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*** This comment contains spoilers! ***
la mia analisi del libro
La campana di vetro è la condizione esistenziale, o forse sarebbe più corretto dire non-esistenziale, della protagonista, Esther (che non è altro che uno sdoppiamento dell'autrice stessa, che a sua volta pubblicò il romanzo sotto lo pseudonimo di victoria Lucas), la quale si trova nella impossibilit ... (continue)
La campana di vetro è la condizione esistenziale, o forse sarebbe più corretto dire non-esistenziale, della protagonista, Esther (che non è altro che uno sdoppiamento dell'autrice stessa, che a sua volta pubblicò il romanzo sotto lo pseudonimo di victoria Lucas), la quale si trova nella impossibilità materiale, spirituale, fisiologica direi anche, di accettare il ruolo che le viene offerto dalla società cui appartiene, quella americana degli anni '50: l'unico percorso cioè socialmente riconosciuto e condiviso alle donne in quest'epoca, quello di madri di famiglia, di mogli perfette e impeccabili, di creature giunte illibate al matrimonio, il quale, assieme alla prole e la cura della casa, è o deve essere loro massima aspirazione. Una figura da cartelloni pubblicitari, da copertine patinate, una figura splendida di massima serenità e stabilità. Il problema è che per quanto Esther si sforzi di aderire al modello globale, dentro di sé sente di essere incongruente al massimo rispetto ad esso, avverte in ogni fibra del suo corpo di non poter seguire il sentiero comune. Non accettazione, uccisione e decostruzione del cliché. Ma se non esistono altri modelli a cui riferirsi, cosa succede? Come trovare la propria identità quando tutto il mondo sembra indicare una sola via, ma quella è impraticabile? Il ruolo che Esther vorrebbe per sé non rientra nelle previsioni della sua società, e tutto sembra giocare contro il suo affrancamento spirituale. Ma è il corpo qui a giocare il ruolo fondamentale: esso diventa spia del dissidio interiore, nel momento in cui il malessere si materializza nella incapacità di leggere, di scrivere, di dormire. La campana di vetro, rappresentata dal rifiuto di un modello unico e dominante, e dal conseguente repentino crollo di un delicato equilibrio interiore in assenza d'una nuova figura di riferimento, soffoca Esther, le ottunde la mente fino a riempirla solamente del desiderio di morte. Morte che lei ricerca affannosamente, goffamente, in un grottesco scenario in cui è il ridicolo dato dalla sua inettitudine (l'inettitudine del non avere un ruolo e di non riuscire nemmeno a farla finita) a fare da padrone. Il fatto che alla fine, seppur dopo un tortuoso ed esasperante percorso, Esther sia finalmente guarita e pronta ad affrontare il mondo di nuovo nel suo ricostituito ruolo di donna emancipata e scrittrice, sanato il dissidio attraverso l'Arte, è marginale se si tiene in conto che a poco più di un mese di distanza dalla pubblicazione di The Bell Jar l'autrice si toglierà la vita. Cos'è Esther per Sylvia Plath se non una speranza ultima, feroce, disperata? Una speranza mai stata più lontana, più vacua?
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