il sogno rivoluzionario di un piccolo gruppo di ragazzi nell'enorme galassia dell'autonomia operaia. la realtà della manipolazione da loro subita da parte di un potente (che poi tanto potente non è), del controllo su di essi esercitato dalla polizia, del tradimento egoista di chi, tra essi, era poco
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il sogno rivoluzionario di un piccolo gruppo di ragazzi nell'enorme galassia dell'autonomia operaia. la realtà della manipolazione da loro subita da parte di un potente (che poi tanto potente non è), del controllo su di essi esercitato dalla polizia, del tradimento egoista di chi, tra essi, era poco sognatore. una possibile storia di fine anni '70 scritta con ritmo, arricchita qua e là di qualche immagine lirica e conclusa da titoli di coda cinematografici.
ho conosciuto Cognetti grazie allo splendido "Sofia veste sempre di nero" ed in questo nuovo libro, di tuttaltro tono e tema, un diario privato, un'esperienza diretta, nulla di fiction, in questo nuovo libro ho ritrovato la sua scrittura semplice eppur sofisticata e le sue notevoli capacità descritt
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ho conosciuto Cognetti grazie allo splendido "Sofia veste sempre di nero" ed in questo nuovo libro, di tuttaltro tono e tema, un diario privato, un'esperienza diretta, nulla di fiction, in questo nuovo libro ho ritrovato la sua scrittura semplice eppur sofisticata e le sue notevoli capacità descrittive.
una fuga in montagna, solo in una baita a 2000 metri d'altitudine in Val d'Aosta, per ritrovare se stesso e la propria strada, la propria vita. lasciarsi alle spalle la città, divenire eremita (o quasi), scoprire (o riscoprire) il contatto con la natura e rapporti umani più diretti e più concreti. con la consapevolezza, essenziale, che avrebbe potuto fallire, che la fuga e l'isolamento sarebbero potuti risultare inutili e la sua crisi proseguire.
mi son sentito rapito dalla foto in copertina, un fiore ritratto nell'attimo in cui viene devastato da un proiettile, l'ho fissata a lungo, non riuscivo a distogliere lo sguardo. non potevo che comprare il libro e tuffarmi subito nella lettura, che s'è rivelata intensa. un libro meraviglioso, come q
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mi son sentito rapito dalla foto in copertina, un fiore ritratto nell'attimo in cui viene devastato da un proiettile, l'ho fissata a lungo, non riuscivo a distogliere lo sguardo. non potevo che comprare il libro e tuffarmi subito nella lettura, che s'è rivelata intensa. un libro meraviglioso, come quella foto, devastante e poetico allo stesso tempo. la violenza della guerra contrapposta alla bellezza delle parole.
Kevin Powers ha conosciuto in prima persona la guerra in Iraq, l'ha combattuta, s'è confrontato col nemico e col nemico d'entrambi, la morte. e l'ha portata a casa la guerra, dentro di sè, un'ombra impossibile da cancellare, dimenticare, nascondere. la guerra gli è rimasta nell'anima come se fosse ancora lì, nel deserto. per questo, nel libro, ha scelto di alternare il racconto bellico a quello postbellico, in un continuo rimbalzo tra il fronte iracheno e quello casalingo, entrambi vissuti al fianco di un compagno, entrambi vissuti col peso di una promessa.
contrariamente a quanto si possa dedurre dal titolo e dalla quarta di copertina, di viaggi e dell'arte di viaggiare si parla poco, pochissimo. e questo, ovviamente, m'ha lasciato un po' d'amaro in bocca. in queste pagine sono raccolte essenzialmente le annotazioni, il commento di Marc Augé sull'attu
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contrariamente a quanto si possa dedurre dal titolo e dalla quarta di copertina, di viaggi e dell'arte di viaggiare si parla poco, pochissimo. e questo, ovviamente, m'ha lasciato un po' d'amaro in bocca. in queste pagine sono raccolte essenzialmente le annotazioni, il commento di Marc Augé sull'attualità dei mesi che vanno dal settembre 2008 al giugno 2009 (un anno in termini scolastici e, in un certo qual senso, anche lavorativi). il tutto condito da qualche elemento di vita (privata e contemporaneamente pubblica visto il mestiere e la notorietà del protagonista). un diario di bordo che, seppur ormai già attempato e molto legato agli eventi politici francesi (di qui le sole 3 stelle dovute alla difficoltà di seguire un discorso estraneo e, inoltre, ormai passato), riserva qua e là notevoli riflessioni di carattere più generale, specialmente in merito alla storia, alla cultura, alla società globale, al futuro e all'istruzione.
in mezzo a tutto questo, diverse lodi all'Italia ed agli italiani. una, in particolare, di cui credo si debba andar veramente fieri: "frequento l'Italia per i suoi paesaggi, la sua architettura, le sue opere d'arte, la sua storia e anche, a titolo più personale, per la qualità dei suoi convegni, dei suoi docenti e studenti, per la costante disponibilità di un pubblico intelligente e curioso"
il funerale del massaggiatore della buona società londinese. materiale perfetto per la tagliente ironia di Alan Bennett. ne esce un riquadro spietato e divertente, a tratti esilarante, sul mondo delle celebrità e del potere, sulla chiesa anglicana e sulla libertà sessuale.
