Recentemente ho letto "LA MISTERIOSA FIAMMA DELLA REGINA LOANA" di U.Eco. Autore che non ho apprezzato molto in passato in quanto l'ho sempre accantonato dopo l'esperienza del suo 'Il nome della rosa' che non sono mai riuscita portare a termine nonostante il generale plauso attribuitogli. Eco raccon
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Recentemente ho letto "LA MISTERIOSA FIAMMA DELLA REGINA LOANA" di U.Eco. Autore che non ho apprezzato molto in passato in quanto l'ho sempre accantonato dopo l'esperienza del suo 'Il nome della rosa' che non sono mai riuscita portare a termine nonostante il generale plauso attribuitogli. Eco racconta la storia di un uomo professionalmente arrivato, apparenemente soddisfatto di sè stesso, colpito improvvisamente da amnesia a causa di un forte ictus. Ripresosi dal fatto, ritorna nei luoghi della propria infanzia e piano piano ripercorrendo a ritroso avvenimenti che gli vengono ricordati da oggetti ritrovati nel solaio del nonno e del padre arriva a riscoprire tutto il suo passato fino al momento dell'ictus stesso e alla notizia che gli ha procurato questo colpo. Un comune amico gli avevo comunicato che il suo primissimo amore, adolescenziale, mai consumato era morto anni prima. Per lui è stata la fine: constatare che questo amore non esisteva più significava per lui non aver alcun motivo per vivere. Il corpo ha reagito secondo i dettami della propria mente ... rifiutandosi di vivere e così è arrivato l'ictus. Nell'attimo stesso che ha nuovamente realizzato di essere solo interiormente , di non aver scopi per vivere è ricaduto nello stato comatoso che gli permetteva di non soffrire in modo allucinante e da questa dimensione ritorna nuovamente a ripercorrere il proprio passato emotivo sino a una ultima visione : il viso del suo primissimo amore in cima ad una scala che lui, gradino per gradino, percorre fino a raggiungere finalmente la donna sognata, desiderata, amata ma mai posseduta. Solo allora il suo corpo getta la spugna e lascia la dimensione terrena definitivamente. Il proprio scopo ormai era stato raggiunto: avere lei.
Questi sono i libri che io amo. Ognuno di noi dovrebbe avere un proprio fine, un proprio sogno da raggiungere in cima alla scala. Un amore da abbracciare, che si chiami donna, uomo, arte, carriera, trofeo o semplicemente sè stessi. L'importante è che ci sia qualcuno o qualcosa che una volta raggiunto ci ripaghi della fatica.!
Bellissimo libro di una scrittrice che sa scrivere direttamente al cuore del lettore. Una biografia dell’interiore. Si arriva all’ultima pagina con la speranza che non finisca mai e, dopo l’ultimo punto, si rimane a lungo estasiati ed immersi nella magia creata dalla Mazzucco. Importante in questi
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Bellissimo libro di una scrittrice che sa scrivere direttamente al cuore del lettore. Una biografia dell’interiore. Si arriva all’ultima pagina con la speranza che non finisca mai e, dopo l’ultimo punto, si rimane a lungo estasiati ed immersi nella magia creata dalla Mazzucco. Importante in questi momenti aver la possibilità di poter fermare il tempo e continuare l’opera dell’autrice, a proprio modo, nella povertà della propria scrittura, nel tentativo di mantenere vivo il feeling creatosi. Inizialmente si intraprende la lettura nella convinzione che sia una semplice biografia romanzata di Tintoretto. Invece, si scopre che si tratta anche di un libro pieno d’amore. L’autrice riesce a trasmettere i sentimenti fino a farli diventare propri al lettore. Leggendo questo romanzo ci si rende anche conto di quanto le classiche biografie, spesso, risultino fredde agli occhi del lettore sentimentale. Sono da intendersi esclusivamente come fonti di ricerca o per approfondimenti puramente didattici. Questo è il libro per gli eterni innamorati, come me, che sono sempre alla ricerca di emozioni e sentimenti. La scrittrice scrive in prima persona, come se lei stessa fosse il Tintoretto. Può sembrare inganno. Tutto ciò che fa’ raccontare a Tintoretto è ciò che la Mazzucco ha rubato a questo genio del passato attraverso i suoi quadri. Questo libro alimenta tre menti. Quella del pittore che trasmette emozioni attraverso i propri dipinti alla scrittrice che se li fa’ propri e che a sua volta li trasmette alla terza mente, quella del lettore, donando forti sensazioni di bellezza e grande amore che solo la fusione di due grandi estrosità, anche se diverse, come quella del Tintoretto e della Mazzucco, possono creare. E’ un Tintoretto morente che racconta il proprio passato. Rivive nel delirio della febbre la voglia di emergere, attraverso la pittura, senza accettare compromessi. E’ un ricordare la propria vita anche attraverso un esame di coscienza. Un tentativo di espiare le proprie colpe e debolezze. Scandagliare