«Il primo reportage, spiegato e obiettivo, sullo stato disastroso della scuola, dell'università e della ricerca in Italia»: descrizione a caratteri bianchi su copertina rossa. Accanto, una foto
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«Il primo reportage, spiegato e obiettivo, sullo stato disastroso della scuola, dell'università e della ricerca in Italia»: descrizione a caratteri bianchi su copertina rossa. Accanto, una fotografia di Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione. Sorride il ministro, nello scatto, stringendo le spalle di una bambina.
Si presenta così la copertina di "Un taglio al futuro", l'inchiesta di Sebastiano Gulisano, giornalista e scrittore, sulle prospettive che si aprono per le istituzioni scolastiche e universitarie in Italia dopo la riforma messa in atto dal MIUR, di concerto con il Ministero delle Finanze retto da Giulio Tremonti.
È la «scuola della calcolatrice», quella di cui parla Gulisano. Eppure, nel suo libro, non sono i numeri a farla da padrone: sono i volti, le storie, le persone.
C'è il preside della scuola di Palermo, che deve pagare di tasca sua le cisterne per l'acqua, ché sennò i bagni restano senza. C'è la collaboratrice scolastica che non viene più pagata per quello, però lo accompagna lo stesso, il piccolo A., in bagno. C'è la madre che si domanda come si potrà pagare il pizzo se, prima o poi, si riuscisse ad ottenere un edificio confiscato alla mafia per farne la sede di un'associazione e garantire del lavoro per qualcuno.
E c'è anche Norman Zarcone, il ricercatore dell'Università degli Studi di Palermo morto suicida lo scorso anno: «Considerati i drastici tagli operati da Tremonti e Gelmini, forse Norman ha pensato di non avercelo proprio un futuro, visto che la sua specializzazione (Filosofia della Conoscenza e della Comunicazione, ndr) non è certo di quelle appetibili per il mercato del lavoro privato».
Sì, perché questo è un altro degli aspetti della riforma Gelmini che viene messo alla berlina da Gulisano: la possibilità che un ente pubblico finalizzato alla formazione dei cittadini diventi a partecipazione privata. E poco ha a che vedere la formazione con il mercato. Eccetto che in alcuni casi, come quelli di ambito creativo.
«Entrando nei dettagli, scopriamo che accorpare licei artistici e istituti d'arte ha procurato tanti di quei danni reali alle scuole e all'economia di alcuni territori, che solo chi è completamente digiuno d'istruzione poteva non valutare», si legge nel volume. E si prosegue, citando Wikipedia: «I laboratori degli istituti d'arte sono diversi per ogni singola scuola. Essi nascono a seconda delle vicende artigianali che i singoli territori dove nascono gli istituti hanno avuto».
Come si evince dagli estratti, "Un taglio al futuro" è un libro narrativo, più che analitico: un grande pregio e, contemporaneamente, un grosso difetto.
Nota sull'autrice: «Viola Di Grado ha ventitré anni. È nata a Catania, si è laureata in lingue orientali a Torino e studia a Londra. Questo è il suo primo romanzo». "Settanta acrilico trenta lana" finisce così; non dico la storia, parlo proprio del libro, l'oggetto, quelli fatto di pagine e inchiostro. La più classica delle note sugli autori, in questo caso, riassume alla perfezione tutti i pregiudizi che avevo prima di cominciare a leggere.
Il primo è relativo al fatto che nell'ultimo decennio tutte le scrittrici catanesi emerse dal limbo delle piccole case editrici hanno un solo nome, Melissa Panarello, e no, i suoi libri non li comprerei neanche costassero un euro in fotocopia.
Il secondo riguarda la laurea conseguita: lingue orientali. «Ecco, l'ennesimo volume infarcito di filosofia zen e Banana Yoshimoto», pensavo.
Il terzo pregiudizio aveva a che fare col cognome, Di Grado. Antonio Di Grado, il padre dell'autrice, è docente universitario di letteratura italiana, è uno che di scrittura ne capisce, che editori ne conosce e che magari aveva tanta voglia di aiutare la figlia a realizzare il sogno di riscrivere "Kitchen", con altrettanto successo.
Per farla breve: Viola Di Grado l'avevo bollata come una ragazzina troppo giovane per mettersi a fare la scrittrice, con velleità filosofeggianti e una buona raccomandazione alle spalle. Il libro l'ho comprato pensando di veder confermati tutti i miei preconcetti, sicura che avrei avuto ragione.
