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- Mi raccomando: tutti vestiti bene (1405)
- By David Sedaris
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Finished on Feb 9, 2012





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Mi raccomando: tutti vestiti bene
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3.5/5 -
Il punto della questione: Sedaris è davvero utile alla letteratura contemporanea?
Okay, è come chiedersi se Scary Movie sia utile al cinema contemporaneo. No, non è utile, però si presuppone che abbia l'unico scopo di divertirti.
Però davvero, se ad esempio io lo incrociasse per stra ... (continue)Il punto della questione: Sedaris è davvero utile alla letteratura contemporanea?
Okay, è come chiedersi se Scary Movie sia utile al cinema contemporaneo. No, non è utile, però si presuppone che abbia l'unico scopo di divertirti.
Però davvero, se ad esempio io lo incrociasse per strada, non è che perderei come minimo un battito urlando "Oddio, David! Oddio! Ora che ti ho rincontrato la mia vita ha di nuovo un senso!" e altre fangirlate simili, probabilmente me ne uscirei con una faccetta sorpresa e un "Oh guarda, Sedaris!" e lo saluterei continuando per la mia strada.
Quello che in questo momento è il mio dubbio atroce è..perché Sedaris dovrebbe spiccare? Voglio dire, non so se avete idea di quanti libri in lingua non vengono nemmeno tradotti, si presuppone che quelli che arrivano fino a noi abbiano almeno una marcia in più. Sedaris è il classico tipino con cui fai piacevolmente quattro chiacchiere, e raccontandoti della sua vita privata (perché l'intero libro si fonda su episodi singolari che gli sono capitati, o che sono capitati ad uno sfortunato membro della sua famiglia messo in ballo) ti fa ..sorridere, ecco. A me Sedaris fa ridere di rado, che ne so, ogni trenta pagine. Purtroppo non ho neanche dietro una cultura sulla letteratura umoristica per dire se Sedaris è veramente importante o no, e neanche per fare tanti confronti. Però a fine libro ti rimane il dubbio del "ma alla fine quanto è stato piacevole? mi dimenticherò del libro nel giro di quanto? un mese, due mesi, o addirittura poche settimane? o forse sto sottovalutando Frocia Poppins?..essere o non essere?"Sì, essere o non essere, utile o non utile, divertente o no, uno potrebbe anche dire "sì, mi fa piacere, ma chi diavolo è 'sto Sedaris?"
David Sedaris è un individuo del '56 con pochi capelli sulla testa, noto come umorista radiofonico, scrittore di bestsellers (odio questo termine) che usa la sua stessa persona e la sua stessa vita per fare ironia, coinvolgendo praticamente qualsiasi persona che abbia un rapporto stretto con lui. Se per caso avrete il piacere di conoscerlo, NON raccontategli nulla di sconveniente, potreste finire su un libro. Tant'è vero che i suoi familiari hanno il terrore di confidarsi con lui. Li capisco.
Comunque le sue raccolte più famose sono Me parlare bello un giorno e Holidays on Ice.
Leggo in diverse recensioni che nel libro che ho letto è un po' sottotono. Aspiro a leggere Me parlare bello un giorno, il titolo già è invitante di suo.Però per adesso ho avuto il piacere di leggere solo Mi raccomando: tutti vestiti bene, che devo ammettere che sì, una lettura molto carina, ma non mi è parso nulla di più. Una di quelle letture che mandi giù senza problemi, ma difficilmente ti rimane in testa nei giorni a venire, magari ti verrà in mente un giorno come tutti gli altri, e penserai a un particolare episodio del libro. Personalmente sono quasi sicura che ripenserò a quello strano tipo, Martin, che aveva prenotato un domestico a luci rosse. Voglio dire, quanti scrupoli bisogna farsi per inventare un servizio di pulizie a luci rosse?
Mi rivolgo a Martin: amico mio, ma perché non vai al sodo e chiami un..oddio, qual è l'equivalente maschile di prostituta? ..ma esiste?! Prostitut..no. Oh mannaggia, non ne ho idea.
Il problema l'ho già presentato prima: le risate me le ha strappate di rado, per la maggior parte del tempo si è limitato a farmi sorridere.
Di certo il punto forte di Sedaris sta nel farsi conoscere dal lettore, aprirsi a lui, non aver problemi a prendersi in giro da solo, ridendo insieme al lettore dei suoi difetti più strani (mai avuto il bisogno ossessivo e incomprensibile del dover toccare la testa a qualcuno?).
Comunque il meglio del libro è la copertina. Cioè, voi avreste il coraggio di mettere il davanzale di una Barbie come copertina, e DIETRO il suo bel culetto di plastica?PS: il fidanzato di David mi sta sulle palle. So che non frega a nessuno, però dovevo proprio dirlo.
- — Feb 10, 2012 | 2 feedbacks
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- Un eroe del nostro tempo (1009)
- By Michail J. Lermontov
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Finished on Feb 6, 2012





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"Forse domani morirò! ...E sulla terra, nessuno che mi abbia veramente capito".
Un eroe del nostro tempo,..titolo assolutamente ironico visto a chi si riferisce, racconta dell'incarnazione dei vizi e delle virtù del giovane nobile russo dei tempi di Lermontov. In parole povere, ... (continue)
"Forse domani morirò! ...E sulla terra, nessuno che mi abbia veramente capito".
Un eroe del nostro tempo,..titolo assolutamente ironico visto a chi si riferisce, racconta dell'incarnazione dei vizi e delle virtù del giovane nobile russo dei tempi di Lermontov. In parole povere, racconta dell'ufficiale Pecorin (che si pronuncia Picciòrin, non fate i beoti come me, che lo leggo letteralmente).
E com'era la gioventù nobile del 1830? Egocentrica e naturalmente egoista, menefreghista, di certo furba, ma soprattutto terribilmente annoiata. Una noia tale che ti vien la depressione."- Per quanto mi riguarda, sono convinto soltanto di una cosa..- disse il dottore.
- Di quale? - gli domandai, ansioso di conoscere l'opinione di un uomo che fino a quel momento aveva taciuto.
- Del fatto che, prima o poi, un bel mattino morirò! - rispose.
- Io sono più ricco di voi! - dissi. - Sono convinto anche di un'altra cosa, e cioè che una bruttissima sera ebbi la disgrazia di nascere. -"Non so se anche voi notate l'estrema gioia di vivere che pervade queste righe. Ecco, questo spirito non si altera, si stabilisce già all'inizio con Pecorin che non può gioire del piacere e della tristezza perché ci ha fatto talmente tanta abitudine, che non li sente più, sente solo un gran vuoto. Uno pensa, "sicuramente verso la fine scoprirà la gioia di vivere e s'impegnerà a riscattare tutto il tempo sprecato nel passato!".
Bisogna essere ingenui per sperarlo davvero. Il tempo lo spreca, ma non se ne cura, si preoccupa solo di lamentarsi e di compiangersi per via del suo mal di vivere superiore a qualsiasi sofferenza dei suoi cari (chiamali "cari", Pecorin tiene solo a se stesso). Non si cura di tutte le donne che attira volontariamente a sé e puntualmente trascura, perché in fondo loro potranno pur soffrire per l'amore respinto, ma lui soffre di più. Lui, povero giovane incompreso dall'intero genere umano.
