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La contessa nera
Mai giudicare un personaggio dalla copertina.
Già. Perché arrivo a tali momenti di superficialità anche io, che vi credete? La contessa nera non ha nulla a che fare con la modella in copertina: la contessa ha gli occhi e i capelli scuri, la modella ha i capelli rossi e gli occhi verdi... Perc ... (continue)
Mai giudicare un personaggio dalla copertina.
Già. Perché arrivo a tali momenti di superficialità anche io, che vi credete? La contessa nera non ha nulla a che fare con la modella in copertina: la contessa ha gli occhi e i capelli scuri, la modella ha i capelli rossi e gli occhi verdi... Perché non si sono impegnati a trovarne un'altra, vi chiederete? Non lo so. Queste cose di marketing non le capisco.
Ma non si ferma tutto qui, perché se faccio un discorso superficiale lo faccio perché ha un suo senso. E il senso è che tutto questo libro, più o meno, è una trovata di marketing.
Chi è la contessa nera, la serial killer Erzsébet Báthory? Se è questa la vostra domanda, probabilmente leggervi la pagina di wikipedia vi sarà più utile che leggere questo libro. Se invece volete leggere una storia romanzata che si ispira vagamente a quella che è l'effettiva biografia di Erzsébet Báthory, questo libro fa per voi. Sembra quasi che l'autrice voglia difendere la contessa, addolcire la pillola al lettore, far passare un'assassina per una donna comune, una persona che faceva solo quello che era il suo dovere fare. La faccenda riguardante la magia nera, ampiamente documentata, non è affatto citata.
Il libro è un continuo addolcire la pillola: il primo capitolo, che sembra un epilogo posto all'inizio, come spesso succede, non lo è affatto. Si tratta di una lunghissima lettera che lei sta scrivendo al figlio, raccontandogli tutta la sua vita. Non c'è nessuno stacco, niente che giunga inaspettato, nessuna scena che possa sconvolgere un poco il lettore. Anche in quei momenti che potrebbero risultare violenti, l'autrice liquida tutto con un "non so cosa accadde", "non ricordo cosa accadde" e altri stratagemmi di questo genere.
L'uso della lunga lettera, inoltre, stride un po': spesso ci ricorda che si tratta di una lettera riferendosi a "tuo padre" e "tu", ricordandoci quindi che c'è un destinatario, ma la maggior parte delle volte non avviene.
Insomma, questo libro è un no da molti punti di vista. Si merita qualcosa per la bella copertina e per il fatto che la storia, di per sé, è estremamente bella: peccato che dovrebbe essere una biografia - e che, quindi, i fatti raccontati non sono frutto della fantasia dell'autrice - ma che non è fedele alla vita della protagonista.
Togliamoci insomma tutto il marketing, togliamo la copertina, togliamo l'idea che sia una biografia e togliamo tutte le frasi pubblicitarie: rimangono tre stelline.
Ma al giorno d'oggi il marketing lo possiamo togliere solo ipoteticamente, quindi le stelline sono due. E mezzo, magari.
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