A mio personalissimo giudizio, non essendo un cultore del genere di narrativa affrontato da Alda Teodorani, regina dell'horror italiano, BELVE è il suo romanzo più bello e intenso; aggiungei anche "completo", nonostante il finale non sia chiuso, bensì "socchiuso" - e da cui potremmo dire quindi che
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A mio personalissimo giudizio, non essendo un cultore del genere di narrativa affrontato da Alda Teodorani, regina dell'horror italiano, BELVE è il suo romanzo più bello e intenso; aggiungei anche "completo", nonostante il finale non sia chiuso, bensì "socchiuso" - e da cui potremmo dire quindi che soffi, come da uno spiraglio aperto a un mondo parallelo, una gelida corrente di inquietanti suggestioni che saprà affascinare anche il lettore più smaliziato.
Nel complesso, bando alle chiacchiere, è una storia originale e feroce, che mi ha conquistato. Lo consiglio.
"Nebbie" è il terzo romanzo di Silvio Donà, che torna sulla scena letteraria dopo aver vinto la pubblicazione in ebook grazie alla partecipazione - vincente, quindi congratulazioni - al prestigioso concorso letterario "Io Scrittore", indetto dal gruppo editoriale Mauri Spagnol. Protagonista di "Nebb
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"Nebbie" è il terzo romanzo di Silvio Donà, che torna sulla scena letteraria dopo aver vinto la pubblicazione in ebook grazie alla partecipazione - vincente, quindi congratulazioni - al prestigioso concorso letterario "Io Scrittore", indetto dal gruppo editoriale Mauri Spagnol. Protagonista di "Nebbie" è Elena, giovane insegnante laureata in lettere che, in seguito alla morte del nonno, torna al paese natale, in un nord brumoso che nasconde fantasmi e scheletri, quelli a lungo - forse troppo - tenuti nascosti dalla famiglia di lei. Elena è combattuta, vorrebbe tornare a Lecce, città dove vive ormai da anni, ma qualcosa la trattiene entro le quattro mura della vecchia casa in cui ha vissuto durante la sua infanzia, prima che accadesse la cosa, come la chiama lei. Con lei c'è Francesca, detta "la matta", cugina e amica, con la quale la protagonista, dopo un lunghissimo periodo di lontananza e di corrispondenze esclusivamente via internet, ritrova una genuina confidenza, nonché il bisogno impellente di raccontarsi. E lo fa anche lei, Francesca; insieme, le due donne trovano l'una sull'altra un appoggio per farsi strada fra le nebbie del passato, tutto però non finisce come dovrebbe, il vento è feroce, soffia forte e le nebbie si diradano scoprendo un paesaggio che, forse, Elena avrebbe preferito non vedere... Emergono le figure sinistre di un fratello adottivo ripudiato ma mai dimenticato e quella, destinata a crollare, di un padre che si illudeva di conoscere a fondo.
La famiglia, nel romanzo di Silvio Donà, è ricettacolo di orrori sopiti, una trama di cicatrici che pulsano: si segue la narrazione a ritmo sincompato, anche nei passaggi più distesi, di minore suspense. Non un giallo, non un noir, bensì un romanzo introspettivo, fortemente caratterizzato da una scrittura più densa e "calda" rispetto a quella dei due libri precedenti dell'autore - specie "Pinocchio 2112", dallo stile molto freddo, a mio personalissimo giudizio -, che in alcune parti potrebbe apparire ridondante ed elencata nell'uso frequente di subordinate primo e secondo grado e coordinate spesso scisse dalla proposizione principale da un punto e non da una virgola o un punto e virgola, ma che nel complesso scorre fluida.
Commento di Marco Mazzanti (www.deminovel.jimdo.com)
Mi vien spontaneo paragonare questo romanzo, per intensità delle vicende e per potenza narrativa, a "Le nebbie di Avalon"; non sono proprio la stessa cosa, qui si ha un personaggio protagonista maschile, tutt'altro tipo di saga, diversi i colori che ne caratterizzano le vicende, eppure... non si dim
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Mi vien spontaneo paragonare questo romanzo, per intensità delle vicende e per potenza narrativa, a "Le nebbie di Avalon"; non sono proprio la stessa cosa, qui si ha un personaggio protagonista maschile, tutt'altro tipo di saga, diversi i colori che ne caratterizzano le vicende, eppure... non si dimentica. E' un romanzo che rimane dentro il lettore, donandogli una stella, quella di un ricordo piacevole, d'una lettura da ritrovare in futuro.
