Ho voluto raccogliere in volumetti alcuni dei versi scritti negli ultimi trent’anni (dalla fine del Liceo a oggi), tra il 1983 e il 2013. Dopo averne pubblicate alcune nel 1989 nella silloge “Viaggio intorno allo Specchio”, pensavo che non ne avrei date alle stampe altre. La possibilità di auto-pub
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Ho voluto raccogliere in volumetti alcuni dei versi scritti negli ultimi trent’anni (dalla fine del Liceo a oggi), tra il 1983 e il 2013. Dopo averne pubblicate alcune nel 1989 nella silloge “Viaggio intorno allo Specchio”, pensavo che non ne avrei date alle stampe altre. La possibilità di auto-pubblicarmi e di realizzare da solo degli e-book, senza disturbare editori (di certo impegnati in progetti più significativi!), mi ha convinto a darli alle stampe. Ho deciso di dividere il più possibile i versi in base all’argomento, sebbene questo sia un criterio impreciso e molte “poesie” (non amo e non oso chiamare i miei lavori così!) avrebbero potuto collocarsi in raccolte diverse da quelle in cui le ho inserite. “Il Terzultimo Pianeta” è stata la prima di queste antologie (pubblicata il 24 marzo 2013). Questo volume (“Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”) riunisce dei versi accomunati più dalla forma (sono tutti haiku o, almeno, qualcosa di simile) che dall’argomento, anche se l’haiku non è solo una forma espressiva, ma ha precisi contenuti, dunque, forse, in questo libello troverete persino maggior unitarietà e uniformità che nelle altre antologie. Anche l’arco temporale è più ristretto, non avendo io mai scritto in questa forma prima del 2001 e avendone scritti ben pochi dopo il 2010.
L’idea è di pubblicare presto anche gli altri versi, riuniti in volumi che potrebbero essere i seguenti: • “Il Terzultimo Pianeta” (già pubblicato): un pianeta morente, l’uomo come un virus, dalla Genesi all’Apocalisse, in versi ora rabbiosi ora ironici che parlano di vita, morte e illusione di Dio. • “Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”: raccolta di componimenti brevi, in stile giapponese. Nell’immediatezza dell’attimo la profonda percezione della vita. • “La Valle dei Poeti Pallidi”: la scrittura, i libri e chi li scrive. Il Poeta Pallido è una sorta di cavaliere solitario che spara gocce d’inchiostro. • “Schiavi Part-Time”: il nostro tempo, con le sue storture e prevaricazioni. Viviamo tutti come schiavi part-time e gran parte del nostro tempo che non ci appartiene. • “Una Pompa nel Petto”: La Pompa nel Petto è il cuore, l’organo più abusato in poesia. Si parla dell’amore, dei suoi limiti e dei suoi dolori. La Bambina Senza Blues ne è una dei protagonisti, forse potrebbe comparire nel titolo, anche se temo la confusione con il romanzo “La Bambina dei Sogni”. • “Ombre Blues”: tutti quei sentimenti che non sono l’amore. La malinconia blues, l’amicizia… Sto ancora ragionando sul titolo. • “Ridendo Rimo” (titolo ancora tutto da pensare): dovrebbe riunire limerick e altri versi scherzosi o satirici. Sarà il volume meno “poetico” della serie.
Per il mio romanzo “La Bambina dei Sogni”, pubblicato nel 2012 con Lulu e IlMioLibro de La Repubblica e per “Il Terzultimo Pianeta” ho scelto la formula del copyleft:: un volume cartaceo da vendere a chi lo volesse, ma accompagnato da un e-book gratuito che sarà possibile scaricare senza spesa alcuna dal mio sito www.menzinger.too.it. Intendo fare lo stesso anche con questo volume, affinché chi voglia leggere senza spendere possa farlo.
