Prendete un grande pentolone. Dentro metteteci ricordi di una studentessa di provincia fuori sede. Aggiungete qualche consiglio di mamma che ci vuole sempre, mescolate con le vettovaglie che fuoriescono da malcapitate valigie rigonfie. Mettete il tutto su fiamma bassa. A metà cottura aggiungete un t
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Prendete un grande pentolone. Dentro metteteci ricordi di una studentessa di provincia fuori sede. Aggiungete qualche consiglio di mamma che ci vuole sempre, mescolate con le vettovaglie che fuoriescono da malcapitate valigie rigonfie. Mettete il tutto su fiamma bassa. A metà cottura aggiungete un tocco di inesperienza ai fornelli, una manciata di voglia di imparare e un pizzico di pazienza. Quando tutto è arrivato ad ebollizione, spegnete il gas, e mettetevi seduti e comodi a leggere le “Ricette umorali” di Isabella Pedicini, edito dalla casa editrice Fazi.
Penserete subito, ma che c’è da leggere in un ricettario se non devo cucinare? Giusta osservazione, se non fosse che quello dalla Pedicini non è un pedante ricettario di quelli che pretendono che tutte sappiamo cosa sia una bastardella o un coltello spelucchino o che si sappia discettare con una certa supponenza della misteriosa alchimia della meringa. Ebbene no, le ricette umorali sono fatte per noi che ci sentiamo fiere di sapere cos’è la schiumarola, e che con grande stupore e meraviglia abbiamo scoperto che il cappello cinese non è l’ennesima paccottiglia parasole dei cinesi sotto casa. Sono scritte per noi che abbiamo cucinato sui fornelletti da campeggio ma in cucine o presunte tali, noi che abbiamo viaggiato col caciocavallo nella valigia, che abbiamo preparato la sfoglia dei ravioli usando la mitica bottiglia di Peroni al posto del mattarello, noi che insieme alle ricette abbiamo sempre qualcosa da raccontare o spettegolare o ricordare, noi che al profumo del cibo leghiamo una faccia, una parola, un ricettario unto e consunto, noi che vorremmo un profumo all’aroma di pane o di forno alle 5 del mattino. Noi che abbiamo detto no al precotto e si al pancotto.
Di solito le mie recensioni non sono in prima persona, ma questa volta faccio un’eccezione per un libro che ho trovato davvero emozionante oltre che molto molto divertente, come non ridere alle acrobazie con il coperchio per girare la frittata? A chi non è mai capitato di pensare alla frittata e realizzare uno strapazzo? Con autoironia e buon gusto sensoriale e letterario, Isabella Pedicini scrive ricette per tutti i giorni, non è l’Artusi, non è l’ Arte di mangiar bene, ma quella di star bene in cucina, senza salutismi saccenti forieri di sensi di colpa, è quella giusta miscela che da al caffè il profumo di casa, che rende la cucina “casa”, di storie, ricordi, tradizioni, modi di dire, luogo che riesce ad accomunare la nonna con la nipote, la nuora con la suocera anche se quest’ultima ne sa sempre un po di più. E qui la cucina diventa campo di battaglia all’ultimo (al)sangue o ben cotto, da difendere con la pasta al dente o scotta, con la pasta al forno con l’uovo sodo oppure no… Insomma, questo libro non è solo un libro, è un ricettario, è un codice miniato di consigli millenari, che come un poema epico si tramanda prima oralmente di massaia in massaia, di cucina in cucina e arriva a noi seduti comodamente in cucina. A proposito, il gas lo avete spento?