Commento di Marco Mazzanti (www.deminovel.jimdo.com)
Sono del parere che ci siano tre tipologie di brutti romanzi :
1 - I romanzi scritti bene ma dalla trama inefficace e/o scadente (mi vien da pensare a certi epigoni di Tolkien, Rowling, Paolini, Meyer ect. di cui si sente l'eco già solo a leggere le trame dei loro libri su internet) 2 - I romanzi
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Sono del parere che ci siano tre tipologie di brutti romanzi :
1 - I romanzi scritti bene ma dalla trama inefficace e/o scadente (mi vien da pensare a certi epigoni di Tolkien, Rowling, Paolini, Meyer ect. di cui si sente l'eco già solo a leggere le trame dei loro libri su internet) 2 - I romanzi scritti male ma dalla trama originale e interessante (capita di avere ottime idee, ma non è detto che la scrittura sia il mezzo giusto per esprimerle, specie se non si hanno gli strumenti per farlo...) 3 - I romanzi scritti male e dalla trama inefficace e/o scadente (in pratica: le classiche porcherie, come tante se ne leggono, di chi si illude di avere il dono della Scrittura solo perché capace di legare in un corretto italiano periodi anche complessi, sull'onda del ricordo dei buoni voti ai temi in epoca liceale)
Uno in diviso, di Alcide Pierantozzi, non rientra in alcuna di queste tre tipologie, ma con questo non voglio dire che sia un bel romanzo. Non è nemmeno brutto. Strano sarebbe un termine di cui fin troppo si abusa, specie nell'ambito della critica letteraria più o meno professionale - si sente del resto così spesso parlare di romanzi "strani", che di per sé non significa nulla, oppure tutto, quindi di nuovo nulla -, io direi "neutro". Uno in diviso è, secondo me, un romanzo neutro; giacché etichette come "bello" o "brutto" sono perlopiù soggettive: non vige, e non credo davvero possa esserci, infatti, una soggettività concreta, non nel caso di quest'opera prima pregevole quanto detestabile, a seconda dei punti di vista, appunto, o dovrei dire dei lettori...
Io ne sono rimasto folgorato. Come asserisce Marco Mancassola, quelle di Alcide Pierantozzi sono immagini fulminanti e i gemelli siamesi Taiwo e Kehinde, con questa loro forma a Y (la mia lettera preferita!) ne sono l'esempio più potente e corrusco. Ci si ritrova con gli occhi inchiodati (Arancia meccanica?) come quelli di Elenora, la straniera più brutta, figlia del signor Buttiglione; si vestono i panni di un voyeur ridanciano innanzi alle vicende di costoro, palpabili e corrosive come uno stupro che al tempo stesso è aborto; riti di contemplazione del male che assurgono, infine, ad antropofagia del lettore verso se stesso mediante le azioni dei due gemelli, uno bianco, l'altro nero, legati da un grigio fiocco di carne. Indifferenti o no, si è partecipi, in qualche modo colpevoli. Sarà il fascino del male, oppure del bene, che per esistere pretende il male, quindi la sua sconfitta. E un suo ritorno.
Alcuni passaggi mi son trovato a non condividerli, forse perché collaudati in una narrazione ipertrofica, o forse perché, molto più probabilmente, così violenti, latori di cupi stordimenti, come di dolori sordi, che quasi non si riesce a tenere il libro aperto: lo si richiude - incassare il colpo! - e lo si riapre per immergersi nel gorgo di questa lettura che costringe - che scorre fluida, manierata (ma non troppo!) di citazioni, inesorabile, fino all'agrodolce epilogo.
Se devo essere sincero, ero convinto che, in letteratura (ainsi que dans la septième art...pourquoi pas?), descrivere di situazioni estremamente violente, al fine di provocare, dissacrare e denigrare (chi o cosa, poi? La società? L'umanità? La religione?) fosse un atteggiamento, reazionario e/o intellettuale, anacronistico - ciò può comunque dipendere da una mia personalissima sensazione che conto, con molta devozione, di sfidare, nel tempo, divorando romanzi su romanzi... romanzi che mi auguro essere validi, belli o neutri, ben scritti come questo Uno in diviso.