il proprio passato, da una diversa visuale, consapevoli di non avere altro futuro se non il ricordo del proprio passato. Bellissimo il modo in cui la Mazzucco è riuscita ad entrare nell’animo di un Tintoretto morente: gli fa’ raccontare le sue grandi passioni, la pittura, ma anche di sua figlia, Marietta la Tintoretta. Questa figura femminile che appare in ogni pagina, è stato il vero grande amore di Tintoretto. Corrisposto. Padre e figlia: un amore proibito ma così forte e così pulito da non scandalizzare il lettore. Non c’è incesto, è solo sentimento. Puro, forte, vero. Mazzucco diventa Tintoretto: “...nel mio studio, sul cavalletto trovai la DEPOSIZIONE NEL SEPOLCRO che mi aspettava. Ormai non c’era niente che potessi fare: quel dipinto era finito. E’ deludente il momento in cui scopri che la tua opera non ti appartiene più. Che non è affatto ciò che doveva essere - non è nemmeno la brutta copia delle tue intenzioni - ma che non potrà mai essere nient’altro. Quando cominci a lavorare, da giovane, parti con tante speranze - libero ed incosciente. Sei incalzato dal desiderio, pungolato dal furore, incoraggiato dal capriccio. Creare ti è naturale come respirare. L’abbondanza della materia ti seduce, la tua energia ti rassicura. Poi però viene la necessità di vivere. Creare diventa indispensabile e insieme ovvio, come evacuare. Il peso sconosciuto della zavorra comincia ad impacciarti, ad avvelenarti, a mutare l’amore in abitudine. Ma se resisti, se non tradisci ciò per cui ti senti nato, se sopravvivi, arriva la pazzia, il fumo e la presunzione di sapere. Prima o poi, però, ti accorgi che il viaggio è finito e ti ritrovi sulla riva da cui sei partito. Se sei un uomo e non una zampogna gonfia di vento, non resta che la silenziosa consapevolezza del fallimento...” Facile innamorarsi di queste parole. Molte sono le riflessioni che istintivamente nascono nel prosieguo del libro. Un pittore è come un mago che trasforma le proprie emozioni in colore, così come gli scrittori le trasformano in parole e frasi. Tutti noi non dobbiamo sopprimere le nostre emozioni e passioni. Anche noi dobbiamo avere il coraggio di trasformare le emozioni in colore, frasi, azioni. “... A trentasei anni, l’idea che dipingendo, io potessi raggiungere ciò che avevo sempre sognato mi era diventata familiare e questa convinzone, allora, mi inebriava. Perdonami, Signore. Perdonami se c’è stato un momento in cui mi pareva che il futuro fosse nelle mie mani - in cui mi sono creduto onnipotente e felice. La mia unica preoccupazione era di trovare il modo e il luogo in cui realizzare ciò che fermentava dentro di me. Per questo imparavo a essere veloce come il fulmine, pronto a catturare ogni occasione, ogni istante. Quella condizione di creativa allegria è ciò che chiamano libertà...” Quando l’estro, la vitalità trova spazio. Quando l’individuo trova sbocco nella propria vitalità, tutto ci sembra niente al confronto della nostra esigenza di far uscire la creatività. Ci si sente inaffondabili. Tutto il nostro interiore è in nostro possesso. Il nostro interiore è il nostro mondo. Possessori del mondo. Onnipotenti. Quello che gli altri chiamano arroganza non è altro che una necessità di prendere coscienza del nostro potenziale. “Arrogandolo” agli altri, lo confermiamo a noi stessi, anche se prima non lo credevamo possibile. Il pittore vede gli uomini attraverso gli occhi della sua pittura. Guarda il volto e già pregusta, immagina come risulterà sulla tela. Già visualizza le pennellate, i movimenti, i colori. Tintoretto sa guardare intimamente nelle persone e nei suoi dipinti traspare questa intimità. Si intuisce comunque che il libro è stato scritto con la mentalità dei giorni nostri. Oppure i pensieri, le convinzioni non hanno età? Si scopre il mondo sommerso e nascosto. La scienza, la medicina e le tecnologie si evolvono a velocità incredibile, ma l’uomo, la mentalità dell’uomo rimane ai tempi primordiali? All’era del buio? Tintoretto ha amato molto. Non sempre nel modo “giusto”. Ha pure sofferto molto. La morte dei figli lo portavano a ritenere un gesto caritatevole verso la figura del padre, l’usanza di un popolo africano che tiene lontano, dai padri, i figli fino ai cinque anni, perché accuditi ed eventualmente sepolti solo dalle madri. Solo dopo i cinque anni, quando si ha la certezza che vivranno, vengono mostrati a chi li ha generati. “... perché affezionarsi a qualcuno che deve morire?...” A volte si potrebbe pensare che Marietta (la Tintoretta) sia opera di fantasia del pittore stesso. Una sua duplice personalità. Lui ama sé stesso in modo sviscerato. Marietta è sé stesso. “...Non c’è mai abbastanza luce o abbastanza tenebre, mai troppe figure o troppo poche...” Per un artista, sia esso pittore, scultore o scrittore, il troppo non esiste. Può piacere