In fondo, come lascia ad intendere lui, le donne sono solo oggettini graziosi con cui inebriarsi, addirittura il carattere non è roba adatta a loro. Adesso gli mando sotto casa Elizabeth Bennett, vedete che non oserà mai più sentenziare simili scempiaggini.
Un minuto di silenzio per tutte le vittime del suo fascino, prontamente cadute in depressione.
Anche se di certo un certo qualcosa ce l'ha, sarà merito dell'abile penna di Lermontov e di una sorta di pregio connaturato in qualsiasi scrittore russo che si ritrova davanti al compito di descrivere qualsiasi cosa, sarà merito dello stesso personaggio che non smette mai di destare curiosità nel lettore.
E devo dire questo tira e molla, questa sorta di antipatia a volte smorzata da certe paginette che inevitabilmente attraggono la lettrice di turno verso il nostro Pecorino, ha funzionato persino su di me. Non riesco a farmi piacere Pecorin, però c'è quel retro che non riesce a fartelo condannare in toto, non riesce a farti fare davvero un passo indietro davanti al suo personaggio.
In realtà Pecorin è forse uno dei personaggi più ambigui in cui io mi sia mai imbattuta.
Eppure sinceramente non l'ho trovato di chissà quale profondità, mia madre dice che è stupefacente che Lermontov a soli vent'anni abbia scritto un libro del genere, io rispondo che non ci vedo nulla di sorprendente, sono tutte riflessioni che io, sedicenne, ho già fatto. Anzi, gran parte delle sue opinioni sono difficilmente condivisibili da me, ragazza del nuovo millennio.
Io credo, piuttosto, che il punto forte del libro sia nelle descrizioni dei paesaggi, dello stesso Pecorin. Si vede quanto Lermontov sia innamorato della natura e dei paesaggi che descrive, quelle sono veramente pagine in cui si respira la bellezza.Lettura dal punto di vista di impressioni strettamente personali un po' così così, ma assolutamente interessante per il suo valore letterario.
PS: La Bennett è già partita, io le ho detto che stavo scherzando, ma lei se l'è presa parecchio leggendo di questo Pecorin.
- — Feb 7, 2012 | Add your feedback
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- Lezioni di regia. I 30 appunti sulla leadership (5)
- By Franz Hauser
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Finished on Feb 4, 2012





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- Il barone rampante (18584)
- By Italo Calvino
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Finished on Feb 4, 2012





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Gaber diceva che la libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione. -
Lo sostengo pienamente.
Ma è anche vero che neanche Cosimo sapeva a che ideale stava dietro nel suo perseguire un proposito che più si va avanti con la storia, più diventa insensato.
Come si fa a dare un senso alle sue intenzioni, alla sua imposizione su un'intera vita, se neanche lui sapeva bene il ... (continue)Lo sostengo pienamente.
Ma è anche vero che neanche Cosimo sapeva a che ideale stava dietro nel suo perseguire un proposito che più si va avanti con la storia, più diventa insensato.
Come si fa a dare un senso alle sue intenzioni, alla sua imposizione su un'intera vita, se neanche lui sapeva bene il perché della sua decisione così irremovibile?
Ma è anche vero che.."La prima lezione che potremmo trarre dal libro è che la disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella. Ma non stiamo andando troppo in là nel caricare di significati un libro che voleva essere sempre scherzoso?" - Tonio Cavilla.
Sentite, molti aspetti della faccenda hanno un fondo di verità: Calvino non aveva come primo fine quello del trasmettere una morale, lo stesso Cosimo non sa spiegarsi il motivo del suo comportamento, e la libertà è partecipazione.
Allora prendiamo inizialmente Il barone rampante come una storia, ricaliamoci nel bisogno primario del bambino che di notte vuole una storia per svagarsi prima di chiudere gli occhi. La necessità del ricercare un significato, un messaggio.. arriva dopo, quando cominciamo a capire. Capire in generale. E non sto dicendo che è sbagliato ricercarlo, anzi, è indispensabile dopo una certa età, quando i libri non sono più solo storie, ma entità fatte di carta che stanno cercando di penetrarci con la loro voce.
Però con certi libri bisogna ricordarsi dei tempi in cui bastava solo una storia coinvolgente, e basta, non c'era bisogno d'altro. Il barone rampante è stata per me una storia coinvolgente?
Coinvolgente è una parola grossa, ma è stata di certo simpatica e piacevole. All'inizio partiva un po' così, c'era l'interesse ma i capitolo si succedevano in una maniera che mi annoiava. Invece nella seconda parte tutto diventa molto più allettante, e pian piano sono entrata nel libro. Meglio tardi che mai.
La mia prefazione accosta Il barone rampante al genere di Alice nel paese delle meraviglie. Ora, un po' grossolano come paragone, ma in effetti l'elemento in comune c'è: il significato.
Sono entrambe storie assolutamente godibili, ma quasi enigmatiche nel loro messaggio di fondo. Entrambe richiedono per primo il divertimento, e poi a te lasciano il fardello del messaggio criptico da decifrare.
La letteratura per ragazzi in realtà non è poi così facile, eh.Però, per quanto io possa accettare di rimanere sul livello "goditi l'avventura e basta", qualche umile tentativo per dare una risposta alla figura di Cosimo lo voglio fare.
Eh, però, ecco, non è che ci sia proprio riuscita eh.
A tre quarti del libro ero sicura di aver in mano la chiave: Cosimo, prendendo come pretesto un obbligo da parte della famiglia di mangiar queste dannate lumache, si scopre esausto di una sorta di prima ingiustizia della vita, e decide di rintanarsi sugli alberi, di guardare la vita dall'alto, in modo da poter osservare il mondo, la stessa vita, ma senza doverne essere per forza coinvolto. E, mentre gli anni passano, e le persone che avrebbe potuto afferrare e tenere con sé passano, si accorge di quanto quella posizione possa essere scomoda. Di come la sua voglia d'indipendenza, diciamo libertà, non sia poi così libertà. E siccome, seguendo Gaber, la libertà è partecipazione, Cosimo avrebbe capito, anche grazie a Viola, che vale la pena scende e mescolarsi con il mondo.
Eppure no, non calza, perché la fine è diversa e intralcia tutta la mia interpretazione. Damn it.
Potremmo interpretarla come una sorta di voglia materializzata da parte di Calvino, che mette per iscritto quel proposito che non attuerà mai, quella voglia di mollare e tutto e vivere sugli alberi, lontano dalla vita, ma allo stesso tempo vicino, con una visuale superiore.
Potremmo anche vedere la scelta di Cosimo come una volontà di affermare una propria individualità in un tempo in cui era quasi impensabile essere così folli da essere anticonformisti, e così Cosimo allora adatta la propria vita alla sua stessa scelta, ad un certo punto viene anche assecondato dalla madre, che accetta il tentativo originale, però quasi disperato, di suo figlio che per farsi notare, affermarsi davvero sceglie di vivere sugli alberi.
E lì in effetti calzerebbe, non ci sarebbero "ma", contraddizioni.