Invece, pagina dopo pagina, Viola mi smentiva, mi dimostrava che sì, è un po' acerba, forse a volte ridondante, ma brava. Brava davvero.
La storia di Camelia Mega è atipica, ha il sapore della novità: la vedi, la protagonista, muoversi per Leeds, riconoscere l'accento scozzese del tatuatore, vestire e lavare la madre forzatamente muta da anni, disperarsi per ogni polaroid che ritrae un buco. E la vedi toccare gli abiti e riconoscere quell'acrilico che fa sudare, di pessima qualità, coi colori allegri e, soprattutto, con le maniche mutilate: erano difettosi, e per quello Wen li aveva buttati nel cassonetto dal quale Camelia li aveva resuscitati.
Wen è il proprietario cinese di un negozio di vestiti a piche traverse da Christopher Road, la via che inghiotte la bellezza dove la giovane signorina Mega vive, si muove, impara gli ideogrammi, consuma il suo amore per Wen e traduce manuali di istruzioni per le italianissime lavatrici Gagliardi.
"Settanta acrilico trenta lana" inizia e finisce nell'anno zero, e racconta quello che succede a una ventenne a cui hanno comunicato, nell'anno meno tre, che il padre giornalista, Stefano Mega, era rimasto ucciso in un incidente d'auto assieme alla sua amante.
È una storia nuova, un bel libro, un esordio brillante. Che fa venire parecchio dispiacere per averlo giudicato così male all'inizio.
«Tra il dire e il fare non c'è più di mezzo il mare»
«Vediamo "La leggenda del pianista sull'oceano"?» «Dicono che faccia piangere» «No, dai, se non l'hai mai visto devi vederlo». Ci siamo messi sotto le coperte, e abbiamo fatto partire il film, io e quell'uomo di cui all'epoca ero follemente innamorata. Entrambi avevamo una grande passione per Baricc
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«Vediamo "La leggenda del pianista sull'oceano"?» «Dicono che faccia piangere» «No, dai, se non l'hai mai visto devi vederlo». Ci siamo messi sotto le coperte, e abbiamo fatto partire il film, io e quell'uomo di cui all'epoca ero follemente innamorata. Entrambi avevamo una grande passione per Baricco, una stima profonda per uno scrittore di cui avevamo imparato a memoria, senza volerlo, stralci di romanzi che descrivevano alla perfezione alcune nostre velleità.
Sapere che "La leggenda del pianista sull'oceano" era tratto da "Novecento" me l'ha subito reso un film adorabile. Poi era bello sul serio, e allora vabbè.
Io "Novecento" non l'ho mai voluto comprare. Lo leggevo in libreria, a pezzi, perché credevo di non voler avere più niente a che fare con tutto quello che mi ricordava quell'uomo che amavo follemente e che mi aveva fatto scoprire un film bellissimo e commovente. Eppure non me ne staccavo del tutto, ascoltavo per ore - consecutivamente - quel brano dei Cappello a Cilindro (http://www.youtube.com/watch?v=H3wcc9094pU) in cui si cita la parte del quadro che non ne può più e cade, e chissà cosa gli passa per la testa.
Poi, con il tempo, come con tutte le cose che appartengono al passato delle emozioni e dei sentimenti, l'ho dimenticato: il film, la canzone, il libro, l'amore. Non ci pensavo alla mia lacuna, non era un problema non aver letto "Novecento". Finché un giorno, su aNobii (qui, proprio qui), qualcuno mi scrisse che aveva letto quel titolo nella mia wishlist, che ne aveva una copia in più e che me l'avrebbe spedito ben volentieri. L'ha fatto, me l'ha spedito, e io lo ringrazio molto.
"Novecento" è un gran bel pezzo di letteratura, porca miseria. Cioè, uno non lo crede mica che un monologo possa essere così entusiasmante, invece lo è, dannatamente. La storia del pianista che doma le onde e gli uomini con la sua musica che nasce da dentro, con le sue note che non esistono, è costruita in maniera impeccabile. Baricco mette insieme una favola e ti ci fa credere, ti fa immaginare che sia davvero possibile che qualcuno non scenda mai da una nave e viva tutta una vita senza sapere com'è mettere i piedi a terra. La scrittura, poi, è diversa da quella solita di Baricco, che annienta virgole e punti fermi, e mette insieme periodi che possono sembrare inconcludenti ma c'hanno un mondo dietro. La scrittura che Baricco usa in questo volumetto, probabilmente per adattarsi al teatro, è lineare, semplice, e questo le dona un quid in più. Sembrerà paradossale, ma la cifra caratteristica delle poche pagine che compongono questo testo è proprio la sua normalità. Ti dà l'impressione che chiunque altro avrebbe potuto mettere insieme frasi così facili e costruire una storiella irreale, salvo poi farti ricredere e farti pensare, quasi a voce altra, che nessun altro ci sarebbe riuscito, che il talento sta proprio in questo.