o no. Il giudizio è degli altri, ma l’opera è sua. In una lunga vita le opere non sono uguali. Ogni periodo ha il proprio colore, tono, la propria identità. “...Non mi amareggia la perplessità dei mercanti o dei miei clienti, ma sapere che tutto ciò che ho appreso, lo porterò via con me.” L’arte è dentro il pittore. Lascia i dipinti ai posteri, ma il sapere dell’arte rimane perennemente suo. “...oggi sono il figlio e l’allievo di me stesso. Mi sono messo al mondo da me …” Tintoretto è stato rifiutato da Tiziano. Ha avuti molti maestri, ma con tecniche pittoriche discordanti. Tale confusione in tale artista è diventata genialità, pittura. “...Ho rubato qualcosa ad ognuno - a chi uno scorcio, a chi il colore di un cielo... Ho imparato prima ad essere loro, poi ad essere me stesso”. Nelle mie scritture non devo temere di rubare idee da ciò che leggo. Il furto di cui mi colpevolizzo, non è punibile. Anche io rubo per essere me stessa. Ognuno di noi è un pezzo rubato a qualcun altro. Siamo veramente noi stessi? “...Ho appreso dalle loro scoperte - perché non ho mai l’arroganza di credere di poter esistere senza coloro che sono venuti prima di me...” E’ la Mazzucco stessa che, attribuendoli a Tintoretto, scrive i propri pensieri. E’ una scrittrice. Ciò che scrive di Tintoretto sono pensieri propri. Comuni a tutti gli artisti. Buttar fuori ciò che si ha nell’animo. Stupire il mondo. Emergere dalla massa. “...ma cos’è l’arte se resta una chimera nella testa di chi la sogna...?” “...giovani pittori fiamminghi greci e tedeschi hanno attraversato regni sconvolti dalla peste e dalla guerra per venire a farmi da assistenti. Si sono accontentati di mangiare una volta al giorno, per imparare da me... ...A Venezia sono rimasto uno fra i tanti. Mi posponevano a Tiziano finché è stato vivo, a Jacopo da Bassano e Paolo Veronese poi, perfino al Palma che potrebbe essermi figlio...Mi hanno chiamato sempre per ultimo e mai per qualcosa di importante...”Nemo propheta in patria. Dentro di sé si sente artista portentoso e geniale, ma di fronte agli altri arriva l’insicurezza. Teme o forse ne è sicuro, che lo vogliano perché è l’unico rimasto in vita. Sembra strano leggere di quanti sacrifici e di quanto possa essere denigrato anche un artista che diventerà genio. Eppure parla di Tiziano, Michelangelo e di altri pittori famosi. E’ il carattere, è la fortuna di conoscere persone giuste, che fa’ l’uomo vincente o è veramente il suo operato? Perché Tintoretto è così apprezzato ora, ma non durante la sua vita? Era lui che rifuggiva i canoni della notorietà? La contraddizione nella propria autostima.Reputarsi genio temendo l’indifferenza altrui. “...La verità e la bellezza non sono delle cose, non sono nel mondo, ma nel profondo di noi, in quella parte nascosta che non sarà mai conosciuta, ma che deve essere liberata...” “...E’ stato allora che l’ho finita per lui...” Bello vedere i quadri conoscendone il motivo per il quale sono stati dipinti ma ancora più bello se questo motivo è psicologico. Lo fa’ apprezzare di più. Entri in simbiosi col pittore.
"...Non sappiamo nulla delle persone. Si condividono con loro i momenti ordinari della vita, ma non si accede mai alle zone più profonde dei cuori, nelle stazioni di smistamento delle coscienze, là dove si intrecciano i destini, in mezzo agli scambi degli incontri e degli amori, delle separazioni e
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"...Non sappiamo nulla delle persone. Si condividono con loro i momenti ordinari della vita, ma non si accede mai alle zone più profonde dei cuori, nelle stazioni di smistamento delle coscienze, là dove si intrecciano i destini, in mezzo agli scambi degli incontri e degli amori, delle separazioni e degli odi.
Tutti, ognuno su un percorso proprio, conduciamo esistenze parallele, dove alla fine non sopravvive nulla tranne le date ufficiali dello stato civile, quelle tracce indelebili segnate sui registri. Tutto il resto, i momenti di felicità o di tristezza, ci è dato per pura illusione e svanisce senza lasciare tracce, come le luci della Simca che è appena scomparsa al crocevia della posta."
Anni 1946-1964. Un bimbo che è costretto a lasciare la propria terra, i propri affetti, le proprie amicizie per seguire la madre vedova in Cile dove l'aspetta un ex nazista della Hitlerjudgen, conosciuto durante l'occupazione in Francia, fuggito sotto falso nome in Sud America.
Centoventidue pagine di estremo amore verso una madre che ha tentato di ritornare a vivere.
Centoventidue pagine di odio verso un uomo che rappresenta il nemico assassino del proprio padre e che profana la "propria" donna.
Centoventidue pagine di vendetta, sensi di colpa e recupero di sé stesso.
Ho riportato le ultime frasi perchè mi sono entrate dentro. Le trovo di una tristezza incredibile ma ...
