Le tre stelle che significano "così così" non sono un giudizio sul valore dei romanzi di Fitzgerald che adoro; lo è sul valore della traduzione della Pivano che lascia davvero molto a desiderare zeppa com'è di concordanze a senso, traduzioni discutibili al limite della censura che se potevano accett
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Le tre stelle che significano "così così" non sono un giudizio sul valore dei romanzi di Fitzgerald che adoro; lo è sul valore della traduzione della Pivano che lascia davvero molto a desiderare zeppa com'è di concordanze a senso, traduzioni discutibili al limite della censura che se potevano accettarsi negli anni cinquanta di sicuro a distanza di anni potevano essere riviste.
Didascalico quanto si vuole, ma utile. Questa formula riassume il senso di questo libretto che si dimostra davvero utile per muoversi con più consapevolezza tra le pagine apparentemente leggere del romanzo breve capolavoro di Fitzgerald. L'analisi dei personaggi; la scomposizione del plot; le rare,
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Didascalico quanto si vuole, ma utile. Questa formula riassume il senso di questo libretto che si dimostra davvero utile per muoversi con più consapevolezza tra le pagine apparentemente leggere del romanzo breve capolavoro di Fitzgerald. L'analisi dei personaggi; la scomposizione del plot; le rare, ahimè, finestre aperte su opere affini e contemporanee; tutti elementi indispensabili per (ri)scoprire un romanzo che disegna la parola non solo del suo protagonista, Jay Gatsby alias James Gatz, bensì quella più ampia dell'intero sogno americano prissimi al crollo della borsa nel '29. La finzione narrativa, poi, trae forza nell'affidarsi a una nove omodiegetica (Nick Carraway) e non eterodiegetica/onnipresente. La divisione netta delle sezioni di questo avvio alla lettura offre inoltre la possibilità di ritornare ogni volta lo si desideri ad un preciso punto dell'analisi, senza doversi rileggere pagine intere. Perciò, per quanto davvero non celi una volontà didascalico-scolastica, il libro di Iannaccone può aiutare chiunque voglia avvicinarsi al capolavoro di Fitzgerald senza passare per Fernanda Pivano.
Che cos’è la poesia se non memoria? E come procede la memoria se non per frammenti attraverso i quali ci si muove incerti, impacciati, per ricostruire passato, presente e tentare un futuro: «Del resto, non so muovermi / così bene. Patisco le intermittenze, / i vuoti misti ai pieni, / la vita / data
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Che cos’è la poesia se non memoria? E come procede la memoria se non per frammenti attraverso i quali ci si muove incerti, impacciati, per ricostruire passato, presente e tentare un futuro: «Del resto, non so muovermi / così bene. Patisco le intermittenze, / i vuoti misti ai pieni, / la vita / data in pasto a tante e diverse / le lenze. / Ma questa storia / è anche tua, lettore: / un andare a tentoni, / a frammenti, / a vista, / in assenza di vie asfaltate, / di continue / piste» (‘Muoversi ‘, pp. 21-22). E con minore incertezza Luciano Benini Sforza si rivolge direttamente al lettore, avvalendosi così di un topos che appartiene al poema. Ma sappiamo che la strada del poema per frammenti – si pensi a Francesco Filia – è l’unica strada percorribile nella nostra contemporaneità dalla poesia che voglia staccarsi sia dai canoni lirici puri sia dalla poesia innamorata di sé. E che Benini Sforza proceda per tasselli ce lo dicono i versi a scala: versi frammentati da continui a capo, capaci di isolare molteplici significati. ‘Dopo questo inverno’ è un libro corposo, denso; un libro come non se ne vedono più molti, e ancor meno se ne scrivono. Malgrado ciò, le poesie sono lievi, agili, veloci; si muovono in terreni conosciuti almeno quanto i luoghi e le vite raccontati: «E il nero non è un unico gesto, / un cataclisma, o un biglietto / di sola andata, senza ritorno. / Sono infinite / piccole gocce, / quel miele amaro che stendi / in equilibrio precario, // quasi perfetto / sulla linea dei giorni» (‘Nero’, p. 23). A chi assomiglia Benini Sforza? Alla sua poesia! solo a essa. Certo si avverte una lunga frequentazione