficiente a tenerli separati, anzi, verranno attratti l’uno verso l’altra come i due poli magnetici di una calamita. Con uno stile scorrevole e intrigante, Kate Furnivall accompagna il lettore tra storia e sentimenti, speranze e atroci realtà. Nessun personaggio ha vita facile e nessuno è completamente buono: la stessa Lydia si macchia più e più volte del reato di furto, per dirne una. Tanto di cappello a quest’autrice per nulla statica o monotona, ma in grado dare vita alle mille sfumature di cui questo romanzo è intriso: c’è un’innocente delicatezza che stempera i primi e ritagliati incontri tra Lydia e Chang. Un rapporto che si evolve con un misto di tenerezza e urgenza, e che non risparmia momenti davvero duri, come quando Lydia trova Chang ferito e si prende cura di lui. Ci descrizioni dettagliate di ferite e torture spesso difficili da digerire: Chang non è il classico e poco credibile “ammaccato ma pur sempre bello”: la Furnivall non gli risparmia piaghe e tagli, lividi e bruciature, con tutte le situazioni umilianti che la debilitazione può comportare. Molto belle anche le scene d’amore, che sembrano conservare un’aura di purezza davvero rara. Le meravigliose e magiche descrizioni della Cina degli anni venti, che sembra a volte una valle incantata e altre un vero e proprio inferno, fanno da sfondo al susseguirsi di eventi, sempre più rapidi e incalzanti, che rimescola di continuo la posizione dei vari personaggi e i loro destini. Per Lydia sarà un percorso lungo e tortuoso: prenderà le sue decisioni, mentre il suo amore per Chang la cambierà profondamente; non solo, instaurerà col tempo anche un rapporto con Alexei, che nelle ultime pagine dovrà far fronte a una rivelazione a dir poco scioccante. Anche Valentina apparirà via via diversa ai suoi occhi, nel bene e nel male. Non entro ulteriormente nei dettagli, anche se potrei stare qui a parlare per ore e ore di questo romanzo che nonostante la sua mole – 650 pagine circa – si legge davvero tutto d’un fiato (e vanta un ottimo rapporto qualità-quantità / prezzo). Il finale – come tutto il resto – non delude. Niente di banale o scontato, i soliti clichè sono stati davvero messi al bando. S’inserisce invece proprio nelle ultime pagine, in modo fluido e articolato, una svolta decisiva che sembra voler fare da ponte tra questo e il prossimo libro (nessuna nuova saga interminabile, intendiamoci, piuttosto una trilogia – se non ho capito male – di cui “La concubina russa” rappresenta il romanzo centrale). Seguito che io attendo con impazienza, per leggere ancora di Lydia, di Chang, degli altri… E soprattutto per vedere che cosa combinerà il mio – passatemi il pronome possessivo, ormai lo considero proprietà privata – caro Alexei. In conclusione, questo libro finisce dritto nell’Olimpo della mia libreria, sfoggiando quelle cinque scintillanti stelline che raramente concedo. Più che consigliato, un romanzo davvero imperdibile!
Affascinante prequel dell'omonima trilogia fantasy dall'atmosfera prettamente gotica e satura di intrighi e misteri. Un romanzo corposo, completo e accattivante, capace di incantare dalla prima all'ultima pagina.
Nebbie dense e foschie impalpabili che s’intrecciano a raffinati pizzi neri, cimiteri sovrastati da cieli notturni, pugnali lucidi di sangue, lucchetti e ghirigori incrostati di ruggine e d’argento, intrighi illuminati da deboli lanterne e sontuosi candelabri, corsetti e gonne vaporose che celano se
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Nebbie dense e foschie impalpabili che s’intrecciano a raffinati pizzi neri, cimiteri sovrastati da cieli notturni, pugnali lucidi di sangue, lucchetti e ghirigori incrostati di ruggine e d’argento, intrighi illuminati da deboli lanterne e sontuosi candelabri, corsetti e gonne vaporose che celano segreti e peccati, mentre incubi, sogni e illusioni si riflettono in uno specchio che narra agghiaccianti omicidi delle fiabe… Tutto questo è “L’Ordine della Chiave”, nuovo capitolo della trilogia Black Friars nonché prequel de “L’Ordine della spada”, che ci riporta nell’immaginaria e gotica Vecchia Capitale, il fulcro di quel mondo accuratamente disegnato dalla penna dell’italianissima Virginia de Winter. Un’autrice, la cara Virginia, capace di incantare con la bellezza delle parole. La sua storia, complessa e intricata, avvincente e struggente, non è solo un racconto messo nero su bianco. E’ forma e contenuto al tempo stesso. Lo stile è personale, inconfondibile e splendidamente originale. Tratteggia con evidente cura una pagina dopo l’altra, dando spazio a descrizioni evocative ricche di passaggi curiosi e affascinanti, giocando con le parole, gli aggettivi e i verbi, pedine che allinea in schieramenti tattici del tutto imprevisti e sorprendenti. E’ uno stile ricco, dai termini spesso ricercati e che trasudano suoni e atmosfere capaci di avvolgere il lettore e trascinarlo per le strade della Vecchia Capitale. I dialoghi imprimono un ritmo calzante al