Mea culpa, mea maxima culpa. Mai aspettare così tanto nella lettura di una serie. Mai, per nessun motivo, far trascorrere più di un anno. Il rischio che si formi un buco nero mentale che fagociti tutti i ricordi dei romanzi precedenti è altissimo. Mi servirà da lezione, perché con il prossimo libro
... (continue)
Mea culpa, mea maxima culpa. Mai aspettare così tanto nella lettura di una serie. Mai, per nessun motivo, far trascorrere più di un anno. Il rischio che si formi un buco nero mentale che fagociti tutti i ricordi dei romanzi precedenti è altissimo. Mi servirà da lezione, perché con il prossimo libro non aspetterò mai 2 anni e mezzo. E' colpa mia se la lettura di questo volume - già di per sé lunghetto - è stata difficoltosa. La cronologia della serie, infatti, è brevissima perché tra il primo libro e il quarto romanzo passa solo 1 anno: ogni episodio, quindi, è vicinissimo e strettamente collegato all'altro e, insieme, formano una narrazione che andrebbe letta con una certa frequenza se non si vuole rimanere inebetiti ad ogni giro di pagina. Tutto questo per dire che sono una cretina e che la serie Hollows non va lasciata a prendere polvere: è da leggere appena esce, fresca di stampa. Tuttavia, nonostante questo mio grosso errore e nonostante sia una serie che apprezzo e che acquisto a scatola chiusa, non ho potuto superare i 3 cuoricini. Prima di confermare la mia impressione ho anche letto qualche commento in rete e ho notato come, per molti lettori, questo romanzo non sia stato al livello dei precedenti. Forse il mio giudizio non è stato totalmente influenzato dalla lunga pausa e, in effetti, mi sono chiesta spesso se la mole notevole del libro unita ad una trama non proprio accattivante abbia scoraggiato e ammosciato il mio entusiasmo di lettrice. Uno urban fantasy di 600 pagine può avere una sua ragione d'essere ma - e sottolineo MA - deve avere anche trama e ritmo incisivi, coinvolgenti, insomma deve travolgere il lettore come un fiume in piena. La Harrison, questa volta, ha dato una frenata brusca perché ha ripreso un filone (Nick) che pensavo fosse stato chiuso definitivamente e lo ha associato ad un cambio di location e all'utilizzo dei licantropi come elemento principale della trama. Io, Nick, non l'ho mai sopportato. Ho sempre sperato che sparisse dalla circolazione e quando è successo non ho sprecato un solo secondo a compiangerlo. Una volta iniziato a leggere e ripreso il filo della storia, ho subito capito che una Rachel tranquilla tra le braccia di Kisten e in pace con Ivy non poteva esistere. Rachel è uno di quei personaggi che trova la sua ragione d'essere nel caos: non può esserci uno stop, né lavorativo, né emotivo. Rachel è una protagonista in continua evoluzione e cambiamento, perché un secondo ama Nick, quello dopo è attratta da Ivy, poi da Kisten, poi ancora da Nick e poi da Ivy e poi chissà, bisogna vedere cosa succederà nei romanzi successivi. Non era abbastanza, quindi, che l'autrice si fosse impelagata in una costruzione della storia fin troppo impegnativa e complessa, ha dovuto anche riprendere un personaggio fastidioso come Nick e - in più - ha reso il tutto tremendamente soporifero a causa di un ritmo narrativo piatto. Presi singolarmente, gli elementi sono tutti molto affascinanti: il dilemma Ivy/Rachel stuzzica con il suo risvolto lesbo che proprio non avevo previsto; l'attrazione verso Kisten e poi la nostalgia per Nick rimettono il romanzo in un'ottica romantica più standard; il grosso dilemma morale della magia nera Vs magia bianca è un buon presupposto per nuove avventure magiche per Rachel; l'importanza dell'universo dei licantropi nella popolazione di Inderlandiani apre nuove possibilità e nuovi sbocchi narrativi ma, a causa del suo essere ingombrante e della sua complessità era da trattare singolarmente, senza mischiarlo a tutti gli altri. Il mischiotto che si viene a creare è tale da strattonare l'attenzione del lettore da una parte e dall'altra, senza dare il tempo di assimilare e superare tutti gli ostacoli posti nella narrazione. E' come una macchina che va a singhiozzo: accelera, frena, accelera, frena e si spegne e continuare la lettura è un'attività molto faticosa. Devo dire, però, che lo stile dell'autrice - nonostante sia lento - è in grado di mantenere vivo l'interesse, in modo tale da lasciare il tarlo della curiosità senza diventare ossessione cosa che, invece, alcuni romanzi esercitano in abbondanza. Rachel e Jenks (un Jenks in formato gigante!) sono la coppia più divertente di colleghi che ci sia in circolazione e il folletto riesce a salvare in extremis scene che altrimenti