con la poesia tutta; si riconosce il Luzi magmatico, come pure tutta la poesia bagnatasi nell’adriatico romagnolo negli ultimi quarant’anni (e anche più). Avverto, io, il poco frequentato (ingiustamente poco frequentato) Ferruccio Benzoni; e lo avverto in un attacco che è tutto sereniano come lo erano quelli di Benzoni: «Qui non c’è un primo caduto / in guerra / e nemmeno un ultimo. / Solo feriti e bendati, / tanti che camminano / da una strada all’altra / fischiando un motivetto all’aria, / tenendo una borsa, una sigaretta / accesa / o un giornale sotto il braccio. / Credendo magari di accendere / e spegnere / col telecomando in mano / il resto del mondo» (‘Illusione’, p. 46). Benini Sforza spegne le illusioni a poco prezzo, quelle che non son figlie dei desideri dell’uomo; quelle figlie dell’omologazione, del livellamento culturale, della non-identità. È un poema della contemporaneità che porta in scena volti anonimi insieme ad altri ben più noti, e inaspettati; come nel caso di Amy Winehouse. I volti meno noti, del tutto ignoti, sono quelli degli operai che lavorano sulle piattaforme poste di fronte il litorale ravennate. Oppure sono quelli dei concittadini osservati in silenzio, ed ascoltati; perché il poeta ascolta e, mentre ascolta, ritrae l’uomo che si muove, per esempio, nella nuova realtà antropizzata fatta di centri commerciali e di fughe verso la pineta e il mare (come avviene nella breve prosa ‘Sponde della velocità’). E in tutto questo frenetico moltiplicarsi del nulla l’uomo “intanto” respira (‘(Senza)’, p. 24). E c’è molta umiltà in questi versi; nei versi in cui l'io si impicciolisce, si sminuisce col pigiama e si muove nell'arcipelago domestico che è l'unico mondo disponibile e forse noto e perciò in grado di costituire un termine di paragone con l'ignota perché irriconoscibile realtà circostanziale; perché «Non è più tempo di parole belle, / i canti sono quelli di giovani ubriachi / e di imbarcati / stanchi a mezzanotte, / le gru da terra stanno appoggiate al cielo, / ma sembrano croci / alte o stampelle. / E i pini avanzati / si strozzano fra le cisterne, / col filo dell’erba che corre / sulle rive / e a vederlo si smarrisce ovunque (‘Non è più tempo’, p. 98). Introdotto da una bella nota di Jean Soldini, ‘Dopo questo inverno’ è un libro da avere.
Fabio Michieli
(pubblicata nel nr. di gennaio 2013 di SUN/alleo.it)
Come nominare Penna e Bodini in un titolo che li mette in relazione e dimenticarsi di spiegare la relazione
Un libro inutile. E nell'affermarlo non esagero: qui davvero mancano i termini necessari per spiegare la presunta compresenza. E non basta sapere (leggendo) che Penna è nato a Perugia, ha scritto su Perugia e che Bodini, parecchi anni dopo Penna, ha scritto una poesia su Perugia, a Perugia, perché i
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Un libro inutile. E nell'affermarlo non esagero: qui davvero mancano i termini necessari per spiegare la presunta compresenza. E non basta sapere (leggendo) che Penna è nato a Perugia, ha scritto su Perugia e che Bodini, parecchi anni dopo Penna, ha scritto una poesia su Perugia, a Perugia, perché invaghito di una studentessa. Nulla di più distante da Penna e anche da Bodini, a ben guardare. Malgrando la presenza di una bibliografia per ognuno degli autori oggetto dell'indagine è netta la sensazione che l'autore (Giuseppe Moscati) non è andato oltre le introduzione dei volumi e qualche nota biografica. Assumere poi Elio Pecora tra i "numi tutelari" della critica penniana è inficiare sin dall'inizio ogni indagine critica. E potrei continuare a lungo, calcando la mano, per esempio, sul fatto che Moscati dimostra di confondere (se non addirittura non conoscere) le date di composizione delle poesie di Penna con la data di pubblicazione; riesce pure ad anticipare, dando vita a un vero e proprio anacronismo, gli inediti pubblicati nel 1957 e la raccolta "Poesie" pubblicata nel 1939. Libri del genere non dovrebbero vedere la luce, soprattutto se si abusa dell'immagine luminosa della poesia penniana. Vi chiederete ora perché ancora non ho nominato Bodini? Semplice: su un'ottantina di pagine Bodini ne occupa meno di dieci, bibliografia compresa.