Isabella Pedicini, “Ricette Umorali” ,Fazi 2012 Giudizio: 4 / 5 – diffidate di chi non ama il cibo. ________________________________________________
Spietato, sciupafemmine, tossico: praticamente Papa
Santo Bustarelli è laido, spietato, perverso. Santo Bustarelli ama la coca e le femmine. No, non le donne, proprio le femmine, quelle da battuage, merce da orge e gangbang, carne da macelleria sessuale. Santo Bustarelli, di santo, ha soltanto il nome. Ed invece è losco, come di famiglia. Suo padre,
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Santo Bustarelli è laido, spietato, perverso. Santo Bustarelli ama la coca e le femmine. No, non le donne, proprio le femmine, quelle da battuage, merce da orge e gangbang, carne da macelleria sessuale. Santo Bustarelli, di santo, ha soltanto il nome. Ed invece è losco, come di famiglia. Suo padre, Salvatore detto Salvo, è un politico navigato, malato di potere e di prestigio, geni infettati di empietà e un sogno: ascendere al trono laico di Presidente del Consiglio. Da buon democristiano sa coniugare, con spietata materialità, ambizione e falsa morale. Santo stesso è una sua creazione. Nato dallo sperma dell’arrivismo, cullato nel ventre uterino della ribalderia, Santo è la figura perfetta per aspirare al soglio di Pietro. La road map al papato, si confà perfettamente al tipo: un cammino frastagliato di menzogne e carognate, accompagnato da figuri pronti apparentemente a tutto per soddisfare la bramosia del capo. Un’Apocalisse dei viventi di cui Santo è il solo dio, colui che giudica, condanna e assolve fedeli e non fedeli. Il Comandante delle Armate del Signore che interpreta la vocazione come una scalata al prestigio. Prima in seminario, poi sacerdote, quindi Vescovo di Chiavari prima e di Genova poi, sempre attento ad attaccare difendendo sé stesso, sfruttando i talenti degli altri come ogni buon leader.
“L’onnipotente” è la storia di quest’ascesa. Un romanzo: dunque con tutto il portato del romanzo. Ma purtuttavia con una fortissima puzza di realtà. Letale come il morso della Vipera di Russel, cupo (a volte troppo cupo) come una pioggia di piume di corvo, incalzante come un assolo di batteria speed metal, scorretto come una bestemmia nel mezzo di una Messa, l’ultimo libro del genovese Michele Vaccari (edito da Laurana nella collana ‘Rimmel’) è una gemma incastonata nell’anello del male. Rutilante nel linguaggio, ardimentoso fino all’imitazione del noir statunitense; martellante nel plot, con sequenze che si rincorrono come zombie sfrenati fra le pietre tombali d’un camposanto; impietoso moralmente, specie nei confronti della Chiesa, presentata come la compagnia indefessa di un teatro degli orrori senza possibilità di redenzione artistica.
Ecco, ‘L’onnipotente’ fonde azione e condanna morale, si agguanta alle voglie letterarie degli amanti del thriller e dà soddisfazione (oltre che filo da torcere) ai lettori impegnati. Un libro non di consumo, né facile né rapido. Al contrario, con una buona dose di intrico, da capogiro. ‘L’onnipotente’, insomma, è una sbornia da labirintite: confonde, turba e non si cura delle conseguenze, dei conati, del retrogusto di sbobba. Non per i deboli di stomaco.
Scombinato, spettinato, sbracato. Folle, a tratti timido, perlopiù sfacciato. “La libreria dell’armadillo”, opera seconda del dauno-torinese Alberto Schiavone, non è semplicemente un libro, ma un vocabolario di attributi. Vario e vasto. Edito da Rizzoli nella collana ‘la scala’, maramaldeggia seguen
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Scombinato, spettinato, sbracato. Folle, a tratti timido, perlopiù sfacciato. “La libreria dell’armadillo”, opera seconda del dauno-torinese Alberto Schiavone, non è semplicemente un libro, ma un vocabolario di attributi. Vario e vasto. Edito da Rizzoli nella collana ‘la scala’, maramaldeggia seguendo le vicende di un vecchio titolo di Giovanni Arpino, un fuori catalogo: “Randagio è l’eroe”. Come una foglia esposta al vento di tramontana, il libro passa di mano in mano. Tocca personaggi improbabili che, di volta in volta, conquistano la scena diventando primi attori; attraversa le loro storie come si attraversa un binario con un Eurostar all’orizzonte: con il timore adrenalinico della sfida.
Tutto incomincia con un anziano smemorato, sceso di casa per comprare le sigarette e fattovi ritorno con un biglietto del Supenalotto che non sarà mai controllato causa Alzheimer galoppante. Il biglietto, che si scoprirà essere vincente, finisce all’interno del tomo di Arpino. Il libro finisce nelle mani di un ‘fattone’ che, a sua volta lo gira ad un libraio coraggioso che, dietro la sua corazza da armadillo, prova a ripararsi dagli assalti di un capitalismo che, vistosi in pericolo, prova a sparare i suoi ultimi colpi di cannone nel mucchio dei ‘piccoli imprenditori’. A lui lo domanda Francesca, una donna dalla vita in disordine, che non può averlo perché, nel frattempo, se n’è appropriato Tzu Gambadilegno, un fattorino cinese alto come una bacchetta infilzata nella sabbia e goffo come uno scimmione anoressico, che lo zio, un commerciante senza scrupoli, tiene segregato nella gabbia di un’esistenza senza prospettiva. Ma il libraio è coriaceo e, a costo di spendere tutto il tempo del mondo, si getta a capofitto nella sua ricerca per avere un motivo per approcciare Francesca.
