Riporto nella sua icastica efficacia il fulminante giudizio dell'amico Gilthas (http://www.anobii.com/gilthas/books): "Tamarrissimo, adoro!" Ecco, non posso che condividere. Se non potete soffrire i thriller alla Van Damme o alla Chuck Norris, tenetevene lontani come la peste; se al contrario li am
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Riporto nella sua icastica efficacia il fulminante giudizio dell'amico Gilthas (http://www.anobii.com/gilthas/books): "Tamarrissimo, adoro!" Ecco, non posso che condividere. Se non potete soffrire i thriller alla Van Damme o alla Chuck Norris, tenetevene lontani come la peste; se al contrario li amate al punto da prenderli sul serio, ecco, mi fate paura. Se invece riuscite ad apprezzarne la sotterranea autoironia e siete in grado di sospendere il senso del ridicolo e l'incredulità per 680 pagine (!), beh, buona lettura
A me Oblòmov racconta una storia ben più tragica del solito, trito bla bla sulla pigrizia: la storia di come si possa perdersi e gettarsi via rifiutando l’impegno con la vita, o riducendolo alla propria misura. Che non è esser pigri, attenzione: è un’altra cosa, più sottile e pericolosa. Certo, Oblò
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A me Oblòmov racconta una storia ben più tragica del solito, trito bla bla sulla pigrizia: la storia di come si possa perdersi e gettarsi via rifiutando l’impegno con la vita, o riducendolo alla propria misura. Che non è esser pigri, attenzione: è un’altra cosa, più sottile e pericolosa. Certo, Oblòmov non fa una beata fava da mane a sera. Ma il vero problema di Oblòmov non è la sua “pigrizia”, è il suo consapevole scegliere di rifugiarsi in una realtà onirica e mentale invece di impegnarsi con quel che la vita impone: i resoconti dell’amministratore delle sue terre, la lettera di sfratto inviata dal padrone di casa, l’amore di Ol’ga. Il’ja Il’ic non si è mai dato la possibilità di osservarsi in azione, e così non ha potuto far emergere, e quindi conoscere, tutti gli aspetti e le risorse della sua personalità. Sì, certo, è tanto buono e tanto, tanto tenero, ma non basta esser buoni, non dico per trovar moglie (Ol’ga ci mette un bel po’ a dargli il benservito; appena prende coscienza dell’irrecuperabilità di Il’jà Il’ic, però, non ci pensa due volte), ma anche solo per sviluppare se stessi. Oblòmov è buono come è buono il principe Myškin dell’Idiota, ma anche Myškin con tutto il suo darsi d’attorno finisce con lo scoprirsi (per ragioni del tutto diverse) tragicamente inadeguato alla vita. Ma non è che Stolz – il suo fraterno amico, il suo alter ego, attivo, giramondo, avido di letture e di esperienze – stia tanto meglio. Incomparabilmente superiore a Oblòmov quanto a conoscenza del mondo, delle cose e di se stesso, ha tuttavia ridotto l’esperienza ad attivismo, e quel che vive, quel che impara, non lo giudica: si limita a ritrasmetterlo, a ripeterlo. È come se gli mancassero criteri adeguati per interpretare l’esperienza. Vorace lettore di tutto quel che gli passa per le mani, non possiede un centro al quale riportare il tutto. E quando esprime un giudizio i suoi criteri non sono mai tutt’uno con la sua persona, sono sempre esterni, un copy & paste ricavato dalle sue sterminate e disordinate letture. Stolz in fondo – e la cosa è tanto più tragica quanto meno è consapevole – è un alienato. Come tanti, come chiunque viva a partire da misure non sue. Ma sono le misure alla moda, le misure di tutti, le misure di chi è trendy e à la page, e quindi Stolz è un figo, e l’alienazione è inavvertita. Chi ha fatto davvero esperienza, chi si è realmente impegnata con la vita è Ol’ga; e infatti è l’unica che nel corso del romanzo manifesti un effettivo sviluppo, una crescita. L’abisso tra Stolz e e sua moglie si rivela, verso la fine del romanzo, nell’angoscia di Ol’ga, tormentata da una tristezza indefinibile proprio quando tutto, nella sua esistenza, sembra essere andato a posto nel migliore dei modi. Di