“Dottoressa ho un problema” è il resoconto del mio incredibile viaggio attraverso le fantasie erotiche maschili. Ciò che ho scoperto riguardo ai desideri e ai comportamenti dei miei pazienti nella sfera amorosa e sessuale non solo mi ha sorpreso, ma ha anche messo in discussione la mia visione degli
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“Dottoressa ho un problema” è il resoconto del mio incredibile viaggio attraverso le fantasie erotiche maschili. Ciò che ho scoperto riguardo ai desideri e ai comportamenti dei miei pazienti nella sfera amorosa e sessuale non solo mi ha sorpreso, ma ha anche messo in discussione la mia visione degli uomini e di me stessa. Brandy Engler
Titolo originale del libro è The men on my couch. Facile indovinare il perché, se siete poco maliziosi. L’autrice è infatti una sessuologa americana che ha aperto le porte del suo studio nel cuore di Manhattan, sorprendendosi sin da subito per l’omogeneità dei suoi pazienti. Quelli insomma che utilizzavano il suo sofà. Maschi. Uomini alla ricerca di risposte.
Dottoressa ho un problema è la testimonianza del primo anno come terapeuta specializzata in problemi di sesso della dottoressa Brandy Engler. Il suo desiderio era quello di lavorare soprattutto con le donne, ma con sua grande sorpresa la maggior parte degli appuntamenti che riceveva era da parte di uomini. Uomini normalissimi, spesso giovani e brillanti, alcuni con lavori prestigiosi, e tutti, almeno apparentemente, senza particolari difficoltà a trovarsi una donna. Ciò nonostante, tutti accomunati da qualche difficoltà nella sfera sessuale. Chi era impotente, chi non riusciva a fare sesso con la fidanzata ma solo con altre donne, chi era dipendente dalla pornografia, chi tradiva in continuazione la compagna nonostante l'amasse. E mentre li aiutava ad entrare in contatto con le loro paure e i loro più profondi desideri, la dottoressa Engler imparava a capire che cosa significasse, e quanto rappresentasse il sesso per gli uomini che aveva davanti.
Come donna all’inizio è stato sicuramente difficile ascoltarne le storie, ma come sessuologa ha dovuto mettere da parte il giudizio personale e offrire comprensione ma soprattutto competenza. È stato quindi importante condividere la sua storia e osservare come anche la sua relazione personale sia stata influenzata da questo lavoro. La Engler e i suoi pazienti hanno iniziato ad interrogarsi e ad esplorare su che cosa sia veramente l’amore.
Dottoressa ho un problema segue un gruppo di uomini di Manhattan che si sono rivolti alla dottoressa Brandy Engler per ricevere aiuto. Il libro riporta quindi i dialoghi con il ritmo di un romanzo - grazie alla collaborazione con David Rensin - perché il lettore possa vedere da vicino come è stato esplorare le vere motivazioni che stavano alla base del loro comportamento: storie di incomunicabilità in coppie giovani, storie di noia e distacco in coppie soffocate dalla routine matrimoniale, storie di tradimenti, fragilità, insicurezze, frustrazioni e competizione. Attraverso la narrazione dei casi che ha trattato, la dottoressa Engler si è addentrata nei pensieri più reconditi, e nella sfera emotiva più profonda dei suoi pazienti, svelando il lato più autentico che si cela dietro agli stereotipi maschili e alle varie “categorie” di uomo. Il sesso non è solo biologia, è un’interazione sociale ed emoziona sempre, anche quando non vogliamo.
Il volume dovrebbe condurre ad una comprensione maggiore di ciò che sta alla base di molti comportamenti sessuali e dovrebbe aiutare a superare l’alienazione culturale e il narcisismo per raggiungere quello che tutti stiamo cercando.
I biscotti di Baudelaire. È un libro di cucina, ma anche una raccolta di memorie e di vita vissuta mentre Parigi era la capitale del mondo. Assieme all’autrice, Alice B. Toklas, vanno di scena scrittori, pittori, gran dame, intellettuali e generali di corpo d’armata. Una società non ha mai trascurat
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I biscotti di Baudelaire. È un libro di cucina, ma anche una raccolta di memorie e di vita vissuta mentre Parigi era la capitale del mondo. Assieme all’autrice, Alice B. Toklas, vanno di scena scrittori, pittori, gran dame, intellettuali e generali di corpo d’armata. Una società non ha mai trascurato, tra i piaceri, i peccati di gola.
'Un giorno che Picasso doveva venire a colazione da noi preparai un pesce in un modo diverso dal solito, pensando che l’avrebbe trovato molto divertente'. Lo scrive Alice B. Toklas, ebrea americana, compagna della scrittrice Gertrude Stein e animatrice di un salotto parigino che ha accolto scrittori come Ernest Hemingway, Thornton Wilder e Paul Bowles ma anche pittori d'avanguardia come Picasso, Picabia, Matisse e Braque.
La sua è una di quelle biografie che si accendono come meteore su un’intera epoca. Trapiantata a Parigi, sua seconda patria, per quasi quarant’anni ha interpretato, assimilato, assecondato i gusti di una stagione gloriosa. Gusti nel senso anche letterale: ce li ha restituiti come libro di cucina. The Alice B. Toklas Cookbook sbarca in Italia, edito da Bollati Boringhieri, col titolo I biscotti di Baudelaire.