Graziano Braschi, già redattore della rivista satirica “Ca Balà”, complici le moderne opportunità di auto-pubblicazione, ha finalmente dato alle stampe il volumetto “Arrivederci, mondo”, uscito a puntate nei lontani eppur vicini anni ’70 del defunto ultimo secolo del passato millennio. Si tratta di
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Graziano Braschi, già redattore della rivista satirica “Ca Balà”, complici le moderne opportunità di auto-pubblicazione, ha finalmente dato alle stampe il volumetto “Arrivederci, mondo”, uscito a puntate nei lontani eppur vicini anni ’70 del defunto ultimo secolo del passato millennio. Si tratta di un mordace libello che narra proprio di quegli anni di fanfaniana-leonesca memoria, all’apparenza diversi dai nostri tempi berlusconiani, ma in realtà non meno corrotti e malati, solo più ingenui e ignari. L’argomento è umoristico-satirico, il linguaggio è arguto e raffinato al punto da perdersi in giochi di parole, nell’uso di termini volutamente pomposi in alternanza con altri volgarmente popolareschi se non coprologici e altri dal sapore di neologismo. Basti leggere, per questo, l’incipit: La notte, il maresciallo Ciavantesta scende nient’affatto bel bello gli orti di Portici. Striscia, lavorando sodo di gomiti e di ginocchia, tra file di cavoli. Quei cavoli non sono normali. Formano
Graziano Braschi - Com’è che dice il poeta? C’è a chi ci piacciono i vruoccoli, i crauti. Ma perché, diosanto? A me danno l’acido in pancia e rutti nel gorgozzule – sagra arrancando. Le scoregge al cavolo sono le sue spiacevoli madeleines. Gli risvegliano angosce infantili: puzzo di povero, zaffate di lavori pericolosi, il grisou, i minatori, la diossina. - Ma insomma che è questa puzza!? Scivola come un lombrico in quella minigiungla. All’improvviso una frenata di gomiti. Davanti a lui un piccolo ostacolo cumuliforme. Rimane di princisbecco. Una merda fresca con pochi minuti di vita, massimo un quarto d’ora. Una neonata. Bestemmiando, cambia filare. Lì ce n’è un’altra ancora più fresca! All’improvviso intravede qualcosa davanti a sé. Una montagnola bianca! Un escremento alieno che si drizza davanti ai suoi occhi esterrefatti. Da qui si dipana, anzi, no da qui si aggroviglia una gran matassa di eventi, idee e situazioni, un gran bailamme, un guazzabuglio letterario che mescola umoristicamente considerazioni sull’inquinamento, l’omosessualità e la cattiva alimentazione, con colpi di Stato e gruppi di pattuglianti democratici che si scontrano tra loro dandosi reciprocamente del fascista, con personaggi emersi da spazi letterari più vari, come il Gatto e la Volpe collodiani e l’Alfonso Menegatti, garzone di macelleria, che kafkianamente si muta in insetto, ma viene accolto con gioia dai familiari (sarà vero quel che si dice a Napoli che “ogni scarrafone è bello a mamma soia”). È, insomma, questa di cui si prende mestamente gioco Braschi, un’Italia di quarant’anni fa così malconcia e malata e così tristemente simile a quella in crisi di oggi, da farci domandare come diavolo si sia riusciti ad attraversarli davvero questi quarant’anni e come si faccia a non essere in un baratro ancor più profondo di quello in cui purtroppo siamo, con politici per i quali la sostanza della propria attività era nell’affermazione che qui compare in un bollettino della Democrazia Cristiana: “È soprattutto urgente strappare ai comunisti l’egemonia del ballo liscio!” La politica era spettacolo già prima che ci inventassimo il Presidente Telegenico. Sorprende ritrovare in queste pagine “antiche”, appena riemerse in questo millennio, un’attenzione verso la sofisticazione alimentare, verso le diete iper-proteiche, qui ironicamente criticate con immagini come quella del dottore che sostiene il crollo delle qualità morali della classe operaia in connessione con il maggior consumo di carne o dei due tizi che, penetrati nottetempo in un supermercato si sfidano alla “roulette alimentare”, aprendo a turno un barattolo dopo l’altro, fino a trovare quello avvelenato da qualche suo componente. Che dire poi della descrizione delle concerie di Pontedera, direi ben poco mutate, “antri bui e spettrali in cui si muovono e annaspano, tuffando gli stivali su uno strato di fanghiglia nera e pestilenziale, pochi uomini col volto contratto e gli occhi gonfi per il gas”! Insomma il soldato Italo attraversa, nel suo folle on-the-road da redivivo “buon soldato Švejk” di Hašekiana memoria, un’Italia surreale e grottesca ma allo stesso tristemente reale, come può esserlo una vignetta di Altan, uno di quelle piene di merda. Il volume è, invece, illustrato da Massimo Presciutti, disegnatore, anche lui, di “Ca Balà”.
A volte capita di leggere qualche libro che proprio non ci piace e non riusciamo a digerire. Mi capita di rado, un po’ perché leggo poco a caso, un po’ perché riesco quasi sempre a trovare qualcosa di buono in un testo. Uno dei libri che, ultimamente, mi è piaci
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LETTO IN EBOOK ____________________
A volte capita di leggere qualche libro che proprio non ci piace e non riusciamo a digerire. Mi capita di rado, un po’ perché leggo poco a caso, un po’ perché riesco quasi sempre a trovare qualcosa di buono in un testo. Uno dei libri che, ultimamente, mi è piaciuto meno è stato “La Mostra delle Atrocità” di James Graham Ballard. Diciamo che mi è piaciuto così poco, che, se fossi stato un altro, probabilmente avrei messo una croce sopra a questo autore e non ne avrei letto altro. Ballard però è uno dei “mostri” sacri della fantascienza e non potevo liquidarlo così. Ho dunque letto “Deserto d’Acqua”, anche noto come “Il Mondo Sommerso” (“The Drowned World”) (del 1962). Per fortuna, a differenza de “La Mostra delle Atrocità”, “Deserto d’Acqua” è un vero romanzo. Vera fantascienza. Inoltre è scritto piuttosto bene. Quando ci si aspetta poco da un libro, è il momento, almeno per me, di apprezzarlo di più. Sarà forse per questo che, per quasi metà del romanzo, sono stato quasi tentato di considerarlo una delle mie migliori letture degli ultimi mesi, poi, però, ho percepito una certa pesantezza narrativa, poca cosa, ma sufficiente a farmelo lasciare tra i buoni libri di fantascienza, ma non a farlo assurgere nell’Olimpo dei miei Cult personali. A rendermelo gradito c’è sicuramente l’ambientazione post-apocalittica che continua ad affascinarmi, anche se ormai se ne sono viste innumerevoli versioni. Qui siamo dalle parti del – successivo (1995) - film “Waterworld” di Kevin Reynolds, con Kevin Costner: la terra è stata sommersa dalle acque, in una sorta di nuovo Diluvio Universale, ma l’ambiente è, in realtà diverso: in “Waterworld” c’era solo l’Oceano. Qui ci sono soprattutto paludi. Ad arricchire la trama c’è un altro elemento che amo: il sogno. I sopravvissuti in questo mondo che si sta surriscaldando e tornando alle origini hanno degli incubi lovecraftiani con i quali regrediscono a tempi arcani in cui la vita emergeva dalle paludi. Quello che forse ho gradito meno è, invece, l’arrivo dei “pirati” che prosciugano la laguna, facendo riemergere una Londra ormai perduta negli abissi marini. Tutto sommato, avrei preferito seguire le vicende della coppia rimasta da sola dopo la partenza del laboratorio per cui lavoravano, ad affrontare i propri incubi, il clima ostile e la natura regredita. Sì, forse, la mia attenzione ha cominciato a calare a quel punto. Uno sviluppo verso la follia o verso l’abbrutimento dei protagonisti mi avrebbe intrigato maggiormente.