Eppure è davvero questo il punto della faccenda?In ogni caso il bello del dare significato a libri, anche melodie, quadri, film sta nel fatto che è tanto bello perché non c'è mai una ragione scientifica di mezzo, è tutto affidato all'occhio personalissimo del lettore. Tant'è vero che come dice lo stesso Tonio Cavilla, si possono trarre tanti significati da Il barone rampante, ma non si può essere mai sicuri di essere nel giusto.
Non ha qualcosa di emozionante tutto ciò? Questo poter coprire i libri con il proprio io, intendo. - — Feb 4, 2012 | 1 feedback
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- Lancillotto (80)
- O il cavaliere della carretta
- By Chrétien De Troyes
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Finished on Feb 1, 2012





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- Le quattro casalinghe di Tokyo (1535)
- By Natsuo Kirino
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Finished on Feb 1, 2012





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Le quattro casalinghe di Tokyo
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Che cosa scabrosa, che cosa scabrosa.. -
(Perché gli do 5? Perché non ho nessun motivo per dargli di meno).
Questo libro è stato un woha. Credo di dover cominciare dal principio a raccontare la mia vicenda personale legata a Le quattro casalinghe di Tokyo.
Un bel pomeriggio di metà Dicembre mia madre sbuca in camera mia con ... (continue)(Perché gli do 5? Perché non ho nessun motivo per dargli di meno).
Questo libro è stato un woha. Credo di dover cominciare dal principio a raccontare la mia vicenda personale legata a Le quattro casalinghe di Tokyo.
Un bel pomeriggio di metà Dicembre mia madre sbuca in camera mia con un piccolo bottino di libri appena diventati orfani, e che cercano disperatamente una mammina che li accudisca: questi sono Tess d'Urberville, Mansfield Park e Le quattro casalinghe di Tokyo.
Tutta la mia felicità s'era concentrata su Tess d'Urberville di Hardy, dato che lo stesso giorno m'ero chiesta del perché fra gli autori classici fosse quello di cui sento parlar di meno, almeno nella cerchia dei vari social networks. E avevo anche meditato su un possibile prestito in biblioteca, dato che lo stesso giorno ero andata per svaligiarla un'ennesima volta, ma dopo aver visto i volumi delle sue opere ho preferito rimandare ad un misterioso giorno più in là.
E poi me lo vedo lo stesso giorno regalato, così, senza risentimenti. Bene, fantastico, yeah.
E devo dire che, per quanto ricevere Le quattro casalinghe di Tokyo mi avesse piacevolmente sorpreso, non s'era conquistato completamente la mia attenzione.
Addirittura Mansfield Park non l'ho quasi calcolato, anzi, a dirla tutta non mi ricordo se fosse effettivamente parte del bottino di metà Dicembre.
Mi scuso per questo oltraggio, signorina Austen.
In ogni caso Le quattro casalinghe di Tokyo s'era beccato il suo momentino, infatti ero felice di poter togliere un altro titolo dalla mia wishlist senza tanta fatica, senza nessuna ricerca in libreria o in biblioteca. M'era proprio piovuto dal cielo.
Avevo letto le solite frasette entusiaste e accalappia-lettori dietro la copertina."Un'accusa rabbiosa verso l'intera società [..], un'impressionante descrizione dell'alienazione femminile e della tensione autodistruttiva del Giappone contemporaneo."
- Time Out."Natsuo Kirino è l'unica vera voce innovativa della letteratura giapponese degli ultimi vent'anni".
- Daisuke Hashimoto. (e Murakami chi è? un povero fesso?)"Natsuo Kirino si conferma tra quegli scrittori giapponesi d'élite che stanno trasformando il romanzo contemporaneo".
- The Washngton Post.Ora, è comprensibile che io mi fossi fatta un'idea del romanzo da queste tre righe e dal titolo. Hm, Le quattro casalinghe di Tokyo. Alienazione femminile, accusa rabbiosa verso l'intera società, tensione autodistruttiva del Giappone des nos jours. Ah, ma allora è un romanzo sociale! Una di quelle robe drammatiche e impegnate, da cui ne esci consapevole e pronto a scagliarti contro i vari maltrattamenti di una nazione che di sicuro non è esente da colpe.
Mica lo sapevo che era una cosa scabrosa.
Mica lo sapevo che era un noir poliziesco.
Mica lo sapevo io.Ecco perché quando una delle quattro casalinghe rompe l'equilibrio che si era instaurato in circa una settantina di pagine con un gesto drastico, inquietante, rabbioso, io comincio a chiedermi che diavolo voglia dire. ..uh? eh? what the fuck?
E pian piano una discesa che per me si fa sempre più inquietante, come inciampare nei gradini di una scala ripida. Ed è impossibile alzarsi e rimettersi in sesto, devi farti tutti i gradini con il culo all'aria.
Mi hanno giocato un brutto scherzo, le quattro casalinghe.
Non so se si è capito, ma è stato come ritrovarsi in una stanza senza luce, sono ancora le quattro del mattino, distingui a malapena le forme dei mobili, però pian piano riesci ad adeguarti al buio, riesci a conviverci. Riesci ad andare avanti a leggere senza tanta esitazione, anzi, è impossibile staccarsene.
Avviso ai lettori: se avete uno stomaco delicato e siete facilmente impressionabili, non leggete questo scabroso libro.E visto che già ci siamo, Le quattro casalinghe di Tokyo? Davveramente?
Ma che diavolo hanno in testa gli editori italiani per fare traduzioni così inadatte e stupide. Sembra che sia un Desperate Housewives alla giapponese.
Il titolo originale sì che rende l'idea: Out. Yayoi, Yoshie, Masako e Kuniko, ognuno a modo suo, cercano solo una via d'uscita. Una via d'uscita dalla situazione in cui si sono ingabbiate, in cui lo stesso Giappone maschilista le ha ingabbiate, un paese in cui sei obbligata a confezionare due milioni di colazioni in una notte, e se devi andare al bagno, chiedi e aspetta il tuo turno, sopportando l'idea di dover arrivare a tenertela anche per due ore. Quattro casalinghe che farebbero di tutto pur di riuscire ad avere qualche soldo in più per vivere, perché fare i turni di notte in una fabbrica non è il massimo, guadagni giusto quel che ti serve, e dormi mentre il resto del Giappone rincomincia a ripopolare le strade, ti perdi la vita là fuori.
E fra i soldi che mancano, la pressione allucinante della loro società, quattro mariti egoisti e menefreghisti, figli troppo immersi nei loro drammi per ricordare di non essere i soli in difficoltà, ecco che le quattro scoppiano. O meglio, una di loro scoppia e le altre non possono far altro che seguirla in una folle discesa verso l'inferno.E Natsuo Kirino con il suo stile pulito le accompagna con grande bravura, attira nel cerchio famelico altri personaggi, incastra ogni cosa alla perfezione. Un elemento che mi ha fatto scattare la quinta stellina, oltre all'analisi psicologica ottima, è come nulla sia raccontato per il gusto di raccontare.
L'elemento thriller è alle stelle, niente accade per caso, niente non ha conseguenze, e all'improvviso tu spalanchi la bocca nell'accorgerti che la Kirino ha adescato un tranello, ha mosso una pedina verso un'altra pedina mentre tu t'illudevi che lo facesse così, solo per sport. Il lettore non può che seguirla come un fedele cagnolino, e le seicento pagine filano liscie e coinvolgono alla grande, incitano solo ad andare avanti per saper di più. Sì, il libro va avanti per catene, e senza mai cadere nel ridicolo o nel forzato. E alcuni sgambetti sono talmente crudeli che è impossibile non provare compassione per le marionette della Diabolica Jappo.