Ben oltre il ricettario (pur essendo anche un classico libro di ricette), in questo memoir c’è il piacere di raccontare persone, storie, aneddoti e anche arditi parallelismi. Esiste una via nazionale alla preparazione della salsa? La descrizione magistrale delle cinque fondamentali salse francesi testimonia che sì, c’è un temperamento patriottico ai fornelli. Nel libro ci sono menu e sontuose colazioni. Ma anche il turnover dei domestici, le peripezie in macchina (la Stein guidava 'ma non sapeva fare la marcia indietro'), gli anni di sfollamento e del cibo razionato, le vacanze nel Midi, le conferenze in America.
Di questa donna straordinaria, morta quasi novantenne e oggi seppellita al Père-Lachaise di Parigi, non resta che offrire ai lettori la ricetta di ciò che ha dato nome al libro e che l’autrice aveva ricevuto dallo psichedelico Brion Gysin: un impasto speziato per dolci all’hashish.
Lei, Alice, ha corredato il tutto con sagge osservazioni su reperimento della merce, modalità di consumazione e risultati auspicabili. Alla fine, come un arabesco che svolazza, ha anche appuntato di sua mano: 'Ottimi per le giornate di pioggia'.
I biscotti di Baudelaire
«È il cibo del paradiso... dei paradisi artificiali di Baudelaire. Un dolce che potrebbe animare una riunione del Bridge Club. In Marocco dicono che serva a tener lontani i raffreddori durante gli inverni umidi, ed è più efficace se lo si accompagna con gran di tazze di tè caldo alla menta. Bisogna rilassarsi e aspettare allegramente di piombare in uno stato di dolce euforia e scrosci di risate, sogni estatici ed estensione della personalità a diversi livelli simultanei. Se vi lascerete andare, potrete provare quasi tutto quello che provò Santa Teresa. Prendere 1 cucchiaino di grani di pepe nero, 1 noce moscata intera, 4 stecche di cannella, 1 cucchiaino di coriandolo. Polverizzate tutte le spezie in un mortaio. Prendete una manciata di datteri senza nocciolo, una di fichi secchi, una di mandorle e arachidi sgusciate: tritate la frutta e mescolatela insieme. Polverizzate un mazzetto di cannabis sativa. Spargetela, insieme alle spezie, sulla frutta impastata insieme. Mescolate una tazza di zucchero a un grosso panetto di burro. Aggiungetelo alla frutta. Preparate un rotolo e tagliatelo a pezzi, oppure formate palline grosse come una noce.
Bisogna far attenzione a non mangiarne troppo. Due pezzetti a testa basteranno. Può darsi che il reperimento della cannabis presenti qualche difficoltà, ma la varietà conosciuta col nome di cannabis sativa cresce comunemente in Europa, Asia e alcune parti dell’Africa, anche se spesso non la si riconosce; viene anche coltivata e serve per fabbricare corde. In America la sua parente stretta, la cannabis indica, si trova perfino coltivata in vaso sui davanzali delle finestre, anche se la coltivazione viene scoraggiata in tutti i modi. Bisogna raccoglierla e seccarla appena ha fatto i semi e quando la pianta è ancora verde'.
Kyoto, anni Cinquanta. Sotto un bellissimo parasole di carta, un’elegantissima donna abbozza un sorriso al fotografo; a lei cerca di stringersi una bambina dall’aria tenera e curiosa. Sotto il suo kimono a fiori, spuntano appena i piedini intrecciati in segno di timidezza. Da pochi mesi, Masako - co
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Kyoto, anni Cinquanta. Sotto un bellissimo parasole di carta, un’elegantissima donna abbozza un sorriso al fotografo; a lei cerca di stringersi una bambina dall’aria tenera e curiosa. Sotto il suo kimono a fiori, spuntano appena i piedini intrecciati in segno di timidezza. Da pochi mesi, Masako - così si chiama la piccola - ha lasciato di sua volontà, sebbene a malincuore, la propria casa per trascorrere gli anni a venire in un’okiya, la tradizionale residenza delle geiko (come si autodefiniscono le geishe) e delle maiko (le apprendiste): ignora del tutto che diventerà una delle donne più ammirate dell’intero Giappone, a costo però di enormi sacrifici. Non soltanto la bimba è costretta ad adattarsi a uno stile di vita alquanto duro, ma è tenuta a rinunciare alla propria famiglia, mutando persino il proprio nome in Mineko e il cognome in Iwasaki - tratto dalla madre adottiva.
La sua storia è raccontata per la prima volta in un volume da poco uscito in Italia, Storia segreta di una geisha, curato da lei stessa, Mineko Iwasaki, ora rispettabile signora di mezza età, e dalla sua biografa Rande Brown. Sebbene non sia esplicitamente affermato, oltre che per gettare luce sul mondo delle geiko, spesso ritenute a torto prostitute o mere dame di compagnia, il libro vuole contrapporsi al best seller Memorie di una geisha di Arthur Golden, il quale, infrangendo gli accordi, avrebbe menzionato la Iwasaki (sua informatrice) più volte sia nell’opera, sia in alcune interviste, contrariamente alla volontà di lei, e distorto alcuni aspetti della vita delle geiko.
Sin dalle prime pagine dell’autobiografia della donna, l’indole romanzesca e accorata - che molto ha colpito i lettori dello scrittore americano - è bandita: il “mondo del fiore e del salice”, ossia quello dei quartieri di piacere - di natura estetica, non sessuale -, si mostra ben presto tanto seducente quanto logorante.