racconto, stemperano la dolcezza – struggente ma mai banalmente glicemica – in un’ elegante ironia, dosando le emozioni che emergono prepotentemente dalle pagine in una miscela estremamente equilibrata. Molto ad effetto la scena del funerale della bella Emilyn Kristian, fidanzata di Rafe Valance, Duca della Chiave. Uno spaccato davvero ben studiato ed emotivamente denso, che imprime un cospicuo spessore alla narrazione, catturando l’attenzione e la curiosità del lettore fin dalle primissime pagine. Molti sono i personaggi che ho apprezzato, tutti sapientemente delineati. Trovato particolarmente spazio in questo volume le figure di Bryce, Gilbert Morgan, Ross Granville, Rafe e soprattutto Belladore, figura chiave il cui potenziale è stato sfruttato al meglio. Ovviamente i riflettori sono puntati sulla coppia principale, Axel ed Eloise, anche se sarebbe più corretto dire che l’intero libro ruota fondamentalmente attorno alla figura del secondogenito Vandemberg. E’ proprio con il giovane principe che la de Winter da il meglio di sé: è quel personaggio semplicemente perfetto, in bilico tra pregi e difetti, colpe e desideri, logica e istinto. Un protagonista maschile di tutto rispetto, vero fino al midollo e fortunatamente lontano anni luce dai surrogati stereotipati che infestano le pagine di molti, moltissimi romanzi appartenenti a questo stesso genere. Invece di allinearsi e dare vita all’ennesima storia fotocopiata, l’autrice ricerca strade nuove e mai percorse prima. Ed è così che otteniamo un libro che narra – tra le varie cose - anche di vampiri senza quasi mai usare il suddetto – e troppo spesso abusato – termine, preferendogli piuttosto l’etichetta di “redivivo”. Creature della notte che caratterizzano profondamente il romanzo senza però snaturarlo o sminuirlo nei contenuti. La natura umana di Axel, ancora una volta, ne è la riprova. Bryce è quel tocco esilarante di puro divertimento in grado di alleggerire i passaggi più cupi, lenti e a tratti dolorosi, intrecciandosi magnificamente prima ai flashback incentrati su Axel ed Eloise, al loro reale incontro e poi ai sogni/illusioni dei quali è vittima lo stesso fratello. A scandire il ritmo del racconto ci pensano poi un susseguirsi di particolari omicidi. Anche qui l’autrice non si risparmia, prendendo ispirazione dal mondo delle fiabe e portando sulla scena rivisitazioni di favole ben note, che il lettore non può fare a meno di riconoscere con un misto di sorpresa e piacevole curiosità, cercando di individuare il nesso logico, l’intricato disegno che la de Winter pone alla base del romanzo e che scopre volutamente a piccole dosi, facendo procedere il racconto per gradi. Ho apprezzato molto questo romanzo, anche più del primo, benché in entrambi i casi il mio giudizio sia estremamente positivo. L’Ordine della Chiave mantiene tutti i pregi del volume precedente, e si arricchisce inoltre di una completezza e di una chiarezza che fa luce sui punti che nello scorso libro erano rimasti avvolti da una sottile nota di confusione. Ad aiutare il lettore ci sono inoltre due mappe, una all’inizio e una alla fine del libro, che permettono di seguire con maggiore cura l’evolversi della storia, forte di uno schema nitido, preciso e di facile consultazione. In questo modo non vi è più alcun dubbio sulla dislocazione geografica delle varie strutture e territori (Aldenor, la Vecchia Capitale, la Cittadela, il Presidio, etc.), e la concentrazione può essere totalmente rivolta alla narrazione stessa. Personalmente apprezzo lo stile di quest’autrice ormai da molto, moltissimo tempo. Un modo di scrivere sobrio ed elegante, che riesce a dare il meglio di sé solo se supportato da contenuti altrettanto ben delineati, ricchi e dai risvolti inaspettati. Black Friars possiede entrambi i requisiti, riuscendo così a suscitare emozioni che arrivano dritte al cuore – e alla mente – del lettore. Concludo attribuendo a questo accattivante prequel quelle cinque stelline che raramente assegno le mie letture (il primo romanzo della trilogia ne ha avute quattro), e che tengo solitamente di riserva per le occasioni veramente speciali!
Fai bei sogni
Davvero un piccolo tesoro. Una di quelle storie che ti fanno emozionare, tra lacrime e sorrisi, e ti ritrovi a "vivere" il libro, anziché semplicemente leggerlo. Sarò sincera, pur essendo uscito da mesi per quanto mi riguarda era passato praticamente inosservato, vuoi perché la copertina non ha mai ... (continue)
Davvero un piccolo tesoro. Una di quelle storie che ti fanno emozionare, tra lacrime e sorrisi, e ti ritrovi a "vivere" il libro, anziché semplicemente leggerlo. Sarò sincera, pur essendo uscito da mesi per quanto mi riguarda era passato praticamente inosservato, vuoi perché la copertina non ha mai catturato la mia attenzione, quella sufficiente a decidere di prendere in mano il libro e leggere quanto meno la trama - o perché avevo sentore che non rientrasse nel mio solito genere di libri. Grande errore, grande, grande.
