Buon manuale per accostarsi alla disciplina: secondo criterio cronologico esamina i principali esponenti dell'estetica, così come considerata dalle formulazioni kantiane in poi (senza però dimenticare qualche riflessione anteriore fra Querelle, classicisti e romantici). <br />La successione di
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Buon manuale per accostarsi alla disciplina: secondo criterio cronologico esamina i principali esponenti dell'estetica, così come considerata dalle formulazioni kantiane in poi (senza però dimenticare qualche riflessione anteriore fra Querelle, classicisti e romantici). <br />La successione di pensatori rischia di far perdere un poco di vista i legami e le influenze fra le rispettive posizioni, nonostante i tentativi di ricostruire le parentele filosofiche. D'altro canto riesce generalmente a non eccedere nel concentrarsi sull'uno o sull'altro filosofo, evitando approfondimenti che possano davvero far smarrire il filo delle argomentazioni principali.<br />Nonostante il manuale risulti assai più scorrevole e ricco a chi abbia almeno un'infarinatura del "discorso sul bello" fin dall'antichità, é di facile comprensione anche senza una conoscenza profonda d'ogni pensatore citato, in quanto s'assume l'onere di tratteggiarne, con chiarezza e sintesi, il sistema filosofico dove collocare la specifica riflessione estetica.
Ho cominciato questa lettura con alte aspettative. Il ricordo - forse idealizzato? - delle meraviglie de "I figli della mezzanotte" e "La terra sotto i suoi piedi" mi ha fatto scorrere con una certa perplessità la prima delle sezioni di cui si compone il libro. Non ho ritrovato, in principio, il ton
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Ho cominciato questa lettura con alte aspettative. Il ricordo - forse idealizzato? - delle meraviglie de "I figli della mezzanotte" e "La terra sotto i suoi piedi" mi ha fatto scorrere con una certa perplessità la prima delle sezioni di cui si compone il libro. Non ho ritrovato, in principio, il tono con cui Rushdie sa mescolare il mito al reale, traendo dagli accostamenti effetti appassionati e crudeli, nonostante non mancasse di elementi di partenza più che fertili: l'amore, il delitto, il tradimento, il Kashmir. Ho cominciato a temere che proprio l'urgenza con cui é affrontato quest'ultimo argomento, l'affiorare della questione politica e religiosa della contesa fra India e Pakistan, avesse reso opaca la scrittura di Rushdie, rendendone affettati i virtuosismi. Ma con l'inaugurarsi delle altre sezioni e lo spostarsi dell'attenzione su altre prospettive - altre storie nella stessa storia - sono tornata a gustare quel che già avevo apprezzato in altri lavori dello scrittore: la capacità di dar vita ad un brulichio di personaggi e muoverli secondo drammatiche predestinazioni, come in un mito che non possa conoscere altro esito. Peccato che il finale sia contaminato dalla stessa stanchezza dell'esordio, a dispetto di uno svolgimento tanto intenso.
Decisamente non all'altezza del Baricco precedente, perde spontaneità per trasformarsi in caricatura di se stesso. </p><p>Deludente, tanto più perché proveniente da un autore che sa raggiungere ben altre altitudini.
Non avevo mai letto alcunché di Carofiglio prima di questo "Né qui né altrove" e senza dubbio la lettura gli ha guadagnato un'altra possibilità. Scrittura scorrevole e non pretenziosa, per un libriccino le cui dimensioni ridotte aiutano a non perdersi troppo nelle digressioni che l'autore dedic
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Non avevo mai letto alcunché di Carofiglio prima di questo "Né qui né altrove" e senza dubbio la lettura gli ha guadagnato un'altra possibilità. Scrittura scorrevole e non pretenziosa, per un libriccino le cui dimensioni ridotte aiutano a non perdersi troppo nelle digressioni che l'autore dedica a Bari, vera protagonista a discapito delle storie dei personaggi. Che questi siano giusto un pretesto per celebrare la città, la sua gente, chi la lascia e chi vi rimane, chi la ricorda e chi la sogna, é più che evidente. Una narrazione che non dispiace né cattura del tutto, forse perché Bari non l'ho mai visitata e certi colori rimangono intrappolati nella scrittura, lasciando un po' disorientati ed esclusi dalla partecipazione con cui Carofiglio la rievoca.
I temi che tenta di affrontare - affrontare e non risolvere - sono tanti, forse troppi: l'amore, il bisogno d'amore, la solitudine, l'esilio politico, la ribellione, il fondamentalismo, ateismo e laicità, l'attesa, la neve. E fra tutti corre il filo del confronto fra mondo occidentale e mondo islami
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I temi che tenta di affrontare - affrontare e non risolvere - sono tanti, forse troppi: l'amore, il bisogno d'amore, la solitudine, l'esilio politico, la ribellione, il fondamentalismo, ateismo e laicità, l'attesa, la neve. E fra tutti corre il filo del confronto fra mondo occidentale e mondo islamico. Il libro risulta quindi denso, ricco di spunti su cui riflettere, ma talvolta costruisce questi spunti in maniera troppo artificiosa, sacrificando alla speculazione il gusto della narrazione. Di conseguenza, se inizio e fine del libro attraggono inevitabilmente nell'atmosfera allucinata del confine (geografico e psicologico), la parte centrale rischia d'esser lenta ed affettata.
Da leggere, comunque, anche se non mi pare essere il miglior libro di Pahmuk.