Designata da Oima, la padrona della okiya, sua unica erede, Mineko già dalla più tenera infanzia si impegna per raggiungere il sucesso: come racconta in dettaglio, le sue giornate sono scandite dall’intenso studio della danza e della musica, dalle fatiche domestiche e da esercitazioni continue in tutte quelle arti (quali la calligrafia e la cerimonia del tè) che un giorno la renderanno una perfetta geisha. Il carattere combattivo e la tenacia la spingono anche a battersi per i diritti e la dignità delle geiko, malgrado attorno a sé cresca l’ostilità scatenata dalla sua bellezza.
Consacrando la vita alla danza – unica attività capace di alleviare il dolore per l’allontanamento dai genitori e le sofferenze causatele delle rivali -, in virtù della sua grazia e della sua caparbietà, la ragazza diviene un’invidiabile maiko e, poco tempo dopo, la geisha più desiderata e ricca di tutto l’arcipelago nipponico. Ma la vera felicità è ancora lontana e il destino riserva per lei dei colpi di scena.
Pagina dopo pagina, la Iwasaki ci conduce a Kyoto tra i vicoli di Gion, nelle ochaya, nel cuore dei matsuri e nelle camere più intime delle okiya, in cui le artiste possono finalmente essere semplici adolescenti che scherzano tra loro o attendono impazienti il vero amore. Oltre a farci sorridere con buffi aneddoti, Mineko ci svela con dovizia di particolari le consuetudini e i trucchi del suo mestiere, tenuti segreti per intere generazioni, alternando una narrazione romanzesca a una più saggistica e tecnica, senza mai perdere vigore.
Alla fine del libro, è impossibile non lasciarsi sfuggire un sospiro di rimpianto per qull’universo incatevole e distante: con l’animo colmo delle notti di Kyoto, sorridiamo al pensiero che in fondo esso possa nascondersi appena dietro le nostre palpebre abbassate, proprio lì dove nascono i sogni.
Stieg Larsson c’è nuovamente riuscito. A fare quel miracolo squisitamente letterario di imprigionare i lettori con catene di parole, a tenerli avvinti a 754 pagine che diventano 1500, se aggiunte a quelle del primo volume di questa trilogia del “Millennium” che pare proprio avviata a diventare un ca
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Stieg Larsson c’è nuovamente riuscito. A fare quel miracolo squisitamente letterario di imprigionare i lettori con catene di parole, a tenerli avvinti a 754 pagine che diventano 1500, se aggiunte a quelle del primo volume di questa trilogia del “Millennium” che pare proprio avviata a diventare un caposaldo della narrativa del secondo millennio. Perché anche La ragazza che giocava con il fuoco, come il precedente Uomini che odiano le donne, è un romanzo ‘completo’ ed è per questo che ci soddisfa pienamente: è ricco di personaggi, di cui due giganteggiano sulla scena; ha una trama di indagine poliziesca con dei profondi risvolti etici e sociali; c’è amore, sesso, amicizia e ci sono anche tutti gli opposti di questi sentimenti, l’odio e il desiderio di vendetta, perversioni sessuali, slealtà e tradimenti. Per chi conosce Stoccolma non deve essere difficile seguire i percorsi dei protagonisti nelle varie zone della città, per chi non ha familiarità con i paesi nordici è divertente scoprire le abitudini di vita, quali cibi precotti mettano in freezer, che cosa bevano, come facciano il biglietto sul treno pagando con la carta di credito - tutti dettagli che Larsson lascia cadere con totale naturalezza e noncuranza, soliti per lui, insoliti per noi, un lieve piacere aggiunto alla lettura. Che si nutre di ben altro, perché Mikael Blomkvist, l’alter ego di Larsson (stroncato da un infarto a cinquant’anni, prima di riuscire a vedere pubblicata la trilogia), è una sorta di giornalista-angelo della Giustizia, un donchisciotte della stampa che crede nel potere e nel dovere di denuncia da parte dei mass media. E questa volta la bomba che si appresta a disinnescare è il traffico di prostituzione dai paesi dell’Est dell’Europa, rivelando i nomi di padroni magnaccia e anche- soprattutto- di insospettabili clienti. Che non saranno certo contenti di essere portati alla ribalta.
Eppure non è Mikael Blomkvist l’eroe di questo secondo romanzo - si parla di donne, donne maltrattate, violentate, oltraggiate, seviziate, uccise: non può essere che Lisbeth Salander la protagonista assoluta de La ragazza che giocava con il fuoco (il lettore scoprirà che il titolo non è solo un modo di dire), la venticinquenne che, se non fosse per i vari piercing e tatuaggi, sembrerebbe una bambina (all’inizio del libro scopriamo che è andata in una clinica di Genova per ‘farsi’ il seno), l’asociale che è stata internata nel reparto di psichiatria e che è fuggita da tutte le famiglie affidatarie, l’hacker brillante a cui nessun computer è precluso e che si diletta con il teorema di Fermat, dotata di una comprensione immediata di qualunque problema matematico.
Qualcuno arriccerà il naso, forse, se, dopo aver definito Mikael ‘l’angelo della Giustizia’, definissimo Lisbeth ‘l’angelo vendicatore’ che sguaina non la spada ma una pistola elettrica. Perché non si può negare che Lisbeth sia violenta, eppure - come tutti concordano nel dire quando le tracce degli assassinii portano a lei - Lisbeth ha la sua morale. Lisbeth reagisce con la violenza solo quando è provocata. Allora diventa una furia spietata, lucidissima, incredibilmente forte per i suoi un metro e cinquanta più o meno di altezza. E noi non possiamo che essere dalla sua parte, come Mikael, del resto. Anzi, suscita in noi una fascinazione spaventata, il desiderio di saperla imitare, per difenderci.