"Fai bei sogni" è un libro che non può non piacere, e va al di là delle singole preferenze per quanto riguarda i generi letterari. E' una storia troppo toccante, troppo ben scritta, troppo sentita, perché possa lasciare un lettore indifferente o annoiato. Una storia vera, e forse proprio per questo così emozionante, così viva - pur nella sua drammaticità - che colpisce in alcuni punti con la violenza di un uragano, e in altri con una dolce e struggente malinconia. Difficile staccare gli occhi dalle pagine, posare il libro sul comodino con l'intenzione di proseguire l'indomani: il romanzo di Gramellini si legge tutto d'un fiato, ignari del tempo che passa, rapiti dal racconto nel quale l'autore ripercorre il filo dei propri ricordi, e portando con sè la consapevolezza del presente - che qua e là riaffiora - si tuffa all'indietro nel tempo e prende per mano quel bambino di otto anni che è stato, camminando al suo fianco e rivivendo i momenti più significativi della sua vita, dalla scomparsa della madre in avanti.
E' un passato visto con gli occhi di allora e carico di quelle congetture tanto genuine quanto stravaganti che solo un bambino può fare: e allora che la mamma vada a fare gli "esami" rimanda l'immagine di problemi di aritmetica piuttosto che di analisi mediche, e quando il male incurabile giunge agli ultimi stadi, per il piccolo Massimo è vissuto come una sorta di abbandono, interpretando a suo modo gli stralci di conversazioni tra gli adulti, da qui "la mamma se ne è andata con Brutto Male, quindi non mi voleva bene".
Lo stile è impeccabile e pulito, la narrazione scivola senza intoppi rendendo il racconto una bellissima lettura non solo per quanto riguarda il contenuto, ma anche per la forma. Uno splendido libro, ben scritto, ben confezionato, carico di sentimenti.
Inutile dire che lo consiglio caldamente, e anche come regalo per amici e parenti farà certamente un figurone, perché davvero non può non piacere.
Fonte: www.sfogliando.com Sfogliando: Recensione: "Fai bei sogni" di Massimo Gramellini http://www.sfogliando.com/2012/10/recensione-fai-bei-so…
Avevano spento anche la luna
IL TITOLO: Rende bene l'idea, anche se avrei preferito qualcosa di diverso. Si discosta molto dal titolo originale (Between shades of grey, in italiano Tra sfumature di grigio) ma forse questo è un bene, perché parlare di sfumature di grigio in questo periodo non invita decisamente alla lettura, alm ... (continue)
IL TITOLO: Rende bene l'idea, anche se avrei preferito qualcosa di diverso. Si discosta molto dal titolo originale (Between shades of grey, in italiano Tra sfumature di grigio) ma forse questo è un bene, perché parlare di sfumature di grigio in questo periodo non invita decisamente alla lettura, almeno per quel che mi riguarda.
LA COPERTINA: Un po' scura nell'immagine riproposta in questo post, dal vivo è decisamente migliore. Semplice ed sintetica, pochi elementi essenziali avvolti da tonalità fredde rimandano all'istante una sensazione di incertezza e timore, gelo e solitudine.
RECENSIONE: Libro che ormai da tempo mi ripromettevo di comprare e leggere, e quando finalmente mi sono decisa (lo scorso mese) ho avuto anche una bella sorpresa: l'edizione economica, fresca di stampa, a soli 10 euro circa. Già un punto a suo favore (da sottolineare che l'edizione economica della Garzanti è di tutto rispetto, con copertina rigida e sovracopertina).
Si tratta di un romanzo che cattura, rapisce e non si può fare a meno di leggere tutto d'un fiato. Mi aspettavo fosse bello, ma non così tanto. Una storia inventata che sa di vita vera, dove nella drammaticità della deportazione nei gulag - e qui i dettagli sulle pratiche crudeli e disumane non si risparmiano - trovano però spazio anche i sentimenti: paura, dolore, disperazione, ma anche un filo sottile di speranza, un sorriso accennato e il leggero palpitio di un cuore apparentemente inaridito.
Il romanzo di Ruta Sepetys non è una semplice cronistoria dei fatti, ma un'esperienza che il lettore ha l'impressione di vivere, perfettamente calato nei panni della giovane Lina.
Lo stile è scorrevole, la storia entra nel vivo fin da subito, senza premesse noiose o digressioni inutili. Il cambiamento drastico delle condizioni di vita, o per meglio dire il passaggio da una vita normale a una sopravvivenza - non si può usare altro termine - al limite dell'assurdo, fa percepire al lettore un'intensa sensazione di smarrimento e incertezza sul futuro. Perchè basta un attimo, e bambini innocenti, avvocati, insegnanti e bibliotecarie si ritrovino ammassati su sudici carri per il bestiame, contrassegnati all'esterno dalla dicitura "ladri e prostitute" e diretti verso luoghi ignoti, gelidi e remoti.
E' un libro che insegna molto, che mostra come la lotta per la sopravvivenza sia spietata e di quanto sia facile chiudersi in un inevitabile egoismo, ma che sottolinea al contempo come la forza di volontà e la collaborazione, la capacità di piegarsi senza spezzarsi, permetta di conservare quel barlume di umanità sufficiente a resistere, a sopportare, guardando avanti verso un futuro lontano ma tanto necessario, per testimoniare quanto vissuto e subito.
E, come dicevo all'inizio della recensione, in questa storia trova spazio anche l'amore: titubante e genuino, quello tra Lina e Andrius, incondizionato e pronto a tutto, quello di una madre per i propri figli, solido e affettuoso, quello tra Lina e il fratellino Jonas.
