Affiorato dopo venticinque anni di silenzio, Il tempo che non venne è il secondo corpus di poesie – con Notturna, Campanotto (1987) – a essere raccolto in volume da Enzo Di Mauro. Nel punto dove si ritira il Novecento, e comincia il libro, è bruciata ogni spinta di cambiamento, ai sogni di giustizia
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Affiorato dopo venticinque anni di silenzio, Il tempo che non venne è il secondo corpus di poesie – con Notturna, Campanotto (1987) – a essere raccolto in volume da Enzo Di Mauro. Nel punto dove si ritira il Novecento, e comincia il libro, è bruciata ogni spinta di cambiamento, ai sogni di giustizia sociale la storia ha dato fin de non-recevoire; una luce radente schiaccia o dilunga le utopie. Contempla il mondo dalla sua possibile redenzione, «privi di fiato e di trombetta», un cerchio di angeli: questi amici fraterni dei perdigiorno hanno un’ala impigliata nella storia; sono camminanti solitari, «viaggiatori da fermo» o Belacqua accosciati al suolo, gli uguali dei poeti. Baudelaire, Walser, Pasolini e Porta, una corrente di puri spiriti attraversa il camposanto vasto dell’Europa. Alcuni nomi sono pronunciati a metà, altri non compaiono affatto e risuonano dentro una voce definitiva, sì che anche dopo i lampi politici e le invettive ruota sempre un perno, l’addio chiude su un’unica frase musicale in “lasciando”. Però quante volte, nella piega dei fogli, ritorna la parola «futuro», in questo che pure è il territorio dell’elegia e del planh, tanto da poterne fare, per chi resta, un libro sul futuro: al di sopra di tutto, ilare e irreconciliabile, sembra di udire il segnavia nietzscheano: Naufragium feci, bene navigavi. (Domenico Pinto)
29 luglio 2012 La Lettura - Corriere della Sera (di Roberto Galaverni)
3 giugno 2012 Alias / il Manifesto (di Alessandro Baldacci) versione gif
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L’eterno topos del doppio – del rapporto dello scrittore con i suoi personaggi, le coincidenze tra la vita e la "fiction" – ritorna in questo lavoro che si inserisce nel corso di una tradizione di lungo corso
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L’eterno topos del doppio – del rapporto dello scrittore con i suoi personaggi, le coincidenze tra la vita e la "fiction" – ritorna in questo lavoro che si inserisce nel corso di una tradizione di lungo corso (in cui una delle ultime eco è riscontrabile in Vila-Matas).
Ma in questo breve romanzo un po’ giallo e un po’ saggio, irrompe il dramma della contemporaneità, della novità digitale e l’io narrante, Ricardo Montero, è perso tra l’essere il personaggio o il suo stesso autore.
Gianfranco Pecchinenda (Napoli, 1963), ha recentemente pubblicato L’ombra più lunga. Tre racconti sul padre (Colonnese, Napoli 2009), con il quale è risultato primo classificato alla IV edizione del Premio Letterario Torre Petrosa 2010.
É trascorso più di un anno da quando Carlos Liscano, noto scrittore uruguayano, ha iniziato un romanzo che non riesce in alcun modo a completare.
Incapace di creare un’altra storia, l’autore comincia allora quell’appassionato, difficile e doloroso processo di ricerca, di correzione, di taglio che
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É trascorso più di un anno da quando Carlos Liscano, noto scrittore uruguayano, ha iniziato un romanzo che non riesce in alcun modo a completare.
Incapace di creare un’altra storia, l’autore comincia allora quell’appassionato, difficile e doloroso processo di ricerca, di correzione, di taglio che ben conoscono tutti gli artisti, ma senza successo, niente.
Posto di fronte a questa intensa quanto infruttuosa ricerca di parole che non riesce a cogliere e che gli sfuggono, celandosi nei recessi della sua mente; schiavo oramai di un’esigenza di assoluto che lo paralizza, Carlos Liscano giunge a formulare una constatazione semplice ma anche tremendamente disperata: lo scrittore è un’invenzione. Scrivere è cercare ciò che non si può trovare.
Cosa resta? Le notti insonni, le strade di Montevideo sotto la pioggia, le arance acquistate al mercato, il tranquillo fluire della gente.... vivere vale quasi sempre la pena.
Trabordante di un’intensa sincerità, uno straordinario racconto, un’impietosa autobiografia, ma anche un vero e proprio saggio sull’impossibilità di scrivere.
Carlos Liscano, nato a Montevideo nel 1949, è una delle figure di spicco della letteratura sudamericana.