fronte a un’Ol’ga che (per dirla con Tommaso d’Aquino) descrive tale tristezza come desiderio di un bene assente, come esperienza della strutturale e costitutiva incommensurabilità tra il desiderio umano di senso e qualunque suo tentativo di realizzazione – sperimentato sempre come parziale e insufficiente -, Stolz si rivela del tutto inadeguato: prima interpreta la tristezza di Olga come frutto dei nervi (si sa, le donne). Poi finisce per ammettere che questa esperienza costituisce l’espressione suprema della maturità umana – e si stupisce di quanto sia cresciuta Olga, riconoscendola addirittura superiore a sè in questo ambito; ma l’unica cosa che sa proporre alla moglie come risposta a questa sete di infinito è, da un lato, l’invito ad immergersi nel compiacimento estetico per la propria grandezza d’animo e sensibilità, dall’altro, il volontarismo, l’attivismo, il senso del dovere, il buttarsi nella vita per quel che la vita richiede, non badando all’insoddisfazione e non indagandola nel profondo. In fondo, banalizzandola. In un contesto in cui l’esperienza religiosa tradizionale viene assimilata senza residui alla vita arcaica dei servi della gleba, all’immobilità e al fatalismo dei contadini e dei domestici di Oblòmov, forse non poteva esservi altra risposta da parte di Gončarov: l’illusione di Stolz e di Ol’ga sarà quella di trovare risposta all’insoddisfazione esistenziale e alla domanda di senso che l’impegno con la vita risveglia – nell’impegno stesso. Cieco e immotivato. I nipoti di Ol’ga e di Stolz tenteranno di dare una risposta in fondo non dissimile aderendo alle parole d’ordine della Rivoluzione d’Ottobre. E ancora una volta l’esito si rivelerà tragicamente insoddisfacente.
Per capire quali sono i due difetti di questo romanzo (difetti nonostante i quali il romanzo resta comunque un capolavoro della letteratura universale) basta leggere le ultime cinque pagine, quelle in cui il protagonista, dopo aver condiviso in tutto e per tutto le tragiche vicende della famiglia Ma
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Per capire quali sono i due difetti di questo romanzo (difetti nonostante i quali il romanzo resta comunque un capolavoro della letteratura universale) basta leggere le ultime cinque pagine, quelle in cui il protagonista, dopo aver condiviso in tutto e per tutto le tragiche vicende della famiglia Maheu ed esserne stato almeno in parte la causa, dopo aver rischiato di essere lapidato dai suoi stessi compagni, dopo essere uscito, unico superstite, dalle viscere della miniera in cui ha rischiato di rimanere sepolto (abbandonandovi peraltro il cadavere dell'amata), dopo aver constatato il cinismo e l'indifferenza dei borghesi al destino delle masse popolari (tranne in quei rarissimi casi in cui solidarietà e umana pietà riescono a forare le pareti altrimenti impenetrabili che dividono le classi sociali) - il protagonista, allontanandosi dal luogo delle sue ma soprattutto altrui disgrazie, elucubra tutta una cervellotica menata filosofico-politico-sociale che vorrebbe spremere il succo delle vicende appena concluse e aprire il cuore a una speranza per il futuro. E da lettore non ci potevo credere: ma come, il romanzo si protrae per seicento pagine fra catastrofi e immagini di morte, e in conclusione l'autore si illude di poter ancora propinare l'enorme palla delle magnifiche sorti e progressive, riattualizzate alla luce del sol dell'avvenire?! Ideologia, primo difetto: Zola non vuole e non riesce ad essere solo artista, e lo sarebbe grande. No, lui vuole insegnare, vuol convertire, vuol dimostrare, vuole incitare all'impegno e al cambiamento. Peccato che l'ideologia, a fronte della vita e contro le stesse aspettative dell'artista, risulti astratta, povera e incoerente, perfino forzata, sovrapposta com'è a una realtà presentata in modo così crudo da non offrire alcun ragionevole appiglio alla speranza che pure l'ideologia pretende di veicolare. E nelle pagine in cui