È come se ci fossero due romanzi in uno, nel secondo volume di Millennium: il primo contiene la denuncia del trafficking e il secondo, che in un modo che solo superficialmente può apparire una strana coincidenza, diventa la storia di Lisbeth e di Tutto il Male che le è successo, cambiando la sua vita. Nel primo filone ci sono subito tre omicidi - e ci fa venire i brividi osservare quale oscura premonizione ci sia nel giornalista free-lance che muore senza riuscire a veder pubblicato il suo libro, proprio come avvenne a Larsson, quasi che Dag Svensson sia un inconsapevole alter ego dell’alter ego Mikael dello stesso Larsson. Nella seconda traccia, che prende l’avvio dalla prima, sarà Lisbeth a portarci dal colpevole degli omicidi, che è colpevole anche, e direttamente, nei suoi confronti. Con un finale da tragedia greca, un grandguignol degli orrori macabri, un ritmo serratissimo che ci fa salire il cuore in gola. Con sospiro di sollievo all’ultima pagina.
Un vero caso letterario fin dalla sua pubblicazione, Noi siamo infinito - Ragazzo da parete, romanzo d'esordio di Stephen Chbosky, uscito nel 1991 negli Stati Uniti, torna oggi in classifica grazie all'uscita del film tratto dal romanzo, di cui lo stesso Chbosky è anche regista. Noi siamo infinito f
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Un vero caso letterario fin dalla sua pubblicazione, Noi siamo infinito - Ragazzo da parete, romanzo d'esordio di Stephen Chbosky, uscito nel 1991 negli Stati Uniti, torna oggi in classifica grazie all'uscita del film tratto dal romanzo, di cui lo stesso Chbosky è anche regista. Noi siamo infinito fu proibito in alcune scuole e fu incluso dalla American Library Association nelle liste del 2006 e del 2008 dei dieci libri più contestati. Tra i motivi delle critiche rivolte al romanzo c'è il trattamento di tematiche quali droga, omosessualità, sesso e suicidio.
È il 1991, siamo alla periferia di Pittsburgh. Charlie è un ragazzo al primo anno di liceo. È lui la voce narrante del romanzo, che racconta la sua storia in forma epistolare a un amico di cui non viene mai rivelato il nome, ma del quale il protagonista ha sentito parlare a scuola. Ha sentito dire che è un ragazzo che ascolta e capisce, e che non si è portato a letto “quella persona”, a una festa, anche se ne avrebbe avuto la possibilità.
“Ho soltanto bisogno di sapere che là fuori c'è qualcuno che ascolta e che capisce, e non cerca di portarsi a letto le persone, anche se potrebbe. Ho bisogno di sapere che esiste gente così.”
Charlie scrive a questo amico anonimo con cui non vuole avere in realtà nessun contatto. È solo un tu a cui affidare il suo sfogo e raccontare i suoi problemi. Vive questo cruciale momento della sua adolescenza portandosi dietro il peso del suicidio del suo unico amico, Michael, e il ricordo della defunta zia Helen, a cui era molto affezionato. Ha un fratello che frequenta la Pennsylvania State University con una borsa di studio per il football e una sorella che è all'ultimo anno di liceo. E' un ragazzo timido, introverso, riflessivo. È uno di quei ragazzi che durante una festa se ne stanno attaccati al muro e si confondono con la tappezzeria (da qui il titolo del romanzo), e per questo è impopolare tra molti suoi coetanei. Amante della poesia, Charlie ha un animo delicato e gentile. Sa ascoltare gli altri e mantenere i segreti. Stringerà amicizia con Sam, una ragazza dell'ultimo anno per la quale prende una cotta, e con il suo fratellastro gay Patrick. Saranno loro due a introdurlo a nuovi amici, alla musica e alla droga. Gettato in un vortice di nuove esperienze e prime volte, Charlie inizierà a conoscere il mondo che lo circonda. Nel frattempo un segreto sepolto nella sua infanzia riemergerà, costringendolo a ricordare un grande dolore che il subconscio aveva rimosso...
Molti sono i libri citati all'interno del romanzo, oltre a poesie, film, show televisivi, canzoni. Sono i libri che l'insegnante di Charlie, Bill, gli consiglia di leggere. I titoli scelti mettono in relazione la storia di Charlie con quella di altre figure giovanili della grande tradizione letteraria moderna e contemporanea, dando vita a una riflessione profonda attraverso un richiamo trasversale ai temi dell'adolescenza, dell'estraneità, dell'amicizia, dell'irrequietudine. Lo stesso titolo originale del romanzo, The Perks of Being a Wallflower, cita la commedia di Oscar Wilde, The Importance of Being Earnest. Tra i titoli più significativi:
Il buio oltre la siepe di Harper Lee Di qua dal Paradiso di Francis Scott Fitzgerald Pace separata di John Knowles Peter Pan e Wendy di James M. Barrie Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald Il giovane Holden di Jerome D. Salinger Sulla strada di Jack Kerouac Pasto nudo di William S. Burroughs Walden ovvero Vita nei boschi di Henry David Thoreau Amleto di William Shakespeare Lo straniero di Albert Camus La fonte meravigliosa di Ayn Rand
Noi siamo infinito è un romanzo di formazione che racconta con una voce fresca e autentica l'adolescenza, con i suoi dolori e turbamenti, attraverso la scoperta di sé e del mondo, l'amicizia e i complessi rapporti con gli altri, la sessualità e quella sensazione di infinito che ci pervade all'improvviso di fronte alla grandezza dei sentimenti.