I pesci nel barile
il sogno rivoluzionario di un piccolo gruppo di ragazzi nell'enorme galassia dell'autonomia operaia. la realtà della manipolazione da loro subita da parte di un potente (che poi tanto potente non è), del controllo su di essi esercitato dalla polizia, del tradimento egoista di chi, tra essi, era poco ... (continue)
il sogno rivoluzionario di un piccolo gruppo di ragazzi nell'enorme galassia dell'autonomia operaia. la realtà della manipolazione da loro subita da parte di un potente (che poi tanto potente non è), del controllo su di essi esercitato dalla polizia, del tradimento egoista di chi, tra essi, era poco sognatore.
una possibile storia di fine anni '70 scritta con ritmo, arricchita qua e là di qualche immagine lirica e conclusa da titoli di coda cinematografici.
Il ragazzo selvatico
ho conosciuto Cognetti grazie allo splendido "Sofia veste sempre di nero" ed in questo nuovo libro, di tuttaltro tono e tema, un diario privato, un'esperienza diretta, nulla di fiction, in questo nuovo libro ho ritrovato la sua scrittura semplice eppur sofisticata e le sue notevoli capacità descritt ... (continue)
ho conosciuto Cognetti grazie allo splendido "Sofia veste sempre di nero" ed in questo nuovo libro, di tuttaltro tono e tema, un diario privato, un'esperienza diretta, nulla di fiction, in questo nuovo libro ho ritrovato la sua scrittura semplice eppur sofisticata e le sue notevoli capacità descrittive.
una fuga in montagna, solo in una baita a 2000 metri d'altitudine in Val d'Aosta, per ritrovare se stesso e la propria strada, la propria vita. lasciarsi alle spalle la città, divenire eremita (o quasi), scoprire (o riscoprire) il contatto con la natura e rapporti umani più diretti e più concreti. con la consapevolezza, essenziale, che avrebbe potuto fallire, che la fuga e l'isolamento sarebbero potuti risultare inutili e la sua crisi proseguire.
Yellow birds
mi son sentito rapito dalla foto in copertina, un fiore ritratto nell'attimo in cui viene devastato da un proiettile, l'ho fissata a lungo, non riuscivo a distogliere lo sguardo. non potevo che comprare il libro e tuffarmi subito nella lettura, che s'è rivelata intensa. un libro meraviglioso, come q ... (continue)
mi son sentito rapito dalla foto in copertina, un fiore ritratto nell'attimo in cui viene devastato da un proiettile, l'ho fissata a lungo, non riuscivo a distogliere lo sguardo. non potevo che comprare il libro e tuffarmi subito nella lettura, che s'è rivelata intensa. un libro meraviglioso, come quella foto, devastante e poetico allo stesso tempo. la violenza della guerra contrapposta alla bellezza delle parole.
Kevin Powers ha conosciuto in prima persona la guerra in Iraq, l'ha combattuta, s'è confrontato col nemico e col nemico d'entrambi, la morte. e l'ha portata a casa la guerra, dentro di sè, un'ombra impossibile da cancellare, dimenticare, nascondere. la guerra gli è rimasta nell'anima come se fosse ancora lì, nel deserto. per questo, nel libro, ha scelto di alternare il racconto bellico a quello postbellico, in un continuo rimbalzo tra il fronte iracheno e quello casalingo, entrambi vissuti al fianco di un compagno, entrambi vissuti col peso di una promessa.
Per strada e fuori rotta. Diario settembre 2008-giugno 2009
contrariamente a quanto si possa dedurre dal titolo e dalla quarta di copertina, di viaggi e dell'arte di viaggiare si parla poco, pochissimo. e questo, ovviamente, m'ha lasciato un po' d'amaro in bocca. in queste pagine sono raccolte essenzialmente le annotazioni, il commento di Marc Augé sull'attu ... (continue)
contrariamente a quanto si possa dedurre dal titolo e dalla quarta di copertina, di viaggi e dell'arte di viaggiare si parla poco, pochissimo. e questo, ovviamente, m'ha lasciato un po' d'amaro in bocca. in queste pagine sono raccolte essenzialmente le annotazioni, il commento di Marc Augé sull'attualità dei mesi che vanno dal settembre 2008 al giugno 2009 (un anno in termini scolastici e, in un certo qual senso, anche lavorativi). il tutto condito da qualche elemento di vita (privata e contemporaneamente pubblica visto il mestiere e la notorietà del protagonista). un diario di bordo che, seppur ormai già attempato e molto legato agli eventi politici francesi (di qui le sole 3 stelle dovute alla difficoltà di seguire un discorso estraneo e, inoltre, ormai passato), riserva qua e là notevoli riflessioni di carattere più generale, specialmente in merito alla storia, alla cultura, alla società globale, al futuro e all'istruzione.
in mezzo a tutto questo, diverse lodi all'Italia ed agli italiani. una, in particolare, di cui credo si debba andar veramente fieri: "frequento l'Italia per i suoi paesaggi, la sua architettura, le sue opere d'arte, la sua storia e anche, a titolo più personale, per la qualità dei suoi convegni, dei suoi docenti e studenti, per la costante disponibilità di un pubblico intelligente e curioso"
La cerimonia del massaggio
il funerale del massaggiatore della buona società londinese. materiale perfetto per la tagliente ironia di Alan Bennett. ne esce un riquadro spietato e divertente, a tratti esilarante, sul mondo delle celebrità e del potere, sulla chiesa anglicana e sulla libertà sessuale.