Nel 1972 viene condannato dal regime militare uruguayano e detenuto tredici anni per reati politici; é durante questo periodo che inizia a scrivere. Liberato nel 1985, sceglie di esiliare in Svezia dove lavora come assistente alla regia presso il Teatro Nazionale e il Teatro Reale di Stoccolma.
Nel 1996 ritorna nella sua città natale, dove tuttora vive.
Scrivere sulla letteratura è una scusa. Per non scrivere sulla vita. La mia vita. Non c’è niente da scrivere sulla mia vita. Solitudine, reclusione obbligata, reclusione volontaria. Sporadiche ansie d’infinito. Piccoli espedienti della piccola testa. Incapace di spingermi un po’ più in là dell’orizzonte immediato, del minimo quotidiano. Ancora meno del quotidiano. Vita precaria, a progetto. Insicurezza delle conoscenze. Sentire che non c’è dialogo possibile sulla letteratura. Non è questo. Sentire che il dialogo sulla letteratura non conduce a ci˜ che conta: cosa ne facciamo della vita? Questo è ciò che vorrei scrivere. Sulla vita. Se potessi. Sono mesi che ci provo. Non ci riesco. Mi distraggo. Mi inganno.
Non è tanto tempo fa, appena qualche secolo, che in una terra della Mancia viveva un hidalgo, un nobile spagnolo, che rispondeva al nome di Alonso Quijano. La sua casa conservava ancora un vecchio scudo, una lancia nella polverosa rastrelliera e forse anche una spada arrugginita. A ricordare l’antic
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Non è tanto tempo fa, appena qualche secolo, che in una terra della Mancia viveva un hidalgo, un nobile spagnolo, che rispondeva al nome di Alonso Quijano. La sua casa conservava ancora un vecchio scudo, una lancia nella polverosa rastrelliera e forse anche una spada arrugginita. A ricordare l’antica nobiltà, non mancava in quella dimora una stalla con ancora un magro ronzino e un garzone che lo sellava...
Come immaginerebbe un piccolo e coraggioso lettore le avventure del don Chisciotte?
Ecco il secondo capitolo della fortunata opera dedicata da Lavieri al romanzo di Cervantes. Questa volta tutto dedicato alle avventure di don Chisciotte e Sancho Pancia e ai dilemmi di quest'ultimo.
Marcello di Mezzo è sostanzialmente un intruso. Vive e vegeta su un’isola tropicale ormeggiata al largo, nei cieli del reale.
Andrea Scoppetta vive e lavora a Napoli. Nel 2001 crea, con Alessandro Rak, lo studio di animazione Rak&Scopp dando vita ad un proficuo sodalizio artistico. Tra i lavori più significativi: il video per La paura dei “Bisca” (2004) e i fumetti Ark (Grifo edizioni, 2004), Zero or One (Lavieri, 2005), Bye bye jazz (Lavieri, 2006), A skeleton story (GGstudio, 2008). Nel 2009 Scoppetta ha pubblicato Sereno su gran parte del Paese. Una favola per Rino Gaetano (Becco Giallo).
Pagine 64 a colori, brossura, formato 24 cm, € 7,00 collana Arkas, serie Voli Radenti, n.6, anno di pubblicazione 2010 ISBN 978-88-96971-01-7.
Riuscirà il piccolo innocente devastatore della psiche paterna a piegare l'irreprensibile padre? Dopo aver tentato di diventare un altro uccello, di fare un
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Pagine 64 a colori, brossura, formato 24 cm, € 7,00 collana Arkas, serie Voli Radenti, n.6, anno di pubblicazione 2010 ISBN 978-88-96971-01-7.
Riuscirà il piccolo innocente devastatore della psiche paterna a piegare l'irreprensibile padre? Dopo aver tentato di diventare un altro uccello, di fare una vita diversa dal padre, di spiccare sulla comunità e di accoppare il genitore… dopo le varie carriere di uccello canterino, di fumettista e di scrittore di gialli, la nuova vocazione del piccolo non può essere che la didattica. Riuscirà definitivamente a educare il padre secondo i propri standard culturali e morali? Riuscirà almeno a difendersi dalla sua flemmatica e amorevole pazienza?
A quattro anni di distanza i passeri di Arkas migrano di nuovo in Italia per l'ultimo capitolo della saga… ma proprio ultimo?
Famosissimo in patria e figura mitologica in Europa: di Arkas i fan conoscono davvero poco. È greco, forse di Atene di cui, proprio nella sua serie dedicata agli “uccellini”, riproduce con dovizia i particolari urbani più caratteristici e, spesso, nascosti.