Approfittando di questo uragano d’eventi, e perciò senza troppo dare nell’occhio, Schiavone riannoda, tra il malinconico e l’esilarante, i fili del maglione personale della memoria. Ex libraio mai ‘pentito’ né emendato della sua colpa di spacciatore di storie, parole ed emozioni, lo scrittore torinese compone un vero e proprio epitaffio della professione (che non è un necrologio), ben conoscendo il flusso e il riflusso delle emozioni che salgono, scendono, sbattono, rumoreggiano all’interno di una libreria. Le conosce, e le riproduce con la fedeltà di una polaroid. Tanto che, il suo scrivere, alla lunga assume la parvenza di una difesa di classe. Schiavone è il Karl Marx dei bottegai del libro che, se avessero un inno, una marcia, uno statuto universale in cui riconoscersi, non potrebbe che essere questo “La libreria dell’armadillo”.
Un libro leggero e maledettamente ironico, con slanci fantastici di emotività, evocazioni calviniane ed alte cime di realismo modernista. Il tutto, cullato da un linguaggio senza forzature ed atmosfere sature dell’odore di carta ed inchiostro tanto familiare a chi bazzica il fantastico mondo delle librerì.
Dati: un uomo mediamente soddisfatto chiamato Roversi, un lavoro garantito, un matrimonio senza lode ma anche senza infamia, un’amicizia storica e accomodantemente abitudinaria. Quesito: verificare, applicando l’assioma dell’ironia, le reazioni derivanti dalla sottrazione, dal corpicione di Roversi,
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Dati: un uomo mediamente soddisfatto chiamato Roversi, un lavoro garantito, un matrimonio senza lode ma anche senza infamia, un’amicizia storica e accomodantemente abitudinaria. Quesito: verificare, applicando l’assioma dell’ironia, le reazioni derivanti dalla sottrazione, dal corpicione di Roversi, 110 chili di goffa routine, degli elementi sopra indicati. Risoluzione: “Se son rose”, teorema del matematico Massimo Vitali, scuola Fernandel. Vale a dire, una delle prove di come la letteratura, se e quando ne ha voglia, abbia ancora il potere supremo di creare mondi senza limitarsi a riprodurli. Universo, quello originato da Vitali, giovane lupo di mare del periglioso oceano del made in Italy scrittorio (un caso letterario. Nel senso che per caso è approdato alla letteratura visto che, nonostante il discreto successo dei suoi libri, continua a lavorare per una multinazionale svedese – che non è l’Ikea – e ad insegnare nuoto. Cura inoltre il SUO PROPRIO SITO ed un BLOG di recensioni), che dalle mammelle della realtà si nutre. E si ciba talmente tanto del latte del reale da divenire ipertrofico, esagerato, rigonfio, surreale.
La trovata iniziale di “Se son rose” è così buffa da risultare geniale. Un uomo abbandonato, parte integrante del mondo ma dal mondo sconnesso – Roversi appunto – si barrica nel bagno delle donne del Corallo, un cinema d’essai, neppure dei migliori. Sacrificato dal suo capo e scaricato da sua moglie, l’omone cerca l’ascesi nirvanica nell’intimità del luogo più appartato della domesticità quotidiana: il bagno. Inutile provare a cavarlo fuori; inutile però anche cercare la solitudine. Per una strana legge fisica d’attrazione gravitazionale, attorno alla massa di Roversi prenderanno a roteare i più strampalati figuri: donne sole e cani muti; preti popolari e colleghi, parenti e venditori porta a porta. Un piccolo mondo periferico imbrigliato nel giogo dei problemi più vari. Tutti chiedono un orecchio. E con esso, una via di risoluzione, foss’anche un miracolo. Roversi si adegua ma senza civetteria. Prova a reagire agli stimoli esterni, senza purtuttavia lasciarsene travolgere.