Ho terminato il libro di Edith Wharton "L'età dell'innocenza". Anche questa volta mi sono accorta che il fulcro della trama, il perchè di tutto il libro sta nell'ultima pagina. Ho avuto la netta sensazione, la conferma che chi scrive romanzi si serve dei personaggi e della trama esattamente come nel
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Ho terminato il libro di Edith Wharton "L'età dell'innocenza". Anche questa volta mi sono accorta che il fulcro della trama, il perchè di tutto il libro sta nell'ultima pagina. Ho avuto la netta sensazione, la conferma che chi scrive romanzi si serve dei personaggi e della trama esattamente come nella realtà tutti noi ci serviamo della nostra vita per riempirci di sentimenti che portano poi alla rivelazione di uniche e finali emozioni. Ho imparato a chiamarle emozioni parassite. Sono quei battiti di cuore che ti portano fuori dal tempo e dalla realtà del momento. Sono quei ricordi che non andrebbero mai sciupati e mai pretesi di essere rivissuti. Sono quegli istanti durante i quali si diventa registi e scrittori di noi stessi. Queste sono alcune riflessioni esplose dentro di me subito dopo aver terminato il libro della Wharton. Solo due giorni fa, una conoscente mi aveva giusto chiesto il parere e la trama di questo libro e mi sono ritrovata a fare un sunto che avrebbe potuto essere tranquillamente quello di un romanzo Harmony. Mentre snocciolavo la storia mi rendevo conto che visto così la Wharton non aveva fatto altro che scrivere un romanzo rosa dove un lettore magari un po' più attento di un altro ci avrebbe anche trovata qualche indicazione sulla cultura della borghesia americana dell'800, ma niente di più. Sono rimasta un po' delusa dalle mie parole. Prendevo nota che stavo leggendo un "romanzetto" eppure percepivo che c'era di più da capirci ma ancora non ne avevo colto il senso fino a quando è arrivata l'ultima pagina, le ultime frasi e lì finalmente ho capito che leggere questo libro non è stato inutile. Anche questa lettura, anche questo richiamo ha avuto un suo perchè. Ho focalizzato l'importanza di apprezzare e beneficiare del dolore dei ricordi e dei rimpianti. Il protagonista porta con sé per tutta una vita il rimpianto di un amore mai vissuto, accettando il costo del dovere ed impegno preso con le proprie scelte. Trenta anni vissuti in perfetta coerenza con la propria morale, educazione e pensiero. Trenta anni pieni di una unica e grande emozione parassita: il ricordo di un amore, di un grande ed indimenticabile amore. Ad un certo punto della propria vita ha la possibilità di rifarsi, di poter riagganciare questa passione, di recuperare il tempo perduto ma ancora una volta rinuncia per paura o forse saggezza. Prende coscienza che portandolo alla realtà, questo amore coccolato nel proprio intimo per così tanti anni potrebbe sgretolarsi come spesso succede con i preziosi reperti archeologici. Meglio quindi salvare la bellezza e preziosità di un tesoro così importante e continuare a viverlo come emozione parassita. Potrebbe apparentemente sembrare un modo negativo, pessimistico, vigliacco di affrontare la vita ma analizzando bene questa mia riflessione credo invece che sia perchè si ha sempre bisogno di un sogno, di qualcosa da desiderare e ricordare. A volte è godurioso rifugiarsi nelle emozioni parassite. E' una fuga dalla realtà, ma chi non fugge qualche volta? "...quando uno aveva vissuto facendo il proprio dovere c'era un guaio: che non riusciva più a vivere diversamente...". Troppi conflitti interiori sopraggiungono quando dopo una vita di "doverosa santità" si sente l'impulso egoistico di farsi una propria morale, una propria dottrina. Sono sofferenze immani, intime che qualsiasi decisione si prenda si è costretti a vivere fino a quando ci si adagia a crogiolarsi nelle proprie emozioni parassite. Romanzo ambientato nella società dell'alta borghesia a New York, metà/fine 1800. Tutto imperniato nel bon ton, stile, pura ipocrisia. "...erano questi gli avvenimenti che davano maggiormente il senso della strada percorsa dal mondo. La gente oggi aveva troppo da fare, era troppo occupata con le riforme, i "movimenti", le manie, i feticci e centomila sciocchezze per preoccuparsi molto delle origini dei propri vicini. E che cosa poteva contare il passato di una persona, nell'immenso caleidoscopio in cui tutti gli atomi sociali giravano vorticosamente sullo stesso piano?..." Illusione, pia illusione o semplice ipocrisia individuale. Questo stralcio del romanzo mi ha rammentato quanto razzismo esiste in America e in tutto il mondo. 7,1007,2007 ... la società è veramente progredita? Sono le due di notte e sono qui davanti al pc a scrivere delle mie emozioni parassite.....