Il tempo che non venne
Affiorato dopo venticinque anni di silenzio, Il tempo che non venne è il secondo corpus di poesie – con Notturna, Campanotto (1987) – a essere raccolto in volume da Enzo Di Mauro.continue)
Nel punto dove si ritira il Novecento, e comincia il libro, è bruciata ogni spinta di cambiamento, ai sogni di giustizia ... (
Affiorato dopo venticinque anni di silenzio, Il tempo che non venne è il secondo corpus di poesie – con Notturna, Campanotto (1987) – a essere raccolto in volume da Enzo Di Mauro.
Nel punto dove si ritira il Novecento, e comincia il libro, è bruciata ogni spinta di cambiamento, ai sogni di giustizia sociale la storia ha dato fin de non-recevoire; una luce radente schiaccia o dilunga le utopie. Contempla il mondo dalla sua possibile redenzione, «privi di fiato e di trombetta», un cerchio di angeli: questi amici fraterni dei perdigiorno hanno un’ala impigliata nella storia; sono camminanti solitari, «viaggiatori da fermo» o Belacqua accosciati al suolo, gli uguali dei poeti. Baudelaire, Walser, Pasolini e Porta, una corrente di puri spiriti attraversa il camposanto vasto dell’Europa. Alcuni nomi sono pronunciati a metà, altri non compaiono affatto e risuonano dentro una voce definitiva, sì che anche dopo i lampi politici e le invettive ruota sempre un perno, l’addio chiude su un’unica frase musicale in “lasciando”.
Però quante volte, nella piega dei fogli, ritorna la parola «futuro», in questo che pure è il territorio dell’elegia e del planh, tanto da poterne fare, per chi resta, un libro sul futuro: al di sopra di tutto, ilare e irreconciliabile, sembra di udire il segnavia nietzscheano: Naufragium feci, bene navigavi.
(Domenico Pinto)
29 luglio 2012
La Lettura - Corriere della Sera (di Roberto Galaverni)
3 giugno 2012
Alias / il Manifesto (di Alessandro Baldacci)
versione gif
18 giugno 2012
Il Messaggero (di Renato Minore)
Essere Ricardo Montero
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L’eterno topos del doppio – del rapporto dello scrittore con i suoi personaggi, le coincidenze tra la vita e la "fiction" – ritorna in questo lavoro che si inserisce nel corso di una tradizione di lungo corso ... (continue)
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L’eterno topos del doppio – del rapporto dello scrittore con i suoi personaggi, le coincidenze tra la vita e la "fiction" – ritorna in questo lavoro che si inserisce nel corso di una tradizione di lungo corso (in cui una delle ultime eco è riscontrabile in Vila-Matas).
Ma in questo breve romanzo un po’ giallo e un po’ saggio, irrompe il dramma della contemporaneità, della novità digitale e l’io narrante, Ricardo Montero, è perso tra l’essere il personaggio o il suo stesso autore.
Gianfranco Pecchinenda (Napoli, 1963), ha recentemente pubblicato L’ombra più lunga. Tre racconti sul padre (Colonnese, Napoli 2009), con il quale è risultato primo classificato alla IV edizione del Premio Letterario Torre Petrosa 2010.
Lo scrittore e l'altro
É trascorso più di un anno da quando Carlos Liscano, noto scrittore uruguayano, ha iniziato un romanzo che non riesce in alcun modo a completare.
Incapace di creare un’altra storia, l’autore comincia allora quell’appassionato, difficile e doloroso processo di ricerca, di correzione, di taglio che ... (continue)
É trascorso più di un anno da quando Carlos Liscano, noto scrittore uruguayano, ha iniziato un romanzo che non riesce in alcun modo a completare.
Incapace di creare un’altra storia, l’autore comincia allora quell’appassionato, difficile e doloroso processo di ricerca, di correzione, di taglio che ben conoscono tutti gli artisti, ma senza successo, niente.
Posto di fronte a questa intensa quanto infruttuosa ricerca di parole che non riesce a cogliere e che gli sfuggono, celandosi nei recessi della sua mente; schiavo oramai di un’esigenza di assoluto che lo paralizza, Carlos Liscano giunge a formulare una constatazione semplice ma anche tremendamente disperata: lo scrittore è un’invenzione. Scrivere è cercare ciò che non si può trovare.
Cosa resta? Le notti insonni, le strade di Montevideo sotto la pioggia, le arance acquistate al mercato, il tranquillo fluire della gente.... vivere vale quasi sempre la pena.
Trabordante di un’intensa sincerità, uno straordinario racconto, un’impietosa autobiografia, ma anche un vero e proprio saggio sull’impossibilità di scrivere.
Carlos Liscano, nato a Montevideo nel 1949, è una delle figure di spicco della letteratura sudamericana.