Romanzi
Le tre stelle che significano "così così" non sono un giudizio sul valore dei romanzi di Fitzgerald che adoro; lo è sul valore della traduzione della Pivano che lascia davvero molto a desiderare zeppa com'è di concordanze a senso, traduzioni discutibili al limite della censura che se potevano accett ... (continue)
Le tre stelle che significano "così così" non sono un giudizio sul valore dei romanzi di Fitzgerald che adoro; lo è sul valore della traduzione della Pivano che lascia davvero molto a desiderare zeppa com'è di concordanze a senso, traduzioni discutibili al limite della censura che se potevano accettarsi negli anni cinquanta di sicuro a distanza di anni potevano essere riviste.
Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald
Didascalico quanto si vuole, ma utile.continue)
Questa formula riassume il senso di questo libretto che si dimostra davvero utile per muoversi con più consapevolezza tra le pagine apparentemente leggere del romanzo breve capolavoro di Fitzgerald.
L'analisi dei personaggi; la scomposizione del plot; le rare, ... (
Didascalico quanto si vuole, ma utile.
Questa formula riassume il senso di questo libretto che si dimostra davvero utile per muoversi con più consapevolezza tra le pagine apparentemente leggere del romanzo breve capolavoro di Fitzgerald.
L'analisi dei personaggi; la scomposizione del plot; le rare, ahimè, finestre aperte su opere affini e contemporanee; tutti elementi indispensabili per (ri)scoprire un romanzo che disegna la parola non solo del suo protagonista, Jay Gatsby alias James Gatz, bensì quella più ampia dell'intero sogno americano prissimi al crollo della borsa nel '29.
La finzione narrativa, poi, trae forza nell'affidarsi a una nove omodiegetica (Nick Carraway) e non eterodiegetica/onnipresente.
La divisione netta delle sezioni di questo avvio alla lettura offre inoltre la possibilità di ritornare ogni volta lo si desideri ad un preciso punto dell'analisi, senza doversi rileggere pagine intere.
Perciò, per quanto davvero non celi una volontà didascalico-scolastica, il libro di Iannaccone può aiutare chiunque voglia avvicinarsi al capolavoro di Fitzgerald senza passare per Fernanda Pivano.
Dopo questo inverno
Che cos’è la poesia se non memoria? E come procede la memoria se non per frammenti attraverso i quali ci si muove incerti, impacciati, per ricostruire passato, presente e tentare un futuro: «Del resto, non so muovermi / così bene. Patisco le intermittenze, / i vuoti misti ai pieni, / la vita / data ... (continue)
Che cos’è la poesia se non memoria? E come procede la memoria se non per frammenti attraverso i quali ci si muove incerti, impacciati, per ricostruire passato, presente e tentare un futuro: «Del resto, non so muovermi / così bene. Patisco le intermittenze, / i vuoti misti ai pieni, / la vita / data in pasto a tante e diverse / le lenze. / Ma questa storia / è anche tua, lettore: / un andare a tentoni, / a frammenti, / a vista, / in assenza di vie asfaltate, / di continue / piste» (‘Muoversi ‘, pp. 21-22). E con minore incertezza Luciano Benini Sforza si rivolge direttamente al lettore, avvalendosi così di un topos che appartiene al poema. Ma sappiamo che la strada del poema per frammenti – si pensi a Francesco Filia – è l’unica strada percorribile nella nostra contemporaneità dalla poesia che voglia staccarsi sia dai canoni lirici puri sia dalla poesia innamorata di sé. E che Benini Sforza proceda per tasselli ce lo dicono i versi a scala: versi frammentati da continui a capo, capaci di isolare molteplici significati.
‘Dopo questo inverno’ è un libro corposo, denso; un libro come non se ne vedono più molti, e ancor meno se ne scrivono. Malgrado ciò, le poesie sono lievi, agili, veloci; si muovono in terreni conosciuti almeno quanto i luoghi e le vite raccontati: «E il nero non è un unico gesto, / un cataclisma, o un biglietto / di sola andata, senza ritorno. / Sono infinite / piccole gocce, / quel miele amaro che stendi / in equilibrio precario, // quasi perfetto / sulla linea dei giorni» (‘Nero’, p. 23).