L’incontro del caldo umido della toilette e il freddo dell’atmosfera esterna origina l’uragano “Se son rose”. Un evento talmente sagace, divertente, lieve, ingenuo, scanzonato, intelligente, da coinvolgere il lettore in una spirale di rilassatezza volontaria ed arresa. Impossibile è distaccarsene. Chapeau a Vitali, spietatamente ironico e trucidamente esilarante, capace di affiggere al tuo tempo il cartello ‘vietato fermarsi’; se ne appropria con fare furbo e quatto. La sua opera non poggia su strumentazioni cervellotiche. Solo, fa leva sulla semplicità della parola e su una normalità disarmante, a tratti dissacrante, di sicuro ben riuscita. Una normalità in cui gli opposti si attraggono fino a mescolarsi, in cui odio e amore, rabbia e quiete, paura e riscatto banchettano in un convivio spassoso e riflessivo. Ecco dunque le dua corda di “Se son rose”. Un libro che è una scatola di cioccolatini, di cui la metà ripieni di fiele: tanto golosi quanto amari. Di più: un romanzo psicomico psicologico e comico, tipico caso di letteratura stralunata. Un toccasana taumaturgico, la medicina per le coronarie. Da non perdere: il libro, l’autore, le sue spettacolose presentazioni.
Partigiano lassù in montagna, antifascista impunito, comunista adogmatico e sdottrinato, anarchico. Libero, della stessa libertà dei viaggi, dei sogni, delle utopie. Guascone, contraddittorio, ‘picaresco’. Luca Aurelio Staletti è un pluriottantenne che la sua casa editrice, la romana Coniglio, defin
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Partigiano lassù in montagna, antifascista impunito, comunista adogmatico e sdottrinato, anarchico. Libero, della stessa libertà dei viaggi, dei sogni, delle utopie. Guascone, contraddittorio, ‘picaresco’. Luca Aurelio Staletti è un pluriottantenne che la sua casa editrice, la romana Coniglio, definisce “dal cuore d’oro”. Per loro, per i tipi della Coniglio appunto, pochi mesi fa ha scritto “C’era una volta il Partito Comunista”. Sottotitolo, “Autobiografia picaresca di un compagno radiato”.
Un libro tutto da cavalcare, scevro di filtri convenzionali, scritto così come pensato. Sporco come un riff di chitarra grunge. Un impasto di avventure, donne, amicizie, esperienze, un composto lievitato in maniera naturale eppure eccezionale, il tutto condito d’un linguaggio senza regole, personale e personalizzato, vulgata on the road e chi capisce capisce, roboante di certo, ai limiti del paninaro. Il più delle volte azzeccato, spesso ironico, raramente forzato.
Una biografia sui generis. Sui generis come sui generis la vita di Staletti. Giovane partigiano quando “la vita era un sogno agitato”, militante del Pci in tempi di Migliorismo, espulso per indisciplina, sordo ai confini comportamentali, amante delle belle donne e della ribellione. Col tempo si avvicina al comunismo libertario, poi la strada lo porta all’anarchia, alle sperimentazioni comunarde. Vola negli Stati Uniti, se li sfanga coast to coast con il solo ticket di un pollice alzato ai bordi delle route. Lavora in fabbrica, conosce gente, torna in Italia, sbarca a Parigi. Diventa agente letterario softocore, regalando al Belpaese il ciclo di Emmanuelle e gente della levatura di Guido Crepax, Hugo Pratt, Milo Manara, Magnus.
Staletti è un personaggio assurdo, paradossale, surreale. Ancora più assurda, paradossale, surreale è la storia che narra di se stesso. Si pompa e si prende in giro, si esalta e si deride. Come pennello usa l’ironia, non rinunciando a darsi un tocco di ingorda strafottenza. Tanto da plasmarsi più come un eroe da saga popolare che come un uomo in carne ed ossa. Il limite fra romanzo e biografia è sottile, spesso violato col tacito consenso di una sintassi da flipper, parole che rimpallano alla velocità del suono, tintinnando con sonagli e campanelli. Non mancano certo le lezioni, qualche comizio, pizzichi violenti ala pelle della politica, del capitalismo, del socialismo reale.
Un libro-invettiva, insomma, questo “C’era una volta il Partito Comunista”, sputacchiato di rabbiosa irriverenza e di beffardi sfottò. Un libro scanzonato, senza pretese di catechismo; voluttuosamente blasfemo, ammiccatamente osè fin dalla provocatoria copertina, strisciantemente lascivo, lussuriosamente fuori dagli schemi, spregiudicatamente sboccato, uno specchio fedele del suo autore.
