Dopo alcune prove abbastanza opache, questi racconti mi sono sembrati abbastanza piacevoli, godibili, anche se spesso chiusi un po’ frettolosamente, senza un’idea che sia all’altezza della narrazione.
Tra quelli che ho apprezzato di più metto quello che dà il titolo al libro: la trovata del leone
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Dopo alcune prove abbastanza opache, questi racconti mi sono sembrati abbastanza piacevoli, godibili, anche se spesso chiusi un po’ frettolosamente, senza un’idea che sia all’altezza della narrazione.
Tra quelli che ho apprezzato di più metto quello che dà il titolo al libro: la trovata del leone se ci penso mi fa ridere anche adesso. In generale, comunque, penso che Camilleri dovrebbe pubblicare un po’ meno: quasi sempre la quantità va a discapito della qualità.
Una premessa: il mio innato cinismo e la mia consolidata sfiducia verso le istituzioni e chi le rappresenta mi farebbe valutare questo libro come un ennesimo esemplare di quella classe di libri ricchi di grandi propositi e poveri di risultati concreti, di cui è piena la nostra letteratura politica.
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Una premessa: il mio innato cinismo e la mia consolidata sfiducia verso le istituzioni e chi le rappresenta mi farebbe valutare questo libro come un ennesimo esemplare di quella classe di libri ricchi di grandi propositi e poveri di risultati concreti, di cui è piena la nostra letteratura politica.
Però devo ammettere che l’arrivo sulla scena di un personaggio come Matteo Renzi ha portato un po’ di quel sommovimento, di quell’agitazione che dovrebbe essere comune nelle democrazie basate sull’alternanza e sul ricambio delle idee e delle persone. E siccome le idee di Matteo Renzi sono quelle che ciascuna persona sana di mente, onesta e ragionevole porterebbe avanti se volesse condurre lealmente e con razionalità il proprio lavoro di pubblico amministratore, il mio innato dispregio ha avuto una botta d’arresto, una “sospensione d’incredulità” per dirla col linguaggio della critica letteraria.
Ci sono diverse idee che condivido in questo pamphlet. Sono idee ovvie, che tutti conosciamo a menadito e che proprio per questo, spesso, non consideriamo più. Come se fossero un panorama che non guardiamo con la dovuta attenzione proprio perché lo abbiamo sempre sotto gli occhi.
In primo luogo la fierezza di voler fare bene il proprio lavoro. L’orgoglio della politica non come manifestazione di potere o incarico ben remunerato, ma semplicemente come l’orgoglio di rappresentare una comunità nella sua interezza. Con l’aspirazione di essere ricordato nel futuro come uno di quelli che le cose le ha fatte, prendendosi sia gli onori che gli oneri, assumendosi meriti e responsabilità. Facendo scelte e non annunci, fatti e non discorsi.
E a questo punto, proprio con l’evocazione della parola “merito” fare una rivoluzione: la rivoluzione dei più degni, di quelli che è giusto premiare e favorire. Dovunque. Si dovrebbe andare avanti se si è meritevoli, si dovrebbe essere premiati se si merita di esserlo e condannati o penalizzati nel caso opposto. Sembra banale ma è uno dei motivi che impediscono all’Italia di crescere, socialmente culturalmente e – non ultimo – materialmente. Ma il merito si sa, qui da noi è come l’Araba Fenice: ”che vi sia ciascun lo dice/dove sia, nessun lo sa”.
E poi, la moralità. Non il moralismo, che è ben altra cosa. La moralità: parola abusata, bistrattata, calpestata. Renzi dice, banalmente, che i politici dovrebbero essere “figure di riferimento positive”, modelli da offrire alla nazione, non una banda di diversamente onesti che hanno fatto mercato dell’“ideale alto” che dovrebbe guidarli. E proprio il fatto che una idea risaputa suoni ad un tratto rivoluzionaria la dice lunga sul bisogno di aria fresca che abbiamo.
Da queste idee ne discendono altre, nessuna delle quali inedita ma tutte rivoluzionarie, se messe in atto per davvero.