Non è una favola, che in quanto a tali aspirano al classico lieto fine. Molte speranze si perderanno, desideri non esauditi e preghiere non ascoltate, intrise di lacrime amare spesso non versate. Non è un racconto prevedibile, non c'è giustizia e i personaggi non vivono o muoiono in base alla loro bontà piuttosto che alla loro importanza all'interno del racconto. L'amarezza si fonde con la speranza in una storia davvero sorprendente, che non posso che consigliare caldamente a tutti gli amanti del genere (e non). Cinque stelline piene, le più difficili da conquistare!
LIBRI CONSIGLIATI: Per quanto riguarda la terribile esperienza dei gulag, ricca di macabri e inimmaginabili dettagli, questo romanzo mi ha riportato alla mente il capolavoro di Varlam Salamov, I racconti della Kolyma, una serie di racconti - alcuni veri, altri romanzati - che riassumono l'agghiacciante esperienza vissuta in prima persona dall'autore, ovvero la detenzione nei gulag siberiani per quasi vent'anni. L'aspetto più romantico del romanzo mi ha ricordato molto due personaggi a me molto cari, Tatiana e Alexander, protagonisti de Il cavaliere d'inverno di Paullina Simons. Va detto che mentre la storia d'amore era la colonna portante della trilogia della Simons, qui ricopre un ruolo secondario, trovando sì spazio ma come componente secondaria. Tuttavia l'incontro tra i due giovanissimi, non ancora ventenni, su uno sfondo così difficile e tragico, ricalca appunto lo stesso schema: non ci sono mazzi di fiori o inviti a cena, bensì una lattina di pomodori piuttosto che un pezzo di pane raffermo. Piccoli gesti pieni di significato.
Fonte: www.sfogliando.com Sfogliando: Recensione: "Avevano spento anche la luna" di Ruta Sepetys http://www.sfogliando.com/2012/10/recensione-avevano-sp…
Blue
***This comment contains spoilers! ***
Non si può negare che il secondo capitolo della “Trilogia delle gemme” sia stato un titolo davvero molto atteso, che io per prima aspettavo con impazienza e che ho letto tutto d’un fiato, in una manciata di ore. Quando l’ho finito, sono rimasta seriamente sbalordita, perché mi ero ripromessa di gust ... (continue)
Non si può negare che il secondo capitolo della “Trilogia delle gemme” sia stato un titolo davvero molto atteso, che io per prima aspettavo con impazienza e che ho letto tutto d’un fiato, in una manciata di ore. Quando l’ho finito, sono rimasta seriamente sbalordita, perché mi ero ripromessa di gustarmelo pian piano. Quindi che ho fatto? L’ho riletto subito, ovviamente!
Due meritatissime parole sulla copertina, strepitosa come la precedente. La Corbaccio stavolta ci ha preso in pieno, con una grafica romantica-misteriosa-sognante, decisamente migliore rispetto alla versione originale. Supponendo che il terzo libro, Green, segua più o meno la stessa logica, devo dire che la trilogia farà un figurone sulla mensola di qualsiasi libreria. Mi è rimasta una sola perplessità e riguarda i titoli: non che non mi piacciano, intendiamoci… Ma visto che si tratta di una traduzione (la serie è tedesca), non sarebbe stato più giusto optare per l’italiano? Rosso, blu e verde… O, per rimanere fedeli ai titoli originali, “Rosso rubino, “Blu zaffiro” e “Verde smeraldo”. Credo l’avrei preferito.
In questi mesi ho letto un’infinità di young adult, molti dei quali urban fantasy. Di questi pochi, pochissimi hanno davvero catturato la mia attenzione. La trilogia di Kerstin Gier spicca tra i pochi eletti. Sarà per l’intrigante tema dei viaggi nel tempo, per lo stile fresco e più che scorrevole, per la capacità dell’autrice di tenere viva l’attenzione del lettore, coinvolgendolo in un romanzo che non conosce il significato del termine “noioso”.
Così come in “Red”, prologo ed epilogo sono dedicati a Paul e Lucy, apprezzatissimi personaggi che – insieme a Gwen e Gideon – rappresentano l’altra coppia attorno alla quale ruota il mistero dei Guardiani e del cronografo.
Gwen è una delle poche protagonisti femminili che ha tutta la mia simpatia. Qualche piccolo scivolone c’è (come quando se ne esce con l’imbarazzante “Mi hai trasformato in un budino”), ma per il resto è un gran bel personaggio, equilibrato e ampiamente godibile, nel quale ogni lettrice può tranquillamente immedesimarsi. Gideon, ovviamente, resta il mio preferito: non disdegno i suoi rari momenti di dolcezza, ma lo adoro particolarmente quando è insopportabile, pieno di sé, arrogante, autoritario, sarcastico… E chi più ne ha, ne metta. Tra i personaggi secondari ho apprezzato soprattutto Mr. George, Lucas Montrose, Falk de Villiers, Mr. Marley e Raphael, il fratello di Gideon che fa la sua prima apparizione proprio in questo libro. Ancora una volta il piccolo fantasmino Robert, che qui compare solo di striscio, suscita un pizzico di dolceamara tristezza. Chiudono poi il cerchio Glenda e Charlotte, odiose come non mai.