l'ideologia pretenderebbe di universalizzare la vicenda, finisce in realtà per restringerla, banalizzarla, farla recedere dalla sua dimensione di tragedia greca entro i limiti di un contesto storicamente chiuso e determinato. L'arte inevitabilmente ne risente, e il lettore (almeno io) sbuffa e bofonchia. E prima ancora dell'ideologia, ma da essa conseguente, ciò che il lettore coglie nel dipanarsi della vicenda è il continuo intervento dello Zola, questo suo metodico sovrapporsi ai personaggi, i cui dolori, pensieri e sentimenti son sempre riportati attraverso gli occhi e ancor più attraverso il cervello del romanziere. Per cui non è Catherine, la Maheude o Etienne che vediamo in azione, ma quel che Zola ha deciso che Catherine, Maheude o Etienne debbano dire, fare e pensare. Ancora una volta contro le aspettative e le intenzioni del romanziere e della sua pretesa poetica dell'oggettività, non abbiamo di fronte la vita e le vicende di una famiglia di minatori del Nord-Pas-de-Calais, ma quel che è lo sguardo di Zola su tale vita: uno sguardo, oltretutto, borghese e benpensante, come traspare da quell'insistere sui particolari sordidi e volgari, che in un'ottica davvero naturalista non dovrebbero recare alcuno stupore, ma che invece nello Zola suscitano un'evidente curiosità e compiacimento, che si traduce in descrizione insistita e minuta, mirata borghesemente a épater les bourgeois. Insomma, grande romanzo, ma non grandissimo. Per essere grandissimo, Zola avrebbe dovuto nascere un po' più a sud, chiamarsi Verga e deporre le intenzioni politico-sociali, ossia non esser più Zola. Ma I Malavoglia, quanto a riuscita artistica, stanno a Germinale come l'Antigone di Sofocle sta alle tragedie di Seneca. E Verga I Malavoglia li scrive già quattr’anni prima.
Bello, bello e ancora bello. Visto che è arcinoto e pluricommentato, mi permetto di limitarmi a consigliarlo (semiseriamente) a tutti gli amanti della fantascienza e agli appassionati di Voyager. I protagonisti sono infatti i rappresentanti di un'improbabile razza aliena di umanoidi che si sostiene
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Bello, bello e ancora bello. Visto che è arcinoto e pluricommentato, mi permetto di limitarmi a consigliarlo (semiseriamente) a tutti gli amanti della fantascienza e agli appassionati di Voyager. I protagonisti sono infatti i rappresentanti di un'improbabile razza aliena di umanoidi che si sostiene abbiano abitato il nostro Paese prima degli attuali occupanti. Se durante la lettura le loro scelte e i loro ideali vi risultassero incomprensibili, chiudete pure il libro e non pensateci più: il libro non è per voi, e in ogni caso la razza in questione è (quasi?) estinta. Per tutti coloro che percorrendo il testo accusassero invece sintomi di empatia coi personaggi, beh, state preoccupati: questo Paese (e forse l'intero pianeta) non è più per voi.
È accaduto qualcosa, e non si riesce a capire bene “cosa”. Non si tratta tanto del fatto che la gente si scanni, anche se in quantità industriale e in modi inusitati: questo è sempre accaduto, e sempre accadrà. No, è altro quel che sconvolge lo sceriffo Bell. È accaduto qualcosa di inaudito, qualcos
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È accaduto qualcosa, e non si riesce a capire bene “cosa”. Non si tratta tanto del fatto che la gente si scanni, anche se in quantità industriale e in modi inusitati: questo è sempre accaduto, e sempre accadrà. No, è altro quel che sconvolge lo sceriffo Bell. È accaduto qualcosa di inaudito, qualcosa di simile ad uno sconvolgimento tellurico. E ad essere terremotato è l’essere umano. Fra i romanzi di McCarthy che ho letto finora Non è un paese per vecchi è il più disperato e pessimista. E credo possa risultare indigesto a molti, perché manifestamente manicheo e per un certo fare supponente. Per il suo tono che qualcuno potrebbe a buon diritto definire moraleggiante e predicatorio. Eppure, trovo che il tono del libro sia