LETTO IN EBOOK ________________ La tradizione popolare vuole che, nell’Anno del Signore 1212, due gruppi di fanciulli, ispirati da visioni divine (o ben più probabilmente infervorati dallo spirito del tempo) partissero dalla Francia e dalla Germania alla volta della Terra Santa per riconquistare, in
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LETTO IN EBOOK ________________ La tradizione popolare vuole che, nell’Anno del Signore 1212, due gruppi di fanciulli, ispirati da visioni divine (o ben più probabilmente infervorati dallo spirito del tempo) partissero dalla Francia e dalla Germania alla volta della Terra Santa per riconquistare, in un’ennesima Crociata, Gerusalemme, dove non riusciranno mai ad arrivare, morendo per strada o venendo fatti schiavi. Pare però che la leggenda nasca da una cattiva traduzione del termine “pauper”, scambiato per “puer”. Dalle cronache del tempo pare, infatti, si trattasse di un gruppo di poveri, non di bambini, guidati dal pastore tedesco Nikolaus, che giunsero a Genova e Marsiglia dove attesero che il mare si aprisse per farli passare, come aveva fatto con Mosè. L’altro gruppo di pellegrini (i presunti “bambini” francesi, si fermò invece a Saint-Denis. Da questa storia furono ispirati numerosi autori, da Kurt Vonnegut (“Mattatoio n. 5”), a Bianca Pizzorno (“La Bambina con il Falcone”), a Frank Schätzing (“Il Diavolo nella Cattedrale”), ad altri. Nel volume “La Crociata dei Bambini” troviamo riuniti l’omonimo romanzo breve del francese Marcel Schwob del 1896 e il racconto del 1955 di Yukio Mishima “Il Mare e il Tramonto”, che si inserisce così bene nella narrazione del romanzo ottocentesco, da poter quasi essere confuso per uno dei suoi capitoli. “La Crociata dei Bambini” è, infatti, costruito come una serie di racconti in ciascuno dei quali prende la parola un diverso personaggio, quali un prete, un lebbroso, un papa, uno scrivano, uno dei bambini. Nel racconto giapponese ascolteremo dalle parole di uno dei fanciulli, ormai divenuto grande, come sia stato venduto schiavo e abbia così viaggiato fino in Egitto, in India e, infine, in Giappone, ma servando sempre nel cuore il ricordo di quella impresa e, ancor, più dell’apparizione di Gesù che lo esortava a partire. Il personaggio ha assunto il nome di Anri, ma potrebbe essere proprio quello Stefano che secondo la tradizione avrebbe guidato i bambini francesi. “La Crociata dei Bambini” si legge con piacere forse più per l’interesse verso la leggenda che non per lo stile narrativo, anche se la descrizione dei bambini e lo stupore e la sfiducia di chi li osserva sono pregevoli. Più poetico appare il racconto di Mishima, con questo rivolgersi di Anri a un bambino sordo-muto, il solo che in quel Paese potrebbe” ascoltare” la sua storia e con questo suo nostalgico guardare verso il mare.