Storia dell'estetica moderna
Buon manuale per accostarsi alla disciplina: secondo criterio cronologico esamina i principali esponenti dell'estetica, così come considerata dalle formulazioni kantiane in poi (senza però dimenticare qualche riflessione anteriore fra Querelle, classicisti e romantici). <br />La successione di ... (continue)
Buon manuale per accostarsi alla disciplina: secondo criterio cronologico esamina i principali esponenti dell'estetica, così come considerata dalle formulazioni kantiane in poi (senza però dimenticare qualche riflessione anteriore fra Querelle, classicisti e romantici). <br />La successione di pensatori rischia di far perdere un poco di vista i legami e le influenze fra le rispettive posizioni, nonostante i tentativi di ricostruire le parentele filosofiche. D'altro canto riesce generalmente a non eccedere nel concentrarsi sull'uno o sull'altro filosofo, evitando approfondimenti che possano davvero far smarrire il filo delle argomentazioni principali.<br />Nonostante il manuale risulti assai più scorrevole e ricco a chi abbia almeno un'infarinatura del "discorso sul bello" fin dall'antichità, é di facile comprensione anche senza una conoscenza profonda d'ogni pensatore citato, in quanto s'assume l'onere di tratteggiarne, con chiarezza e sintesi, il sistema filosofico dove collocare la specifica riflessione estetica.
Shalimar il clown
Ho cominciato questa lettura con alte aspettative. Il ricordo - forse idealizzato? - delle meraviglie de "I figli della mezzanotte" e "La terra sotto i suoi piedi" mi ha fatto scorrere con una certa perplessità la prima delle sezioni di cui si compone il libro. Non ho ritrovato, in principio, il ton ... (continue)
Ho cominciato questa lettura con alte aspettative. Il ricordo - forse idealizzato? - delle meraviglie de "I figli della mezzanotte" e "La terra sotto i suoi piedi" mi ha fatto scorrere con una certa perplessità la prima delle sezioni di cui si compone il libro. Non ho ritrovato, in principio, il tono con cui Rushdie sa mescolare il mito al reale, traendo dagli accostamenti effetti appassionati e crudeli, nonostante non mancasse di elementi di partenza più che fertili: l'amore, il delitto, il tradimento, il Kashmir. Ho cominciato a temere che proprio l'urgenza con cui é affrontato quest'ultimo argomento, l'affiorare della questione politica e religiosa della contesa fra India e Pakistan, avesse reso opaca la scrittura di Rushdie, rendendone affettati i virtuosismi.
Ma con l'inaugurarsi delle altre sezioni e lo spostarsi dell'attenzione su altre prospettive - altre storie nella stessa storia - sono tornata a gustare quel che già avevo apprezzato in altri lavori dello scrittore: la capacità di dar vita ad un brulichio di personaggi e muoverli secondo drammatiche predestinazioni, come in un mito che non possa conoscere altro esito.
Peccato che il finale sia contaminato dalla stessa stanchezza dell'esordio, a dispetto di uno svolgimento tanto intenso.
Senza sangue
Decisamente non all'altezza del Baricco precedente, perde spontaneità per trasformarsi in caricatura di se stesso. </p><p>Deludente, tanto più perché proveniente da un autore che sa raggiungere ben altre altitudini.
Né qui né altrove
Non avevo mai letto alcunché di Carofiglio prima di questo "Né qui né altrove" e senza dubbio la lettura gli ha guadagnato un'altra possibilità.continue)
Scrittura scorrevole e non pretenziosa, per un libriccino le cui dimensioni ridotte aiutano a non perdersi troppo nelle digressioni che l'autore dedic ... (
Non avevo mai letto alcunché di Carofiglio prima di questo "Né qui né altrove" e senza dubbio la lettura gli ha guadagnato un'altra possibilità.
Scrittura scorrevole e non pretenziosa, per un libriccino le cui dimensioni ridotte aiutano a non perdersi troppo nelle digressioni che l'autore dedica a Bari, vera protagonista a discapito delle storie dei personaggi. Che questi siano giusto un pretesto per celebrare la città, la sua gente, chi la lascia e chi vi rimane, chi la ricorda e chi la sogna, é più che evidente.
Una narrazione che non dispiace né cattura del tutto, forse perché Bari non l'ho mai visitata e certi colori rimangono intrappolati nella scrittura, lasciando un po' disorientati ed esclusi dalla partecipazione con cui Carofiglio la rievoca.
Neve
I temi che tenta di affrontare - affrontare e non risolvere - sono tanti, forse troppi: l'amore, il bisogno d'amore, la solitudine, l'esilio politico, la ribellione, il fondamentalismo, ateismo e laicità, l'attesa, la neve. E fra tutti corre il filo del confronto fra mondo occidentale e mondo islami ... (continue)
I temi che tenta di affrontare - affrontare e non risolvere - sono tanti, forse troppi: l'amore, il bisogno d'amore, la solitudine, l'esilio politico, la ribellione, il fondamentalismo, ateismo e laicità, l'attesa, la neve. E fra tutti corre il filo del confronto fra mondo occidentale e mondo islamico.
Il libro risulta quindi denso, ricco di spunti su cui riflettere, ma talvolta costruisce questi spunti in maniera troppo artificiosa, sacrificando alla speculazione il gusto della narrazione.
Di conseguenza, se inizio e fine del libro attraggono inevitabilmente nell'atmosfera allucinata del confine (geografico e psicologico), la parte centrale rischia d'esser lenta ed affettata.
Da leggere, comunque, anche se non mi pare essere il miglior libro di Pahmuk.