La misteriosa fiamma della regina Loana
Recentemente ho letto "LA MISTERIOSA FIAMMA DELLA REGINA LOANA" di U.Eco. Autore che non ho apprezzato molto in passato in quanto l'ho sempre accantonato dopo l'esperienza del suo 'Il nome della rosa' che non sono mai riuscita portare a termine nonostante il generale plauso attribuitogli. Eco raccon ... (continue)
Recentemente ho letto "LA MISTERIOSA FIAMMA DELLA REGINA LOANA" di U.Eco. Autore che non ho apprezzato molto in passato in quanto l'ho sempre accantonato dopo l'esperienza del suo 'Il nome della rosa' che non sono mai riuscita portare a termine nonostante il generale plauso attribuitogli. Eco racconta la storia di un uomo professionalmente arrivato, apparenemente soddisfatto di sè stesso, colpito improvvisamente da amnesia a causa di un forte ictus. Ripresosi dal fatto, ritorna nei luoghi della propria infanzia e piano piano ripercorrendo a ritroso avvenimenti che gli vengono ricordati da oggetti ritrovati nel solaio del nonno e del padre arriva a riscoprire tutto il suo passato fino al momento dell'ictus stesso e alla notizia che gli ha procurato questo colpo. Un comune amico gli avevo comunicato che il suo primissimo amore, adolescenziale, mai consumato era morto anni prima. Per lui è stata la fine: constatare che questo amore non esisteva più significava per lui non aver alcun motivo per vivere. Il corpo ha reagito secondo i dettami della propria mente ... rifiutandosi di vivere e così è arrivato l'ictus. Nell'attimo stesso che ha nuovamente realizzato di essere solo interiormente , di non aver scopi per vivere è ricaduto nello stato comatoso che gli permetteva di non soffrire in modo allucinante e da questa dimensione ritorna nuovamente a ripercorrere il proprio passato emotivo sino a una ultima visione : il viso del suo primissimo amore in cima ad una scala che lui, gradino per gradino, percorre fino a raggiungere finalmente la donna sognata, desiderata, amata ma mai posseduta. Solo allora il suo corpo getta la spugna e lascia la dimensione terrena definitivamente. Il proprio scopo ormai era stato raggiunto: avere lei.
Questi sono i libri che io amo. Ognuno di noi dovrebbe avere un proprio fine, un proprio sogno da raggiungere in cima alla scala. Un amore da abbracciare, che si chiami donna, uomo, arte, carriera, trofeo o semplicemente sè stessi. L'importante è che ci sia qualcuno o qualcosa che una volta raggiunto ci ripaghi della fatica.!
La lunga attesa dell'angelo
LA LUNGA ATTESA DELL'ANGELO di Milania MazzuccoBellissimo libro di una scrittrice che sa scrivere direttamente al cuore del lettore. Una biografia dell’interiore. Si arriva all’ultima pagina con la speranza che non finisca mai e, dopo l’ultimo punto, si rimane a lungo estasiati ed immersi nella magia creata dalla Mazzucco.continue)
Importante in questi ... (
Bellissimo libro di una scrittrice che sa scrivere direttamente al cuore del lettore. Una biografia dell’interiore. Si arriva all’ultima pagina con la speranza che non finisca mai e, dopo l’ultimo punto, si rimane a lungo estasiati ed immersi nella magia creata dalla Mazzucco.
Importante in questi momenti aver la possibilità di poter fermare il tempo e continuare l’opera dell’autrice, a proprio modo, nella povertà della propria scrittura, nel tentativo di mantenere vivo il feeling creatosi.
Inizialmente si intraprende la lettura nella convinzione che sia una semplice biografia romanzata di Tintoretto. Invece, si scopre che si tratta anche di un libro pieno d’amore. L’autrice riesce a trasmettere i sentimenti fino a farli diventare propri al lettore.
Leggendo questo romanzo ci si rende anche conto di quanto le classiche biografie, spesso, risultino fredde agli occhi del lettore sentimentale. Sono da intendersi esclusivamente come fonti di ricerca o per approfondimenti puramente didattici. Questo è il libro per gli eterni innamorati, come me, che sono sempre alla ricerca di emozioni e sentimenti. La scrittrice scrive in prima persona, come se lei stessa fosse il Tintoretto. Può sembrare inganno. Tutto ciò che fa’ raccontare a Tintoretto è ciò che la Mazzucco ha rubato a questo genio del passato attraverso i suoi quadri. Questo libro alimenta tre menti. Quella del pittore che trasmette emozioni attraverso i propri dipinti alla scrittrice che se li fa’ propri e che a sua volta li trasmette alla terza mente, quella del lettore, donando forti sensazioni di bellezza e grande amore che solo la fusione di due grandi estrosità, anche se diverse, come quella del Tintoretto e della Mazzucco, possono creare. E’ un Tintoretto morente che racconta il proprio passato. Rivive nel delirio della febbre la voglia di emergere, attraverso la pittura, senza accettare compromessi. E’ un ricordare la propria vita anche attraverso un esame di coscienza. Un tentativo di espiare le proprie colpe e debolezze. Scandagliare il proprio passato, da una diversa visuale, consapevoli di non avere altro futuro se non il ricordo del proprio passato. Bellissimo il modo in cui la Mazzucco è riuscita ad entrare nell’animo di un Tintoretto morente: gli fa’ raccontare le sue grandi passioni, la pittura, ma anche di sua figlia, Marietta la Tintoretta. Questa figura femminile che appare in ogni pagina, è stato il vero grande amore di Tintoretto. Corrisposto. Padre e figlia: un amore proibito ma così forte e così pulito da non scandalizzare il lettore. Non c’è incesto, è solo sentimento. Puro, forte, vero.
