Didi Gnocchi ricostruisce, con un lavoro difficile e faticoso, l’esistenza, avventurosa e quasi epica, di Edmondo Peluso, comunista napoletano, tra i fondatori del PCI, esule in URSS e come tanti altri, finito nelle carceri staliniane, nell’illegalità dei processi, sino all’esecuzione, avvenuta il 1
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Didi Gnocchi ricostruisce, con un lavoro difficile e faticoso, l’esistenza, avventurosa e quasi epica, di Edmondo Peluso, comunista napoletano, tra i fondatori del PCI, esule in URSS e come tanti altri, finito nelle carceri staliniane, nell’illegalità dei processi, sino all’esecuzione, avvenuta il 19 febbraio 1942.
Molti ormai, dopo un colpevole silenzio durato decenni, i testi sulle persecuzioni subite, nei tragici anni trenta, da italiani esuli in URSS. Per tutti, quello di Emilio Guarnaschelli, Una piccola pietra (prima edizione Parigi, Maspero, 1979) o quello di Mario Giovana, Il caso De Marchi (Milano, Franco Angeli, 1992) o, ancora, le testimonianze di Dante Corneli Persecutori e vittime (1979) e Elenco delle vittime italiane dello stalinismo (1982), ambedue, significativamente, stampate a cura dell’autore. Ovvio il riferimento letterario, più volte, non a caso, citato da Didi Gnocchi, al drammatico Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler.
Di Peluso, sino ad un anno fa, si conosceva a malapena solamente il nome. L’autrice ne viene a conoscenza, per caso, a Mosca, in una conversazione con lo storico Frederik Firsov. Scatta in lei il desiderio di ricostruire, pezzo per pezzo, una vita che si intreccia con le grandi vicende del movimento socialista dei primi del secolo: l’emigrazione, le lotte sociali, l’antimilitarismo, l’opposizione alla guerra (Peluso partecipa alle conferenze internazionali in cui il socialismo di sinistra tenta di riorganizzarsi, dopo la bancarotta della Seconda Internazionale), il convulso dopoguerra sino alla fondazione del PCI, l’avvento del fascismo e la scelta dell’esilio nella “patria del socialismo”. Peluso è un viaggiatore instancabile, spinto alla conoscenza di altri mondi (spesso l’autrice compie un parallelo con il Che), dall’America all’estremo Oriente, ma anche desideroso di avventura. Si parla, ma non è documentata, di una sua presenza nel ’27 in Cina, nel drammatico massacro del movimento comunista.
Conosce grandi figure, quasi mitiche, dagli italiani Gramsci, Bordiga, Togliatti a cardini del socialismo internazionale come Rosa Luxemburg, Kautsky, Liebknecht, Bebel, Lafargue e la moglie, Laura Marx, al romanziere Jack London.
Didi Gnocchi ricostruisce la sua esistenza quasi come nel gioco del domino e molti fatti si svelano come in un libro giallo. Va a Napoli, ritrova i suoi parenti, sparsi in tanti paesi del mondo, ricerca, con pazienza certosina, i documenti, visita il carcere in cui il comunista italiano viene rinchiuso nel 1938. Emergono i verbali dell’interrogatorio, le tecniche degli inquisitori, la fierezza dell’accusato che rivendica il suo passato cristallino, l’impegno politico di una vita, l’opposizione al fascismo, anche le carcerazioni in Italia e in Svizzera.
Peluso confessa dopo torture fisiche e morali. Poi ritratta. Il suo giudizio sull’URSS è già cambiato prima dell’arresto. Appaiono quasi ingenue e commoventi le iniziali valutazioni sulla costruzione del socialismo, presenti nelle lettere ai familiari. Le scelte economiche dell’URSS sono necessarie anche se dolorose: lì non esiste la disoccupazione, la collettivizzazione delle terre porterà cibo per tutti (mentre nei paesi capitalistici si soffre la fame), esiste il problema della coabitazione, ma sarà risolto in breve tempo, quando l’industria pesante porterà benessere al paese intero.
Significativa pure la certezza dell’imminente rientro in Italia. Il fascismo cadrà entro breve tempo, travolto dalla crisi del capitalismo e sarà sostituito dal potere del proletariato.