LETTO IN EBOOK _____________________ Se Saramago non avesse già scritto un romanzo intitolato “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), forse avrebbe potuto intitolare “Caino” (2009) “La Bibbia secondo Caino”. Saramago non è certo nuovo nel toccare temi religiosi. Penso anche a “Le Intermittenze dell
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LETTO IN EBOOK _____________________ Se Saramago non avesse già scritto un romanzo intitolato “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), forse avrebbe potuto intitolare “Caino” (2009) “La Bibbia secondo Caino”. Saramago non è certo nuovo nel toccare temi religiosi. Penso anche a “Le Intermittenze della Morte” (2005). “Caino”, una delle ultime opere del premio Nobel portoghese scomparso il 18 giugno 2010 è un romanzo non lungo, ma affascinate ed estremamente ricco di temi. Innanzitutto, può essere letto come un viaggio nel tempo. In questo José Saramago si dimostra innovativo pur senza creare soluzioni particolari. Diciamo che lo è forse più per trascuratezza verso la questione che per particolare attenzione. Sembrerebbe che come faccia il suo Caino a viaggiare nel tempo a lui poco importi. Non ha certo una macchina apposita. Lui cammina e si trova in un “diverso presente”, lontano decenni o secoli da quello da cui proveniva, a volte in avanti nel tempo, a volte indietro. Il tempo in cui viaggia però è sempre quello della Bibbia. Si muove su un asino e quasi si potrebbe pensare sia questa cavalcatura a essere magica, ma poi lo lascia e il suo viaggio non finisce. Caino e proprio quello che pensiamo: il fratello assassino di Abele. Dio lo condanna a errare e lui non lo fa solo nello spazio, ma anche nel tempo. Quando incontra Dio e questi gli chiede come mai nei momenti salienti della storia biblica lui compaia sempre, Caino risponde di non saperlo e che pensava potesse essere opera sua, ma Dio gli risponde che queste cose non le fa. Così l’errante figlio di Adamo incontra Abramo e Isacco, Giosuè, Mosè, Noè. Si unisce con Lilith, con le figlie e la moglie di Noè. Assiste alla caduta delle mura di Gerico, alla distruzione di Sodoma e Gomorra e al Diluvio Universale. Manca di un pelo solo la Genesi, ma Saramago ci mostra i suoi genitori. Questo viaggiare nel tempo, che avviene a prescindere dalla sua volontà, ricorda un po’ quello del protagonista de “La Moglie dell’Uomo che viaggiava nel Tempo” (2003) della Niffenegger: non c’è previsione, non c’è logica nei loro spostamenti. Caino però non si ritrova ogni volta, come Henry, nudo e indifeso. Il suo spostamento è indolore, si porta dietro ciò che ha, persino l’asino. Come Henry ogni volta ritorna dalla sua Claire, così Caino torna (meno spesso) da Lilith. Ora questo nome, Lilith, ci porta già un’altra dimensione di questo romanzo. Lilith è una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica, che potrebbe averla appresa dai babilonesi assieme ad altri culti e miti (come il Diluvio universale) durante la prigionia di Babilonia. Nella religione mesopotamica Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. La figura di Lilith appare inizialmente in un insieme di demoni e spiriti legati al vento e alla tempesta, come è il caso nella religiosità sumerica di Lilitu, circa nel 3000 a.C. Per gli antichi ebrei Lilith era la prima moglie di Adamo (quindi precedente a Eva), che fu ripudiata e cacciata via perché si rifiutò di obbedire al marito. Sebbene alcuni studiosi datassero l'origine verso il VIII secolo a.C., le trascrizioni mesopotamiche accennano a questa figura già dal III millennio a.C. La presenza di questa figura nel romanzo, ci fa capire che siamo nella Bibbia, ma non proprio in quella ortodossa. Del resto qualche dubbio sorge subito, quando Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, vengono a sapere dall’angelo sulla porta che nel mondo ci sono già molti altri uomini. Forse, però i viaggi nel tempo sono già iniziati! Quello che José Saramago ci mostra è un Dio che possiamo ritrovare nelle pagine del libro sacro, ma l’autore insiste nel mostrarcene l’orgoglio, l’arroganza e la violenza. Caino uccide Abele perché il Signore lo preferiva a lui e quando Dio lo rimprovera, il figlio di Adamo non abbassa la testa, ma a sua volta accusa la divinità: se Dio avesse voluto, avrebbe potuto fermarlo, se Dio fosse stato più giusto, lui non avrebbe ucciso suo fratello. Caino confessa che con il fratricidio in realtà non voleva uccidere Abele, cui voleva bene, ma Dio stesso. Non potendolo raggiungere ha colpito chi gli era caro. Nei suoi peregrinaggi Caino, però, si convincerà sempre più della malvagità di Dio, che ucciderà tutti i bambini di Sodoma e Gomorra per le colpe dei loro genitori, che ordinerà ad Abramo di uccidere Isacco (sarà Caino a fermarne la mano) per metterlo alla prova, che manderà alla rovina il buon Giosuè, in combutta con Satana, per lo stesso motivo, che farà distruggere agli israeliti intere città. Alla fine il fratricida deciderà di punire quel Dio malvagio e nel farlo il romanzo si trasformerà in un’ucronia, ma non rivelo di più, dato che già la storia biblica è ben nota e almeno la sorpresa del finale penso spetti al lettore. Che Dio sia violento e ami mettere alla prova lo avevamo già visto del resto ne “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”. Un altro concetto che ritroviamo è il peso della colpa. In quel Vangelo sarà Giuseppe a tormentarsi per non aver salvato i bambini innocenti giustiziati da Erode, qui è Caino a non reggere il peso della morte di Abele. La sua rabbia verso Dio, che l‘ha spinto al gesto, è però più grande. Due stragi di bambini innocenti ci sono in entrambi i libri (quelli giustiziati da Erode e quelli bruciati da Dio a Sodoma e Gomorra). Il Diavolo compare anche qui con doppia faccia. Nel primo romanzo era un Diavolo/ Pastore. In questo è in combutta con Dio, quello che gli fa il lavoro sporco e, forse, quello che ha capito quanto Dio sia malvagio. Che dire poi di questi angeli annoiati, che non ne possono più di lodare il Signore in Paradiso e che appena possono venire sulla Terra e fare qualche lavoretto sono tutti felici? Insomma, ancora una volta un’opera che fa riflettere su Dio e sulla Bibbia, mostrando quegli aspetti che vengono messi meno in evidenza nei sermoni domenicali.