Dottoressa ho un problema
“Dottoressa ho un problema” è il resoconto del mio incredibile viaggio attraverso le fantasie erotiche maschili. Ciò che ho scoperto riguardo ai desideri e ai comportamenti dei miei pazienti nella sfera amorosa e sessuale non solo mi ha sorpreso, ma ha anche messo in discussione la mia visione degli ... (continue)
“Dottoressa ho un problema” è il resoconto del mio incredibile viaggio attraverso le fantasie erotiche maschili. Ciò che ho scoperto riguardo ai desideri e ai comportamenti dei miei pazienti nella sfera amorosa e sessuale non solo mi ha sorpreso, ma ha anche messo in discussione la mia visione degli uomini e di me stessa.
Brandy Engler
Titolo originale del libro è The men on my couch. Facile indovinare il perché, se siete poco maliziosi. L’autrice è infatti una sessuologa americana che ha aperto le porte del suo studio nel cuore di Manhattan, sorprendendosi sin da subito per l’omogeneità dei suoi pazienti. Quelli insomma che utilizzavano il suo sofà. Maschi. Uomini alla ricerca di risposte.
Dottoressa ho un problema è la testimonianza del primo anno come terapeuta specializzata in problemi di sesso della dottoressa Brandy Engler. Il suo desiderio era quello di lavorare soprattutto con le donne, ma con sua grande sorpresa la maggior parte degli appuntamenti che riceveva era da parte di uomini. Uomini normalissimi, spesso giovani e brillanti, alcuni con lavori prestigiosi, e tutti, almeno apparentemente, senza particolari difficoltà a trovarsi una donna. Ciò nonostante, tutti accomunati da qualche difficoltà nella sfera sessuale. Chi era impotente, chi non riusciva a fare sesso con la fidanzata ma solo con altre donne, chi era dipendente dalla pornografia, chi tradiva in continuazione la compagna nonostante l'amasse. E mentre li aiutava ad entrare in contatto con le loro paure e i loro più profondi desideri, la dottoressa Engler imparava a capire che cosa significasse, e quanto rappresentasse il sesso per gli uomini che aveva davanti.
Come donna all’inizio è stato sicuramente difficile ascoltarne le storie, ma come sessuologa ha dovuto mettere da parte il giudizio personale e offrire comprensione ma soprattutto competenza. È stato quindi importante condividere la sua storia e osservare come anche la sua relazione personale sia stata influenzata da questo lavoro. La Engler e i suoi pazienti hanno iniziato ad interrogarsi e ad esplorare su che cosa sia veramente l’amore.
Dottoressa ho un problema segue un gruppo di uomini di Manhattan che si sono rivolti alla dottoressa Brandy Engler per ricevere aiuto. Il libro riporta quindi i dialoghi con il ritmo di un romanzo - grazie alla collaborazione con David Rensin - perché il lettore possa vedere da vicino come è stato esplorare le vere motivazioni che stavano alla base del loro comportamento: storie di incomunicabilità in coppie giovani, storie di noia e distacco in coppie soffocate dalla routine matrimoniale, storie di tradimenti, fragilità, insicurezze, frustrazioni e competizione. Attraverso la narrazione dei casi che ha trattato, la dottoressa Engler si è addentrata nei pensieri più reconditi, e nella sfera emotiva più profonda dei suoi pazienti, svelando il lato più autentico che si cela dietro agli stereotipi maschili e alle varie “categorie” di uomo.
Il sesso non è solo biologia, è un’interazione sociale ed emoziona sempre, anche quando non vogliamo.
Il volume dovrebbe condurre ad una comprensione maggiore di ciò che sta alla base di molti comportamenti sessuali e dovrebbe aiutare a superare l’alienazione culturale e il narcisismo per raggiungere quello che tutti stiamo cercando.
I biscotti di Baudelaire
I biscotti di Baudelaire. È un libro di cucina, ma anche una raccolta di memorie e di vita vissuta mentre Parigi era la capitale del mondo. Assieme all’autrice, Alice B. Toklas, vanno di scena scrittori, pittori, gran dame, intellettuali e generali di corpo d’armata. Una società non ha mai trascurat ... (continue)
I biscotti di Baudelaire. È un libro di cucina, ma anche una raccolta di memorie e di vita vissuta mentre Parigi era la capitale del mondo. Assieme all’autrice, Alice B. Toklas, vanno di scena scrittori, pittori, gran dame, intellettuali e generali di corpo d’armata. Una società non ha mai trascurato, tra i piaceri, i peccati di gola.
'Un giorno che Picasso doveva venire a colazione da noi preparai un pesce in un modo diverso dal solito, pensando che l’avrebbe trovato molto divertente'. Lo scrive Alice B. Toklas, ebrea americana, compagna della scrittrice Gertrude Stein e animatrice di un salotto parigino che ha accolto scrittori come Ernest Hemingway, Thornton Wilder e Paul Bowles ma anche pittori d'avanguardia come Picasso, Picabia, Matisse e Braque.
La sua è una di quelle biografie che si accendono come meteore su un’intera epoca. Trapiantata a Parigi, sua seconda patria, per quasi quarant’anni ha interpretato, assimilato, assecondato i gusti di una stagione gloriosa. Gusti nel senso anche letterale: ce li ha restituiti come libro di cucina. The Alice B. Toklas Cookbook sbarca in Italia, edito da Bollati Boringhieri, col titolo I biscotti di Baudelaire.