"Novecento" lo si legge in un paio d'ore. E non lo si scorda per anni.
Dice che la gente si mette a scrivere recensioni su Shakespeare. No, ma vi sembra modo? Quello ha fatto tutto quello che ha fatto, ha detto tutto quello che ha detto, ha scritto tutto quello che ha scritto, e c'è ancora gente che si arroga il diritto di scrivere se le sue robe sono belle o brutte. M
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Dice che la gente si mette a scrivere recensioni su Shakespeare. No, ma vi sembra modo? Quello ha fatto tutto quello che ha fatto, ha detto tutto quello che ha detto, ha scritto tutto quello che ha scritto, e c'è ancora gente che si arroga il diritto di scrivere se le sue robe sono belle o brutte. Ma che mondo! Ma che inciviltà! Ma che assurdo senso di ciò che si può e non si può!
"Misura per misura", tipo. Che gli puoi dire a "Misura per misura"? Bene, bravo, bis.
Una commedia col lieto fine, un gioco delle parti sopraffino, una storia d'amore, di dignità, di lussuria e di svariate altre cose che non mi vengono in mente anche se il libro l'ho appena finito. Grande simpatia al Duca/Prete, grande antipatia per Angelo/Vicario, sguardo bonario per Escalo, per Claudio e, soprattutto, per Isabella e il Bargello. Grandissima voglia di dargli una mazzata sulle gengive a Lucio, che mi somiglia incredibilmente a uno che m'hanno presentato una sera e che avrei voluto ammazzarlo seduta stante, dopo che ha detto tre parole, tre.
Lo premetto: nutro una grande passione per i romanzi a sfondo storico, quelli che ti raccontano il perché e il come di un momento, senza ambire a fare del loro libro un manuale accademico. L'Unità d'Italia vista dalla Sicilia, poi, è un argomento che mi affascina tantissimo, probabilmente perché le
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Lo premetto: nutro una grande passione per i romanzi a sfondo storico, quelli che ti raccontano il perché e il come di un momento, senza ambire a fare del loro libro un manuale accademico. L'Unità d'Italia vista dalla Sicilia, poi, è un argomento che mi affascina tantissimo, probabilmente perché le storie di rivoluzioni e passioni popolari mi fanno l'effetto del caffè al mattino, mi mettono addosso una gran voglia di fare o un sacco di nausea, dipende se è buono.
Tipo: Verga. Voi avete presente quant'è figo Verga quando racconta la "Libertà" in quella celebre novella? E Tomasi Di Lampedusa? No, dico, Tomasi Di Lampedusa l'avete presente, no? Io ero innamoratissima di Manfredi, nel "Gattopardo". Sospiravo proprio. Non si potrebbe dire nulla di simile per la roba di Ercole Patti e Sebastiano Addamo, ma se vogliamo citarli citiamoli pure, nessun problema. Ecco, l'abbiamo fatto, passiamo oltre.