Rossi di sangue sono dell'uomo l'alba e il tramonto
Ho voluto raccogliere in volumetti alcuni dei versi scritti negli ultimi trent’anni (dalla fine del Liceo a oggi), tra il 1983 e il 2013. Dopo averne pubblicate alcune nel 1989 nella silloge “Viaggio intorno allo Specchio”, pensavo che non ne avrei date alle stampe altre.continue)
La possibilità di auto-pub ... (
Ho voluto raccogliere in volumetti alcuni dei versi scritti negli ultimi trent’anni (dalla fine del Liceo a oggi), tra il 1983 e il 2013. Dopo averne pubblicate alcune nel 1989 nella silloge “Viaggio intorno allo Specchio”, pensavo che non ne avrei date alle stampe altre.
La possibilità di auto-pubblicarmi e di realizzare da solo degli e-book, senza disturbare editori (di certo impegnati in progetti più significativi!), mi ha convinto a darli alle stampe.
Ho deciso di dividere il più possibile i versi in base all’argomento, sebbene questo sia un criterio impreciso e molte “poesie” (non amo e non oso chiamare i miei lavori così!) avrebbero potuto collocarsi in raccolte diverse da quelle in cui le ho inserite.
“Il Terzultimo Pianeta” è stata la prima di queste antologie (pubblicata il 24 marzo 2013).
Questo volume (“Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”) riunisce dei versi accomunati più dalla forma (sono tutti haiku o, almeno, qualcosa di simile) che dall’argomento, anche se l’haiku non è solo una forma espressiva, ma ha precisi contenuti, dunque, forse, in questo libello troverete persino maggior unitarietà e uniformità che nelle altre antologie. Anche l’arco temporale è più ristretto, non avendo io mai scritto in questa forma prima del 2001 e avendone scritti ben pochi dopo il 2010.
L’idea è di pubblicare presto anche gli altri versi, riuniti in volumi che potrebbero essere i seguenti:
• “Il Terzultimo Pianeta” (già pubblicato): un pianeta morente, l’uomo come un virus, dalla Genesi all’Apocalisse, in versi ora rabbiosi ora ironici che parlano di vita, morte e illusione di Dio.
• “Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”: raccolta di componimenti brevi, in stile giapponese. Nell’immediatezza dell’attimo la profonda percezione della vita.
• “La Valle dei Poeti Pallidi”: la scrittura, i libri e chi li scrive. Il Poeta Pallido è una sorta di cavaliere solitario che spara gocce d’inchiostro.
• “Schiavi Part-Time”: il nostro tempo, con le sue storture e prevaricazioni. Viviamo tutti come schiavi part-time e gran parte del nostro tempo che non ci appartiene.
• “Una Pompa nel Petto”: La Pompa nel Petto è il cuore, l’organo più abusato in poesia. Si parla dell’amore, dei suoi limiti e dei suoi dolori. La Bambina Senza Blues ne è una dei protagonisti, forse potrebbe comparire nel titolo, anche se temo la confusione con il romanzo “La Bambina dei Sogni”.
• “Ombre Blues”: tutti quei sentimenti che non sono l’amore. La malinconia blues, l’amicizia… Sto ancora ragionando sul titolo.
• “Ridendo Rimo” (titolo ancora tutto da pensare): dovrebbe riunire limerick e altri versi scherzosi o satirici. Sarà il volume meno “poetico” della serie.
Per il mio romanzo “La Bambina dei Sogni”, pubblicato nel 2012 con Lulu e IlMioLibro de La Repubblica e per “Il Terzultimo Pianeta” ho scelto la formula del copyleft:: un volume cartaceo da vendere a chi lo volesse, ma accompagnato da un e-book gratuito che sarà possibile scaricare senza spesa alcuna dal mio sito www.menzinger.too.it.
Intendo fare lo stesso anche con questo volume, affinché chi voglia leggere senza spendere possa farlo.
Arrivederci, mondo
Graziano Braschi, già redattore della rivista satirica “Ca Balà”, complici le moderne opportunità di auto-pubblicazione, ha finalmente dato alle stampe il volumetto “Arrivederci, mondo”, uscito a puntate nei lontani eppur vicini anni ’70 del defunto ultimo secolo del passato millennio.continue)
Si tratta di ... (
Graziano Braschi, già redattore della rivista satirica “Ca Balà”, complici le moderne opportunità di auto-pubblicazione, ha finalmente dato alle stampe il volumetto “Arrivederci, mondo”, uscito a puntate nei lontani eppur vicini anni ’70 del defunto ultimo secolo del passato millennio.
Si tratta di un mordace libello che narra proprio di quegli anni di fanfaniana-leonesca memoria, all’apparenza diversi dai nostri tempi berlusconiani, ma in realtà non meno corrotti e malati, solo più ingenui e ignari.
L’argomento è umoristico-satirico, il linguaggio è arguto e raffinato al punto da perdersi in giochi di parole, nell’uso di termini volutamente pomposi in alternanza con altri volgarmente popolareschi se non coprologici e altri dal sapore di neologismo. Basti leggere, per questo, l’incipit:
La notte, il maresciallo Ciavantesta scende nient’affatto bel bello gli orti di Portici. Striscia,
lavorando sodo di gomiti e di ginocchia, tra file di cavoli. Quei cavoli non sono normali. Formano
Graziano Braschi
- Com’è che dice il poeta? C’è a chi ci piacciono i vruoccoli, i crauti. Ma perché, diosanto? A me danno l’acido in pancia e rutti nel gorgozzule – sagra arrancando.