Ben oltre il ricettario (pur essendo anche un classico libro di ricette), in questo memoir c’è il piacere di raccontare persone, storie, aneddoti e anche arditi parallelismi. Esiste una via nazionale alla preparazione della salsa? La descrizione magistrale delle cinque fondamentali salse francesi testimonia che sì, c’è un temperamento patriottico ai fornelli. Nel libro ci sono menu e sontuose colazioni. Ma anche il turnover dei domestici, le peripezie in macchina (la Stein guidava 'ma non sapeva fare la marcia indietro'), gli anni di sfollamento e del cibo razionato, le vacanze nel Midi, le conferenze in America.
Di questa donna straordinaria, morta quasi novantenne e oggi seppellita al Père-Lachaise di Parigi, non resta che offrire ai lettori la ricetta di ciò che ha dato nome al libro e che l’autrice aveva ricevuto dallo psichedelico Brion Gysin: un impasto speziato per dolci all’hashish.
Lei, Alice, ha corredato il tutto con sagge osservazioni su reperimento della merce, modalità di consumazione e risultati auspicabili. Alla fine, come un arabesco che svolazza, ha anche appuntato di sua mano: 'Ottimi per le giornate di pioggia'.
I biscotti di Baudelaire
«È il cibo del paradiso... dei paradisi artificiali di Baudelaire. Un dolce che potrebbe animare una riunione del Bridge Club. In Marocco dicono che serva a tener lontani i raffreddori durante gli inverni umidi, ed è più efficace se lo si accompagna con gran di tazze di tè caldo alla menta. Bisogna rilassarsi e aspettare allegramente di piombare in uno stato di dolce euforia e scrosci di risate, sogni estatici ed estensione della personalità a diversi livelli simultanei. Se vi lascerete andare, potrete provare quasi tutto quello che provò Santa Teresa. Prendere 1 cucchiaino di grani di pepe nero, 1 noce moscata intera, 4 stecche di cannella, 1 cucchiaino di coriandolo. Polverizzate tutte le spezie in un mortaio. Prendete una manciata di datteri senza nocciolo, una di fichi secchi, una di mandorle e arachidi sgusciate: tritate la frutta e mescolatela insieme. Polverizzate un mazzetto di cannabis sativa. Spargetela, insieme alle spezie, sulla frutta impastata insieme. Mescolate una tazza di zucchero a un grosso panetto di burro. Aggiungetelo alla frutta. Preparate un rotolo e tagliatelo a pezzi, oppure formate palline grosse come una noce.
Bisogna far attenzione a non mangiarne troppo. Due pezzetti a testa basteranno. Può darsi che il reperimento della cannabis presenti qualche difficoltà, ma la varietà conosciuta col nome di cannabis sativa cresce comunemente in Europa, Asia e alcune parti dell’Africa, anche se spesso non la si riconosce; viene anche coltivata e serve per fabbricare corde. In America la sua parente stretta, la cannabis indica, si trova perfino coltivata in vaso sui davanzali delle finestre, anche se la coltivazione viene scoraggiata in tutti i modi. Bisogna raccoglierla e seccarla appena ha fatto i semi e quando la pianta è ancora verde'.
Storia proibita di una geisha
Kyoto, anni Cinquanta. Sotto un bellissimo parasole di carta, un’elegantissima donna abbozza un sorriso al fotografo; a lei cerca di stringersi una bambina dall’aria tenera e curiosa. Sotto il suo kimono a fiori, spuntano appena i piedini intrecciati in segno di timidezza. Da pochi mesi, Masako - co ... (continue)
Kyoto, anni Cinquanta. Sotto un bellissimo parasole di carta, un’elegantissima donna abbozza un sorriso al fotografo; a lei cerca di stringersi una bambina dall’aria tenera e curiosa. Sotto il suo kimono a fiori, spuntano appena i piedini intrecciati in segno di timidezza. Da pochi mesi, Masako - così si chiama la piccola - ha lasciato di sua volontà, sebbene a malincuore, la propria casa per trascorrere gli anni a venire in un’okiya, la tradizionale residenza delle geiko (come si autodefiniscono le geishe) e delle maiko (le apprendiste): ignora del tutto che diventerà una delle donne più ammirate dell’intero Giappone, a costo però di enormi sacrifici. Non soltanto la bimba è costretta ad adattarsi a uno stile di vita alquanto duro, ma è tenuta a rinunciare alla propria famiglia, mutando persino il proprio nome in Mineko e il cognome in Iwasaki - tratto dalla madre adottiva.
La sua storia è raccontata per la prima volta in un volume da poco uscito in Italia, Storia segreta di una geisha, curato da lei stessa, Mineko Iwasaki, ora rispettabile signora di mezza età, e dalla sua biografa Rande Brown.
Sebbene non sia esplicitamente affermato, oltre che per gettare luce sul mondo delle geiko, spesso ritenute a torto prostitute o mere dame di compagnia, il libro vuole contrapporsi al best seller Memorie di una geisha di Arthur Golden, il quale, infrangendo gli accordi, avrebbe menzionato la Iwasaki (sua informatrice) più volte sia nell’opera, sia in alcune interviste, contrariamente alla volontà di lei, e distorto alcuni aspetti della vita delle geiko.
Sin dalle prime pagine dell’autobiografia della donna, l’indole romanzesca e accorata - che molto ha colpito i lettori dello scrittore americano - è bandita: il “mondo del fiore e del salice”, ossia quello dei quartieri di piacere - di natura estetica, non sessuale -, si mostra ben presto tanto seducente quanto logorante.