perfettamente adeguato, se si tien conto di quale sia il tema del romanzo. Il tema del romanzo è infatti IL TEMA, e quando si trattano gli universali è difficile mantenersi freddi e distaccati. Non è la ricerca dell’assassino e la serie efferata dei suoi delitti ad esser al centro dell’attenzione di McCarthy, ma la questione delle questioni: cos’è l’uomo? E il problema è che, di solito, la ricerca su questo tema si conclude con un nulla di fatto ed un solenne boh; invece per McCarthy non solo cosa sia l’uomo non lo si sa con precisione né lo si è mai saputo, ma il fatto è che tutti gli indizi che finora abbiamo avuto a disposizione, tutti i punti di riferimento che potevano servirci a formulare un’ipotesi plausibile di soluzione, che potevano indicarci, se non una meta, un itinerario, un cammino – beh, il fatto è che tutto questo è venuto meno. Sparito. Distrutto. È avvenuto qualcosa, un mutamento antropologico di dimensioni tali che non solo non si sa rispondere alla domanda sull’uomo, ma la domanda in sé ha perduto completamente il proprio senso. Perché l’oggetto stesso della domanda, l’uomo, non c’è più. Non c’è più l’uomo, qualsiasi cosa esso fosse. Non c’è più libertà, non c’è più giudizio, non c’è più scelta. Non c’è più quel sofferto ma consapevole darsi al bene o darsi al male che faceva della vita dell’uomo di volta in volta una tragedia o una commedia, ma sempre e comunque un dramma, un agire, un mettersi in gioco. Non c’è più un cuore, un nocciolo, un core, un ubi consistam, un fine per cui vivere o morire. Non c’è più nulla di tutto questo. La razza degli uomini è in via d’estinzione, sta irrimediabilmente invecchiando, e presto scomparirà. Al suo posto entra in scena una nuova razza, un nuovo essere. Quale sia la sua cifra non è ben comprensibile per i poveri uomini sull’orlo dell’abisso, prigionieri come sono dei loro schemi categoriali e dell’idiosincrasia della specie. Quel che è visibile è incomprensibile, e quel poco che è comprensibile lo è solo per via di contrapposizione. Per esempio, questi nuovi esseri non scelgono. Chigurh non decide nulla, tutto è già deciso: la testa e la croce della sua moneta non sono segno del caso, ma rivelazione, oracolo, manifestazione, epifania del dato. Tutto è necessità. Bell è tutt'altro che sentimentale, ne ha viste troppe e troppo brutte per essere facile alla commozione. Per cui, se quando guarda la moglie dice che quella donna è il suo cuore; se quando parla dell’abbeveratoio di pietra vicino alla casa dove è cresciuto dice che chi lo ha scavato aveva una sorta di promessa dentro al cuore; beh, dobbiamo capire cosa intende. E intende dire che la razza degli uomini ha bisogno di un perché, di un positivo, di un criterio buono su cui misurare la realtà e se stessi. Ma ora questo criterio non c’è più. E non è colpa della droga, e lo scannarsi come animali, il macellarsi reciprocamente e il ficcare i neonati nel tritarifiuti è solo il sintomo del cambiamento, non è la causa. Non c’è più un criterio perché non c’è più un positivo verso cui tendere. Il mondo è della nuova razza, simboleggiata dall’Übermensch Chigurh e dal suo amor fati. Per gli uomini, ormai vecchi, non c’è speranza, questo paese non è più per loro. A meno che. Bell racconta di un sogno, proprio nelle ultime pagine del libro, a vicenda conclusa, a disperazione trionfante. Nel sogno cavalca con suo padre, in montagna, in mezzo alla neve, in silenzio. Il padre ha in mano una fiaccola. E nel sogno sapevo che stava andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo, e che quando ci sarei arrivato l’avrei trovato ad aspettarmi. E poi mi sono svegliato. Sono le ultime parole del romanzo. Il sogno è la strada. Il sogno è La strada. Il risvegliarsi dell’umano, il “portare la luce” in mezzo al mondo del disumano. Il risvegliarsi della speranza, della possibilità di un positivo e di un qualcosa per cui “valga la pena”. Ma per Mc Carthy il prezzo de La strada è un’indicibile apocalisse.