Le scoregge al cavolo sono le sue spiacevoli madeleines. Gli risvegliano angosce infantili: puzzo di povero, zaffate di lavori pericolosi, il grisou, i minatori, la diossina.
- Ma insomma che è questa puzza!?
Scivola come un lombrico in quella minigiungla. All’improvviso una frenata di gomiti. Davanti a lui un piccolo ostacolo cumuliforme. Rimane di princisbecco. Una merda fresca con pochi minuti di vita, massimo un quarto d’ora. Una neonata. Bestemmiando, cambia filare. Lì ce n’è un’altra ancora più fresca! All’improvviso intravede qualcosa davanti a sé. Una montagnola bianca! Un escremento alieno che si drizza davanti ai suoi occhi esterrefatti.
Da qui si dipana, anzi, no da qui si aggroviglia una gran matassa di eventi, idee e situazioni, un gran bailamme, un guazzabuglio letterario che mescola umoristicamente considerazioni sull’inquinamento, l’omosessualità e la cattiva alimentazione, con colpi di Stato e gruppi di pattuglianti democratici che si scontrano tra loro dandosi reciprocamente del fascista, con personaggi emersi da spazi letterari più vari, come il Gatto e la Volpe collodiani e l’Alfonso Menegatti, garzone di macelleria, che kafkianamente si muta in insetto, ma viene accolto con gioia dai familiari (sarà vero quel che si dice a Napoli che “ogni scarrafone è bello a mamma soia”).
È, insomma, questa di cui si prende mestamente gioco Braschi, un’Italia di quarant’anni fa così malconcia e malata e così tristemente simile a quella in crisi di oggi, da farci domandare come diavolo si sia riusciti ad attraversarli davvero questi quarant’anni e come si faccia a non essere in un baratro ancor più profondo di quello in cui purtroppo siamo, con politici per i quali la sostanza della propria attività era nell’affermazione che qui compare in un bollettino della Democrazia Cristiana: “È soprattutto urgente strappare ai comunisti l’egemonia del ballo liscio!” La politica era spettacolo già prima che ci inventassimo il Presidente Telegenico.
Sorprende ritrovare in queste pagine “antiche”, appena riemerse in questo millennio, un’attenzione verso la sofisticazione alimentare, verso le diete iper-proteiche, qui ironicamente criticate con immagini come quella del dottore che sostiene il crollo delle qualità morali della classe operaia in connessione con il maggior consumo di carne o dei due tizi che, penetrati nottetempo in un supermercato si sfidano alla “roulette alimentare”, aprendo a turno un barattolo dopo l’altro, fino a trovare quello avvelenato da qualche suo componente.
Che dire poi della descrizione delle concerie di Pontedera, direi ben poco mutate, “antri bui e spettrali in cui si muovono e annaspano, tuffando gli stivali su uno strato di fanghiglia nera e pestilenziale, pochi uomini col volto contratto e gli occhi gonfi per il gas”!
Insomma il soldato Italo attraversa, nel suo folle on-the-road da redivivo “buon soldato Švejk” di Hašekiana memoria, un’Italia surreale e grottesca ma allo stesso tristemente reale, come può esserlo una vignetta di Altan, uno di quelle piene di merda. Il volume è, invece, illustrato da Massimo Presciutti, disegnatore, anche lui, di “Ca Balà”.
Deserto d'acqua
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A volte capita di leggere qualche libro che proprio non ci piace e non riusciamo a digerire. Mi capita di rado, un po’ perché leggo poco a caso, un po’ perché riesco quasi sempre a trovare qualcosa di buono in un testo.continue)
Uno dei libri che, ultimamente, mi è piaci ... (
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A volte capita di leggere qualche libro che proprio non ci piace e non riusciamo a digerire. Mi capita di rado, un po’ perché leggo poco a caso, un po’ perché riesco quasi sempre a trovare qualcosa di buono in un testo.
Uno dei libri che, ultimamente, mi è piaciuto meno è stato “La Mostra delle Atrocità” di James Graham Ballard. Diciamo che mi è piaciuto così poco, che, se fossi stato un altro, probabilmente avrei messo una croce sopra a questo autore e non ne avrei letto altro. Ballard però è uno dei “mostri” sacri della fantascienza e non potevo liquidarlo così. Ho dunque letto “Deserto d’Acqua”, anche noto come “Il Mondo Sommerso” (“The Drowned World”) (del 1962). Per fortuna, a differenza de “La Mostra delle Atrocità”, “Deserto d’Acqua” è un vero romanzo. Vera fantascienza. Inoltre è scritto piuttosto bene. Quando ci si aspetta poco da un libro, è il momento, almeno per me, di apprezzarlo di più. Sarà forse per questo che, per quasi metà del romanzo, sono stato quasi tentato di considerarlo una delle mie migliori letture degli ultimi mesi, poi, però, ho percepito una certa pesantezza narrativa, poca cosa, ma sufficiente a farmelo lasciare tra i buoni libri di fantascienza, ma non a farlo assurgere nell’Olimpo dei miei Cult personali. A rendermelo gradito c’è sicuramente l’ambientazione post-apocalittica che continua ad affascinarmi, anche se ormai se ne sono viste innumerevoli versioni. Qui siamo dalle parti del – successivo (1995) - film “Waterworld” di Kevin Reynolds, con Kevin Costner: la terra è stata sommersa dalle acque, in una sorta di nuovo Diluvio Universale, ma l’ambiente è, in realtà diverso: in “Waterworld” c’era solo l’Oceano. Qui ci sono soprattutto paludi. Ad arricchire la trama c’è un altro elemento che amo: il sogno. I sopravvissuti in questo mondo che si sta surriscaldando e tornando alle origini hanno degli incubi lovecraftiani con i quali regrediscono a tempi arcani in cui la vita emergeva dalle paludi.