Luca Aurelio Staletti, “C’era una volta il Partito Comunista. Autobiografia picaresca di un compagno radiato”, Coniglio 2011 Giudizio: 3 / 5 – Anarchico
Ricette umorali
Prendete un grande pentolone. Dentro metteteci ricordi di una studentessa di provincia fuori sede. Aggiungete qualche consiglio di mamma che ci vuole sempre, mescolate con le vettovaglie che fuoriescono da malcapitate valigie rigonfie. Mettete il tutto su fiamma bassa. A metà cottura aggiungete un t ... (continue)
Prendete un grande pentolone. Dentro metteteci ricordi di una studentessa di provincia fuori sede. Aggiungete qualche consiglio di mamma che ci vuole sempre, mescolate con le vettovaglie che fuoriescono da malcapitate valigie rigonfie. Mettete il tutto su fiamma bassa. A metà cottura aggiungete un tocco di inesperienza ai fornelli, una manciata di voglia di imparare e un pizzico di pazienza. Quando tutto è arrivato ad ebollizione, spegnete il gas, e mettetevi seduti e comodi a leggere le “Ricette umorali” di Isabella Pedicini, edito dalla casa editrice Fazi.
Penserete subito, ma che c’è da leggere in un ricettario se non devo cucinare? Giusta osservazione, se non fosse che quello dalla Pedicini non è un pedante ricettario di quelli che pretendono che tutte sappiamo cosa sia una bastardella o un coltello spelucchino o che si sappia discettare con una certa supponenza della misteriosa alchimia della meringa. Ebbene no, le ricette umorali sono fatte per noi che ci sentiamo fiere di sapere cos’è la schiumarola, e che con grande stupore e meraviglia abbiamo scoperto che il cappello cinese non è l’ennesima paccottiglia parasole dei cinesi sotto casa. Sono scritte per noi che abbiamo cucinato sui fornelletti da campeggio ma in cucine o presunte tali, noi che abbiamo viaggiato col caciocavallo nella valigia, che abbiamo preparato la sfoglia dei ravioli usando la mitica bottiglia di Peroni al posto del mattarello, noi che insieme alle ricette abbiamo sempre qualcosa da raccontare o spettegolare o ricordare, noi che al profumo del cibo leghiamo una faccia, una parola, un ricettario unto e consunto, noi che vorremmo un profumo all’aroma di pane o di forno alle 5 del mattino.
Noi che abbiamo detto no al precotto e si al pancotto.
Di solito le mie recensioni non sono in prima persona, ma questa volta faccio un’eccezione per un libro che ho trovato davvero emozionante oltre che molto molto divertente, come non ridere alle acrobazie con il coperchio per girare la frittata? A chi non è mai capitato di pensare alla frittata e realizzare uno strapazzo?
Con autoironia e buon gusto sensoriale e letterario, Isabella Pedicini scrive ricette per tutti i giorni, non è l’Artusi, non è l’ Arte di mangiar bene, ma quella di star bene in cucina, senza salutismi saccenti forieri di sensi di colpa, è quella giusta miscela che da al caffè il profumo di casa, che rende la cucina “casa”, di storie, ricordi, tradizioni, modi di dire, luogo che riesce ad accomunare la nonna con la nipote, la nuora con la suocera anche se quest’ultima ne sa sempre un po di più. E qui la cucina diventa campo di battaglia all’ultimo (al)sangue o ben cotto, da difendere con la pasta al dente o scotta, con la pasta al forno con l’uovo sodo oppure no…
Insomma, questo libro non è solo un libro, è un ricettario, è un codice miniato di consigli millenari, che come un poema epico si tramanda prima oralmente di massaia in massaia, di cucina in cucina e arriva a noi seduti comodamente in cucina. A proposito, il gas lo avete spento?
Isabella Pedicini, “Ricette Umorali” ,Fazi 2012
Giudizio: 4 / 5 – diffidate di chi non ama il cibo.
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L'onnipotente
Santo Bustarelli è laido, spietato, perverso. Santo Bustarelli ama la coca e le femmine. No, non le donne, proprio le femmine, quelle da battuage, merce da orge e gangbang, carne da macelleria sessuale. Santo Bustarelli, di santo, ha soltanto il nome. Ed invece è losco, come di famiglia. Suo padre, ... (continue)
Santo Bustarelli è laido, spietato, perverso. Santo Bustarelli ama la coca e le femmine. No, non le donne, proprio le femmine, quelle da battuage, merce da orge e gangbang, carne da macelleria sessuale. Santo Bustarelli, di santo, ha soltanto il nome. Ed invece è losco, come di famiglia. Suo padre, Salvatore detto Salvo, è un politico navigato, malato di potere e di prestigio, geni infettati di empietà e un sogno: ascendere al trono laico di Presidente del Consiglio. Da buon democristiano sa coniugare, con spietata materialità, ambizione e falsa morale. Santo stesso è una sua creazione. Nato dallo sperma dell’arrivismo, cullato nel ventre uterino della ribalderia, Santo è la figura perfetta per aspirare al soglio di Pietro. La road map al papato, si confà perfettamente al tipo: un cammino frastagliato di menzogne e carognate, accompagnato da figuri pronti apparentemente a tutto per soddisfare la bramosia del capo. Un’Apocalisse dei viventi di cui Santo è il solo dio, colui che giudica, condanna e assolve fedeli e non fedeli. Il Comandante delle Armate del Signore che interpreta la vocazione come una scalata al prestigio. Prima in seminario, poi sacerdote, quindi Vescovo di Chiavari prima e di Genova poi, sempre attento ad attaccare difendendo sé stesso, sfruttando i talenti degli altri come ogni buon leader.