A chi assomiglia Benini Sforza? Alla sua poesia! solo a essa. Certo si avverte una lunga frequentazione con la poesia tutta; si riconosce il Luzi magmatico, come pure tutta la poesia bagnatasi nell’adriatico romagnolo negli ultimi quarant’anni (e anche più). Avverto, io, il poco frequentato (ingiustamente poco frequentato) Ferruccio Benzoni; e lo avverto in un attacco che è tutto sereniano come lo erano quelli di Benzoni: «Qui non c’è un primo caduto / in guerra / e nemmeno un ultimo. / Solo feriti e bendati, / tanti che camminano / da una strada all’altra / fischiando un motivetto all’aria, / tenendo una borsa, una sigaretta / accesa / o un giornale sotto il braccio. / Credendo magari di accendere / e spegnere / col telecomando in mano / il resto del mondo» (‘Illusione’, p. 46). Benini Sforza spegne le illusioni a poco prezzo, quelle che non son figlie dei desideri dell’uomo; quelle figlie dell’omologazione, del livellamento culturale, della non-identità.
È un poema della contemporaneità che porta in scena volti anonimi insieme ad altri ben più noti, e inaspettati; come nel caso di Amy Winehouse.
I volti meno noti, del tutto ignoti, sono quelli degli operai che lavorano sulle piattaforme poste di fronte il litorale ravennate. Oppure sono quelli dei concittadini osservati in silenzio, ed ascoltati; perché il poeta ascolta e, mentre ascolta, ritrae l’uomo che si muove, per esempio, nella nuova realtà antropizzata fatta di centri commerciali e di fughe verso la pineta e il mare (come avviene nella breve prosa ‘Sponde della velocità’). E in tutto questo frenetico moltiplicarsi del nulla l’uomo “intanto” respira (‘(Senza)’, p. 24). E c’è molta umiltà in questi versi; nei versi in cui l'io si impicciolisce, si sminuisce col pigiama e si muove nell'arcipelago domestico che è l'unico mondo disponibile e forse noto e perciò in grado di costituire un termine di paragone con l'ignota perché irriconoscibile realtà circostanziale; perché «Non è più tempo di parole belle, / i canti sono quelli di giovani ubriachi / e di imbarcati / stanchi a mezzanotte, / le gru da terra stanno appoggiate al cielo, / ma sembrano croci / alte o stampelle. / E i pini avanzati / si strozzano fra le cisterne, / col filo dell’erba che corre / sulle rive / e a vederlo si smarrisce ovunque (‘Non è più tempo’, p. 98).
Introdotto da una bella nota di Jean Soldini, ‘Dopo questo inverno’ è un libro da avere.
Fabio Michieli
(pubblicata nel nr. di gennaio 2013 di SUN/alleo.it)
Il lampo e la notte
La pesantezza
Sandro Penna e Vittorio Bodini
Un libro inutile. E nell'affermarlo non esagero: qui davvero mancano i termini necessari per spiegare la presunta compresenza.continue)
E non basta sapere (leggendo) che Penna è nato a Perugia, ha scritto su Perugia e che Bodini, parecchi anni dopo Penna, ha scritto una poesia su Perugia, a Perugia, perché i ... (
Un libro inutile. E nell'affermarlo non esagero: qui davvero mancano i termini necessari per spiegare la presunta compresenza.
E non basta sapere (leggendo) che Penna è nato a Perugia, ha scritto su Perugia e che Bodini, parecchi anni dopo Penna, ha scritto una poesia su Perugia, a Perugia, perché invaghito di una studentessa. Nulla di più distante da Penna e anche da Bodini, a ben guardare.
Malgrando la presenza di una bibliografia per ognuno degli autori oggetto dell'indagine è netta la sensazione che l'autore (Giuseppe Moscati) non è andato oltre le introduzione dei volumi e qualche nota biografica. Assumere poi Elio Pecora tra i "numi tutelari" della critica penniana è inficiare sin dall'inizio ogni indagine critica.
E potrei continuare a lungo, calcando la mano, per esempio, sul fatto che Moscati dimostra di confondere (se non addirittura non conoscere) le date di composizione delle poesie di Penna con la data di pubblicazione; riesce pure ad anticipare, dando vita a un vero e proprio anacronismo, gli inediti pubblicati nel 1957 e la raccolta "Poesie" pubblicata nel 1939.
Libri del genere non dovrebbero vedere la luce, soprattutto se si abusa dell'immagine luminosa della poesia penniana.
Vi chiederete ora perché ancora non ho nominato Bodini? Semplice: su un'ottantina di pagine Bodini ne occupa meno di dieci, bibliografia compresa.