Quello che forse ho gradito meno è, invece, l’arrivo dei “pirati” che prosciugano la laguna, facendo riemergere una Londra ormai perduta negli abissi marini. Tutto sommato, avrei preferito seguire le vicende della coppia rimasta da sola dopo la partenza del laboratorio per cui lavoravano, ad affrontare i propri incubi, il clima ostile e la natura regredita. Sì, forse, la mia attenzione ha cominciato a calare a quel punto. Uno sviluppo verso la follia o verso l’abbrutimento dei protagonisti mi avrebbe intrigato maggiormente.
La crociata dei bambini
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La tradizione popolare vuole che, nell’Anno del Signore 1212, due gruppi di fanciulli, ispirati da visioni divine (o ben più probabilmente infervorati dallo spirito del tempo) partissero dalla Francia e dalla Germania alla volta della Terra Santa per riconquistare, in ... (
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La tradizione popolare vuole che, nell’Anno del Signore 1212, due gruppi di fanciulli, ispirati da visioni divine (o ben più probabilmente infervorati dallo spirito del tempo) partissero dalla Francia e dalla Germania alla volta della Terra Santa per riconquistare, in un’ennesima Crociata, Gerusalemme, dove non riusciranno mai ad arrivare, morendo per strada o venendo fatti schiavi. Pare però che la leggenda nasca da una cattiva traduzione del termine “pauper”, scambiato per “puer”. Dalle cronache del tempo pare, infatti, si trattasse di un gruppo di poveri, non di bambini, guidati dal pastore tedesco Nikolaus, che giunsero a Genova e Marsiglia dove attesero che il mare si aprisse per farli passare, come aveva fatto con Mosè. L’altro gruppo di pellegrini (i presunti “bambini” francesi, si fermò invece a Saint-Denis.
Da questa storia furono ispirati numerosi autori, da Kurt Vonnegut (“Mattatoio n. 5”), a Bianca Pizzorno (“La Bambina con il Falcone”), a Frank Schätzing (“Il Diavolo nella Cattedrale”), ad altri.
Nel volume “La Crociata dei Bambini” troviamo riuniti l’omonimo romanzo breve del francese Marcel Schwob del 1896 e il racconto del 1955 di Yukio Mishima “Il Mare e il Tramonto”, che si inserisce così bene nella narrazione del romanzo ottocentesco, da poter quasi essere confuso per uno dei suoi capitoli.
“La Crociata dei Bambini” è, infatti, costruito come una serie di racconti in ciascuno dei quali prende la parola un diverso personaggio, quali un prete, un lebbroso, un papa, uno scrivano, uno dei bambini.
Nel racconto giapponese ascolteremo dalle parole di uno dei fanciulli, ormai divenuto grande, come sia stato venduto schiavo e abbia così viaggiato fino in Egitto, in India e, infine, in Giappone, ma servando sempre nel cuore il ricordo di quella impresa e, ancor, più dell’apparizione di Gesù che lo esortava a partire.
Il personaggio ha assunto il nome di Anri, ma potrebbe essere proprio quello Stefano che secondo la tradizione avrebbe guidato i bambini francesi.
“La Crociata dei Bambini” si legge con piacere forse più per l’interesse verso la leggenda che non per lo stile narrativo, anche se la descrizione dei bambini e lo stupore e la sfiducia di chi li osserva sono pregevoli. Più poetico appare il racconto di Mishima, con questo rivolgersi di Anri a un bambino sordo-muto, il solo che in quel Paese potrebbe” ascoltare” la sua storia e con questo suo nostalgico guardare verso il mare.
Caino
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Se Saramago non avesse già scritto un romanzo intitolato “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), forse avrebbe potuto intitolare “Caino” (2009) “La Bibbia secondo Caino”. Saramago non è certo nuovo nel toccare temi religiosi. Penso anche a “Le Intermittenze dell ... (
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Se Saramago non avesse già scritto un romanzo intitolato “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), forse avrebbe potuto intitolare “Caino” (2009) “La Bibbia secondo Caino”. Saramago non è certo nuovo nel toccare temi religiosi. Penso anche a “Le Intermittenze della Morte” (2005).
“Caino”, una delle ultime opere del premio Nobel portoghese scomparso il 18 giugno 2010 è un romanzo non lungo, ma affascinate ed estremamente ricco di temi.
Innanzitutto, può essere letto come un viaggio nel tempo. In questo José Saramago si dimostra innovativo pur senza creare soluzioni particolari. Diciamo che lo è forse più per trascuratezza verso la questione che per particolare attenzione. Sembrerebbe che come faccia il suo Caino a viaggiare nel tempo a lui poco importi. Non ha certo una macchina apposita. Lui cammina e si trova in un “diverso presente”, lontano decenni o secoli da quello da cui proveniva, a volte in avanti nel tempo, a volte indietro. Il tempo in cui viaggia però è sempre quello della Bibbia. Si muove su un asino e quasi si potrebbe pensare sia questa cavalcatura a essere magica, ma poi lo lascia e il suo viaggio non finisce.