Passiamo a Vincenzo Consolo. Dopo "Retablo", m'è toccato questo "Il sorriso dell'ignoto marinaio", che ho affrontato come si affrontano le torture. Un po' perché "Retablo" mi aveva proprio fatto cagare, un po' perché mi tocca studiarlo per un esame all'università, quindi immaginate la mia gioia. Fatto sta che... Niente. Proprio niente. Consolo, nella lettera che postpone al romanzo, dice che l'hanno definito un "Antigattopardo". Mi pare un po' sparare alto, ché se "Il Gattopardo" è famoso in tutto il mondo e "Il sorriso dell'ignoto marinaio" se lo filano giusto in quattro un motivo c'è. Ma Consolo prosegue, dice che lui voleva superare quei "romanzi dominati dall'autore" che "escludevano le voci dei margini". E Giovanni Verga, diolobenedica? Inoltre, e questa è la cosa che più mi perplime: ma questi margini di cui nel libro quali sarebbero? Il protagonista è un uomo ricco, nobile e colto, simpatizzante della rivoluzione, che si porta la testa per tutto il tempo col fatto che vuole catalogare le lumache di Sicilia per una sua enciclopedia personale. Che c'ha di marginale questo tizio? Si tratta di un mecenate pieno di soldi, dove sta il suo bisogno di essere raccontato fuor di metafora? Poi, per carità, nel libro la rivolta di Cefalù e quella di Alcara Li Fusi sono descritte bene. E pure Lipari e le altre ambientazioni hanno il loro perché. Ma da qua al gridare al capolavoro, signoramia. Romanzo caruccio, che per il fatto di citare documenti originali e fonti di prima mano si è meritato un voto in più. Ma da un amico di Leonardo Sciascia (perché Consolo era amico di Leonardo Sciascia) che pubblicava reportage su "L'Ora" (perché Consolo pubblicava reportage su "L'Ora") che sappia fare una buona ricerca è il minimo che mi aspetto.
Insomma, per riprendere il filo: bene la seconda metà dell'Ottocento, bene la Sicilia arsa dal sole, zappata dai contadini e ammazzata dai nobili, bene l'Unità d'Italia da fare e le cospirazioni da pensare, bene tutta quella roba che lo rende un libro di quelli che mi piace leggere per farmi una cultura sui tempi che furono, oltre i libri di storia, ça va sans dire. Male la lingua, artificiosa e ampollosa e di maniera e complessa, male la struttura un filino più contorta del gradito. Due elementi, questi, che da soli quasi annullano tutti gli altri.
Un taglio al futuro
(Recensione pubblicata qui: http://www.step1.it/index.php?id=6869-se-la-gelmini-rif…
«Il primo reportage, spiegato e obiettivo, sullo stato disastroso della scuola, dell'università e della ricerca in Italia»: descrizione a caratteri bianchi su copertina rossa. Accanto, una foto ... (continue)
(Recensione pubblicata qui: http://www.step1.it/index.php?id=6869-se-la-gelmini-rif…
«Il primo reportage, spiegato e obiettivo, sullo stato disastroso della scuola, dell'università e della ricerca in Italia»: descrizione a caratteri bianchi su copertina rossa. Accanto, una fotografia di Mariastella Gelmini, ministro dell'Istruzione. Sorride il ministro, nello scatto, stringendo le spalle di una bambina.
Si presenta così la copertina di "Un taglio al futuro", l'inchiesta di Sebastiano Gulisano, giornalista e scrittore, sulle prospettive che si aprono per le istituzioni scolastiche e universitarie in Italia dopo la riforma messa in atto dal MIUR, di concerto con il Ministero delle Finanze retto da Giulio Tremonti.
È la «scuola della calcolatrice», quella di cui parla Gulisano. Eppure, nel suo libro, non sono i numeri a farla da padrone: sono i volti, le storie, le persone.
C'è il preside della scuola di Palermo, che deve pagare di tasca sua le cisterne per l'acqua, ché sennò i bagni restano senza. C'è la collaboratrice scolastica che non viene più pagata per quello, però lo accompagna lo stesso, il piccolo A., in bagno. C'è la madre che si domanda come si potrà pagare il pizzo se, prima o poi, si riuscisse ad ottenere un edificio confiscato alla mafia per farne la sede di un'associazione e garantire del lavoro per qualcuno.
E c'è anche Norman Zarcone, il ricercatore dell'Università degli Studi di Palermo morto suicida lo scorso anno: «Considerati i drastici tagli operati da Tremonti e Gelmini, forse Norman ha pensato di non avercelo proprio un futuro, visto che la sua specializzazione (Filosofia della Conoscenza e della Comunicazione, ndr) non è certo di quelle appetibili per il mercato del lavoro privato».
Sì, perché questo è un altro degli aspetti della riforma Gelmini che viene messo alla berlina da Gulisano: la possibilità che un ente pubblico finalizzato alla formazione dei cittadini diventi a partecipazione privata. E poco ha a che vedere la formazione con il mercato. Eccetto che in alcuni casi, come quelli di ambito creativo.