Designata da Oima, la padrona della okiya, sua unica erede, Mineko già dalla più tenera infanzia si impegna per raggiungere il sucesso: come racconta in dettaglio, le sue giornate sono scandite dall’intenso studio della danza e della musica, dalle fatiche domestiche e da esercitazioni continue in tutte quelle arti (quali la calligrafia e la cerimonia del tè) che un giorno la renderanno una perfetta geisha. Il carattere combattivo e la tenacia la spingono anche a battersi per i diritti e la dignità delle geiko, malgrado attorno a sé cresca l’ostilità scatenata dalla sua bellezza.
Consacrando la vita alla danza – unica attività capace di alleviare il dolore per l’allontanamento dai genitori e le sofferenze causatele delle rivali -, in virtù della sua grazia e della sua caparbietà, la ragazza diviene un’invidiabile maiko e, poco tempo dopo, la geisha più desiderata e ricca di tutto l’arcipelago nipponico. Ma la vera felicità è ancora lontana e il destino riserva per lei dei colpi di scena.
Pagina dopo pagina, la Iwasaki ci conduce a Kyoto tra i vicoli di Gion, nelle ochaya, nel cuore dei matsuri e nelle camere più intime delle okiya, in cui le artiste possono finalmente essere semplici adolescenti che scherzano tra loro o attendono impazienti il vero amore. Oltre a farci sorridere con buffi aneddoti, Mineko ci svela con dovizia di particolari le consuetudini e i trucchi del suo mestiere, tenuti segreti per intere generazioni, alternando una narrazione romanzesca a una più saggistica e tecnica, senza mai perdere vigore.
Alla fine del libro, è impossibile non lasciarsi sfuggire un sospiro di rimpianto per qull’universo incatevole e distante: con l’animo colmo delle notti di Kyoto, sorridiamo al pensiero che in fondo esso possa nascondersi appena dietro le nostre palpebre abbassate, proprio lì dove nascono i sogni.
La ragazza che giocava con il fuoco
Stieg Larsson c’è nuovamente riuscito. A fare quel miracolo squisitamente letterario di imprigionare i lettori con catene di parole, a tenerli avvinti a 754 pagine che diventano 1500, se aggiunte a quelle del primo volume di questa trilogia del “Millennium” che pare proprio avviata a diventare un ca ... (continue)
Stieg Larsson c’è nuovamente riuscito. A fare quel miracolo squisitamente letterario di imprigionare i lettori con catene di parole, a tenerli avvinti a 754 pagine che diventano 1500, se aggiunte a quelle del primo volume di questa trilogia del “Millennium” che pare proprio avviata a diventare un caposaldo della narrativa del secondo millennio. Perché anche La ragazza che giocava con il fuoco, come il precedente Uomini che odiano le donne, è un romanzo ‘completo’ ed è per questo che ci soddisfa pienamente: è ricco di personaggi, di cui due giganteggiano sulla scena; ha una trama di indagine poliziesca con dei profondi risvolti etici e sociali; c’è amore, sesso, amicizia e ci sono anche tutti gli opposti di questi sentimenti, l’odio e il desiderio di vendetta, perversioni sessuali, slealtà e tradimenti.
Per chi conosce Stoccolma non deve essere difficile seguire i percorsi dei protagonisti nelle varie zone della città, per chi non ha familiarità con i paesi nordici è divertente scoprire le abitudini di vita, quali cibi precotti mettano in freezer, che cosa bevano, come facciano il biglietto sul treno pagando con la carta di credito - tutti dettagli che Larsson lascia cadere con totale naturalezza e noncuranza, soliti per lui, insoliti per noi, un lieve piacere aggiunto alla lettura. Che si nutre di ben altro, perché Mikael Blomkvist, l’alter ego di Larsson (stroncato da un infarto a cinquant’anni, prima di riuscire a vedere pubblicata la trilogia), è una sorta di giornalista-angelo della Giustizia, un donchisciotte della stampa che crede nel potere e nel dovere di denuncia da parte dei mass media. E questa volta la bomba che si appresta a disinnescare è il traffico di prostituzione dai paesi dell’Est dell’Europa, rivelando i nomi di padroni magnaccia e anche- soprattutto- di insospettabili clienti. Che non saranno certo contenti di essere portati alla ribalta.
Eppure non è Mikael Blomkvist l’eroe di questo secondo romanzo - si parla di donne, donne maltrattate, violentate, oltraggiate, seviziate, uccise: non può essere che Lisbeth Salander la protagonista assoluta de La ragazza che giocava con il fuoco (il lettore scoprirà che il titolo non è solo un modo di dire), la venticinquenne che, se non fosse per i vari piercing e tatuaggi, sembrerebbe una bambina (all’inizio del libro scopriamo che è andata in una clinica di Genova per ‘farsi’ il seno), l’asociale che è stata internata nel reparto di psichiatria e che è fuggita da tutte le famiglie affidatarie, l’hacker brillante a cui nessun computer è precluso e che si diletta con il teorema di Fermat, dotata di una comprensione immediata di qualunque problema matematico.
Qualcuno arriccerà il naso, forse, se, dopo aver definito Mikael ‘l’angelo della Giustizia’, definissimo Lisbeth ‘l’angelo vendicatore’ che sguaina non la spada ma una pistola elettrica. Perché non si può negare che Lisbeth sia violenta, eppure - come tutti concordano nel dire quando le tracce degli assassinii portano a lei - Lisbeth ha la sua morale. Lisbeth reagisce con la violenza solo quando è provocata. Allora diventa una furia spietata, lucidissima, incredibilmente forte per i suoi un metro e cinquanta più o meno di altezza. E noi non possiamo che essere dalla sua parte, come Mikael, del resto. Anzi, suscita in noi una fascinazione spaventata, il desiderio di saperla imitare, per difenderci.