E la via d'uscita, la via di fuga? Questa parola, questo titolo davvero efficace, Out, si materializzerà?
Di certo non ve lo vengo a dire io, leggetelo se tanto v'interessa.Posso dirvi una cosa? Se volete sentire il vero Giappone, non cercatelo nei libri della Yoshimoto, quella non è che una sfumatura tenera e felice, il vero Giappone è altrove.
Un po' in Murakami, un po' nella Kirino, e sicuramente un po' in altri autori che non ho ancora avuto l'occasione di esplorare. - — Feb 2, 2012 | 3 feedbacks
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- Insciallah (3195)
- By Oriana Fallaci
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Finished on Jan 24, 2012





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4.5/5 -
'sta storia del 4.5 è una buffonata.
Cioè, io stavo riflettendo sulla possibilità di dargli il massimo, però..però non ero convinta, capite? Gli do 4 o gli do 5, gli do 4 o gli do 5, gli do 4 o gli do 5 gli do 4 o gli do 5 EH PROPRIO NON LO SO.
Allora ho deciso di farla facile, di adottare ... (continue)'sta storia del 4.5 è una buffonata.
Cioè, io stavo riflettendo sulla possibilità di dargli il massimo, però..però non ero convinta, capite? Gli do 4 o gli do 5, gli do 4 o gli do 5, gli do 4 o gli do 5 gli do 4 o gli do 5 EH PROPRIO NON LO SO.
Allora ho deciso di farla facile, di adottare il compromesso del mezzo voto. Dai, è più di un quattro, ma non è del tutto un cinque, ..e allora è un 4.5!
In realtà non mi sarei fatta tanti problemi nel togliergli quel mezzo punto, sto dalla parte dell'obiettività, per quanto a volte sia difficile, specie con zia Oriana.Ecco, zia Oriana e Insciallah (o come lo chiamo io, Inscialalaaaaaaaah con tanto di h aspirata e movimenti ambigui della lingua a mo' di serpente).
Non mi ricordo più l'ultima volta che sono stata due settimane sullo stesso libro, forse questa estate con Il conte di Montecristo. E non perché Oriana fosse diventata noiosa, ma per una serie di eventi, per cui A provoca B, B provoca C, e C provoca D. Basti sapere che C è la mia impossibilità nel leggere più di una cinquantina di pagine al giorno e D è la conseguente durata della lettura raddoppiata.
E in realtà sto scoprendo che viaggiare lenta non mi dispiace neanche.
E quindi c'è la possibilità che io, anche se slegata da eventi più forti di me che m'impediscono i miei classici ritmi, decida di restare comunque su queste velocità a provare a mangiare libri con più moderazione e meditazione, senza sbafarsi né ingozzarsi.
Sto mettendo la testa a posto, un biscotto per me.
Non con l'uvetta dentro però, mi fa schifo. Anzi, se è possibile quelli metà al cioccolato e metà alla panna.(vediamo quanto resisto con questo nuovo proposito, scommetto su un mesetto al massimo)
Oriana Fallaci sta diventando una figura molto importante per me. Stamattina in macchina avevo fatto la metafora a mia madre: "se Woody Allen mi ha tirato fuori dalla fossa e mi ha riabilitato al cammino, la Fallaci ogni tanto mi spinge, quando sembro rallentare fin troppo per i suoi gusti, con la totale approvazione di Woody che intanto si riposa un po', non è più così tanto in forma".
Poi ho pensato che la Fallaci è morta, quindi non so chi sia veramente in forma fra i due.
Great job, guys, continuate così. So che può essere difficile con un masso come il mio, che mi lamento sempre, però non arrendetevi. Anzi, meglio incitare me stessa più che voi: Anastasia, non smettere mai di ascoltare la loro voce, anche quando ti sembra più difficile del solito farsela entrare nelle orecchie. E speriamo che la mia lieve forma di sordità non m'intralci (quello non era metaforico, sono veramente sorda).
In realtà il rapporto è un po' diverso da quello con il nostro intellettualoide newyorchese, contemplo la sua immagine, cade il profondo silenzio stupito davanti al coraggio che ha ed ispira, e poi mi sembra d'essere un po' più forte di prima, sento la presa delle radici che mi tengono ben salda alla Vita nonostante tutto. Le radici che prima non c'erano, sia chiaro, considerevole parte del merito tocca a lei, che me le ha impiantate e ogni tanto è tornata a inaffiarle.
Vedete, sono una persona che se venisse presa a pugni a lungo, finirebbe per provare persino piacere, finirebbe per dire "sì, sì, stai facendo bene, è proprio così che devi fare con me, in realtà non merito un trattamento migliore, sono spregevole, sono spregevole, sono spregevole sono spregevole".
Qualcuno ha appena dedotto che mi voglio un gran bene?
Vedete, la mia volontà di rimanere in equilibrio sul filo della vita non è mai stata molto forte, spesso lo faccio perché mi pare quasi un dovere, altre volte borbotto e pian piano mi dico che comincia a non dispiacermi l'idea di smetterla e lasciarsi cadere nel vuoto. Sì, questo suggerisce che io in fondo non sia debole solo di fisico, ma anche di carattere. Questo fondo di verità è un fondo di verità, appunto, e difficilmente si può cambiare del tutto. Eppure in questi ultimi due anni non riesco più a pensare all'idea di mollare la presa senza una ripulsa, una profonda esitazione, e tutto questo perché ci sono quelle famose radici ai miei piedi.
Ed ora una delle mie battaglie personali è fortificarmi, imparare ad essere meno debole, e l'ammirevole coraggio della Fallaci è forse l'elemento che più mi aiuta, mi spinge a fare il prossimo passo, mi spinge a camminare con più motivazione, a sorridere e dire "dai, dai, dai che ce la faccio".Un profondo grazie all'autrice di questo libro, allora, che torna dopo otto mesi, dopo essersi fatta conoscere con Lettera a un bambino mai nato.
In realtà in questo lasso di tempo ho letto anche Oriana Fallaci intervista sé stessa, ma come si deduce non è un'opera di narrativa e più che altro si concentra sulla politica che sulla sfera personale.
Insciallah a livello d'impatto non supera assolutamente il primo, ma non fa altro che riconfermare la bravura di zia Oriana (evviva le famiglie alternative).
Il libro è un'accozzaglia spaventosa di personaggi mai esistiti, ma inseriti in un contesto che purtroppo è esistito: Beirut e le Crociate dei nostri giorni, con uomini che si sbranano a vicenda perché Allah non è Allah per tutti, ma Dio, o Buddha. Può essere sorprendente, ma sì, su questo punto di vista non ci siamo poi così allontanati dal Medioevo. Uccidiamo perché non tolleriamo che la nostra venerazione non venga condivisa, o ancora peggio, che sia una venerazione rivolta a un Sole diverso. Cristiani contro musulmani, musulmani contro cristiani, musulmani contro musulmani e cristiani contro cristiani, perché alla fine si perde completamente la ragione.
