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By Kathy Reichs -
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«Non è il mio genere» cit. da chiunque -
Con calma e senza spingere la recensione la scrivo, eh. Dico, sono passati mesi da quando l'ho finito, questo "La voce delle ossa" di Kathy Reichs. E però tra una cosa e l'altra il tempo di mettermi qua a scrivere qualche riga non l'ho mica trovato. Anche perché, mi sono detta, vuoi sc ... (
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Oct 18, 2012 |
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Il più grande uomo scimmia del Pleistocene
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Ci ho messo nove anni -
Il primo giorno delle superiori per le prime tre ore in aula ci sarebbe stata la professoressa d'italiano. Me la immaginavo grassa, vecchia e foruncolosa, perché il liceo uno se lo figura brutto in tutti i suoi aspetti. Quando entrò in classe lei stentavo a credere ai miei occhi. Era una donna picco ... (
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Mar 20, 2012 |
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I Malavoglia
Quando nasci in Sicilia sai che ci saranno delle cose che ti porterai dietro per tutto il tempo che passerai seduto a un banco a tentare di imparare qualcosa. Sai, per esempio, che sin dalle elementari le maestre ti spiegheranno fino alla nausea quant'era figa la Grecia, perché ci sono stati degli a ... (continue)
Quando nasci in Sicilia sai che ci saranno delle cose che ti porterai dietro per tutto il tempo che passerai seduto a un banco a tentare di imparare qualcosa. Sai, per esempio, che sin dalle elementari le maestre ti spiegheranno fino alla nausea quant'era figa la Grecia, perché ci sono stati degli anni in cui invece di essere siciliano saresti stato greco. Sai che la storia di Ulisse e Polifemo inizierà sempre dalla fine, cioè dalla spiegazione sull'origine dei faraglioni di Aci Trezza: ti diranno che il terribile ciclope - ormai accecato - ha preso dei pezzi di roccia dal posto in cui aveva la sua grotta e li ha lanciati in mare, contro l'ingegnoso Ulisse (senza beccarlo una sola volta). Sai che, per quanto tu possa incontrare i professori più preparati del mondo, nessun autore avrà mai per te la stessa dignità letteraria di Luigi Pirandello, Tomasi Di Lampedusa e Giovanni Verga (ma pure, sebbene in misura minore, Federico De Roberto, Mario Rapisardi, Luigi Capuana, Ercole Patti, Giuseppe Bonaviri, Vincenzo Consolo, Sebastiano Addamo e molti altri).
Tipo, alle superiori un anno sono stata mandata in pellegrinaggio ad Agrigento. Ero stata scelta per un progetto di approfondimento, avevo passato per mesi i miei pomeriggi a scuola, a studiare novelle e spettacoli teatrali del buon Luigino. C'è stato un momento in cui conoscevo a menadito la differenza tra «Il figlio cambiato», «La favola del figlio cambiato» e «L'altro figlio». Non confondevo i testi neanche per un attimo, li citavo in scioltezza, neanche li avessi scritti io mezz'ora prima. Avevo argomenti e aneddoti su ogni decennio della vita del celeberrimo, conoscevo meglio lui di mio fratello. E il suo naso, signori miei, pendeva a destra.
La volta che ho letto per la prima volta «Il Gattopardo» mia madre era tutta orgogliosa. Me l'aveva comprato in edizione universale economica Feltrinelli, e in copertina c'era la scena del ballo nel film di Luchino Visconti. Pagina dopo pagina, mi accorgevo di una cosa: Tomasi Di Lampedusa è in assoluto l'autore più citato dai siciliani. Una cosa da guinness dei primati. Una roba da fare invidia a Oscar Wilde e a Jim Morrison. Chiunque, anche se sta discutendo del prezzo delle arance col fruttivendolo, a un certo punto dirà: «Bisogna che tutto cambi affinché tutto resti com'è». E poco importa se Tancredi, nel romanzo, non dice proprio quelle parole là. Il senso è salvo, lo sfoggio di cultura umanistica anche.
Giovanni Verga, catanese come io sono catanese, infine, nelle scuole etnee è considerato come la «Divina commedia». La prima volta che ho visto una rappresentazione teatrale di «Cavalleria rusticana» ero alle elementari. E spiegatelo voi, a una ragazzina delle elementari, cosa sono il tradimento, la vendetta e le schioppettate. In prima media è stato il turno di «Mastro don Gesualdo», in seconda media la lettura privilegiata era la novella «Libertà» (sì, quella della gente che se la prende coi cappelli), infine, in terza, «I Malavoglia».
Alle scuole superiori poi il giro ricomincia. Io che ho scelto il liceo classico mi sono condannata a una vita di approfondimenti, ricerche, citazioni e lezioni extra sul vangelo secondo Verga.
Quando credi che sia quasi finita, quando sei all'ultimo anno e ancora non hai la percezione che pure all'università te li porterai dietro, capita che incroci una professoressa a cui Giovanni Verga piace veramente. Lei sta in classe, spiega, poi prende «I Malavoglia» lo apre all'ultima pagina e comincia a leggere dell'«addio» di 'Ntoni. E quando ha finito, ha un groppo alla gola e tu pure.
Ho letto quell'ultima pagina centinaia di volte. Ci sono i sassi della strada vecchia della Trezza, che un tempo erano stati numerosi quanto i Malavoglia. C'è il cane che abbaia dietro l'uscio chiuso della casa del nespolo appena riconquistata. C'è la piazza che neanche si vedono, buio com'è, gli scalini e la chiesa. E poi c'è il mare, che a 'Ntoni «gli brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai fariglioni, perché il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole, anzi ad Aci Trezza ha un modo tutto suo di brontolare, e si riconosce subito al gorgogliare che fa tra quegli scogli nei quali si rompe, e par la voce di un amico». Io a «e par la voce di un amico» piango già da venti minuti.
Ogni volta che uno dice «verismo» pensa che le cose siano raccontate schiette e sincere così come sono. Pensa alla «roba» che parla, pensa alle dita impastate di calcina di mastro don Gesualdo, pensa alla pelle scurita dal sole, pensa a padron 'Ntoni con quella sua fissazione che le mani funzionano se le cinque dita s'aiutano l'un l'altra. Pensa a cose povere. E pensa che la lirica stia da un'altra parte. E forse non le ha mai lette come si deve quelle stelle che ammiccano più forte, al posto degli occhi che brillano d'amore di Mena e compare Alfio. Forse non ha fatto caso ai pulcini attaccati alle gonne della Nunziata. O al cuscino bagnato della Longa. Forse non s'è mai fermato a leggere e rileggere quel passo sul mare di Aci Trezza che s'infrange tra gli scogli, e «che s'era fatto amaranto, tutto seminato di barche che avevano cominciato la loro giornata anche loro».