«Entrando nei dettagli, scopriamo che accorpare licei artistici e istituti d'arte ha procurato tanti di quei danni reali alle scuole e all'economia di alcuni territori, che solo chi è completamente digiuno d'istruzione poteva non valutare», si legge nel volume. E si prosegue, citando Wikipedia: «I laboratori degli istituti d'arte sono diversi per ogni singola scuola. Essi nascono a seconda delle vicende artigianali che i singoli territori dove nascono gli istituti hanno avuto».
Come si evince dagli estratti, "Un taglio al futuro" è un libro narrativo, più che analitico: un grande pregio e, contemporaneamente, un grosso difetto.
Settanta acrilico trenta lana
[Recensione pubblicata qui: http://step1.it/index.php?id=6883-di-romanzi-sintetici] [Sì, avevo già scritto e pubblicato le seguenti righe, ma per errore le ho cancellate. Mi scuso con quanti le avevano commentate.]
Nota sull'autrice: «Viola Di Grado ha ventitré anni. È nata a Catania, si è laureata ... (continue)
[Recensione pubblicata qui: http://step1.it/index.php?id=6883-di-romanzi-sintetici] [Sì, avevo già scritto e pubblicato le seguenti righe, ma per errore le ho cancellate. Mi scuso con quanti le avevano commentate.]
Nota sull'autrice: «Viola Di Grado ha ventitré anni. È nata a Catania, si è laureata in lingue orientali a Torino e studia a Londra. Questo è il suo primo romanzo».
"Settanta acrilico trenta lana" finisce così; non dico la storia, parlo proprio del libro, l'oggetto, quelli fatto di pagine e inchiostro. La più classica delle note sugli autori, in questo caso, riassume alla perfezione tutti i pregiudizi che avevo prima di cominciare a leggere.
Il primo è relativo al fatto che nell'ultimo decennio tutte le scrittrici catanesi emerse dal limbo delle piccole case editrici hanno un solo nome, Melissa Panarello, e no, i suoi libri non li comprerei neanche costassero un euro in fotocopia.
Il secondo riguarda la laurea conseguita: lingue orientali. «Ecco, l'ennesimo volume infarcito di filosofia zen e Banana Yoshimoto», pensavo.
Il terzo pregiudizio aveva a che fare col cognome, Di Grado. Antonio Di Grado, il padre dell'autrice, è docente universitario di letteratura italiana, è uno che di scrittura ne capisce, che editori ne conosce e che magari aveva tanta voglia di aiutare la figlia a realizzare il sogno di riscrivere "Kitchen", con altrettanto successo.
Per farla breve: Viola Di Grado l'avevo bollata come una ragazzina troppo giovane per mettersi a fare la scrittrice, con velleità filosofeggianti e una buona raccomandazione alle spalle. Il libro l'ho comprato pensando di veder confermati tutti i miei preconcetti, sicura che avrei avuto ragione.
Invece, pagina dopo pagina, Viola mi smentiva, mi dimostrava che sì, è un po' acerba, forse a volte ridondante, ma brava. Brava davvero.
La storia di Camelia Mega è atipica, ha il sapore della novità: la vedi, la protagonista, muoversi per Leeds, riconoscere l'accento scozzese del tatuatore, vestire e lavare la madre forzatamente muta da anni, disperarsi per ogni polaroid che ritrae un buco. E la vedi toccare gli abiti e riconoscere quell'acrilico che fa sudare, di pessima qualità, coi colori allegri e, soprattutto, con le maniche mutilate: erano difettosi, e per quello Wen li aveva buttati nel cassonetto dal quale Camelia li aveva resuscitati.
Wen è il proprietario cinese di un negozio di vestiti a piche traverse da Christopher Road, la via che inghiotte la bellezza dove la giovane signorina Mega vive, si muove, impara gli ideogrammi, consuma il suo amore per Wen e traduce manuali di istruzioni per le italianissime lavatrici Gagliardi.
"Settanta acrilico trenta lana" inizia e finisce nell'anno zero, e racconta quello che succede a una ventenne a cui hanno comunicato, nell'anno meno tre, che il padre giornalista, Stefano Mega, era rimasto ucciso in un incidente d'auto assieme alla sua amante.
È una storia nuova, un bel libro, un esordio brillante. Che fa venire parecchio dispiacere per averlo giudicato così male all'inizio.
Novecento
«Vediamo "La leggenda del pianista sull'oceano"?» «Dicono che faccia piangere» «No, dai, se non l'hai mai visto devi vederlo».continue)
Ci siamo messi sotto le coperte, e abbiamo fatto partire il film, io e quell'uomo di cui all'epoca ero follemente innamorata.