Il fronte italiano a Beirut lo saprà meglio di me, e la Fallaci tramite il Professore, fantasma e allo stesso tempo pilastro dell'esercito italiano, racconta di una moderna Iliade.
Racconta di un Achille poco eroico e infangato nei compromessi, Charlie, racconta del suo scudiero, Angelo, matematico impegnato a trovare la formula della Vita, racconta del generale poco disposto all'umiliazione e alla sconfitta, il Condor, del collezionista di armi devoto alla guerra, Zucchero, della gioventù ancora inesperta della vita, che decide di provare, sperimenta le guerra nella speranza di crescere, di passare dalla qualifica di "ragazzo" a quella di "uomo", di feticisti della guerra che non accettano l'idea di ridursi alla mediocre tranquillità della borghesia, come Sandokan, e di tanti, madonna quanti altri personaggi.
E così il libro si destreggia fra i mondi interiori di ognuno di loro, completamente immersi nel dramma della guerra e nella vitale Beirut, dove cani nella notte escono e si sbranano a vicenda per un po' d'immondizia, mentre i galli, completamente impazziti e allarmati, si mettono a fare chirichì prima dell'alba.
Rispetto all'Iliade non vanta di certo la stessa compattezza e amministrazione. Intendo dire che ci sono veramente fin troppi personaggi, e la memoria del lettore è portata a fare uno sforzo incredibile per ricollegare ogni personaggio. All'inizio del mattone la Fallaci sembrava solo voler tirare fuori una personalità dopo l'altra, e tu ti chiedi se vuole tirare fuori ancora qualcuno dal forno, perché tu veramente sei sazia, puoi cominciare a digerire. E invece no, ancora altri personaggi, e ognuno disegnato assolutamente bene, certo, ma gettato in mare fin troppo grande per essere ricordato appena torna in primo piano. Per la serie "no aspetta, chi è 'sto Pinco, oddio, quello tutto pompato? ..no, quello era Tizio".
Ad un certo punto avrei voluto veramente prenderla per una spalla e fermarla. Ci stava aggiungendo veramente fin troppa farina, e anche se si cercava di mescolare, l'impasto era talmente duro che per smuoverlo di un solo millimetro serviva Rambo.
Malgrado tutto, all'alba del terzo atto decide che in fondo può bastare (alleluja), e finalmente pian piano tutti i tasselli tornano al loro posto.
Tralasciando questo elemento un po' eccessivo, ha un punto in più rispetto al poema di Omero: è molto più umano, è profondamente vero, l'idealizzazione non esiste, non è parte del suo DNA. Tant'è vero che la Fallaci ha uno stile che punta al necessario, e le immagini che ritrare vogliono solo riprodurre la più vera realtà, anche se cruda. Si adatta come un intermediario ai bisogni di ogni personaggio, passa dal napoletano terra terra all'italiano più forbito (quanti dialetti conosce questa donna?), passa attraverso vari Credo e varie visioni della realtà senza il minimo inceppamento, senza fallire mai.
Non c'è nessuna semi-divinità, i nostri soldati a volte non sono affatto virtuosi, a volte si lasciano prendere dalla paura e dimenticano il coraggio, a volte commettono errori, ed anche stupidi, a volte scoppiano a piangere perché vogliono tornare a casa, perché non reggono, perché semplicemente non sanno più come gestire la situazione. Anzi, forse la qualità della saggezza in tutto il libro ce l'ha solo un personaggio, ed è la cara Ninette, che ho messo al secondo posto nella classifica dei preferiti di Inscialalaaahh.
Il primo posto se l'è guadagnato Angelo, un po' perché gli scienziati, specialmente i matematici, esercitano un certo fascino su di me (la stessa storia degli agenti segreti, sì), e anche perché s'è presentato da me esattamente nello stesso stato in cui mi trovavo io, e in fondo con le stesse domande.
Sì, mi sono immedesimata parecchio.
E in realtà è proprio lui che fa partire il motore del libro, e lo chiude.
La formula della Vita? La ragione della Vita?
Qual è?
E posso dire che la risposta che la Fallaci darà a fine libro, quindi dopo 800 pagine di attesa, porca miseria, mi ha scaldato così tanto il sangue nelle vene..che sono sicura che non dimenticherò mai il segreto dietro a questo libro. E il segreto dietro a questo libro è uno dei motivi per cui sono veramente felice di averla conosciuta, di essermi tuffata nelle sue pagine, nella sua anima riflessa. - — Jan 25, 2012 | Add your feedback
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Io ormai quando penso a Blake, immagino le innumerevoli situazioni in cui lui ed io conversiamo sullo sfondo del ventunesimo secolo.
Ad esempio, penso sempre a questa scena stupida che mi sono creata..Allora, in pratica ho deciso di portarlo al ristorante. Voglio dire, mi è venuto a trovare da circa ... (continue)Io ormai quando penso a Blake, immagino le innumerevoli situazioni in cui lui ed io conversiamo sullo sfondo del ventunesimo secolo.
Ad esempio, penso sempre a questa scena stupida che mi sono creata..Allora, in pratica ho deciso di portarlo al ristorante. Voglio dire, mi è venuto a trovare da circa tre secoli di distanza, dovrò pur fargli provare un po' qualcosa. Mi sembrava un po' cresciuto per le discoteche piene di tunz-tunz, e sono certa che non gli sarebbero piaciute (e meno male).
Però, insomma, è ora di cena e qualcosa dovremo pur mangiare.- Allora, come sta tua moglie Catherine? Mi dispiace che tu non l'abbia portata, mi avrebbe fatto piacere conoscerla, sai?
- Oh, ci avevo pensato, ma poi mi sono ricordato di questa vostra nuova tendenza linguistica..
- Eh?
- Ma sì, questa nuova tendenza linguistica che adoperate ormai per tutto.. Soprattutto sui quegli aggeggi che usate per chiamare qualcuno? Ma poi..esistono veramente?
- Lo so, lo so, può essere sconvolgente, ma ai giorni d'oggi puoi parlare qualcuno attraverso un dispositivo, basta che ce l'abbia anche la persona che desideri. Ma comunque di che parlavi, tendenza linguist..aaaah! Ma sì, il linguaggio SMS dei bimbiminkia.
- Ecco, già ci ho messo un sacco per insegnarle a leggere, se poi adesso usate pure queste strane abbreviazioni, "xché", "tvttb", "dv 6", le c che non sono più c ma sono k, e non si capisce esattamente per quale motivo, insomma, demolisco le poche certezze ortografiche di mia moglie.
- Diamine, hai ragione.
Cambiamo argomento, lui mi parla della sua amata Bibbia, delle sue incisioni, del fatto di essere sicuro di poter confrontarsi con i profeti dell'Antico Testamento, mi parla anche delle sue ultime poesie. Spiega che gli Arcangeli gli hanno sempre dato l'okay, però questa volta hanno detto che "seeeee seee cioè carina, però non ci esalta DAVVERO". E insomma, è caduto in depressione e sta pensando di riscriverla, lui ha bisogno della loro approvazione divina.