È come se ci fossero due romanzi in uno, nel secondo volume di Millennium: il primo contiene la denuncia del trafficking e il secondo, che in un modo che solo superficialmente può apparire una strana coincidenza, diventa la storia di Lisbeth e di Tutto il Male che le è successo, cambiando la sua vita.
Nel primo filone ci sono subito tre omicidi - e ci fa venire i brividi osservare quale oscura premonizione ci sia nel giornalista free-lance che muore senza riuscire a veder pubblicato il suo libro, proprio come avvenne a Larsson, quasi che Dag Svensson sia un inconsapevole alter ego dell’alter ego Mikael dello stesso Larsson.
Nella seconda traccia, che prende l’avvio dalla prima, sarà Lisbeth a portarci dal colpevole degli omicidi, che è colpevole anche, e direttamente, nei suoi confronti.
Con un finale da tragedia greca, un grandguignol degli orrori macabri, un ritmo serratissimo che ci fa salire il cuore in gola. Con sospiro di sollievo all’ultima pagina.
Ragazzo da parete
Un vero caso letterario fin dalla sua pubblicazione, Noi siamo infinito - Ragazzo da parete, romanzo d'esordio di Stephen Chbosky, uscito nel 1991 negli Stati Uniti, torna oggi in classifica grazie all'uscita del film tratto dal romanzo, di cui lo stesso Chbosky è anche regista.continue)
Noi siamo infinito f ... (
Un vero caso letterario fin dalla sua pubblicazione, Noi siamo infinito - Ragazzo da parete, romanzo d'esordio di Stephen Chbosky, uscito nel 1991 negli Stati Uniti, torna oggi in classifica grazie all'uscita del film tratto dal romanzo, di cui lo stesso Chbosky è anche regista.
Noi siamo infinito fu proibito in alcune scuole e fu incluso dalla American Library Association nelle liste del 2006 e del 2008 dei dieci libri più contestati. Tra i motivi delle critiche rivolte al romanzo c'è il trattamento di tematiche quali droga, omosessualità, sesso e suicidio.
È il 1991, siamo alla periferia di Pittsburgh.
Charlie è un ragazzo al primo anno di liceo. È lui la voce narrante del romanzo, che racconta la sua storia in forma epistolare a un amico di cui non viene mai rivelato il nome, ma del quale il protagonista ha sentito parlare a scuola. Ha sentito dire che è un ragazzo che ascolta e capisce, e che non si è portato a letto “quella persona”, a una festa, anche se ne avrebbe avuto la possibilità.
“Ho soltanto bisogno di sapere che là fuori c'è qualcuno che ascolta e che capisce, e non cerca di portarsi a letto le persone, anche se potrebbe. Ho bisogno di sapere che esiste gente così.”
Charlie scrive a questo amico anonimo con cui non vuole avere in realtà nessun contatto. È solo un tu a cui affidare il suo sfogo e raccontare i suoi problemi. Vive questo cruciale momento della sua adolescenza portandosi dietro il peso del suicidio del suo unico amico, Michael, e il ricordo della defunta zia Helen, a cui era molto affezionato. Ha un fratello che frequenta la Pennsylvania State University con una borsa di studio per il football e una sorella che è all'ultimo anno di liceo.
E' un ragazzo timido, introverso, riflessivo. È uno di quei ragazzi che durante una festa se ne stanno attaccati al muro e si confondono con la tappezzeria (da qui il titolo del romanzo), e per questo è impopolare tra molti suoi coetanei.
Amante della poesia, Charlie ha un animo delicato e gentile. Sa ascoltare gli altri e mantenere i segreti. Stringerà amicizia con Sam, una ragazza dell'ultimo anno per la quale prende una cotta, e con il suo fratellastro gay Patrick. Saranno loro due a introdurlo a nuovi amici, alla musica e alla droga. Gettato in un vortice di nuove esperienze e prime volte, Charlie inizierà a conoscere il mondo che lo circonda. Nel frattempo un segreto sepolto nella sua infanzia riemergerà, costringendolo a ricordare un grande dolore che il subconscio aveva rimosso...
Molti sono i libri citati all'interno del romanzo, oltre a poesie, film, show televisivi, canzoni. Sono i libri che l'insegnante di Charlie, Bill, gli consiglia di leggere. I titoli scelti mettono in relazione la storia di Charlie con quella di altre figure giovanili della grande tradizione letteraria moderna e contemporanea, dando vita a una riflessione profonda attraverso un richiamo trasversale ai temi dell'adolescenza, dell'estraneità, dell'amicizia, dell'irrequietudine. Lo stesso titolo originale del romanzo, The Perks of Being a Wallflower, cita la commedia di Oscar Wilde, The Importance of Being Earnest.
Tra i titoli più significativi:
Il buio oltre la siepe di Harper Lee
Di qua dal Paradiso di Francis Scott Fitzgerald
Pace separata di John Knowles
Peter Pan e Wendy di James M. Barrie
Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald
Il giovane Holden di Jerome D. Salinger
Sulla strada di Jack Kerouac
Pasto nudo di William S. Burroughs
Walden ovvero Vita nei boschi di Henry David Thoreau
Amleto di William Shakespeare
Lo straniero di Albert Camus
La fonte meravigliosa di Ayn Rand
Noi siamo infinito è un romanzo di formazione che racconta con una voce fresca e autentica l'adolescenza, con i suoi dolori e turbamenti, attraverso la scoperta di sé e del mondo, l'amicizia e i complessi rapporti con gli altri, la sessualità e quella sensazione di infinito che ci pervade all'improvviso di fronte alla grandezza dei sentimenti.