Entrambi avevamo una grande passione per Baricc ... (
«Vediamo "La leggenda del pianista sull'oceano"?» «Dicono che faccia piangere» «No, dai, se non l'hai mai visto devi vederlo».
Ci siamo messi sotto le coperte, e abbiamo fatto partire il film, io e quell'uomo di cui all'epoca ero follemente innamorata.
Entrambi avevamo una grande passione per Baricco, una stima profonda per uno scrittore di cui avevamo imparato a memoria, senza volerlo, stralci di romanzi che descrivevano alla perfezione alcune nostre velleità.
Sapere che "La leggenda del pianista sull'oceano" era tratto da "Novecento" me l'ha subito reso un film adorabile. Poi era bello sul serio, e allora vabbè.
Io "Novecento" non l'ho mai voluto comprare. Lo leggevo in libreria, a pezzi, perché credevo di non voler avere più niente a che fare con tutto quello che mi ricordava quell'uomo che amavo follemente e che mi aveva fatto scoprire un film bellissimo e commovente. Eppure non me ne staccavo del tutto, ascoltavo per ore - consecutivamente - quel brano dei Cappello a Cilindro (http://www.youtube.com/watch?v=H3wcc9094pU) in cui si cita la parte del quadro che non ne può più e cade, e chissà cosa gli passa per la testa.
Poi, con il tempo, come con tutte le cose che appartengono al passato delle emozioni e dei sentimenti, l'ho dimenticato: il film, la canzone, il libro, l'amore. Non ci pensavo alla mia lacuna, non era un problema non aver letto "Novecento". Finché un giorno, su aNobii (qui, proprio qui), qualcuno mi scrisse che aveva letto quel titolo nella mia wishlist, che ne aveva una copia in più e che me l'avrebbe spedito ben volentieri.
L'ha fatto, me l'ha spedito, e io lo ringrazio molto.
"Novecento" è un gran bel pezzo di letteratura, porca miseria. Cioè, uno non lo crede mica che un monologo possa essere così entusiasmante, invece lo è, dannatamente. La storia del pianista che doma le onde e gli uomini con la sua musica che nasce da dentro, con le sue note che non esistono, è costruita in maniera impeccabile.
Baricco mette insieme una favola e ti ci fa credere, ti fa immaginare che sia davvero possibile che qualcuno non scenda mai da una nave e viva tutta una vita senza sapere com'è mettere i piedi a terra.
La scrittura, poi, è diversa da quella solita di Baricco, che annienta virgole e punti fermi, e mette insieme periodi che possono sembrare inconcludenti ma c'hanno un mondo dietro. La scrittura che Baricco usa in questo volumetto, probabilmente per adattarsi al teatro, è lineare, semplice, e questo le dona un quid in più. Sembrerà paradossale, ma la cifra caratteristica delle poche pagine che compongono questo testo è proprio la sua normalità. Ti dà l'impressione che chiunque altro avrebbe potuto mettere insieme frasi così facili e costruire una storiella irreale, salvo poi farti ricredere e farti pensare, quasi a voce altra, che nessun altro ci sarebbe riuscito, che il talento sta proprio in questo.
"Novecento" lo si legge in un paio d'ore. E non lo si scorda per anni.
Misura per misura
Dice che la gente si mette a scrivere recensioni su Shakespeare. No, ma vi sembra modo? Quello ha fatto tutto quello che ha fatto, ha detto tutto quello che ha detto, ha scritto tutto quello che ha scritto, e c'è ancora gente che si arroga il diritto di scrivere se le sue robe sono belle o brutte.continue)
M ... (
Dice che la gente si mette a scrivere recensioni su Shakespeare. No, ma vi sembra modo? Quello ha fatto tutto quello che ha fatto, ha detto tutto quello che ha detto, ha scritto tutto quello che ha scritto, e c'è ancora gente che si arroga il diritto di scrivere se le sue robe sono belle o brutte.
Ma che mondo! Ma che inciviltà! Ma che assurdo senso di ciò che si può e non si può!
"Misura per misura", tipo. Che gli puoi dire a "Misura per misura"? Bene, bravo, bis.
Una commedia col lieto fine, un gioco delle parti sopraffino, una storia d'amore, di dignità, di lussuria e di svariate altre cose che non mi vengono in mente anche se il libro l'ho appena finito.