Città di ombre
Riporto nella sua icastica efficacia il fulminante giudizio dell'amico Gilthas (http://www.anobii.com/gilthas/books): "Tamarrissimo, adoro!" Ecco, non posso che condividere.continue)
Se non potete soffrire i thriller alla Van Damme o alla Chuck Norris, tenetevene lontani come la peste; se al contrario li am ... (
Riporto nella sua icastica efficacia il fulminante giudizio dell'amico Gilthas (http://www.anobii.com/gilthas/books): "Tamarrissimo, adoro!" Ecco, non posso che condividere.
Se non potete soffrire i thriller alla Van Damme o alla Chuck Norris, tenetevene lontani come la peste; se al contrario li amate al punto da prenderli sul serio, ecco, mi fate paura. Se invece riuscite ad apprezzarne la sotterranea autoironia e siete in grado di sospendere il senso del ridicolo e l'incredulità per 680 pagine (!), beh, buona lettura
Oblomov
A me Oblòmov racconta una storia ben più tragica del solito, trito bla bla sulla pigrizia: la storia di come si possa perdersi e gettarsi via rifiutando l’impegno con la vita, o riducendolo alla propria misura. Che non è esser pigri, attenzione: è un’altra cosa, più sottile e pericolosa.continue)
Certo, Oblò ... (
A me Oblòmov racconta una storia ben più tragica del solito, trito bla bla sulla pigrizia: la storia di come si possa perdersi e gettarsi via rifiutando l’impegno con la vita, o riducendolo alla propria misura. Che non è esser pigri, attenzione: è un’altra cosa, più sottile e pericolosa.
Certo, Oblòmov non fa una beata fava da mane a sera. Ma il vero problema di Oblòmov non è la sua “pigrizia”, è il suo consapevole scegliere di rifugiarsi in una realtà onirica e mentale invece di impegnarsi con quel che la vita impone: i resoconti dell’amministratore delle sue terre, la lettera di sfratto inviata dal padrone di casa, l’amore di Ol’ga. Il’ja Il’ic non si è mai dato la possibilità di osservarsi in azione, e così non ha potuto far emergere, e quindi conoscere, tutti gli aspetti e le risorse della sua personalità. Sì, certo, è tanto buono e tanto, tanto tenero, ma non basta esser buoni, non dico per trovar moglie (Ol’ga ci mette un bel po’ a dargli il benservito; appena prende coscienza dell’irrecuperabilità di Il’jà Il’ic, però, non ci pensa due volte), ma anche solo per sviluppare se stessi. Oblòmov è buono come è buono il principe Myškin dell’Idiota, ma anche Myškin con tutto il suo darsi d’attorno finisce con lo scoprirsi (per ragioni del tutto diverse) tragicamente inadeguato alla vita.
Ma non è che Stolz – il suo fraterno amico, il suo alter ego, attivo, giramondo, avido di letture e di esperienze – stia tanto meglio. Incomparabilmente superiore a Oblòmov quanto a conoscenza del mondo, delle cose e di se stesso, ha tuttavia ridotto l’esperienza ad attivismo, e quel che vive, quel che impara, non lo giudica: si limita a ritrasmetterlo, a ripeterlo. È come se gli mancassero criteri adeguati per interpretare l’esperienza. Vorace lettore di tutto quel che gli passa per le mani, non possiede un centro al quale riportare il tutto. E quando esprime un giudizio i suoi criteri non sono mai tutt’uno con la sua persona, sono sempre esterni, un copy & paste ricavato dalle sue sterminate e disordinate letture. Stolz in fondo – e la cosa è tanto più tragica quanto meno è consapevole – è un alienato. Come tanti, come chiunque viva a partire da misure non sue. Ma sono le misure alla moda, le misure di tutti, le misure di chi è trendy e à la page, e quindi Stolz è un figo, e l’alienazione è inavvertita.
Chi ha fatto davvero esperienza, chi si è realmente impegnata con la vita è Ol’ga; e infatti è l’unica che nel corso del romanzo manifesti un effettivo sviluppo, una crescita.
L’abisso tra Stolz e e sua moglie si rivela, verso la fine del romanzo, nell’angoscia di Ol’ga, tormentata da una tristezza indefinibile proprio quando tutto, nella sua esistenza, sembra essere andato a posto nel migliore dei modi.