Io ascolto e mangio tranquilla, cerco di consolarlo spiegandogli che io ho letto le sue poesie, che in media mi sono piaciute, anche se a volte troppo simboliche e allegoriche per me, anche se certe erano proprio belle, tipo Jerusalem, gli parlo di come mi abbia impressionato tutta la raccolta dei Canti d'Innocenza ed Esperienza, gli parlo di come mi abbiano fatta sentire: come se all'improvviso fosse tornata l'infanzia, e quello strano senso di serenità, felicità, spensieratezza, alla Singin' in the rain di Gene Kelly, e subito dopo quell'orrore nel comprendere di aver perso la purezza con cui i bambini guardano al mondo, e quella chiusura pazzesca con la meravigliosa The Tyger..non ne parliamo neanche.
Lui sembra contento, io penso al fatto che quei versi sono stati il momento migliore in tutta la mia scarsa cultura poetica, continuando a mangiare tranquilla. All'improvviso lui lascia cadere la sua forchetta guardando qualcosa dietro di me. Patapum, parte ad urlare come un pazzo. Io a momenti mi soffoco per lo spavento.
- AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA! -
- Oddio, che hai visto coff coff coff odgnjskljghn -
- DIO! DIO! E' SUL TAVOLO! SEDUTO SUL TAVOLO, OH SIGNORE! LO VEDO IN TUTTA LA SUA BELLEZZA! -
Naturalmente tutti si voltano, ma a me frega fino ad un certo punto. Prima devo riprendermi dall'esperienza che ho appena avuto. Potevo morire, accidenti. Sono un tantino accaldata, mamma mia che scossone.
- Ah, Dio dici? - e mi giro curiosa, osservando la sfortunata coppia tirata in ballo nell'ultima apparizione di Dio negli orizzonti di Blake.
- ..hm, davvero? Dio, eh. - Non vedo niente, naturalmente, non ho mai avuto allucinazioni, o visioni, o altro. - Caspita. Comunque non capisco perché debba sedersi sul tavolo, ma che razza di disciplina, eh. Con tutte le sedie che ci sono, perché uno deve sedersi sul tavolo?! E poi scusa eh, quelli là stanno mangiando, a nessuno piacerebbe che all'improvviso arrivasse un CERTO Dio a sedersi sul loro cibo. Che schifo, scusa! -
- Oh, fanciulla mia, tu sei ancora troppo giovane per capire che se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all'uomo come in effetti è, infinito.. -
- No no, ma sono d'accordo. Oh, ecco, ma sai che Jim Morrison ha fatto della tua famosa frase sulle porte che danno accesso all'infinito una specie di filosofia molto wicca? -
- Eh? Jim Morrison? Wicca? Ma di che stai parlando? -
- In questo momento non è importante, parliamo piuttosto di Dio. Senti, sinceramente ..questa storia di una divinità superiore a cui dobbiamo essere devoti, voglio dire, dovresti vederla razionalmente..un Dio..ma pff, dai! -
- ..No, no, Anastasia, non anche tu. Ma perché, eh?! Perché?! Anche tu stai dalla parte di quei luridi esseri vuoti e senza immaginazione che lodano la Ragione? Viva la Ragione, viva la Ragione! La Ragione è un mostro da combattere, va bene? La Ragione è il Diavolo. -
- ...sì, William, sì - e in questi momenti penso che William era proprio una persona originale, ma che palle quando faceva così - Senti, lo so che ce l'hai tantissimo con quella gente tipo Diderot & company, quelli dell'Illuminismo, però dovresti riconosc..-
- ...ANASTASIA, ANASTASIA, ODDIO, LA MADONNA! LA MADONNA! ODDIO, LA VEDO IN TUTTO IL SUO STRUGGENTE DOLORE!
- ...Ad un certo punto vado a pagare, visto che purtroppo William non ha idea neanche di come sia fatta una banconota da cinquanta, e il gestore del ristorante mi guarda con un certo sospetto e mi fa capire chiaramente che dobbiamo sloggiare subito, perché gente che urla all'improvviso evocando strane immagini inesistenti turba la sua clientela. Naturalmente io e William lo fulminiamo con lo sguardo.
- Senta..
- Non ti preoccupare, William, glielo spiego io. SENTA, - dico, facendo il classico gesto da donne afro incazzata - dovete smetterla di scocciarlo con questa storia del visionario pazzo. L'ha detto anche lui, non ha delle facoltà superiori, si tratta del dono dell'iiiimmaginazione. Se poi si mette ad urlare di punto in bianco per quel che immagina, meglio per lui, vorrei poter immaginare con lo stesso trasporto. Lei capisce quanto sia importante l'immaginazione, signore? No, perché io sono d'accordo con il mio amico qui presente: l'immaginazione è la vita stessa, nessuno dovrebbe rinunciarci. - — Jan 15, 2012 | Add your feedback
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- Bartleby, lo scrivano (2540)
- By Herman Melville
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Finished on Jan 8, 2012





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Ma che cos'ho che non va. -
Ma porca miseria, se continua così comincerò a credere alla possibilità che il mio DNA sia stato alterato, per cui non sono come il resto dei lettori. Non so, magari ho un cromosoma che mi sballa tutto e non mi permette di impazzire per Shakespeare come fa il resto del mondo. Se è veramente così, do ... (continue)
Ma porca miseria, se continua così comincerò a credere alla possibilità che il mio DNA sia stato alterato, per cui non sono come il resto dei lettori. Non so, magari ho un cromosoma che mi sballa tutto e non mi permette di impazzire per Shakespeare come fa il resto del mondo. Se è veramente così, dovrò dimenticare l'educazione e dirne tante a mamma e papà.
Non è che l'Amleto non mi sia piaciuto, è che, appunto, non sono riuscita ad innamorarmene, come vedo che accade a praticamente al 90% dei lettori. Ma questo dispiacere s'era già ripetuto con le altre due opere che avevo letto di Shakespeare: Molto rumore per nulla e Il mercante di Venezia. Mi ricordo che mi piacque molto il secondo, ma un amore sconfinato per il suo autore non è mai avvenuto. Dio mio, io sinceramente mi sento in colpa. Cioè, sì, ho sempre sostenuto la difesa dell' "ognuno ha i suoi gusti", ma quando un autore è amato da praticamente quindici sedicesimi del globo terrestre, uno comincia a farsi qualche domanduccia. Mi ricordo che da piccola ebbi lo stesso problema con Harry Potter. Era amato da tutta la mia generazione (ancora adesso), ma io non sono mai riuscita ad entrare in sintonia con la Rowling. Un anno fa ci ho anche riprovato, ma ho avuto la sensazione di aver perso la mia occasione, mi sono sentita un po' superata. Il punto è che, povera piccola me, fu un trauma sentirsi un po' esclusa da tutta la cerchia religiosa degli harrypotteriani.
Non che non amare Shakespeare sia un trauma adesso, ma c'è un senso di colpa simile a quello che provai a sei-sette anni per HP.
Non è giusto.
Sto cercando di capire anche perché non amo Shakespeare e, nello specifico, perché la storia del nostro principino danese non mi abbia sconvolto la vita. Non ho letto senza leggere, ho letto facendo attenzione e soffrendo in silenzio, come si conviene a una ragazza eroica al primo giorno di ciclo mestruale. E, se proprio volete saperlo, sono stata una brava studente e mi sono letta TUTTE le note a margine e l'intera prefazione critica.