Mazzucco diventa Tintoretto:
“...nel mio studio, sul cavalletto trovai la DEPOSIZIONE NEL SEPOLCRO che mi aspettava. Ormai non c’era niente che potessi fare: quel dipinto era finito. E’ deludente il momento in cui scopri che la tua opera non ti appartiene più. Che non è affatto ciò che doveva essere - non è nemmeno la brutta copia delle tue intenzioni - ma che non potrà mai essere nient’altro. Quando cominci a lavorare, da giovane, parti con tante speranze - libero ed incosciente. Sei incalzato dal desiderio, pungolato dal furore, incoraggiato dal capriccio. Creare ti è naturale come respirare. L’abbondanza della materia ti seduce, la tua energia ti rassicura. Poi però viene la necessità di vivere. Creare diventa indispensabile e insieme ovvio, come evacuare. Il peso sconosciuto della zavorra comincia ad impacciarti, ad avvelenarti, a mutare l’amore in abitudine. Ma se resisti, se non tradisci ciò per cui ti senti nato, se sopravvivi, arriva la pazzia, il fumo e la presunzione di sapere. Prima o poi, però, ti accorgi che il viaggio è finito e ti ritrovi sulla riva da cui sei partito. Se sei un uomo e non una zampogna gonfia di vento, non resta che la silenziosa consapevolezza del fallimento...” Facile innamorarsi di queste parole. Molte sono le riflessioni che istintivamente nascono nel prosieguo del libro. Un pittore è come un mago che trasforma le proprie emozioni in colore, così come gli scrittori le trasformano in parole e frasi. Tutti noi non dobbiamo sopprimere le nostre emozioni e passioni. Anche noi dobbiamo avere il coraggio di trasformare le emozioni in colore, frasi, azioni.
“... A trentasei anni, l’idea che dipingendo, io potessi raggiungere ciò che avevo sempre sognato mi era diventata familiare e questa convinzone, allora, mi inebriava. Perdonami, Signore. Perdonami se c’è stato un momento in cui mi pareva che il futuro fosse nelle mie mani - in cui mi sono creduto onnipotente e felice. La mia unica preoccupazione era di trovare il modo e il luogo in cui realizzare ciò che fermentava dentro di me. Per questo imparavo a essere veloce come il fulmine, pronto a catturare ogni occasione, ogni istante. Quella condizione di creativa allegria è ciò che chiamano libertà...”
Quando l’estro, la vitalità trova spazio. Quando l’individuo trova sbocco nella propria vitalità, tutto ci sembra niente al confronto della nostra esigenza di far uscire la creatività. Ci si sente inaffondabili. Tutto il nostro interiore è in nostro possesso. Il nostro interiore è il nostro mondo. Possessori del mondo. Onnipotenti. Quello che gli altri chiamano arroganza non è altro che una necessità di prendere coscienza del nostro potenziale. “Arrogandolo” agli altri, lo confermiamo a noi stessi, anche se prima non lo credevamo possibile.
Il pittore vede gli uomini attraverso gli occhi della sua pittura. Guarda il volto e già pregusta, immagina come risulterà sulla tela. Già visualizza le pennellate, i movimenti, i colori. Tintoretto sa guardare intimamente nelle persone e nei suoi dipinti traspare questa intimità.
Si intuisce comunque che il libro è stato scritto con la mentalità dei giorni nostri. Oppure i pensieri, le convinzioni non hanno età? Si scopre il mondo sommerso e nascosto. La scienza, la medicina e le tecnologie si evolvono a velocità incredibile, ma l’uomo, la mentalità dell’uomo rimane ai tempi primordiali? All’era del buio? Tintoretto ha amato molto. Non sempre nel modo “giusto”. Ha pure sofferto molto. La morte dei figli lo portavano a ritenere un gesto caritatevole verso la figura del padre, l’usanza di un popolo africano che tiene lontano, dai padri, i figli fino ai cinque anni, perché accuditi ed eventualmente sepolti solo dalle madri. Solo dopo i cinque anni, quando si ha la certezza che vivranno, vengono mostrati a chi li ha generati. “... perché affezionarsi a qualcuno che deve morire?...” A volte si potrebbe pensare che Marietta (la Tintoretta) sia opera di fantasia del pittore stesso. Una sua duplice personalità. Lui ama sé stesso in modo sviscerato. Marietta è sé stesso.
“...Non c’è mai abbastanza luce o abbastanza tenebre, mai troppe figure o troppo poche...” Per un artista, sia esso pittore, scultore o scrittore, il troppo non esiste. Può piacere o no. Il giudizio è degli altri, ma l’opera è sua. In una lunga vita le opere non sono uguali. Ogni periodo ha il proprio colore, tono, la propria identità.