Grande simpatia al Duca/Prete, grande antipatia per Angelo/Vicario, sguardo bonario per Escalo, per Claudio e, soprattutto, per Isabella e il Bargello. Grandissima voglia di dargli una mazzata sulle gengive a Lucio, che mi somiglia incredibilmente a uno che m'hanno presentato una sera e che avrei voluto ammazzarlo seduta stante, dopo che ha detto tre parole, tre.
Il sorriso dell'ignoto marinaio
Lo premetto: nutro una grande passione per i romanzi a sfondo storico, quelli che ti raccontano il perché e il come di un momento, senza ambire a fare del loro libro un manuale accademico.continue)
L'Unità d'Italia vista dalla Sicilia, poi, è un argomento che mi affascina tantissimo, probabilmente perché le ... (
Lo premetto: nutro una grande passione per i romanzi a sfondo storico, quelli che ti raccontano il perché e il come di un momento, senza ambire a fare del loro libro un manuale accademico.
L'Unità d'Italia vista dalla Sicilia, poi, è un argomento che mi affascina tantissimo, probabilmente perché le storie di rivoluzioni e passioni popolari mi fanno l'effetto del caffè al mattino, mi mettono addosso una gran voglia di fare o un sacco di nausea, dipende se è buono.
Tipo: Verga. Voi avete presente quant'è figo Verga quando racconta la "Libertà" in quella celebre novella? E Tomasi Di Lampedusa? No, dico, Tomasi Di Lampedusa l'avete presente, no? Io ero innamoratissima di Manfredi, nel "Gattopardo". Sospiravo proprio.
Non si potrebbe dire nulla di simile per la roba di Ercole Patti e Sebastiano Addamo, ma se vogliamo citarli citiamoli pure, nessun problema. Ecco, l'abbiamo fatto, passiamo oltre.
Passiamo a Vincenzo Consolo. Dopo "Retablo", m'è toccato questo "Il sorriso dell'ignoto marinaio", che ho affrontato come si affrontano le torture. Un po' perché "Retablo" mi aveva proprio fatto cagare, un po' perché mi tocca studiarlo per un esame all'università, quindi immaginate la mia gioia. Fatto sta che... Niente.
Proprio niente. Consolo, nella lettera che postpone al romanzo, dice che l'hanno definito un "Antigattopardo". Mi pare un po' sparare alto, ché se "Il Gattopardo" è famoso in tutto il mondo e "Il sorriso dell'ignoto marinaio" se lo filano giusto in quattro un motivo c'è. Ma Consolo prosegue, dice che lui voleva superare quei "romanzi dominati dall'autore" che "escludevano le voci dei margini". E Giovanni Verga, diolobenedica? Inoltre, e questa è la cosa che più mi perplime: ma questi margini di cui nel libro quali sarebbero? Il protagonista è un uomo ricco, nobile e colto, simpatizzante della rivoluzione, che si porta la testa per tutto il tempo col fatto che vuole catalogare le lumache di Sicilia per una sua enciclopedia personale. Che c'ha di marginale questo tizio? Si tratta di un mecenate pieno di soldi, dove sta il suo bisogno di essere raccontato fuor di metafora?
Poi, per carità, nel libro la rivolta di Cefalù e quella di Alcara Li Fusi sono descritte bene. E pure Lipari e le altre ambientazioni hanno il loro perché.
Ma da qua al gridare al capolavoro, signoramia. Romanzo caruccio, che per il fatto di citare documenti originali e fonti di prima mano si è meritato un voto in più. Ma da un amico di Leonardo Sciascia (perché Consolo era amico di Leonardo Sciascia) che pubblicava reportage su "L'Ora" (perché Consolo pubblicava reportage su "L'Ora") che sappia fare una buona ricerca è il minimo che mi aspetto.
Insomma, per riprendere il filo: bene la seconda metà dell'Ottocento, bene la Sicilia arsa dal sole, zappata dai contadini e ammazzata dai nobili, bene l'Unità d'Italia da fare e le cospirazioni da pensare, bene tutta quella roba che lo rende un libro di quelli che mi piace leggere per farmi una cultura sui tempi che furono, oltre i libri di storia, ça va sans dire.
Male la lingua, artificiosa e ampollosa e di maniera e complessa, male la struttura un filino più contorta del gradito. Due elementi, questi, che da soli quasi annullano tutti gli altri.