Di fronte a un’Ol’ga che (per dirla con Tommaso d’Aquino) descrive tale tristezza come desiderio di un bene assente, come esperienza della strutturale e costitutiva incommensurabilità tra il desiderio umano di senso e qualunque suo tentativo di realizzazione – sperimentato sempre come parziale e insufficiente -, Stolz si rivela del tutto inadeguato: prima interpreta la tristezza di Olga come frutto dei nervi (si sa, le donne). Poi finisce per ammettere che questa esperienza costituisce l’espressione suprema della maturità umana – e si stupisce di quanto sia cresciuta Olga, riconoscendola addirittura superiore a sè in questo ambito; ma l’unica cosa che sa proporre alla moglie come risposta a questa sete di infinito è, da un lato, l’invito ad immergersi nel compiacimento estetico per la propria grandezza d’animo e sensibilità, dall’altro, il volontarismo, l’attivismo, il senso del dovere, il buttarsi nella vita per quel che la vita richiede, non badando all’insoddisfazione e non indagandola nel profondo. In fondo, banalizzandola.
In un contesto in cui l’esperienza religiosa tradizionale viene assimilata senza residui alla vita arcaica dei servi della gleba, all’immobilità e al fatalismo dei contadini e dei domestici di Oblòmov, forse non poteva esservi altra risposta da parte di Gončarov: l’illusione di Stolz e di Ol’ga sarà quella di trovare risposta all’insoddisfazione esistenziale e alla domanda di senso che l’impegno con la vita risveglia – nell’impegno stesso. Cieco e immotivato.
I nipoti di Ol’ga e di Stolz tenteranno di dare una risposta in fondo non dissimile aderendo alle parole d’ordine della Rivoluzione d’Ottobre. E ancora una volta l’esito si rivelerà tragicamente insoddisfacente.
Germinale
***This comment contains spoilers! ***
Per capire quali sono i due difetti di questo romanzo (difetti nonostante i quali il romanzo resta comunque un capolavoro della letteratura universale) basta leggere le ultime cinque pagine, quelle in cui il protagonista, dopo aver condiviso in tutto e per tutto le tragiche vicende della famiglia Ma ... (continue)
Per capire quali sono i due difetti di questo romanzo (difetti nonostante i quali il romanzo resta comunque un capolavoro della letteratura universale) basta leggere le ultime cinque pagine, quelle in cui il protagonista, dopo aver condiviso in tutto e per tutto le tragiche vicende della famiglia Maheu ed esserne stato almeno in parte la causa, dopo aver rischiato di essere lapidato dai suoi stessi compagni, dopo essere uscito, unico superstite, dalle viscere della miniera in cui ha rischiato di rimanere sepolto (abbandonandovi peraltro il cadavere dell'amata), dopo aver constatato il cinismo e l'indifferenza dei borghesi al destino delle masse popolari (tranne in quei rarissimi casi in cui solidarietà e umana pietà riescono a forare le pareti altrimenti impenetrabili che dividono le classi sociali) - il protagonista, allontanandosi dal luogo delle sue ma soprattutto altrui disgrazie, elucubra tutta una cervellotica menata filosofico-politico-sociale che vorrebbe spremere il succo delle vicende appena concluse e aprire il cuore a una speranza per il futuro. E da lettore non ci potevo credere: ma come, il romanzo si protrae per seicento pagine fra catastrofi e immagini di morte, e in conclusione l'autore si illude di poter ancora propinare l'enorme palla delle magnifiche sorti e progressive, riattualizzate alla luce del sol dell'avvenire?!
Ideologia, primo difetto: Zola non vuole e non riesce ad essere solo artista, e lo sarebbe grande. No, lui vuole insegnare, vuol convertire, vuol dimostrare, vuole incitare all'impegno e al cambiamento. Peccato che l'ideologia, a fronte della vita e contro le stesse aspettative dell'artista, risulti astratta, povera e incoerente, perfino forzata, sovrapposta com'è a una realtà presentata in modo così crudo da non offrire alcun ragionevole appiglio alla speranza che pure l'ideologia pretende di veicolare. E nelle pagine in cui l'ideologia pretenderebbe di universalizzare la vicenda, finisce in realtà per restringerla, banalizzarla, farla recedere dalla sua dimensione di tragedia greca entro i limiti di un contesto storicamente chiuso e determinato. L'arte inevitabilmente ne risente, e il lettore (almeno io) sbuffa e bofonchia.
