simpatici raccontini fantawestern, lo stile è buono ma ogni tanto un po' sempliciotto; le idee non mancano, ma non riescono a mordere fino in fondo; poteva essere meglio, ma rimane una buona lettura diversiva e a suo modo originale; diciamo che l'autore ancora un po' di esercizio dovrà ben farlo...
Rileggendo l'incipit mi accorgo che il libro era già lì, nelle prime righe. Dove il dolore, la morte, la sofferenza sono presentate come parte integrante dell'esistenza.
Fra i ricordi diretti e indiretti di una patria lontana e forse scomparsa nel sangue e le peripezie di un presente che non
... (continue)
Rileggendo l'incipit mi accorgo che il libro era già lì, nelle prime righe. Dove il dolore, la morte, la sofferenza sono presentate come parte integrante dell'esistenza.
Fra i ricordi diretti e indiretti di una patria lontana e forse scomparsa nel sangue e le peripezie di un presente che non prometteva futuro. Dalla vecchia Stazione Termini puzzolente di piscio alle distibuzioni quasi notturne dei pacchi della Caritas in Trastevere, insieme a bellissime e nonostante tutto ancora aristocratiche donne somale avvolte in colorate stoffe.
Con le storie di un padre tombeur de femmes e di una madre che meriterebbe davvero l'appellativo di madre Coraggio.
La sora Igiaba racconta la sua Roma, quella disegnata con Mogadiscio nella testa, ma senza cedere alla lacrima, all'autocommiserazione; neanche quando, così en passant, accenna ai compagni di scuola che dicevano cose terribili sul colore della sua pelle; ma detta così, come raccontando di un acquazzone fastidioso. Per tutta la lettura, l'unica immagine che resiste è il sorriso di copertina di questa ragazza che in culo... pardon, chiedo scusa per la caduta di tono, volevo dire alla faccia delle jene del corno d'Africa e di quelle forse più schifose e umanoidi dei sette colli è diventata scrittrice (ormai neanche più promettente, ma a tutto titolo) e giornalista.
Purtroppo, le jene che dovrebbero leggere questo libro, non lo capirebbero neanche. Forse non sono neanche in grado di leggere qualcosa di più complesso di uno slogan.
che dire? la noia ha vinto verso l'ottantina di pagine, e ho pure cercato di sforzarmi e resitere nella lettura. se questo romanzo ha vinto il premio hugo, c'è poco da stare allegri...
Racconti e immagini, che vanno "al di là" della fantascienza pura e semplice. C'è la fantascienza, c'è l'umorismo, c'è l'horror, c'è anche un pizzico di filosofia... Uno dei libri che ogni tanto rileggo, rimanendo sempre affascinato dalla poesia di Bradbury.
Six Shots
simpatici raccontini fantawestern, lo stile è buono ma ogni tanto un po' sempliciotto; le idee non mancano, ma non riescono a mordere fino in fondo; poteva essere meglio, ma rimane una buona lettura diversiva e a suo modo originale; diciamo che l'autore ancora un po' di esercizio dovrà ben farlo...
La mia casa è dove sono
Rileggendo l'incipit mi accorgo che il libro era già lì, nelle prime righe. Dove il dolore, la morte, la sofferenza sono presentate come parte integrante dell'esistenza.
Fra i ricordi diretti e indiretti di una patria lontana e forse scomparsa nel sangue e le peripezie di un presente che non ... (continue)
Rileggendo l'incipit mi accorgo che il libro era già lì, nelle prime righe. Dove il dolore, la morte, la sofferenza sono presentate come parte integrante dell'esistenza.
Fra i ricordi diretti e indiretti di una patria lontana e forse scomparsa nel sangue e le peripezie di un presente che non prometteva futuro. Dalla vecchia Stazione Termini puzzolente di piscio alle distibuzioni quasi notturne dei pacchi della Caritas in Trastevere, insieme a bellissime e nonostante tutto ancora aristocratiche donne somale avvolte in colorate stoffe.
Con le storie di un padre tombeur de femmes e di una madre che meriterebbe davvero l'appellativo di madre Coraggio.
La sora Igiaba racconta la sua Roma, quella disegnata con Mogadiscio nella testa, ma senza cedere alla lacrima, all'autocommiserazione; neanche quando, così en passant, accenna ai compagni di scuola che dicevano cose terribili sul colore della sua pelle; ma detta così, come raccontando di un acquazzone fastidioso. Per tutta la lettura, l'unica immagine che resiste è il sorriso di copertina di questa ragazza che in culo... pardon, chiedo scusa per la caduta di tono, volevo dire alla faccia delle jene del corno d'Africa e di quelle forse più schifose e umanoidi dei sette colli è diventata scrittrice (ormai neanche più promettente, ma a tutto titolo) e giornalista.
Purtroppo, le jene che dovrebbero leggere questo libro, non lo capirebbero neanche. Forse non sono neanche in grado di leggere qualcosa di più complesso di uno slogan.
http://topometallo.wordpress.com/2010/10/21/letture-la-…
Rollback
mi scuso per la pigrizia, l'ho scritta nel mio blog
http://wp.me/pf5Kb-144
Alla fine dell'arcobaleno
che dire? la noia ha vinto verso l'ottantina di pagine, e ho pure cercato di sforzarmi e resitere nella lettura. se questo romanzo ha vinto il premio hugo, c'è poco da stare allegri...
Cronache marziane
Racconti e immagini, che vanno "al di là" della fantascienza pura e semplice. C'è la fantascienza, c'è l'umorismo, c'è l'horror, c'è anche un pizzico di filosofia... Uno dei libri che ogni tanto rileggo, rimanendo sempre affascinato dalla poesia di Bradbury.