Caino e proprio quello che pensiamo: il fratello assassino di Abele. Dio lo condanna a errare e lui non lo fa solo nello spazio, ma anche nel tempo. Quando incontra Dio e questi gli chiede come mai nei momenti salienti della storia biblica lui compaia sempre, Caino risponde di non saperlo e che pensava potesse essere opera sua, ma Dio gli risponde che queste cose non le fa.
Così l’errante figlio di Adamo incontra Abramo e Isacco, Giosuè, Mosè, Noè. Si unisce con Lilith, con le figlie e la moglie di Noè. Assiste alla caduta delle mura di Gerico, alla distruzione di Sodoma e Gomorra e al Diluvio Universale. Manca di un pelo solo la Genesi, ma Saramago ci mostra i suoi genitori.
Questo viaggiare nel tempo, che avviene a prescindere dalla sua volontà, ricorda un po’ quello del protagonista de “La Moglie dell’Uomo che viaggiava nel Tempo” (2003) della Niffenegger: non c’è previsione, non c’è logica nei loro spostamenti. Caino però non si ritrova ogni volta, come Henry, nudo e indifeso. Il suo spostamento è indolore, si porta dietro ciò che ha, persino l’asino. Come Henry ogni volta ritorna dalla sua Claire, così Caino torna (meno spesso) da Lilith.
Ora questo nome, Lilith, ci porta già un’altra dimensione di questo romanzo.
Lilith è una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica, che potrebbe averla appresa dai babilonesi assieme ad altri culti e miti (come il Diluvio universale) durante la prigionia di Babilonia.
Nella religione mesopotamica Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. La figura di Lilith appare inizialmente in un insieme di demoni e spiriti legati al vento e alla tempesta, come è il caso nella religiosità sumerica di Lilitu, circa nel 3000 a.C.
Per gli antichi ebrei Lilith era la prima moglie di Adamo (quindi precedente a Eva), che fu ripudiata e cacciata via perché si rifiutò di obbedire al marito. Sebbene alcuni studiosi datassero l'origine verso il VIII secolo a.C., le trascrizioni mesopotamiche accennano a questa figura già dal III millennio a.C.
La presenza di questa figura nel romanzo, ci fa capire che siamo nella Bibbia, ma non proprio in quella ortodossa. Del resto qualche dubbio sorge subito, quando Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, vengono a sapere dall’angelo sulla porta che nel mondo ci sono già molti altri uomini. Forse, però i viaggi nel tempo sono già iniziati!
Quello che José Saramago ci mostra è un Dio che possiamo ritrovare nelle pagine del libro sacro, ma l’autore insiste nel mostrarcene l’orgoglio, l’arroganza e la violenza.
Caino uccide Abele perché il Signore lo preferiva a lui e quando Dio lo rimprovera, il figlio di Adamo non abbassa la testa, ma a sua volta accusa la divinità: se Dio avesse voluto, avrebbe potuto fermarlo, se Dio fosse stato più giusto, lui non avrebbe ucciso suo fratello. Caino confessa che con il fratricidio in realtà non voleva uccidere Abele, cui voleva bene, ma Dio stesso. Non potendolo raggiungere ha colpito chi gli era caro.
Nei suoi peregrinaggi Caino, però, si convincerà sempre più della malvagità di Dio, che ucciderà tutti i bambini di Sodoma e Gomorra per le colpe dei loro genitori, che ordinerà ad Abramo di uccidere Isacco (sarà Caino a fermarne la mano) per metterlo alla prova, che manderà alla rovina il buon Giosuè, in combutta con Satana, per lo stesso motivo, che farà distruggere agli israeliti intere città. Alla fine il fratricida deciderà di punire quel Dio malvagio e nel farlo il romanzo si trasformerà in un’ucronia, ma non rivelo di più, dato che già la storia biblica è ben nota e almeno la sorpresa del finale penso spetti al lettore.
Che Dio sia violento e ami mettere alla prova lo avevamo già visto del resto ne “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”. Un altro concetto che ritroviamo è il peso della colpa. In quel Vangelo sarà Giuseppe a tormentarsi per non aver salvato i bambini innocenti giustiziati da Erode, qui è Caino a non reggere il peso della morte di Abele. La sua rabbia verso Dio, che l‘ha spinto al gesto, è però più grande. Due stragi di bambini innocenti ci sono in entrambi i libri (quelli giustiziati da Erode e quelli bruciati da Dio a Sodoma e Gomorra).
Il Diavolo compare anche qui con doppia faccia. Nel primo romanzo era un Diavolo/ Pastore. In questo è in combutta con Dio, quello che gli fa il lavoro sporco e, forse, quello che ha capito quanto Dio sia malvagio.
Che dire poi di questi angeli annoiati, che non ne possono più di lodare il Signore in Paradiso e che appena possono venire sulla Terra e fare qualche lavoretto sono tutti felici?
Insomma, ancora una volta un’opera che fa riflettere su Dio e sulla Bibbia, mostrando quegli aspetti che vengono messi meno in evidenza nei sermoni domenicali.