Queste speranze, queste certezze proprie anche di tanti intellettuali europei che negli anni Trenta esaltano l’URSS (fa eccezione il solo André Gide), lasciano spazio a considerazioni amare: il socialismo si è trasformato in un potere personale che si regge sul conformismo, sulla paura, sulla forza; il peso della burocrazia è totale, il lavoro non è liberato, l’informazione è asservita; si è spenta anche la spinta internazionalista. L’animo ribelle e libertario del comunista italiano non può piegarsi al dispotismo.
Il testo riporta alcune parti della autobiografia di Peluso, significativamente intitolata Cittadino del mondo. In seguito, ancora nel 1940, scrive una memoria difensiva in cui ritorna su tanti episodi della propria vita. L’autrice non la ripercorre in ordine cronologico, ma mostrando il cammino compiuto (conversazioni, ritrovamento di documenti, indizi, testimonianze) in un singolare intreccio fra l’URSS di ieri e la Russia di oggi.
Il fatto che una significativa personalità come quella di Edmondo Peluso sia stata stroncata dalla burocrazia, dal dispotismo, da un meccanismo oppressivo che ha divorato una intera generazione di rivoluzionari è quasi metafora della degenerazione di una grande potenzialità, della “eterogenesi dei fini” che il comunismo ha prodotto nella involuzione vissuta negli anni Venti.
E’ grande merito dell’autrice avere riportato alla luce una bella figura, sepolta dal tempo e da silenzi colpevoli.
Le prime pagine ti prendono alla gola e l'idea del "cimitero dei libri dimenticati" è in se molto bella e pregna di promesse, così come il mistero attorno a quei libri e al suo autore. Ma lo sviluppo del libro è quello di un romanzo d'appendice, con punte d'involontaria comicità e debiti manif
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Le prime pagine ti prendono alla gola e l'idea del "cimitero dei libri dimenticati" è in se molto bella e pregna di promesse, così come il mistero attorno a quei libri e al suo autore. Ma lo sviluppo del libro è quello di un romanzo d'appendice, con punte d'involontaria comicità e debiti manifesti alla letteratura rosa (Liala, tanto per capirci) ogni volta che la narrazione si ferma alla voce "amori e passioni". Nessun dubbio sui motivi del suo successo (leggibilità, storia, ritmo), più di uno sulle effettive qualità del lavoro di Zafòn: date le premesse, un'occasione perduta.
Allora, forse non è possibile parlare di capolavoro, chè questo ha la peculiarità di colpirti talmente a fondo da non riuscire ad azzardare critiche di sorta, cosa che con il libro di Riccarelli invece mi è stata immediata nella riflessione. Il dolore in alcuni momenti è TROPPO, e avvinghiato
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Allora, forse non è possibile parlare di capolavoro, chè questo ha la peculiarità di colpirti talmente a fondo da non riuscire ad azzardare critiche di sorta, cosa che con il libro di Riccarelli invece mi è stata immediata nella riflessione. Il dolore in alcuni momenti è TROPPO, e avvinghiato perdipiù a sequenza di generazioni, spesso con lo stesso nome, che a volte rende davvero difficile seguire la narrazione per come si dovrebbe: subentra insomma, quà e là, una posizione di difesa del lettore dalla partecipazione alla vicenda - peraltro sentita come poche altre volte nei miei ultimi anni di lettore - che non è cupa, perchè non manca mai il respiro superiore e la prospettiva dell'azione nella storia, ma è più probabilmente drammatica, forse a volte oltre il necessario.
Ma alcune cose sono veramente una spanna sopra la media: la lingua prima di tutto, che mi ha lasciato veramente di sasso. Insisto, una calibratura del periodo che riesce dove di solito riescono soltanto i grandi, nell'equilibrio tra l'eleganza e la ricchezza del parola e del suo valore semantico con l'assoluta facilità di lettura. E poi, alcune figure sono impagabili: penso all'Annina, al Maestro, a Nocciolino, alla macchina di Ideale.