E prima ancora dell'ideologia, ma da essa conseguente, ciò che il lettore coglie nel dipanarsi della vicenda è il continuo intervento dello Zola, questo suo metodico sovrapporsi ai personaggi, i cui dolori, pensieri e sentimenti son sempre riportati attraverso gli occhi e ancor più attraverso il cervello del romanziere. Per cui non è Catherine, la Maheude o Etienne che vediamo in azione, ma quel che Zola ha deciso che Catherine, Maheude o Etienne debbano dire, fare e pensare. Ancora una volta contro le aspettative e le intenzioni del romanziere e della sua pretesa poetica dell'oggettività, non abbiamo di fronte la vita e le vicende di una famiglia di minatori del Nord-Pas-de-Calais, ma quel che è lo sguardo di Zola su tale vita: uno sguardo, oltretutto, borghese e benpensante, come traspare da quell'insistere sui particolari sordidi e volgari, che in un'ottica davvero naturalista non dovrebbero recare alcuno stupore, ma che invece nello Zola suscitano un'evidente curiosità e compiacimento, che si traduce in descrizione insistita e minuta, mirata borghesemente a épater les bourgeois.
Insomma, grande romanzo, ma non grandissimo.
Per essere grandissimo, Zola avrebbe dovuto nascere un po' più a sud, chiamarsi Verga e deporre le intenzioni politico-sociali, ossia non esser più Zola.
Ma I Malavoglia, quanto a riuscita artistica, stanno a Germinale come l'Antigone di Sofocle sta alle tragedie di Seneca. E Verga I Malavoglia li scrive già quattr’anni prima.
Le confessioni d'un italiano
Bello, bello e ancora bello. Visto che è arcinoto e pluricommentato, mi permetto di limitarmi a consigliarlo (semiseriamente) a tutti gli amanti della fantascienza e agli appassionati di Voyager. I protagonisti sono infatti i rappresentanti di un'improbabile razza aliena di umanoidi che si sostiene ... (continue)
Bello, bello e ancora bello. Visto che è arcinoto e pluricommentato, mi permetto di limitarmi a consigliarlo (semiseriamente) a tutti gli amanti della fantascienza e agli appassionati di Voyager. I protagonisti sono infatti i rappresentanti di un'improbabile razza aliena di umanoidi che si sostiene abbiano abitato il nostro Paese prima degli attuali occupanti. Se durante la lettura le loro scelte e i loro ideali vi risultassero incomprensibili, chiudete pure il libro e non pensateci più: il libro non è per voi, e in ogni caso la razza in questione è (quasi?) estinta. Per tutti coloro che percorrendo il testo accusassero invece sintomi di empatia coi personaggi, beh, state preoccupati: questo Paese (e forse l'intero pianeta) non è più per voi.
Non è un paese per vecchi
È accaduto qualcosa, e non si riesce a capire bene “cosa”.continue)
Non si tratta tanto del fatto che la gente si scanni, anche se in quantità industriale e in modi inusitati: questo è sempre accaduto, e sempre accadrà. No, è altro quel che sconvolge lo sceriffo Bell. È accaduto qualcosa di inaudito, qualcos ... (
È accaduto qualcosa, e non si riesce a capire bene “cosa”.
Non si tratta tanto del fatto che la gente si scanni, anche se in quantità industriale e in modi inusitati: questo è sempre accaduto, e sempre accadrà. No, è altro quel che sconvolge lo sceriffo Bell. È accaduto qualcosa di inaudito, qualcosa di simile ad uno sconvolgimento tellurico. E ad essere terremotato è l’essere umano.
Fra i romanzi di McCarthy che ho letto finora Non è un paese per vecchi è il più disperato e pessimista. E credo possa risultare indigesto a molti, perché manifestamente manicheo e per un certo fare supponente. Per il suo tono che qualcuno potrebbe a buon diritto definire moraleggiante e predicatorio. Eppure, trovo che il tono del libro sia perfettamente adeguato, se si tien conto di quale sia il tema del romanzo. Il tema del romanzo è infatti IL TEMA, e quando si trattano gli universali è difficile mantenersi freddi e distaccati.