Perché "tocca a noi uscire fuori… e lanciare un’OPA sul nostro domani. Dobbiamo uscire fuori, non scappare dall’Italia. Fuori dal Palazzo, fuori dal chiacchiericcio quotidiano, fuori dal perimetro dell’ideologia, fuori dalla fiction… Fuori significa uscire, a non intristirsi su una poltrona, non impigrirsi su un rimpianto, non adagiarsi sulla commiserazione ma alzarsi, mettersi in marcia, cambiare ritmo. Fuori, fuori dalla nostra rassegnazione. Significa trasformare la reazione cinica di chi dice “tanto sono tutti uguali” in un’azione civica di chi prova a cambiare davvero”
L’unica cosa certa, alla fine di questo libro, è che qualcuno ci sta fregando i soldi. E indubbiamente non aiuta sapere che questo qualcuno le banche lo aiutano, la finanza lo sostiene, la politica lo incoraggia. Sostanzialmente la politica economica seguita fino ad oggi è una specie di Robin Hood a
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L’unica cosa certa, alla fine di questo libro, è che qualcuno ci sta fregando i soldi. E indubbiamente non aiuta sapere che questo qualcuno le banche lo aiutano, la finanza lo sostiene, la politica lo incoraggia. Sostanzialmente la politica economica seguita fino ad oggi è una specie di Robin Hood alla rovescia: rubare ai tanti in favore dei pochi.
Mi sa che anch’io sarò costretto a rivalutare il buon vecchio materasso (o qualche suo più moderno equivalente).
Che noia che barba, che barba che noia. Da un “mostro sacro” della storia come il Villari mi aspettavo molto di più. E invece: un libro che non si sa se sia per specialisti o per profani, pieno di citazioni senza alcun riferimento (e perciò privo di bibliografia: l'ipse dixit per Villari dev'
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Che noia che barba, che barba che noia. Da un “mostro sacro” della storia come il Villari mi aspettavo molto di più. E invece: un libro che non si sa se sia per specialisti o per profani, pieno di citazioni senza alcun riferimento (e perciò privo di bibliografia: l'ipse dixit per Villari dev'essere la norma) inquadrato per categorie fumose ed ellittiche in cui - per citare Flaiano - "la linea più breve tra A a B è l'arabesco".
Senza contare che – alla fine – svaniti i fumi dell’erudizione e la nuvola di citazioni più o meno appropriate, si finisce per parlare – noiosamente – delle solite cose risapute e stantie. I fatti sono quelli che sono, e non è facendo il gioco delle tre tavolette e raggruppando le carte in categorie arbitrarie dai titoli altisonanti (uno per tutti: “NATURA RIBELLE ED ESTETICA DELLA LIBERTA’”) che si dicono cose nuove o almeno interessanti.
Come dice giustamente un altro commentatore, non sentivamo il bisogno di un altro libro sull’incipit del Novecento che dicesse le stesse cose di tutti gli altri. Per di più in modo fumoso, inutilmente erudito, da professore emerito che si vuole pavoneggiare della propria cultura. Sicuramente il silenzio sarebbe stato un'opzione migliore di un libro così.
“Il materialismo e l’egoismo della vita contemporanea non sono aspetti intrinseci della condizione umana”
Bel saggio, questo di Judt. L’ho trovato per caso curiosando tra gli scaffali del mio fornitore, e devo dire che mi ha molto colpito per la lucidità dell’analisi e la capacità di sintesi che riescono a centrare i punti più critici della società in cui ci troviamo a esistere.
Bel saggio, questo di Judt. L’ho trovato per caso curiosando tra gli scaffali del mio fornitore, e devo dire che mi ha molto colpito per la lucidità dell’analisi e la capacità di sintesi che riescono a centrare i punti più critici della società in cui ci troviamo a esistere.
Noi viviamo in un mondo in cui sembrano scomparse le mezze misure, in cui il predominio di una parte ha sopraffatto ogni senso critico, elevando a dogma quella che a tutti gli effetti è solo un’ideologia. La crescita illimitata, il mercato che si autoregola, il disprezzo del pubblico e l’esaltazione dell’individualismo sono tutti feticci: idoli terreni di una religione egoista che sta disgregando la nostra capacità di impegnarci per il bene comune. E il problema fondamentale è che questo cambiamento in peggio ci viene presentato come un progresso, come una “modernizzazione” che riforma e rende più efficiente la società.
Ma l’efficienza non può prescindere dall’etica: il mondo non deve essere solo una gabbia di profitti, deve soprattutto essere un luogo in cui vale la pena vivere. Per questo vorrei che tutti leggessero queste pagine: per capire a cosa stiamo rinunciando e per cosa vale davvero la pena di lottare.
Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta
Dopo alcune prove abbastanza opache, questi racconti mi sono sembrati abbastanza piacevoli, godibili, anche se spesso chiusi un po’ frettolosamente, senza un’idea che sia all’altezza della narrazione.
Tra quelli che ho apprezzato di più metto quello che dà il titolo al libro: la trovata del leone ... (continue)
Dopo alcune prove abbastanza opache, questi racconti mi sono sembrati abbastanza piacevoli, godibili, anche se spesso chiusi un po’ frettolosamente, senza un’idea che sia all’altezza della narrazione.
Tra quelli che ho apprezzato di più metto quello che dà il titolo al libro: la trovata del leone se ci penso mi fa ridere anche adesso. In generale, comunque, penso che Camilleri dovrebbe pubblicare un po’ meno: quasi sempre la quantità va a discapito della qualità.
Fuori!
Una premessa: il mio innato cinismo e la mia consolidata sfiducia verso le istituzioni e chi le rappresenta mi farebbe valutare questo libro come un ennesimo esemplare di quella classe di libri ricchi di grandi propositi e poveri di risultati concreti, di cui è piena la nostra letteratura politica. ... (continue)
Una premessa: il mio innato cinismo e la mia consolidata sfiducia verso le istituzioni e chi le rappresenta mi farebbe valutare questo libro come un ennesimo esemplare di quella classe di libri ricchi di grandi propositi e poveri di risultati concreti, di cui è piena la nostra letteratura politica.
Però devo ammettere che l’arrivo sulla scena di un personaggio come Matteo Renzi ha portato un po’ di quel sommovimento, di quell’agitazione che dovrebbe essere comune nelle democrazie basate sull’alternanza e sul ricambio delle idee e delle persone. E siccome le idee di Matteo Renzi sono quelle che ciascuna persona sana di mente, onesta e ragionevole porterebbe avanti se volesse condurre lealmente e con razionalità il proprio lavoro di pubblico amministratore, il mio innato dispregio ha avuto una botta d’arresto, una “sospensione d’incredulità” per dirla col linguaggio della critica letteraria.
Ci sono diverse idee che condivido in questo pamphlet. Sono idee ovvie, che tutti conosciamo a menadito e che proprio per questo, spesso, non consideriamo più. Come se fossero un panorama che non guardiamo con la dovuta attenzione proprio perché lo abbiamo sempre sotto gli occhi.
In primo luogo la fierezza di voler fare bene il proprio lavoro. L’orgoglio della politica non come manifestazione di potere o incarico ben remunerato, ma semplicemente come l’orgoglio di rappresentare una comunità nella sua interezza. Con l’aspirazione di essere ricordato nel futuro come uno di quelli che le cose le ha fatte, prendendosi sia gli onori che gli oneri, assumendosi meriti e responsabilità. Facendo scelte e non annunci, fatti e non discorsi.
E a questo punto, proprio con l’evocazione della parola “merito” fare una rivoluzione: la rivoluzione dei più degni, di quelli che è giusto premiare e favorire. Dovunque. Si dovrebbe andare avanti se si è meritevoli, si dovrebbe essere premiati se si merita di esserlo e condannati o penalizzati nel caso opposto. Sembra banale ma è uno dei motivi che impediscono all’Italia di crescere, socialmente culturalmente e – non ultimo – materialmente. Ma il merito si sa, qui da noi è come l’Araba Fenice: ”che vi sia ciascun lo dice/dove sia, nessun lo sa”.
E poi, la moralità. Non il moralismo, che è ben altra cosa. La moralità: parola abusata, bistrattata, calpestata. Renzi dice, banalmente, che i politici dovrebbero essere “figure di riferimento positive”, modelli da offrire alla nazione, non una banda di diversamente onesti che hanno fatto mercato dell’“ideale alto” che dovrebbe guidarli. E proprio il fatto che una idea risaputa suoni ad un tratto rivoluzionaria la dice lunga sul bisogno di aria fresca che abbiamo.
Da queste idee ne discendono altre, nessuna delle quali inedita ma tutte rivoluzionarie, se messe in atto per davvero.
Perché "tocca a noi uscire fuori… e lanciare un’OPA sul nostro domani. Dobbiamo uscire fuori, non scappare dall’Italia. Fuori dal Palazzo, fuori dal chiacchiericcio quotidiano, fuori dal perimetro dell’ideologia, fuori dalla fiction… Fuori significa uscire, a non intristirsi su una poltrona, non impigrirsi su un rimpianto, non adagiarsi sulla commiserazione ma alzarsi, mettersi in marcia, cambiare ritmo. Fuori, fuori dalla nostra rassegnazione. Significa trasformare la reazione cinica di chi dice “tanto sono tutti uguali” in un’azione civica di chi prova a cambiare davvero”
Fuori!