Odissea rossa
Didi Gnocchi ricostruisce, con un lavoro difficile e faticoso, l’esistenza, avventurosa e quasi epica, di Edmondo Peluso, comunista napoletano, tra i fondatori del PCI, esule in URSS e come tanti altri, finito nelle carceri staliniane, nell’illegalità dei processi, sino all’esecuzione, avvenuta il 1 ... (continue)
Didi Gnocchi ricostruisce, con un lavoro difficile e faticoso, l’esistenza, avventurosa e quasi epica, di Edmondo Peluso, comunista napoletano, tra i fondatori del PCI, esule in URSS e come tanti altri, finito nelle carceri staliniane, nell’illegalità dei processi, sino all’esecuzione, avvenuta il 19 febbraio 1942.
Molti ormai, dopo un colpevole silenzio durato decenni, i testi sulle persecuzioni subite, nei tragici anni trenta, da italiani esuli in URSS. Per tutti, quello di Emilio Guarnaschelli, Una piccola pietra (prima edizione Parigi, Maspero, 1979) o quello di Mario Giovana, Il caso De Marchi (Milano, Franco Angeli, 1992) o, ancora, le testimonianze di Dante Corneli Persecutori e vittime (1979) e Elenco delle vittime italiane dello stalinismo (1982), ambedue, significativamente, stampate a cura dell’autore. Ovvio il riferimento letterario, più volte, non a caso, citato da Didi Gnocchi, al drammatico Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler.
Di Peluso, sino ad un anno fa, si conosceva a malapena solamente il nome. L’autrice ne viene a conoscenza, per caso, a Mosca, in una conversazione con lo storico Frederik Firsov. Scatta in lei il desiderio di ricostruire, pezzo per pezzo, una vita che si intreccia con le grandi vicende del movimento socialista dei primi del secolo: l’emigrazione, le lotte sociali, l’antimilitarismo, l’opposizione alla guerra (Peluso partecipa alle conferenze internazionali in cui il socialismo di sinistra tenta di riorganizzarsi, dopo la bancarotta della Seconda Internazionale), il convulso dopoguerra sino alla fondazione del PCI, l’avvento del fascismo e la scelta dell’esilio nella “patria del socialismo”. Peluso è un viaggiatore instancabile, spinto alla conoscenza di altri mondi (spesso l’autrice compie un parallelo con il Che), dall’America all’estremo Oriente, ma anche desideroso di avventura. Si parla, ma non è documentata, di una sua presenza nel ’27 in Cina, nel drammatico massacro del movimento comunista.
Conosce grandi figure, quasi mitiche, dagli italiani Gramsci, Bordiga, Togliatti a cardini del socialismo internazionale come Rosa Luxemburg, Kautsky, Liebknecht, Bebel, Lafargue e la moglie, Laura Marx, al romanziere Jack London.
Didi Gnocchi ricostruisce la sua esistenza quasi come nel gioco del domino e molti fatti si svelano come in un libro giallo. Va a Napoli, ritrova i suoi parenti, sparsi in tanti paesi del mondo, ricerca, con pazienza certosina, i documenti, visita il carcere in cui il comunista italiano viene rinchiuso nel 1938. Emergono i verbali dell’interrogatorio, le tecniche degli inquisitori, la fierezza dell’accusato che rivendica il suo passato cristallino, l’impegno politico di una vita, l’opposizione al fascismo, anche le carcerazioni in Italia e in Svizzera.
Peluso confessa dopo torture fisiche e morali. Poi ritratta. Il suo giudizio sull’URSS è già cambiato prima dell’arresto. Appaiono quasi ingenue e commoventi le iniziali valutazioni sulla costruzione del socialismo, presenti nelle lettere ai familiari. Le scelte economiche dell’URSS sono necessarie anche se dolorose: lì non esiste la disoccupazione, la collettivizzazione delle terre porterà cibo per tutti (mentre nei paesi capitalistici si soffre la fame), esiste il problema della coabitazione, ma sarà risolto in breve tempo, quando l’industria pesante porterà benessere al paese intero.
Significativa pure la certezza dell’imminente rientro in Italia. Il fascismo cadrà entro breve tempo, travolto dalla crisi del capitalismo e sarà sostituito dal potere del proletariato.