Il fatto che durante la lettura io abbia sofferto più per le "cose" che per la sofferenza di Amleto è addirittura comico. Forse nella prossima vita mi sarà concesso di tornare in patria, potrò tornare ad essere un sasso.
No, questo è commettere un'ingiustizia nei miei stessi confronti, perché sono capace di commuovermi anche io. Per esempio Caligola di Camus, guarda caso, è un dramma teatrale ed è stata una delle letture più belle dell'anno appena passato. Questo testimonia che il problema non né il mio rapporto con il teatro né le mie ghiandola lacrimale. Shakespeare è l'elemento con cui non riesco a congiungermi in una perfetta unione lettore-autore.
Oh, sentite, I was born this way.In ogni caso, Amleto è un'opera densa di dolore, riflessioni, battute ironiche, amore, vendetta, intrigo. Insomma, una minestra ben riuscita. L'elemento portante è però, la riflessione, che sostituisce addirittura l'azione, per una sorta di paralisi del protagonista nell'attuare il suo proposito di agire. Il destino qui ha la meglio su ogni singolo personaggio, Amleto per primo è convinto che sia inutile e futile agire, come se ci fosse qualcosa di infinitamente più grande e imbattibile a opporsi. Regna fin dall'inizio una sorta di tragica prevedibilità riguardo all'epilogo, che, tornando a parlar di destino, sembra già scritto e irreversibile.
Amleto è quello che noi oggi potremmo chiamare il "depresso già in partenza". Afflitto dal quel male di vivere che non è tanto un periodo passeggero, ma una condizione dell'esistenza stessa, quasi un modo di porsi alla vita che è innato. Mi sembra naturale che se gli individui affetti da un certo malessere esistenziale dovessero subire perdite atroci...la cosa finirebbe per scendere nel dramma, nella tragedia, nella vera e propria depressione. Amleto, dopo la morte del padre, rifiuta la vita, trova conforto nell'idea della morte, del suicidio (e questa netta preferenza si vede benissimo nel monologo dell'"essere o non essere" che, per inciso, nel testo teatrale non è accompagnato dal famoso teschio, quello viene dopo e in un contesto decisamente diverso) e l'idea di vendicare il padre sembra quasi offrirgli un pretesto per continuare a vivere. Solo che se la vendetta è l'unica forza che ci spinge avanti..potremmo finire per essere completamente irrazionali nel porci verso il mondo. E infatti, in seguito alla risoluzione di uccidere Claudio, nuovo re della Danimarca e assassino di suo padre, per far giustizia, Amleto si guadagna l'epiteto di "pazzo, folle". Da un certo punto di vista lo è, ma allo stesso tempo è assolutamente razionale, anzi, adopera una logica sì, fredda, ma senza nulla di errato, di insensato. In effetti la pazzia è relativa. Per il pazzo è l'"uomo comune" ad essere folle, o no?Fra parentesi, la storia del teschio che durante l"'essere o non essere" non c'è..è stato un trauma. Io sono cresciuta con quella immagine, porca paletta.
E sempre fra parentesi, il famoso monologo ha rispettato l'andazzo dell'intera lettura: nulla di personalmente sconvolgente.
Anche se tutta la prima scena dell'atto quinto è stata forse la parte più bella del libro, e il suo culmine l'ha raggiunto nel confronto di Amleto con il dolore di Laerte per Ofelia. Powerful.
Ma, appunto, è stata un'eccezione.Maledetto DNA alterato.
- — Jan 7, 2012 | 2 feedbacks
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trario; tisbagli, amico. Ma
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Quanto
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ere (eh già), non mi
produce
nessun effetto,
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completamente sensate,
ed
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g
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e.*si schiarisce la voce e torna ad essere moderata, razionale e misurata*
....Edward Estlin Cummings è un poeta sperimentale del Novecento. Forse non si deduce, ma lo leggiamo ancora oggi per via del tratto con cui si è distinto: l'esuberante voglia di scombinare le regole della grammatica inglese, esprimersi completamente attraverso le parole, addirittura creando immagini con la posizione stessa delle lettere. Primo esempio che mi viene in mente:
"l(a
le
af
fa
lls)
one
liness"
Che ricomposto, sarebbe: "A leaf falls. Loneliness./Una foglia cade. Solitudine.". Sono state messe in verticale per rendere il movimento della foglia che cade, immersa completamente nella solitudine. Come se cadesse nel bozzolo delle parentesi, avvolta da quel "loneliness" attorno. Soprattutto è importante la prima lettera di "loneliness", che guarda caso, è molto lonely là, staccata da tutte le sue sorelline.
Un altro esempio può essere la parola "sprinkling" (= piovigginare, più o meno), scritta "SpRiN, k, LiNg" - lo stile bimbominkiese ha origini nobili, a quanto pare - un'altra parola-immagine dove Cummings vuole raffigurare le gocce intinte di raggi solari (la tipica pioggia mista a sole) che cadono su una lettera sì e una no, come farebbero nel cadere su di noi. Altre scelte sono molto irritanti per la sottoscritta, come il fatto che certe parole Cummings proprio non potesse vederle (vedi "thing", che sostituiva sempre a un "?", per cui abbiamo il verso " a float on some ? i call twilight") e che quindi, nella sua incurante sostituzione, rende criptico il verso. Impossibile, quindi, leggere Cummings senza un libro di critica alto come una casa accanto. Evidentemente a Cummings della comprensione dei lettori fregava fino a un certo punto.
La prima raccolta, Tulips and Chimneys, risale ai tempi del Cummings ancora giovane ed estremamente sentimentale. Non m'è piaciuta, l'ho trovata noiosa, a tratti banale, non mi suscitato nessun sentimento. 'Un ce posso fa' nniente. A quanto pare qui, dove vediamo già una certa sbizzarria linguistica, era stato adottato questo stile per far colpo sui borghesi conservatori. Sì, all'inizio era per quello. In effetti il colpo l'ha fatto, e se ne parlò veramente a lungo. Il fatto che volesse far colpo su una massa di ricconi con la testa bacata non m'ha fatto sorridere. Le raccolte successive, "& and" e "Is 5", sono già meglio, ma non destano ancora la mia curiosità, non risvegliano in me il minimo barlume di apprezzamento, a parte giusto qualche rarità ogni cento versi. Con "W (ViVa)" andiamo ancora un pochino meglio, ma a quanto pare non pensavano lo stesso le case editrici di quel periodo (1935, attenti attenti, la Seconda Guerra Mondiale è alle porte), e Cummings per la raccolta successiva avrà ben 14 rifiuti (ironicamente,dopo intitolerà la raccolta "no thanks"). E via alla discesa, comincia a perdere colpi, per quanto Ezra Pound, che si dichiarava suo amico, lo sostennesse. E chi conosce Ezra Pound, sa quanto possa essere potente la sua influenza. Pubblica diverse raccolte di poesie, ma il suo destino è ricadere nell'anonimato. Gli Stati Uniti non calcolano più Cummings, oramai, per il semplice fatto che la poesia sperimentale non aveva avuto possibilità di affermarsi, e nelle ultime poesie si scorge la sua disperazione, che ha quasi dei tratti funerei (a cosa si riferiva, in realtà?):O, come, terrible anonymity
Come gently,
(very witheness: absolute peace
never imaginable mystery)
Descend.O, vieni, terribile anonimato
Vieni dolcemente
(bianchezza purissima, assoluta pace
mistero inimmaginabile)
Discendi.La critica lo attribuiva, appunto, alla sofferenza del rimanere nell'ombra, però non se n'è tanto sicuri. A me suggerisce invece la morte. Mistero inimmaginabile, la morte. La poesia sperimentale negli Stati Uniti, a quel tempo, era sinonimo di game over già in partenza. Ginsberg, che io amo molto, era un poeta sperimentale che poi s'è convertito e, guarda caso, ha avuto successo. La mia prefazione critica usa l'aggettivo "rassicurante" per spiegare come si sentissero gli americani davanti alla scelta di Ginsberg, e al contrario "poco rassicurante" l'ostinarsi di Cummings.