“L’onnipotente” è la storia di quest’ascesa. Un romanzo: dunque con tutto il portato del romanzo. Ma purtuttavia con una fortissima puzza di realtà. Letale come il morso della Vipera di Russel, cupo (a volte troppo cupo) come una pioggia di piume di corvo, incalzante come un assolo di batteria speed metal, scorretto come una bestemmia nel mezzo di una Messa, l’ultimo libro del genovese Michele Vaccari (edito da Laurana nella collana ‘Rimmel’) è una gemma incastonata nell’anello del male. Rutilante nel linguaggio, ardimentoso fino all’imitazione del noir statunitense; martellante nel plot, con sequenze che si rincorrono come zombie sfrenati fra le pietre tombali d’un camposanto; impietoso moralmente, specie nei confronti della Chiesa, presentata come la compagnia indefessa di un teatro degli orrori senza possibilità di redenzione artistica.
Ecco, ‘L’onnipotente’ fonde azione e condanna morale, si agguanta alle voglie letterarie degli amanti del thriller e dà soddisfazione (oltre che filo da torcere) ai lettori impegnati. Un libro non di consumo, né facile né rapido. Al contrario, con una buona dose di intrico, da capogiro. ‘L’onnipotente’, insomma, è una sbornia da labirintite: confonde, turba e non si cura delle conseguenze, dei conati, del retrogusto di sbobba. Non per i deboli di stomaco.
Michele Vaccari, “L’onnipotente”, Laurana 2011
Giudizio: 3.5 / 5 – Papa don’t cry
La libreria dell'armadillo
Scombinato, spettinato, sbracato. Folle, a tratti timido, perlopiù sfacciato. “La libreria dell’armadillo”, opera seconda del dauno-torinese Alberto Schiavone, non è semplicemente un libro, ma un vocabolario di attributi. Vario e vasto. Edito da Rizzoli nella collana ‘la scala’, maramaldeggia seguen ... (continue)
Scombinato, spettinato, sbracato. Folle, a tratti timido, perlopiù sfacciato. “La libreria dell’armadillo”, opera seconda del dauno-torinese Alberto Schiavone, non è semplicemente un libro, ma un vocabolario di attributi. Vario e vasto. Edito da Rizzoli nella collana ‘la scala’, maramaldeggia seguendo le vicende di un vecchio titolo di Giovanni Arpino, un fuori catalogo: “Randagio è l’eroe”. Come una foglia esposta al vento di tramontana, il libro passa di mano in mano. Tocca personaggi improbabili che, di volta in volta, conquistano la scena diventando primi attori; attraversa le loro storie come si attraversa un binario con un Eurostar all’orizzonte: con il timore adrenalinico della sfida.
Tutto incomincia con un anziano smemorato, sceso di casa per comprare le sigarette e fattovi ritorno con un biglietto del Supenalotto che non sarà mai controllato causa Alzheimer galoppante. Il biglietto, che si scoprirà essere vincente, finisce all’interno del tomo di Arpino. Il libro finisce nelle mani di un ‘fattone’ che, a sua volta lo gira ad un libraio coraggioso che, dietro la sua corazza da armadillo, prova a ripararsi dagli assalti di un capitalismo che, vistosi in pericolo, prova a sparare i suoi ultimi colpi di cannone nel mucchio dei ‘piccoli imprenditori’. A lui lo domanda Francesca, una donna dalla vita in disordine, che non può averlo perché, nel frattempo, se n’è appropriato Tzu Gambadilegno, un fattorino cinese alto come una bacchetta infilzata nella sabbia e goffo come uno scimmione anoressico, che lo zio, un commerciante senza scrupoli, tiene segregato nella gabbia di un’esistenza senza prospettiva. Ma il libraio è coriaceo e, a costo di spendere tutto il tempo del mondo, si getta a capofitto nella sua ricerca per avere un motivo per approcciare Francesca.