Come crollano i mercati
L’unica cosa certa, alla fine di questo libro, è che qualcuno ci sta fregando i soldi. E indubbiamente non aiuta sapere che questo qualcuno le banche lo aiutano, la finanza lo sostiene, la politica lo incoraggia. Sostanzialmente la politica economica seguita fino ad oggi è una specie di Robin Hood a ... (continue)
L’unica cosa certa, alla fine di questo libro, è che qualcuno ci sta fregando i soldi. E indubbiamente non aiuta sapere che questo qualcuno le banche lo aiutano, la finanza lo sostiene, la politica lo incoraggia. Sostanzialmente la politica economica seguita fino ad oggi è una specie di Robin Hood alla rovescia: rubare ai tanti in favore dei pochi.
Mi sa che anch’io sarò costretto a rivalutare il buon vecchio materasso (o qualche suo più moderno equivalente).
Notturno italiano
Che noia che barba, che barba che noia. Da un “mostro sacro” della storia come il Villari mi aspettavo molto di più. E invece: un libro che non si sa se sia per specialisti o per profani, pieno di citazioni senza alcun riferimento (e perciò privo di bibliografia: l'ipse dixit per Villari dev' ... (continue)
Che noia che barba, che barba che noia. Da un “mostro sacro” della storia come il Villari mi aspettavo molto di più. E invece: un libro che non si sa se sia per specialisti o per profani, pieno di citazioni senza alcun riferimento (e perciò privo di bibliografia: l'ipse dixit per Villari dev'essere la norma) inquadrato per categorie fumose ed ellittiche in cui - per citare Flaiano - "la linea più breve tra A a B è l'arabesco".
Senza contare che – alla fine – svaniti i fumi dell’erudizione e la nuvola di citazioni più o meno appropriate, si finisce per parlare – noiosamente – delle solite cose risapute e stantie. I fatti sono quelli che sono, e non è facendo il gioco delle tre tavolette e raggruppando le carte in categorie arbitrarie dai titoli altisonanti (uno per tutti: “NATURA RIBELLE ED ESTETICA DELLA LIBERTA’”) che si dicono cose nuove o almeno interessanti.
Come dice giustamente un altro commentatore, non sentivamo il bisogno di un altro libro sull’incipit del Novecento che dicesse le stesse cose di tutti gli altri. Per di più in modo fumoso, inutilmente erudito, da professore emerito che si vuole pavoneggiare della propria cultura. Sicuramente il silenzio sarebbe stato un'opzione migliore di un libro così.
Guasto è il mondo
Bel saggio, questo di Judt. L’ho trovato per caso curiosando tra gli scaffali del mio fornitore, e devo dire che mi ha molto colpito per la lucidità dell’analisi e la capacità di sintesi che riescono a centrare i punti più critici della società in cui ci troviamo a esistere.
Noi viviamo in un mond ... (continue)
Bel saggio, questo di Judt. L’ho trovato per caso curiosando tra gli scaffali del mio fornitore, e devo dire che mi ha molto colpito per la lucidità dell’analisi e la capacità di sintesi che riescono a centrare i punti più critici della società in cui ci troviamo a esistere.
Noi viviamo in un mondo in cui sembrano scomparse le mezze misure, in cui il predominio di una parte ha sopraffatto ogni senso critico, elevando a dogma quella che a tutti gli effetti è solo un’ideologia. La crescita illimitata, il mercato che si autoregola, il disprezzo del pubblico e l’esaltazione dell’individualismo sono tutti feticci: idoli terreni di una religione egoista che sta disgregando la nostra capacità di impegnarci per il bene comune. E il problema fondamentale è che questo cambiamento in peggio ci viene presentato come un progresso, come una “modernizzazione” che riforma e rende più efficiente la società.
Ma l’efficienza non può prescindere dall’etica: il mondo non deve essere solo una gabbia di profitti, deve soprattutto essere un luogo in cui vale la pena vivere. Per questo vorrei che tutti leggessero queste pagine: per capire a cosa stiamo rinunciando e per cosa vale davvero la pena di lottare.