Non so ben dire perché questo romanzo funzioni così bene. Forse perché è davvero ben calibrato: non ci sono punti morti, banali esagerazioni, svolte incoerenti nella trama o che altro. E’ squisitamente lineare e incredibilmente ricco, se si considera il fatto che la vicenda ricopre un lasso di tempo davvero esiguo (tre giorni in Red, e altrettanti in Blue… Due libri che, messi assieme, quasi non fanno una settimana). Eppure il tutto scivola alla perfezione e con un ritmo appropriato: non c’è nel lettore il desiderio di soffermarsi oltre o di andare più spedito. L’unica cosa un po’ complessa, forse, è la ricostruzione dei viaggi. O, per meglio dire, della loro sequenza temporale, visto che i portatori del rarissimo gene saltano di continuo nelle diverse epoche passate, a volte incrociandosi, a volte anche con doppie trasmigrazioni nel passato (salto nel salto).
Il rapporto tra Gwen e Gideon si articola in un susseguirsi di alti e bassi, tra occhiate fredde e scostanti, baci improvvisi (molto carino quello che si scambiano in cantina, nel 1953) e quel pizzico di sana gelosia che la ragazza palesa ogni volta che il nome di Charlotte è nell’aria . Molto su di loro è stato detto, ma mi aspetto che il terzo libro sia ancora più denso e intrigante, visti i tanti nodi che arriveranno al pettine. Un assaggio, comunque, lo si ha già nel finale di Blue.
Altra caratteristica che questo romanzo può tranquillamente sfoggiare è il suo lato divertente, a volte quasi esilarante. Non mancano infatti delle scene davvero comiche, dove mi sono ritrovata a ridere di gusto, come quando Gwen intavola la questione del sesso e dell’uso della pillola con suo nonno, Lucas Montrose, durante un viaggio nel passato (lei dimostra sempre i suoi sedici anni, ma in quell’occasione il “nonno” è solo un ventiquattrenne). Stesso discorso quando la ragazza nomina l’imbarazzante Lord Sandwich, o quando – scherzando con Gideon – finge che il vecchio divano sia la “cugina Sofà”, nonna di Charlotte, che a detta di Gwen è decisamente più morbida, leggiadra e di buon carattere rispetto alla reale nipote.
Ma la vera rivelazione di questo libro, nonché artefice delle scene indubbiamente più spassose, è proprio lui, Xemerius. Fantasma di un demone-doccione , dopo aver scoperto che la ragazza è in grado di vederlo e sentirlo le si attacca e la segue quasi ovunque, al pari di una colla moschicida. Dispettoso, impagabile, esilarante, adorabilmente spiccio nei suoi commenti spesso poco raffinati, il piccolo doccione non manca di storpiare canzoni famose e prendere in giro praticamente tutti. Ha le sue manie, è insofferente verso chi ha i capelli rossi, storce il naso davanti alle effusioni tra Gwen e Gideon, si dedica a un sano gossip da love story dove dimostra un attento spirito di osservazione (vedi Grace e Falk). All’inizio Gwen ne è infastidita e cerca con ogni mezzo di liberarsi di quella piccola seccatura che non fa che tormentarla chiedendole “Mi compri un gatto? Mi compri un cane?”. Poi però lo rivaluta: non solo sarà per lei di sostegno, stemperando le lunghe e noiose lezioni di Giordano con il suo effervescente carisma e i suoi commenti spiritosi (memorabile l’uscita “E’ rigida come un pilastro” quando rotola sul sedile dell’auto e cozza contro un’ignara Charlotte), ma tornerà utile anche nell’origliare le segretissime riunioni alle quali Gwen non è ammessa. I resoconti del piccolo demone saranno immancabilmente buffi, quelli che lui stesso definisce “riassunto divertente di ciance noiose”. Non manca poi di etichettare i vari personaggi, anche se questi non hanno idea della sua esistenza: e così abbiamo che l’insopportabile Giordano è “Labbrone”, Charlotte “Brontolona”, Glenda è una “strega ossuta”, Gideon spazia dall’ “amichetto” alla “pietruzza preziosa” e il povero Mr. Marley, colpevole di essere un “pel di carota”, deve per forza essere leccapiedi e presuntuoso come tutti i rossi di capelli.
Questa trilogia mi prende sempre di più, non posso negarlo. Pur avendolo letto ormai diversi mesi fa, non ho avuto bisogno di dare una “rinfrescatina” a Red (cosa che spesso succede, perché seguendo tantissime saghe si finisce per dimenticare nomi o parti rilevanti della trama). Invece ricordavo ancora tutto alla perfezione, compreso l’intricato legame tra i Guardiani, passati e presenti, il conte di Saint Germain, l’ambiguo Rakoczy e tutti gli altri…
In conclusione, un libro che ho amato e divorato. Mi ero ripromessa di farlo durare più a lungo, ma ogni volta che mi dicevo “ancora due pagine” finiva che, quando alzavo lo sguardo sul dorso del volume, avevo già macinato un altro quarto di libro. Se con Red - nonostante l’impressione fortemente positiva - non avevo voluto sbilanciarmi troppo, con questo secondo romanzo non posso davvero che confermare l’ottimo lavoro della Gier, conferendogli quella quinta e sberluccicante stellina che concedo raramente (credo sia la quinta volta da inizio anno, su oltre settanta letture). E la quinta stellina – è giusto dirlo – è tutta targata Xemerius.