Approfittando di questo uragano d’eventi, e perciò senza troppo dare nell’occhio, Schiavone riannoda, tra il malinconico e l’esilarante, i fili del maglione personale della memoria. Ex libraio mai ‘pentito’ né emendato della sua colpa di spacciatore di storie, parole ed emozioni, lo scrittore torinese compone un vero e proprio epitaffio della professione (che non è un necrologio), ben conoscendo il flusso e il riflusso delle emozioni che salgono, scendono, sbattono, rumoreggiano all’interno di una libreria. Le conosce, e le riproduce con la fedeltà di una polaroid. Tanto che, il suo scrivere, alla lunga assume la parvenza di una difesa di classe. Schiavone è il Karl Marx dei bottegai del libro che, se avessero un inno, una marcia, uno statuto universale in cui riconoscersi, non potrebbe che essere questo “La libreria dell’armadillo”.
Un libro leggero e maledettamente ironico, con slanci fantastici di emotività, evocazioni calviniane ed alte cime di realismo modernista. Il tutto, cullato da un linguaggio senza forzature ed atmosfere sature dell’odore di carta ed inchiostro tanto familiare a chi bazzica il fantastico mondo delle librerì.
Alberto Schiavone, “La libreria dell’armadillo”, Rizzoli 2012
Giudizio: 3.5 / 5 – Ironia libraria
Se son rose
Dati: un uomo mediamente soddisfatto chiamato Roversi, un lavoro garantito, un matrimonio senza lode ma anche senza infamia, un’amicizia storica e accomodantemente abitudinaria. Quesito: verificare, applicando l’assioma dell’ironia, le reazioni derivanti dalla sottrazione, dal corpicione di Roversi, ... (continue)
Dati: un uomo mediamente soddisfatto chiamato Roversi, un lavoro garantito, un matrimonio senza lode ma anche senza infamia, un’amicizia storica e accomodantemente abitudinaria. Quesito: verificare, applicando l’assioma dell’ironia, le reazioni derivanti dalla sottrazione, dal corpicione di Roversi, 110 chili di goffa routine, degli elementi sopra indicati. Risoluzione: “Se son rose”, teorema del matematico Massimo Vitali, scuola Fernandel. Vale a dire, una delle prove di come la letteratura, se e quando ne ha voglia, abbia ancora il potere supremo di creare mondi senza limitarsi a riprodurli. Universo, quello originato da Vitali, giovane lupo di mare del periglioso oceano del made in Italy scrittorio (un caso letterario. Nel senso che per caso è approdato alla letteratura visto che, nonostante il discreto successo dei suoi libri, continua a lavorare per una multinazionale svedese – che non è l’Ikea – e ad insegnare nuoto. Cura inoltre il SUO PROPRIO SITO ed un BLOG di recensioni), che dalle mammelle della realtà si nutre. E si ciba talmente tanto del latte del reale da divenire ipertrofico, esagerato, rigonfio, surreale.
La trovata iniziale di “Se son rose” è così buffa da risultare geniale. Un uomo abbandonato, parte integrante del mondo ma dal mondo sconnesso – Roversi appunto – si barrica nel bagno delle donne del Corallo, un cinema d’essai, neppure dei migliori. Sacrificato dal suo capo e scaricato da sua moglie, l’omone cerca l’ascesi nirvanica nell’intimità del luogo più appartato della domesticità quotidiana: il bagno. Inutile provare a cavarlo fuori; inutile però anche cercare la solitudine. Per una strana legge fisica d’attrazione gravitazionale, attorno alla massa di Roversi prenderanno a roteare i più strampalati figuri: donne sole e cani muti; preti popolari e colleghi, parenti e venditori porta a porta. Un piccolo mondo periferico imbrigliato nel giogo dei problemi più vari. Tutti chiedono un orecchio. E con esso, una via di risoluzione, foss’anche un miracolo. Roversi si adegua ma senza civetteria. Prova a reagire agli stimoli esterni, senza purtuttavia lasciarsene travolgere.