Queste speranze, queste certezze proprie anche di tanti intellettuali europei che negli anni Trenta esaltano l’URSS (fa eccezione il solo André Gide), lasciano spazio a considerazioni amare: il socialismo si è trasformato in un potere personale che si regge sul conformismo, sulla paura, sulla forza; il peso della burocrazia è totale, il lavoro non è liberato, l’informazione è asservita; si è spenta anche la spinta internazionalista. L’animo ribelle e libertario del comunista italiano non può piegarsi al dispotismo.
Il testo riporta alcune parti della autobiografia di Peluso, significativamente intitolata Cittadino del mondo. In seguito, ancora nel 1940, scrive una memoria difensiva in cui ritorna su tanti episodi della propria vita. L’autrice non la ripercorre in ordine cronologico, ma mostrando il cammino compiuto (conversazioni, ritrovamento di documenti, indizi, testimonianze) in un singolare intreccio fra l’URSS di ieri e la Russia di oggi.
Il fatto che una significativa personalità come quella di Edmondo Peluso sia stata stroncata dalla burocrazia, dal dispotismo, da un meccanismo oppressivo che ha divorato una intera generazione di rivoluzionari è quasi metafora della degenerazione di una grande potenzialità, della “eterogenesi dei fini” che il comunismo ha prodotto nella involuzione vissuta negli anni Venti.
E’ grande merito dell’autrice avere riportato alla luce una bella figura, sepolta dal tempo e da silenzi colpevoli.
L'ombra del vento
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Un'occasione perdutaLe prime pagine ti prendono alla gola e l'idea del "cimitero dei libri dimenticati" è in se molto bella e pregna di promesse, così come il mistero attorno a quei libri e al suo autore.continue)
Ma lo sviluppo del libro è quello di un romanzo d'appendice, con punte d'involontaria comicità e debiti manif ... (
Le prime pagine ti prendono alla gola e l'idea del "cimitero dei libri dimenticati" è in se molto bella e pregna di promesse, così come il mistero attorno a quei libri e al suo autore.
Ma lo sviluppo del libro è quello di un romanzo d'appendice, con punte d'involontaria comicità e debiti manifesti alla letteratura rosa (Liala, tanto per capirci) ogni volta che la narrazione si ferma alla voce "amori e passioni".
Nessun dubbio sui motivi del suo successo (leggibilità, storia, ritmo), più di uno sulle effettive qualità del lavoro di Zafòn: date le premesse, un'occasione perduta.
Il dolore perfetto
Allora, forse non è possibile parlare di capolavoro, chè questo ha la peculiarità di colpirti talmente a fondo da non riuscire ad azzardare critiche di sorta, cosa che con il libro di Riccarelli invece mi è stata immediata nella riflessione.continue)
Il dolore in alcuni momenti è TROPPO, e avvinghiato ... (
Allora, forse non è possibile parlare di capolavoro, chè questo ha la peculiarità di colpirti talmente a fondo da non riuscire ad azzardare critiche di sorta, cosa che con il libro di Riccarelli invece mi è stata immediata nella riflessione.
Il dolore in alcuni momenti è TROPPO, e avvinghiato perdipiù a sequenza di generazioni, spesso con lo stesso nome, che a volte rende davvero difficile seguire la narrazione per come si dovrebbe: subentra insomma, quà e là, una posizione di difesa del lettore dalla partecipazione alla vicenda - peraltro sentita come poche altre volte nei miei ultimi anni di lettore - che non è cupa, perchè non manca mai il respiro superiore e la prospettiva dell'azione nella storia, ma è più probabilmente drammatica, forse a volte oltre il necessario.
Ma alcune cose sono veramente una spanna sopra la media: la lingua prima di tutto, che mi ha lasciato veramente di sasso. Insisto, una calibratura del periodo che riesce dove di solito riescono soltanto i grandi, nell'equilibrio tra l'eleganza e la ricchezza del parola e del suo valore semantico con l'assoluta facilità di lettura.
E poi, alcune figure sono impagabili: penso all'Annina, al Maestro, a Nocciolino, alla macchina di Ideale.
Scomoderò Fellini, insomma. Otto e mezzo. Almeno.