Belve
A mio personalissimo giudizio, non essendo un cultore del genere di narrativa affrontato da Alda Teodorani, regina dell'horror italiano, BELVE è il suo romanzo più bello e intenso; aggiungei anche "completo", nonostante il finale non sia chiuso, bensì "socchiuso" - e da cui potremmo dire quindi che ... (continue)
A mio personalissimo giudizio, non essendo un cultore del genere di narrativa affrontato da Alda Teodorani, regina dell'horror italiano, BELVE è il suo romanzo più bello e intenso; aggiungei anche "completo", nonostante il finale non sia chiuso, bensì "socchiuso" - e da cui potremmo dire quindi che soffi, come da uno spiraglio aperto a un mondo parallelo, una gelida corrente di inquietanti suggestioni che saprà affascinare anche il lettore più smaliziato.
Nel complesso, bando alle chiacchiere, è una storia originale e feroce, che mi ha conquistato. Lo consiglio.
Anima mundi
Il romanzo più bello e intenso della Tamaro, superiore a mio giudizio a Va dove ti porta il cuore.
Nebbie
"Nebbie" è il terzo romanzo di Silvio Donà, che torna sulla scena letteraria dopo aver vinto la pubblicazione in ebook grazie alla partecipazione - vincente, quindi congratulazioni - al prestigioso concorso letterario "Io Scrittore", indetto dal gruppo editoriale Mauri Spagnol.continue)
Protagonista di "Nebb ... (
"Nebbie" è il terzo romanzo di Silvio Donà, che torna sulla scena letteraria dopo aver vinto la pubblicazione in ebook grazie alla partecipazione - vincente, quindi congratulazioni - al prestigioso concorso letterario "Io Scrittore", indetto dal gruppo editoriale Mauri Spagnol.
Protagonista di "Nebbie" è Elena, giovane insegnante laureata in lettere che, in seguito alla morte del nonno, torna al paese natale, in un nord brumoso che nasconde fantasmi e scheletri, quelli a lungo - forse troppo - tenuti nascosti dalla famiglia di lei.
Elena è combattuta, vorrebbe tornare a Lecce, città dove vive ormai da anni, ma qualcosa la trattiene entro le quattro mura della vecchia casa in cui ha vissuto durante la sua infanzia, prima che accadesse la cosa, come la chiama lei.
Con lei c'è Francesca, detta "la matta", cugina e amica, con la quale la protagonista, dopo un lunghissimo periodo di lontananza e di corrispondenze esclusivamente via internet, ritrova una genuina confidenza, nonché il bisogno impellente di raccontarsi.
E lo fa anche lei, Francesca; insieme, le due donne trovano l'una sull'altra un appoggio per farsi strada fra le nebbie del passato, tutto però non finisce come dovrebbe, il vento è feroce, soffia forte e le nebbie si diradano scoprendo un paesaggio che, forse, Elena avrebbe preferito non vedere... Emergono le figure sinistre di un fratello adottivo ripudiato ma mai dimenticato e quella, destinata a crollare, di un padre che si illudeva di conoscere a fondo.
La famiglia, nel romanzo di Silvio Donà, è ricettacolo di orrori sopiti, una trama di cicatrici che pulsano: si segue la narrazione a ritmo sincompato, anche nei passaggi più distesi, di minore suspense. Non un giallo, non un noir, bensì un romanzo introspettivo, fortemente caratterizzato da una scrittura più densa e "calda" rispetto a quella dei due libri precedenti dell'autore - specie "Pinocchio 2112", dallo stile molto freddo, a mio personalissimo giudizio -, che in alcune parti potrebbe apparire ridondante ed elencata nell'uso frequente di subordinate primo e secondo grado e coordinate spesso scisse dalla proposizione principale da un punto e non da una virgola o un punto e virgola, ma che nel complesso scorre fluida.
Il Condottiero d'Irlanda
Mi vien spontaneo paragonare questo romanzo, per intensità delle vicende e per potenza narrativa, a "Le nebbie di Avalon"; non sono proprio la stessa cosa, qui si ha un personaggio protagonista maschile, tutt'altro tipo di saga, diversi i colori che ne caratterizzano le vicende, eppure... non si dim ... (continue)
Mi vien spontaneo paragonare questo romanzo, per intensità delle vicende e per potenza narrativa, a "Le nebbie di Avalon"; non sono proprio la stessa cosa, qui si ha un personaggio protagonista maschile, tutt'altro tipo di saga, diversi i colori che ne caratterizzano le vicende, eppure... non si dimentica. E' un romanzo che rimane dentro il lettore, donandogli una stella, quella di un ricordo piacevole, d'una lettura da ritrovare in futuro.