L’incontro del caldo umido della toilette e il freddo dell’atmosfera esterna origina l’uragano “Se son rose”. Un evento talmente sagace, divertente, lieve, ingenuo, scanzonato, intelligente, da coinvolgere il lettore in una spirale di rilassatezza volontaria ed arresa. Impossibile è distaccarsene. Chapeau a Vitali, spietatamente ironico e trucidamente esilarante, capace di affiggere al tuo tempo il cartello ‘vietato fermarsi’; se ne appropria con fare furbo e quatto. La sua opera non poggia su strumentazioni cervellotiche. Solo, fa leva sulla semplicità della parola e su una normalità disarmante, a tratti dissacrante, di sicuro ben riuscita. Una normalità in cui gli opposti si attraggono fino a mescolarsi, in cui odio e amore, rabbia e quiete, paura e riscatto banchettano in un convivio spassoso e riflessivo. Ecco dunque le dua corda di “Se son rose”. Un libro che è una scatola di cioccolatini, di cui la metà ripieni di fiele: tanto golosi quanto amari. Di più: un romanzo psicomico psicologico e comico, tipico caso di letteratura stralunata. Un toccasana taumaturgico, la medicina per le coronarie. Da non perdere: il libro, l’autore, le sue spettacolose presentazioni.
C'era una volta il partito comunista. Autobiografia picaresca di un compagno radiato
Partigiano lassù in montagna, antifascista impunito, comunista adogmatico e sdottrinato, anarchico. Libero, della stessa libertà dei viaggi, dei sogni, delle utopie. Guascone, contraddittorio, ‘picaresco’. Luca Aurelio Staletti è un pluriottantenne che la sua casa editrice, la romana Coniglio, defin ... (continue)
Partigiano lassù in montagna, antifascista impunito, comunista adogmatico e sdottrinato, anarchico. Libero, della stessa libertà dei viaggi, dei sogni, delle utopie. Guascone, contraddittorio, ‘picaresco’. Luca Aurelio Staletti è un pluriottantenne che la sua casa editrice, la romana Coniglio, definisce “dal cuore d’oro”. Per loro, per i tipi della Coniglio appunto, pochi mesi fa ha scritto “C’era una volta il Partito Comunista”. Sottotitolo, “Autobiografia picaresca di un compagno radiato”.
Un libro tutto da cavalcare, scevro di filtri convenzionali, scritto così come pensato. Sporco come un riff di chitarra grunge. Un impasto di avventure, donne, amicizie, esperienze, un composto lievitato in maniera naturale eppure eccezionale, il tutto condito d’un linguaggio senza regole, personale e personalizzato, vulgata on the road e chi capisce capisce, roboante di certo, ai limiti del paninaro. Il più delle volte azzeccato, spesso ironico, raramente forzato.
Una biografia sui generis. Sui generis come sui generis la vita di Staletti. Giovane partigiano quando “la vita era un sogno agitato”, militante del Pci in tempi di Migliorismo, espulso per indisciplina, sordo ai confini comportamentali, amante delle belle donne e della ribellione. Col tempo si avvicina al comunismo libertario, poi la strada lo porta all’anarchia, alle sperimentazioni comunarde. Vola negli Stati Uniti, se li sfanga coast to coast con il solo ticket di un pollice alzato ai bordi delle route. Lavora in fabbrica, conosce gente, torna in Italia, sbarca a Parigi. Diventa agente letterario softocore, regalando al Belpaese il ciclo di Emmanuelle e gente della levatura di Guido Crepax, Hugo Pratt, Milo Manara, Magnus.
Staletti è un personaggio assurdo, paradossale, surreale. Ancora più assurda, paradossale, surreale è la storia che narra di se stesso. Si pompa e si prende in giro, si esalta e si deride. Come pennello usa l’ironia, non rinunciando a darsi un tocco di ingorda strafottenza. Tanto da plasmarsi più come un eroe da saga popolare che come un uomo in carne ed ossa. Il limite fra romanzo e biografia è sottile, spesso violato col tacito consenso di una sintassi da flipper, parole che rimpallano alla velocità del suono, tintinnando con sonagli e campanelli. Non mancano certo le lezioni, qualche comizio, pizzichi violenti ala pelle della politica, del capitalismo, del socialismo reale.
Un libro-invettiva, insomma, questo “C’era una volta il Partito Comunista”, sputacchiato di rabbiosa irriverenza e di beffardi sfottò. Un libro scanzonato, senza pretese di catechismo; voluttuosamente blasfemo, ammiccatamente osè fin dalla provocatoria copertina, strisciantemente lascivo, lussuriosamente fuori dagli schemi, spregiudicatamente sboccato, uno specchio fedele del suo autore.
Luca Aurelio Staletti, “C’era una volta il Partito Comunista. Autobiografia picaresca di un compagno radiato”, Coniglio 2011
Giudizio: 3 / 5 – Anarchico