“...Non mi amareggia la perplessità dei mercanti o dei miei clienti, ma sapere che tutto ciò che ho appreso, lo porterò via con me.” L’arte è dentro il pittore. Lascia i dipinti ai posteri, ma il sapere dell’arte rimane perennemente suo.
“...oggi sono il figlio e l’allievo di me stesso. Mi sono messo al mondo da me …” Tintoretto è stato rifiutato da Tiziano. Ha avuti molti maestri, ma con tecniche pittoriche discordanti. Tale confusione in tale artista è diventata genialità, pittura.
“...Ho rubato qualcosa ad ognuno - a chi uno scorcio, a chi il colore di un cielo... Ho imparato prima ad essere loro, poi ad essere me stesso”.
Nelle mie scritture non devo temere di rubare idee da ciò che leggo. Il furto di cui mi colpevolizzo, non è punibile. Anche io rubo per essere me stessa. Ognuno di noi è un pezzo rubato a qualcun altro. Siamo veramente noi stessi?
“...Ho appreso dalle loro scoperte - perché non ho mai l’arroganza di credere di poter esistere senza coloro che sono venuti prima di me...”
E’ la Mazzucco stessa che, attribuendoli a Tintoretto, scrive i propri pensieri.
E’ una scrittrice. Ciò che scrive di Tintoretto sono pensieri propri. Comuni a tutti gli artisti. Buttar fuori ciò che si ha nell’animo. Stupire il mondo. Emergere dalla massa.
“...ma cos’è l’arte se resta una chimera nella testa di chi la sogna...?”
“...giovani pittori fiamminghi greci e tedeschi hanno attraversato regni sconvolti dalla peste e dalla guerra per venire a farmi da assistenti. Si sono accontentati di mangiare una volta al giorno, per imparare da me... ...A Venezia sono rimasto uno fra i tanti. Mi posponevano a Tiziano finché è stato vivo, a Jacopo da Bassano e Paolo Veronese poi, perfino al Palma che potrebbe essermi figlio...Mi hanno chiamato sempre per ultimo e mai per qualcosa di importante...”Nemo propheta in patria. Dentro di sé si sente artista portentoso e geniale, ma di fronte agli altri arriva l’insicurezza. Teme o forse ne è sicuro, che lo vogliano perché è l’unico rimasto in vita. Sembra strano leggere di quanti sacrifici e di quanto possa essere denigrato anche un artista che diventerà genio. Eppure parla di Tiziano, Michelangelo e di altri pittori famosi. E’ il carattere, è la fortuna di conoscere persone giuste, che fa’ l’uomo vincente o è veramente il suo operato? Perché Tintoretto è così apprezzato ora, ma non durante la sua vita? Era lui che rifuggiva i canoni della notorietà? La contraddizione nella propria autostima.Reputarsi genio temendo l’indifferenza altrui.
“...La verità e la bellezza non sono delle cose, non sono nel mondo, ma nel profondo di noi, in quella parte nascosta che non sarà mai conosciuta, ma che deve essere liberata...”
“...E’ stato allora che l’ho finita per lui...” Bello vedere i quadri conoscendone il motivo per il quale sono stati dipinti ma ancora più bello se questo motivo è psicologico. Lo fa’ apprezzare di più. Entri in simbiosi col pittore.
L'ombra di mio padre
"...Non sappiamo nulla delle persone. Si condividono con loro i momenti ordinari della vita, ma non si accede mai alle zone più profonde dei cuori, nelle stazioni di smistamento delle coscienze, là dove si intrecciano i destini, in mezzo agli scambi degli incontri e degli amori, delle separazioni e ... (continue)
"...Non sappiamo nulla delle persone. Si condividono con loro i momenti ordinari della vita, ma non si accede mai alle zone più profonde dei cuori, nelle stazioni di smistamento delle coscienze, là dove si intrecciano i destini, in mezzo agli scambi degli incontri e degli amori, delle separazioni e degli odi.
Tutti, ognuno su un percorso proprio, conduciamo esistenze parallele, dove alla fine non sopravvive nulla tranne le date ufficiali dello stato civile, quelle tracce indelebili segnate sui registri. Tutto il resto, i momenti di felicità o di tristezza, ci è dato per pura illusione e svanisce senza lasciare tracce, come le luci della Simca che è appena scomparsa al crocevia della posta."
Anni 1946-1964. Un bimbo che è costretto a lasciare la propria terra, i propri affetti, le proprie amicizie per seguire la madre vedova in Cile dove l'aspetta un ex nazista della Hitlerjudgen, conosciuto durante l'occupazione in Francia, fuggito sotto falso nome in Sud America.
Centoventidue pagine di estremo amore verso una madre che ha tentato di ritornare a vivere.
Centoventidue pagine di odio verso un uomo che rappresenta il nemico assassino del proprio padre e che profana la "propria" donna.
Centoventidue pagine di vendetta, sensi di colpa e recupero di sé stesso.