Non è la ricerca dell’assassino e la serie efferata dei suoi delitti ad esser al centro dell’attenzione di McCarthy, ma la questione delle questioni: cos’è l’uomo? E il problema è che, di solito, la ricerca su questo tema si conclude con un nulla di fatto ed un solenne boh; invece per McCarthy non solo cosa sia l’uomo non lo si sa con precisione né lo si è mai saputo, ma il fatto è che tutti gli indizi che finora abbiamo avuto a disposizione, tutti i punti di riferimento che potevano servirci a formulare un’ipotesi plausibile di soluzione, che potevano indicarci, se non una meta, un itinerario, un cammino – beh, il fatto è che tutto questo è venuto meno. Sparito. Distrutto. È avvenuto qualcosa, un mutamento antropologico di dimensioni tali che non solo non si sa rispondere alla domanda sull’uomo, ma la domanda in sé ha perduto completamente il proprio senso. Perché l’oggetto stesso della domanda, l’uomo, non c’è più.
Non c’è più l’uomo, qualsiasi cosa esso fosse. Non c’è più libertà, non c’è più giudizio, non c’è più scelta. Non c’è più quel sofferto ma consapevole darsi al bene o darsi al male che faceva della vita dell’uomo di volta in volta una tragedia o una commedia, ma sempre e comunque un dramma, un agire, un mettersi in gioco. Non c’è più un cuore, un nocciolo, un core, un ubi consistam, un fine per cui vivere o morire. Non c’è più nulla di tutto questo. La razza degli uomini è in via d’estinzione, sta irrimediabilmente invecchiando, e presto scomparirà.
Al suo posto entra in scena una nuova razza, un nuovo essere. Quale sia la sua cifra non è ben comprensibile per i poveri uomini sull’orlo dell’abisso, prigionieri come sono dei loro schemi categoriali e dell’idiosincrasia della specie. Quel che è visibile è incomprensibile, e quel poco che è comprensibile lo è solo per via di contrapposizione. Per esempio, questi nuovi esseri non scelgono. Chigurh non decide nulla, tutto è già deciso: la testa e la croce della sua moneta non sono segno del caso, ma rivelazione, oracolo, manifestazione, epifania del dato. Tutto è necessità.
Bell è tutt'altro che sentimentale, ne ha viste troppe e troppo brutte per essere facile alla commozione. Per cui, se quando guarda la moglie dice che quella donna è il suo cuore; se quando parla dell’abbeveratoio di pietra vicino alla casa dove è cresciuto dice che chi lo ha scavato aveva una sorta di promessa dentro al cuore; beh, dobbiamo capire cosa intende. E intende dire che la razza degli uomini ha bisogno di un perché, di un positivo, di un criterio buono su cui misurare la realtà e se stessi.
Ma ora questo criterio non c’è più. E non è colpa della droga, e lo scannarsi come animali, il macellarsi reciprocamente e il ficcare i neonati nel tritarifiuti è solo il sintomo del cambiamento, non è la causa.
Non c’è più un criterio perché non c’è più un positivo verso cui tendere. Il mondo è della nuova razza, simboleggiata dall’Übermensch Chigurh e dal suo amor fati. Per gli uomini, ormai vecchi, non c’è speranza, questo paese non è più per loro.
A meno che.
Bell racconta di un sogno, proprio nelle ultime pagine del libro, a vicenda conclusa, a disperazione trionfante.
Nel sogno cavalca con suo padre, in montagna, in mezzo alla neve, in silenzio. Il padre ha in mano una fiaccola. E nel sogno sapevo che stava andando avanti per accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo, e che quando ci sarei arrivato l’avrei trovato ad aspettarmi. E poi mi sono svegliato. Sono le ultime parole del romanzo.
Il sogno è la strada. Il sogno è La strada. Il risvegliarsi dell’umano, il “portare la luce” in mezzo al mondo del disumano. Il risvegliarsi della speranza, della possibilità di un positivo e di un qualcosa per cui “valga la pena”.
Ma per Mc Carthy il prezzo de La strada è un’indicibile apocalisse.