Uno in diviso
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Commento di Marco Mazzanti (www.deminovel.jimdo.com)Sono del parere che ci siano tre tipologie di brutti romanzi :
1 - I romanzi scritti bene ma dalla trama inefficace e/o scadente (mi vien da pensare a certi epigoni di Tolkien, Rowling, Paolini, Meyer ect. di cui si sente l'eco già solo a leggere le trame dei loro libri su internet)continue)
2 - I romanzi ... (
Sono del parere che ci siano tre tipologie di brutti romanzi :
1 - I romanzi scritti bene ma dalla trama inefficace e/o scadente (mi vien da pensare a certi epigoni di Tolkien, Rowling, Paolini, Meyer ect. di cui si sente l'eco già solo a leggere le trame dei loro libri su internet)
2 - I romanzi scritti male ma dalla trama originale e interessante (capita di avere ottime idee, ma non è detto che la scrittura sia il mezzo giusto per esprimerle, specie se non si hanno gli strumenti per farlo...)
3 - I romanzi scritti male e dalla trama inefficace e/o scadente (in pratica: le classiche porcherie, come tante se ne leggono, di chi si illude di avere il dono della Scrittura solo perché capace di legare in un corretto italiano periodi anche complessi, sull'onda del ricordo dei buoni voti ai temi in epoca liceale)
Uno in diviso, di Alcide Pierantozzi, non rientra in alcuna di queste tre tipologie, ma con questo non voglio dire che sia un bel romanzo. Non è nemmeno brutto. Strano sarebbe un termine di cui fin troppo si abusa, specie nell'ambito della critica letteraria più o meno professionale - si sente del resto così spesso parlare di romanzi "strani", che di per sé non significa nulla, oppure tutto, quindi di nuovo nulla -, io direi "neutro".
Uno in diviso è, secondo me, un romanzo neutro; giacché etichette come "bello" o "brutto" sono perlopiù soggettive: non vige, e non credo davvero possa esserci, infatti, una soggettività concreta, non nel caso di quest'opera prima pregevole quanto detestabile, a seconda dei punti di vista, appunto, o dovrei dire dei lettori...
Io ne sono rimasto folgorato. Come asserisce Marco Mancassola, quelle di Alcide Pierantozzi sono immagini fulminanti e i gemelli siamesi Taiwo e Kehinde, con questa loro forma a Y (la mia lettera preferita!) ne sono l'esempio più potente e corrusco.
Ci si ritrova con gli occhi inchiodati (Arancia meccanica?) come quelli di Elenora, la straniera più brutta, figlia del signor Buttiglione; si vestono i panni di un voyeur ridanciano innanzi alle vicende di costoro, palpabili e corrosive come uno stupro che al tempo stesso è aborto; riti di contemplazione del male che assurgono, infine, ad antropofagia del lettore verso se stesso mediante le azioni dei due gemelli, uno bianco, l'altro nero, legati da un grigio fiocco di carne. Indifferenti o no, si è partecipi, in qualche modo colpevoli. Sarà il fascino del male, oppure del bene, che per esistere pretende il male, quindi la sua sconfitta. E un suo ritorno.
Alcuni passaggi mi son trovato a non condividerli, forse perché collaudati in una narrazione ipertrofica, o forse perché, molto più probabilmente, così violenti, latori di cupi stordimenti, come di dolori sordi, che quasi non si riesce a tenere il libro aperto: lo si richiude - incassare il colpo! - e lo si riapre per immergersi nel gorgo di questa lettura che costringe - che scorre fluida, manierata (ma non troppo!) di citazioni, inesorabile, fino all'agrodolce epilogo.
Se devo essere sincero, ero convinto che, in letteratura (ainsi que dans la septième art...pourquoi pas?), descrivere di situazioni estremamente violente, al fine di provocare, dissacrare e denigrare (chi o cosa, poi? La società? L'umanità? La religione?) fosse un atteggiamento, reazionario e/o intellettuale, anacronistico - ciò può comunque dipendere da una mia personalissima sensazione che conto, con molta devozione, di sfidare, nel tempo, divorando romanzi su romanzi... romanzi che mi auguro essere validi, belli o neutri, ben scritti come questo Uno in diviso.