Ho riportato le ultime frasi perchè mi sono entrate dentro. Le trovo di una tristezza incredibile ma ...
L'età dell'innocenza
Ho terminato il libro di Edith Wharton "L'età dell'innocenza". Anche questa volta mi sono accorta che il fulcro della trama, il perchè di tutto il libro sta nell'ultima pagina. Ho avuto la netta sensazione, la conferma che chi scrive romanzi si serve dei personaggi e della trama esattamente come nel ... (continue)
Ho terminato il libro di Edith Wharton "L'età dell'innocenza". Anche questa volta mi sono accorta che il fulcro della trama, il perchè di tutto il libro sta nell'ultima pagina. Ho avuto la netta sensazione, la conferma che chi scrive romanzi si serve dei personaggi e della trama esattamente come nella realtà tutti noi ci serviamo della nostra vita per riempirci di sentimenti che portano poi alla rivelazione di uniche e finali emozioni.
Ho imparato a chiamarle emozioni parassite. Sono quei battiti di cuore che ti portano fuori dal tempo e dalla realtà del momento. Sono quei ricordi che non andrebbero mai sciupati e mai pretesi di essere rivissuti. Sono quegli istanti durante i quali si diventa registi e scrittori di noi stessi.
Queste sono alcune riflessioni esplose dentro di me subito dopo aver terminato il libro della Wharton.
Solo due giorni fa, una conoscente mi aveva giusto chiesto il parere e la trama di questo libro e mi sono ritrovata a fare un sunto che avrebbe potuto essere tranquillamente quello di un romanzo Harmony. Mentre snocciolavo la storia mi rendevo conto che visto così la Wharton non aveva fatto altro che scrivere un romanzo rosa dove un lettore magari un po' più attento di un altro ci avrebbe anche trovata qualche indicazione sulla cultura della borghesia americana dell'800, ma niente di più. Sono rimasta un po' delusa dalle mie parole. Prendevo nota che stavo leggendo un "romanzetto" eppure percepivo che c'era di più da capirci ma ancora non ne avevo colto il senso fino a quando è arrivata l'ultima pagina, le ultime frasi e lì finalmente ho capito che leggere questo libro non è stato inutile. Anche questa lettura, anche questo richiamo ha avuto un suo perchè. Ho focalizzato l'importanza di apprezzare e beneficiare del dolore dei ricordi e dei rimpianti.
Il protagonista porta con sé per tutta una vita il rimpianto di un amore mai vissuto, accettando il costo del dovere ed impegno preso con le proprie scelte. Trenta anni vissuti in perfetta coerenza con la propria morale, educazione e pensiero. Trenta anni pieni di una unica e grande emozione parassita: il ricordo di un amore, di un grande ed indimenticabile amore.
Ad un certo punto della propria vita ha la possibilità di rifarsi, di poter riagganciare questa passione, di recuperare il tempo perduto ma ancora una volta rinuncia per paura o forse saggezza. Prende coscienza che portandolo alla realtà, questo amore coccolato nel proprio intimo per così tanti anni potrebbe sgretolarsi come spesso succede con i preziosi reperti archeologici. Meglio quindi salvare la bellezza e preziosità di un tesoro così importante e continuare a viverlo come emozione parassita.
Potrebbe apparentemente sembrare un modo negativo, pessimistico, vigliacco di affrontare la vita ma analizzando bene questa mia riflessione credo invece che sia perchè si ha sempre bisogno di un sogno, di qualcosa da desiderare e ricordare. A volte è godurioso rifugiarsi nelle emozioni parassite. E' una fuga dalla realtà, ma chi non fugge qualche volta?
"...quando uno aveva vissuto facendo il proprio dovere c'era un guaio: che non riusciva più a vivere diversamente...". Troppi conflitti interiori sopraggiungono quando dopo una vita di "doverosa santità" si sente l'impulso egoistico di farsi una propria morale, una propria dottrina. Sono sofferenze immani, intime che qualsiasi decisione si prenda si è costretti a vivere fino a quando ci si adagia a crogiolarsi nelle proprie emozioni parassite.
Romanzo ambientato nella società dell'alta borghesia a New York, metà/fine 1800. Tutto imperniato nel bon ton, stile, pura ipocrisia.
"...erano questi gli avvenimenti che davano maggiormente il senso della strada percorsa dal mondo. La gente oggi aveva troppo da fare, era troppo occupata con le riforme, i "movimenti", le manie, i feticci e centomila sciocchezze per preoccuparsi molto delle origini dei propri vicini. E che cosa poteva contare il passato di una persona, nell'immenso caleidoscopio in cui tutti gli atomi sociali giravano vorticosamente sullo stesso piano?..." Illusione, pia illusione o semplice ipocrisia individuale. Questo stralcio del romanzo mi ha rammentato quanto razzismo esiste in America e in tutto il mondo. 7,1007,2007 ... la società è veramente progredita?
Sono le due di notte e sono qui davanti al pc a scrivere delle mie emozioni parassite.....
L'eleganza del riccio
...e non so se lo finirò...