A proposito della critica: qui ci si divideva in due fazioni: c'era chi considerava simpatico il suo estro linguistico e c'era chi lo disprezzava, definendolo inutile e futile, inoltre, chi lo considerava non proprio bene, diceva anche che nelle sue poesie si nota la vergognosa assenza di maturazione, progresso. Povero Peter Pan. Se c'è una cosa su cui sono tutti d'accordo, è che almeno la metà dei ghirigori linguistici di Cummings sono artificio.
..Io continuo a preferire Ginsberg. E di disguidi vari ne ha avuti anche lui, è finito in tribunale per il suo modo di esprimersi "poco fine per i palati americani". Urlo è un piccolo capolavoro, e americani del secolo scorso, se mi sentite dall'Oltretomba, non potevate lasciare che i poeti fossero e basta? Nah, magari.
Nel mio sfogo iniziale avevo saputo riassumere perfettamente la mia impressione su Edward Estlin Cummings: m'innervosisce, e io sono già nevrotica di mio, se poi ci si mette lui mo' ci salviamo. Il suo stile non mi fa nessun effetto (e dovrebbe essere la sua principale funzione, quindi non mi rimane molto da raccogliere), mi garba l'idea di creare immagini sulla carta, ma per capirle ci vuole l'interprete sempre a dispozione. A me piace poter leggere una poesia in modo naturale, genuino, senza libroni dietro, e poter afferrare qualcosa, un'interpretazione personale. E sinceramente, come faccio ad apprezzare il contenuto se non riesco neanche ad andare oltre alla forma? Il mio voto non è un voto oggettivo, riflette le mie impressioni e sensazioni durante la lettura.
Magari un giorno ci riproverò, magari quando avrò un po' più di tempo, magari in estate.
Sarebbe perfetto da leggere in primavera, dati gli argomenti: il fiorire dell'anima attraverso il tempo, l'amore, il miracolo della vita, l'amore, gli uccellini, l'amore,...ho già accennato all'amore? - — Jan 6, 2012 | Add your feedback
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Dalia nera
Anzi, ha una copertina talmente phaiga che me la sposerei. Sul serio, sarei capace di riportare in biblioteca il libro, tanto non è che me ne importi molto, ma la copertina la frego senza rimorsi, me la tengo io, è mia, t-u-t-t-a mia.
Non si tratta solo dell'aspetto esteriore, eh, anche l'interno no ... (continue)
Anzi, ha una copertina talmente phaiga che me la sposerei. Sul serio, sarei capace di riportare in biblioteca il libro, tanto non è che me ne importi molto, ma la copertina la frego senza rimorsi, me la tengo io, è mia, t-u-t-t-a mia.
Non si tratta solo dell'aspetto esteriore, eh, anche l'interno non è niente male. Una storia ben amministrata, i colpi di scena al momento giusto, la giusta dose di romance e crudezza tipica da thriller senza scrupoli, una buona caratterizzazione dei personaggi.
Eppure non mi ha preso, è stata una lettura un po' tanto passiva e poco attiva dal punto di vista della partecipazione. Anzi, è sbagliato definirla così. Leggevo senza annoiarmi, avevo un moderato desiderio di sapere dell'identità dell'assassino della Dalia nera, ho desiderato moderatamente che le cose per i personaggi finissero bene, però notare l'avverbio di cui ho fatto uso: moderatamente.
Non è come dire "chi se ne frega", ma non è neanche come dire "oddio non riesco a contenermi".
Di certo non posso vantare lo stesso stretto legame con tutta la faccenda di Elizabeth Short che lo stesso Ellroy ha.
Bisogna infatti dire una cosuccia a proposito di questo thriller: l'autore è emotivamente coinvolto, da bravo scrittore non invade mai la sua stessa opera, riesce a mantenere il dovuto distacco, ma si fa spazio ottimamente nella postfazione, che ci spiega quanto in realtà l'assassino della Dalia nera, avvenuto realmente, e l'assassinio/stupro-con-esiti-mortali di sua madre abbiano formato la sua persona.
Ellroy ha nutrito sin da piccolo una sorta di attrazione/odio verso sua madre: la spiava mentre tradiva suo padre e la desiderava, ma allo stesso tempo la odiava, perché aveva sempre voluto bene al suo babbo. Eppure non ha mai potuto conoscerla bene, dato che nel 1958, quando James aveva solo 10 anni, sua madre fu uccisa a El Monte e il delitto restò irrisolto. Ha cercato di ricavare tutto quello che poteva su di lei, sulla sua personalità, sullo stesso delitto che ha portato via una figura che per lui è stata il fondamento di una vita (letteralmente e metaforicamente, da dove volete che sia uscito?).
In lui nacque la stessa ossessione che poi si riversò sul caso della Dalia Nera. Delitto ugualmente irrisolto, personalità ugualmente da scoprire, di cui si sa poco (molto di quello che apprendiamo di Betty Short nel romanzo è frutto di fantasia), omicidio brutale con annesso stupro, e, oibò, luogo dell'assassinio a 5km da El Monte.
Queste due figure potevano essere ancora più accomunate di così?
Ellroy sostiene che gli abbiano dato molto, che gli abbiano insegnato quanto di più prezioso possiede del segreto della vita, eppure è consapevole di non essersi mai spiegato sufficientemente bene, ed ecco che salta fuori Dalia nera: thriller che si basa sul misterioso delitto di Betty Short, capitanato da due ex-pugili investigatori: Lee e Dwight.
Ecco che Dwight è l'alterego di Ellroy, tramite per comunicare i suoi sentimenti e la sua vera e propria ossessione verso la Dalia nera, e, quindi, anche verso sua madre.
Come ho detto prima, si mantiene sempre equilibrato, non invade mai l'opera, l'elemento thriller prevale sempre.
Lo so che tutto questo background non ve l'aspettavate.
Neanche io.
Eppure non ne esco sconvolta, piacevolmente sorpresa, esco con la stessa faccia con cui sono entrata: impassibile.
Capisco chi lo giudica un buon, un ottimo libro, però non arrivo a capire che abbia di tanto grande da essere definito capolavoro da più lettori.
Questione di punti di vista, sarà che anche il genere non è uno dei miei preferiti, per quanto mi piaccia ogni tanto leggere questo tipo di libri.
L'unica nota che ho da fare è un ammonimento a Ellroy che nel finale ha tirato tutto un po' troppo per le lunghe, andando ad intricare perfino la stessa risoluzione del delitto. Una ventina di pagine in più e sarebbe diventato esasperante.
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