Nel 1972 viene condannato dal regime militare uruguayano e detenuto tredici anni per reati politici; é durante questo periodo che inizia a scrivere. Liberato nel 1985, sceglie di esiliare in Svezia dove lavora come assistente alla regia presso il Teatro Nazionale e il Teatro Reale di Stoccolma.
Nel 1996 ritorna nella sua città natale, dove tuttora vive.
Scrivere sulla letteratura è una scusa. Per non scrivere sulla vita. La mia vita. Non c’è niente da scrivere sulla mia vita. Solitudine, reclusione obbligata, reclusione volontaria. Sporadiche ansie d’infinito. Piccoli espedienti della piccola testa. Incapace di spingermi un po’ più in là dell’orizzonte immediato, del minimo quotidiano. Ancora meno del quotidiano. Vita precaria, a progetto. Insicurezza delle conoscenze. Sentire che non c’è dialogo possibile sulla letteratura. Non è questo. Sentire che il dialogo sulla letteratura non conduce a ci˜ che conta: cosa ne facciamo della vita? Questo è ciò che vorrei scrivere. Sulla vita. Se potessi. Sono mesi che ci provo. Non ci riesco. Mi distraggo. Mi inganno.
Le avventure del signor don Chisciotte della Mancia
Non è tanto tempo fa, appena qualche secolo, che in una terra della Mancia viveva un hidalgo, un nobile spagnolo, che rispondeva al nome di Alonso Quijano. La sua casa conservava ancora un vecchio scudo, una lancia nella polverosa rastrelliera e forse anche una spada arrugginita. A ricordare l’antic ... (continue)
Non è tanto tempo fa, appena qualche secolo, che in una terra della Mancia viveva un hidalgo, un nobile spagnolo, che rispondeva al nome di Alonso Quijano. La sua casa conservava ancora un vecchio scudo, una lancia nella polverosa rastrelliera e forse anche una spada arrugginita. A ricordare l’antica nobiltà, non mancava in quella dimora una stalla con ancora un magro ronzino e un garzone che lo sellava...
Come immaginerebbe un piccolo e coraggioso lettore le avventure del don Chisciotte?
Ecco il secondo capitolo della fortunata opera dedicata da Lavieri al romanzo di Cervantes. Questa volta tutto dedicato alle avventure di don Chisciotte e Sancho Pancia e ai dilemmi di quest'ultimo.
Marcello di Mezzo è sostanzialmente un intruso. Vive e vegeta su un’isola tropicale ormeggiata al largo, nei cieli del reale.
Andrea Scoppetta vive e lavora a Napoli. Nel 2001 crea, con Alessandro Rak, lo studio di animazione Rak&Scopp dando vita ad un proficuo sodalizio artistico. Tra i lavori più significativi: il video per La paura dei “Bisca” (2004) e i fumetti Ark (Grifo edizioni, 2004), Zero or One (Lavieri, 2005), Bye bye jazz (Lavieri, 2006), A skeleton story (GGstudio, 2008). Nel 2009 Scoppetta ha pubblicato Sereno su gran parte del Paese. Una favola per Rino Gaetano (Becco Giallo).
Così impari...
Pagine 64 a colori, brossura, formato 24 cm, € 7,00
collana Arkas, serie Voli Radenti, n.6, anno di pubblicazione 2010
ISBN 978-88-96971-01-7.
Riuscirà il piccolo innocente devastatore della psiche paterna a piegare l'irreprensibile padre?continue)
Dopo aver tentato di diventare un altro uccello, di fare un ... (
Pagine 64 a colori, brossura, formato 24 cm, € 7,00
collana Arkas, serie Voli Radenti, n.6, anno di pubblicazione 2010
ISBN 978-88-96971-01-7.
Riuscirà il piccolo innocente devastatore della psiche paterna a piegare l'irreprensibile padre?
Dopo aver tentato di diventare un altro uccello, di fare una vita diversa dal padre, di spiccare sulla comunità e di accoppare il genitore… dopo le varie carriere di uccello canterino, di fumettista e di scrittore di gialli, la nuova vocazione del piccolo non può essere che la didattica.
Riuscirà definitivamente a educare il padre secondo i propri standard culturali e morali? Riuscirà almeno a difendersi dalla sua flemmatica e amorevole pazienza?
A quattro anni di distanza i passeri di Arkas migrano di nuovo in Italia per l'ultimo capitolo della saga… ma proprio ultimo?
Famosissimo in patria e figura mitologica in Europa: di Arkas i fan conoscono davvero poco. È greco, forse di Atene di cui, proprio nella sua serie dedicata agli “uccellini”, riproduce con dovizia i particolari urbani più caratteristici e, spesso, nascosti.