La concubina russa
***This comment contains spoilers! ***
E qui prevedo una recensione davvero coi fiocchi (e davvero molto lunga). Libro consigliato da un’amica –mai consiglio fu più azzeccato – ma che avevo già comunque adocchiato qualche settimana prima che uscisse. Ad attirarmi è stato sicuramente il titolo “La concubina russa” (beh, più il riferimento ... (continue)
E qui prevedo una recensione davvero coi fiocchi (e davvero molto lunga). Libro consigliato da un’amica –mai consiglio fu più azzeccato – ma che avevo già comunque adocchiato qualche settimana prima che uscisse. Ad attirarmi è stato sicuramente il titolo “La concubina russa” (beh, più il riferimento al “russa” che alla “concubina” a dire il vero). Perché? Semplice, adoro i romanzi storico-romantici ambientati in Russia (Paullina Simons docet). Posto che, in questo caso, benché la protagonista sia indiscutibilmente russa la storia è in realtà ambientata in Cina. Una novità per la sottoscritta, se la memoria non mi inganna.
Qualsiasi vaga perplessità (ultimamente è facile restare delusi da letture all’apparenza molto promettenti) si è sciolta come neve al sole già dopo le prime pagine.
Un romanzo del quale mi sono innamorata a partire dal prologo, breve ma ad effetto, ambientato nella fredda Siberia. E’ così che viene introdotta la protagonista, Lydia Friis, una bambina di cinque anni stretta tra i genitori, mentre vengono fatti scendere dal vagone merci dopo un lungo ed estenuante viaggio. Siamo nella Russia del 1917, l’anno della rivoluzione, e i Bolscevichi attendono con impazienza di spedire i prigionieri nei campi di lavoro, se non di ucciderli seduta stante. Il danese Jens Friis verrà trattenuto, mentre la moglie – la pianista russa Valentina Ivanova – e la loro piccola Lydia saranno risparmiate.
Il primo capitolo trasporta quindi il lettore nella Junchow del 1928, immaginaria città della Cina (l’autrice si è ispirata all’attuale Tientsin). Lydia Ivanova, ormai sedicenne, vive con la madre (della quale ha adottato il cognome) nel quartiere russo del grande Insediamento Internazionale, che comprende anche i quartieri britannico, americano, francese, italiano e giapponese. Valentina si è imposta di sopravvivere, annegando ricordi dolorosi nell’alcol e facendo di tutto per garantire un futuro alla figlia. Lydia frequenta l’Accademia Willoughby nel quartiere britannico, non sa parlare russo – per volere della madre - solo inglese, e quando il pomeriggio fa rientro nella squallida soffitta in cui abita trova spesso la madre addormentata a terra, vicino a una bottiglia di vodka vuota.
Sono molti i personaggi che fanno capolino nella vicenda: figure complesse e sapientemente tratteggiate che rivestono magistralmente il ruolo per il quale sono stati creati. Nessuno stona, non c’è noia o esagerazione: sono proprio come devono essere. Complice uno spessore che li rende particolarmente credibili, più che semplici personaggi sembrano a volte persone vere e proprie. C’è Polly Mason, migliore amica e compagna di scuola di Lydia, ragazzina benestante ma con una situazione familiare che non è tutta rose e fiori come può sembrare; c’è Theo Willoughby, insegnante di Lydia e fondatore dell’Accademia, che convive con Li Mei, giovane donna cinese ripudiata dal padre, uomo potente e vendicativo che non le ha mai perdonato la sua relazione con un “fanqui” (= diavolo straniero). Poi abbiamo Chrystopher Mason, personaggio severo e inquietante, freddo e ricattatore, capace di rivendicare il proprio potere su tutti, dalla moglie alla figlia Polly, da Theo a Valentina, la madre di Lydia. Lei è una figura centrale di questo romanzo, pur non essendo la protagonista: tormentata dai ricordi e dai segreti, cerca con scarso successo di restare a galla per amore della figlia, di non lasciarsi trascinare in quell’oblio che troppo spesso la tenta. A volte è affettuosa, altre semplicemente insopportabile. Una donna provata che non ho potuto fare a meno di apprezzare nella sua infinita pena. Valentina vuole solo sopravvivere, e questo è ciò che insegnerà a Lydia. Ma la giovane, col tempo, comprenderà che sopravvivere soltanto non basta, non è sufficiente.
Altri personaggi interessanti sono sicuramente Alfred Parker, benestante inglese che inizialmente – lo ammetto – si tende a sottovalutare. E’ il personaggio forse più buono, che non mancherà di evolvere nel corso della vicenda, diventato per Lydia prima la vittima di un furto, poi il fastidioso corteggiatore della madre e infine un patrigno pronto a darle il proprio sostegno incondizionato. Singolare anche Liev Popkov, al quale mi sono un po’ affezionata, un gigante russo apparentemente scontroso e burbero, custode di un segreto che verrà taciuto a lungo. Inizialmente messo nei guai da Lydia – che accusa praticamente a caso lo sconosciuto del furto di una collana che lei stessa ha in realtà rubato – verrà poi scagionato dalla ragazza, pentita, e diventerà per lei una sorta di gigante buono, che l’aiuterà ad affrontare i problemi e, da bravo armadio a quattro ante, la proteggerà dalle molte minacce in agguato.
Devo poi dire che - i protagonisti non me ne vogliano per questo - il mio preferito è indubbiamente Alexei Serov. Figlio della contessa russa Natalia Serova, è un giovane dal portamento algido ed elegante, dagli affascinanti occhi verdi, che non risparmierà a Lydia pungenti frecciatine, innervosendola a dismisura con la sua calma impassibile. Insomma, lo adoro. Anche perché i due ragazzi sono al centro di un segreto che ignorano del tutto, un verità nascosta che né la contessa né tanto meno Valentina sono intenzionate a rivelare.
Infine c’è lui, Chang An Lo. Il protagonista maschile di questo romanzo è un giovane cinese che ha abbandonato una casa comoda e sicura per inseguire i propri ideali e combattere per ciò in cui crede. Il primo incontro con Lydia avviene in un malfamato vicolo di Junchow: la ragazza cade in un agguato e viene aggredita da losche figure. Ovviamente Chang accorrerà in suo aiuto, stendendo i malviventi a colpi di karate. I due non potrebbero essere più diversi. Lui pensa a lei come alla “ragazza volpe”, per via della folta chioma ramata; Lei parla a Polly di lui come il suo “falco volante”. Lei è una ragazza russa senza passaporto, una rifugiata orfana di padre, che vive con una madre della quale spesso deve prendersi cura. Chang è un giovane cinese comunista costretto di continuo a nascondersi per sfuggire alla polizia (siamo all’inizio della guerra civile cinese, con Chiang Kai-shek alla guida del Koumintang e ben deciso a sradicare il Partito Comunista Cinese). A dividerli ci sono lo stile di vita, gli ideali, i doveri, le tradizioni e la cultura. Ma tutto questo non sarà sufficiente a tenerli separati, anzi, verranno attratti l’uno verso l’altra come i due poli magnetici di una calamita.
Con uno stile scorrevole e intrigante, Kate Furnivall accompagna il lettore tra storia e sentimenti, speranze e atroci realtà. Nessun personaggio ha vita facile e nessuno è completamente buono: la stessa Lydia si macchia più e più volte del reato di furto, per dirne una. Tanto di cappello a quest’autrice per nulla statica o monotona, ma in grado dare vita alle mille sfumature di cui questo romanzo è intriso: c’è un’innocente delicatezza che stempera i primi e ritagliati incontri tra Lydia e Chang. Un rapporto che si evolve con un misto di tenerezza e urgenza, e che non risparmia momenti davvero duri, come quando Lydia trova Chang ferito e si prende cura di lui. Ci descrizioni dettagliate di ferite e torture spesso difficili da digerire: Chang non è il classico e poco credibile “ammaccato ma pur sempre bello”: la Furnivall non gli risparmia piaghe e tagli, lividi e bruciature, con tutte le situazioni umilianti che la debilitazione può comportare. Molto belle anche le scene d’amore, che sembrano conservare un’aura di purezza davvero rara.
Le meravigliose e magiche descrizioni della Cina degli anni venti, che sembra a volte una valle incantata e altre un vero e proprio inferno, fanno da sfondo al susseguirsi di eventi, sempre più rapidi e incalzanti, che rimescola di continuo la posizione dei vari personaggi e i loro destini. Per Lydia sarà un percorso lungo e tortuoso: prenderà le sue decisioni, mentre il suo amore per Chang la cambierà profondamente; non solo, instaurerà col tempo anche un rapporto con Alexei, che nelle ultime pagine dovrà far fronte a una rivelazione a dir poco scioccante. Anche Valentina apparirà via via diversa ai suoi occhi, nel bene e nel male.
Non entro ulteriormente nei dettagli, anche se potrei stare qui a parlare per ore e ore di questo romanzo che nonostante la sua mole – 650 pagine circa – si legge davvero tutto d’un fiato (e vanta un ottimo rapporto qualità-quantità / prezzo).
Il finale – come tutto il resto – non delude. Niente di banale o scontato, i soliti clichè sono stati davvero messi al bando. S’inserisce invece proprio nelle ultime pagine, in modo fluido e articolato, una svolta decisiva che sembra voler fare da ponte tra questo e il prossimo libro (nessuna nuova saga interminabile, intendiamoci, piuttosto una trilogia – se non ho capito male – di cui “La concubina russa” rappresenta il romanzo centrale). Seguito che io attendo con impazienza, per leggere ancora di Lydia, di Chang, degli altri… E soprattutto per vedere che cosa combinerà il mio – passatemi il pronome possessivo, ormai lo considero proprietà privata – caro Alexei.
In conclusione, questo libro finisce dritto nell’Olimpo della mia libreria, sfoggiando quelle cinque scintillanti stelline che raramente concedo. Più che consigliato, un romanzo davvero imperdibile!
Black Friars
***This comment contains spoilers! ***
Nebbie dense e foschie impalpabili che s’intrecciano a raffinati pizzi neri, cimiteri sovrastati da cieli notturni, pugnali lucidi di sangue, lucchetti e ghirigori incrostati di ruggine e d’argento, intrighi illuminati da deboli lanterne e sontuosi candelabri, corsetti e gonne vaporose che celano se ... (continue)
Nebbie dense e foschie impalpabili che s’intrecciano a raffinati pizzi neri, cimiteri sovrastati da cieli notturni, pugnali lucidi di sangue, lucchetti e ghirigori incrostati di ruggine e d’argento, intrighi illuminati da deboli lanterne e sontuosi candelabri, corsetti e gonne vaporose che celano segreti e peccati, mentre incubi, sogni e illusioni si riflettono in uno specchio che narra agghiaccianti omicidi delle fiabe…
Tutto questo è “L’Ordine della Chiave”, nuovo capitolo della trilogia Black Friars nonché prequel de “L’Ordine della spada”, che ci riporta nell’immaginaria e gotica Vecchia Capitale, il fulcro di quel mondo accuratamente disegnato dalla penna dell’italianissima Virginia de Winter.
Un’autrice, la cara Virginia, capace di incantare con la bellezza delle parole. La sua storia, complessa e intricata, avvincente e struggente, non è solo un racconto messo nero su bianco. E’ forma e contenuto al tempo stesso. Lo stile è personale, inconfondibile e splendidamente originale. Tratteggia con evidente cura una pagina dopo l’altra, dando spazio a descrizioni evocative ricche di passaggi curiosi e affascinanti, giocando con le parole, gli aggettivi e i verbi, pedine che allinea in schieramenti tattici del tutto imprevisti e sorprendenti. E’ uno stile ricco, dai termini spesso ricercati e che trasudano suoni e atmosfere capaci di avvolgere il lettore e trascinarlo per le strade della Vecchia Capitale.
I dialoghi imprimono un ritmo calzante al racconto, stemperano la dolcezza – struggente ma mai banalmente glicemica – in un’ elegante ironia, dosando le emozioni che emergono prepotentemente dalle pagine in una miscela estremamente equilibrata.
Molto ad effetto la scena del funerale della bella Emilyn Kristian, fidanzata di Rafe Valance, Duca della Chiave. Uno spaccato davvero ben studiato ed emotivamente denso, che imprime un cospicuo spessore alla narrazione, catturando l’attenzione e la curiosità del lettore fin dalle primissime pagine.
Molti sono i personaggi che ho apprezzato, tutti sapientemente delineati. Trovato particolarmente spazio in questo volume le figure di Bryce, Gilbert Morgan, Ross Granville, Rafe e soprattutto Belladore, figura chiave il cui potenziale è stato sfruttato al meglio. Ovviamente i riflettori sono puntati sulla coppia principale, Axel ed Eloise, anche se sarebbe più corretto dire che l’intero libro ruota fondamentalmente attorno alla figura del secondogenito Vandemberg. E’ proprio con il giovane principe che la de Winter da il meglio di sé: è quel personaggio semplicemente perfetto, in bilico tra pregi e difetti, colpe e desideri, logica e istinto. Un protagonista maschile di tutto rispetto, vero fino al midollo e fortunatamente lontano anni luce dai surrogati stereotipati che infestano le pagine di molti, moltissimi romanzi appartenenti a questo stesso genere. Invece di allinearsi e dare vita all’ennesima storia fotocopiata, l’autrice ricerca strade nuove e mai percorse prima. Ed è così che otteniamo un libro che narra – tra le varie cose - anche di vampiri senza quasi mai usare il suddetto – e troppo spesso abusato – termine, preferendogli piuttosto l’etichetta di “redivivo”. Creature della notte che caratterizzano profondamente il romanzo senza però snaturarlo o sminuirlo nei contenuti. La natura umana di Axel, ancora una volta, ne è la riprova.
Bryce è quel tocco esilarante di puro divertimento in grado di alleggerire i passaggi più cupi, lenti e a tratti dolorosi, intrecciandosi magnificamente prima ai flashback incentrati su Axel ed Eloise, al loro reale incontro e poi ai sogni/illusioni dei quali è vittima lo stesso fratello.
A scandire il ritmo del racconto ci pensano poi un susseguirsi di particolari omicidi. Anche qui l’autrice non si risparmia, prendendo ispirazione dal mondo delle fiabe e portando sulla scena rivisitazioni di favole ben note, che il lettore non può fare a meno di riconoscere con un misto di sorpresa e piacevole curiosità, cercando di individuare il nesso logico, l’intricato disegno che la de Winter pone alla base del romanzo e che scopre volutamente a piccole dosi, facendo procedere il racconto per gradi.
Ho apprezzato molto questo romanzo, anche più del primo, benché in entrambi i casi il mio giudizio sia estremamente positivo. L’Ordine della Chiave mantiene tutti i pregi del volume precedente, e si arricchisce inoltre di una completezza e di una chiarezza che fa luce sui punti che nello scorso libro erano rimasti avvolti da una sottile nota di confusione. Ad aiutare il lettore ci sono inoltre due mappe, una all’inizio e una alla fine del libro, che permettono di seguire con maggiore cura l’evolversi della storia, forte di uno schema nitido, preciso e di facile consultazione. In questo modo non vi è più alcun dubbio sulla dislocazione geografica delle varie strutture e territori (Aldenor, la Vecchia Capitale, la Cittadela, il Presidio, etc.), e la concentrazione può essere totalmente rivolta alla narrazione stessa.
Personalmente apprezzo lo stile di quest’autrice ormai da molto, moltissimo tempo. Un modo di scrivere sobrio ed elegante, che riesce a dare il meglio di sé solo se supportato da contenuti altrettanto ben delineati, ricchi e dai risvolti inaspettati. Black Friars possiede entrambi i requisiti, riuscendo così a suscitare emozioni che arrivano dritte al cuore – e alla mente – del lettore.
Concludo attribuendo a questo accattivante prequel quelle cinque stelline che raramente assegno le mie letture (il primo romanzo della trilogia ne ha avute quattro), e che tengo solitamente di riserva per le occasioni veramente speciali!
Questa recensione la trovate anche sul blog "Sfogliando", al seguente indirizzo:
http://www.sfogliando.com/2011/07/speciale-black-friars…