sarebbero state senza scopo e senza effetto. Rachel mantiene il suo carattere - per quel che mi ricordo - e non sbava molto nonostante sia fuori dal suo elemento; è stata decisamente aggressive nella parte ambientata sull'isola, mentre nel resto perde un po' del suo carisma. E' l'effetto Tamwood: la vampira insicura/killer/lesbo che schiaccia le reazioni degli altri personaggi, a causa della sua tendenza a sbarellare. Ivy non mi convince ancora e forse non lo farà mai. Jenks è l'unico che prende la lode, perché è esattamente come dovrebbe essere e qualcosa di più. Nick riesce a raccimolare un po' di pietà, ma la perde subito appena riprende le vecchie abitudini. Spero che non rispunti dal nulla un'altra volta, non potrei sopportarlo. Mi aspettavo un'epica entrata in scena di Trent ma purtroppo non si è fatto vedere per niente, spero nel prossimo. Il fascino della notte è un romanzo lungo, dove non manca nulla: azione, splatter, horror, divertimento, amore/tensione sessuale, divertimento, magia, intrallazzi inderlandiani, esplosioni, incantesimi, polvere di folletto, gatti e vampiri suicidi, licantropi esaltati e organizzati, karaoke e frontali con camion. Non manca niente, e forse il problema è proprio questo: troppa carne sul fuoco. E' come un polpettone: gnucco e lungo da digerire. Il finale - giusto per chiudere con il dente leggermente avvelenato - è troppo veloce: entra in scena l'IS e il FIB e si lascia intendere che la situazione si risolve senza ripercussioni per il trio. Non mi lamento per la sveltezza con la quale l'autrice chiude una trama che si è trascinata per 600 pagine, per niente. Mi lamento del fatto che, proprio perché ho sopportato il velo di noia e di lentezza senza mollare, mi aspettavo una fine più succosa che potesse ammorbidire il mio giudizio. Anche se è stata una lettura pesantuccia, non mollo per niente questa serie perché alti e bassi sono nella norma, e prima o poi si incontra sempre un romanzo che scoraggia il lettore. Io non demordo, credo nella Harrison, in Rachel, in Janks e in questa serie e mi impegno - lo giuro - a leggere in tempi brevi il quinto romanzo.
Cronologicamente inserito nello svolgimento della serie, Le colpe della notte rappresenta una pausa dal caos che ha imperversato fino a L'eternità della notte (Valerius e Tabitha) e ci regala un breve, ma intenso, giro turistico nella burocrazia dell'universo dei Cacciatori oscuri con
... (continue)
Cronologicamente inserito nello svolgimento della serie, Le colpe della notte rappresenta una pausa dal caos che ha imperversato fino a L'eternità della notte (Valerius e Tabitha) e ci regala un breve, ma intenso, giro turistico nella burocrazia dell'universo dei Cacciatori oscuri con una veloce sbirciatina nell'intimità della vita di Acheron. La Kenyon, però, non ha svelato la quotidianità del primo dark hunter ma ha usato un tramite: Alexion.
Rimasto in disparte fino a questo romanzo, Alexion è - in parole poverissime - l'assistente di Acheron. Vive con lui e tiene d'occhio con la sua sfera tutti i Dark Hunters, controllando che si comportino bene e che non violino le regole a loro imposte. Ad ogni insorgere di Cacciatori ribelli, Acheron manda Alexion sulla Terra con il compito di giudicare e condannare chi non ritorna sulla retta via, eliminando di fatto i detrattori di Ash.
Nonostante Desiderius e Stryker abbiano subito una sconfitta notevole nel romanzo precedente, Strykerius non si è certo fermato e ha rimesso subito in moto la macchina distruggiannientauccidiAcheron cercando di colpirlo dove più fa male: i suoi cacciatori oscuri.
A questo giro Ash viene accusato di essere un demone che si nutre di anime umane e di voler uccidere i dark hunters a conoscenza del suo segreto. Alexion, schifatissimo dalla scemenza di questi soggetti, accetta di buon grado di scendere sulla Terra e menare chi non gli riesce di salvare, e di spassarsela un po' in un corpo che non possiede nella sua forma reale. Alexion, infatti, è un'Ombra, ovvero un cacciatore oscuro morto la cui anima è persa, senza corpo ma con intatta la coscienza di sé. Recuperato in extremis da un Acheron impreparato sui suoi poteri, Alexion, in quanto Ombra riscattata, non può muoversi sulla Terra, non prova sentimenti e non trae piacere da nessuna cosa: anche il senso del gusto è sparito con la sua morte e solo grazie al potere di Ash può mantenere un corpo illusorio con una brevissima scadenza.
Il compito di Alexion questa volta è più difficile perché lo riporta al suo periodo umano quando combatteva fianco a fianco con il suo amico Kyros - diventato a sua volta Dark Hunter - e oggi colpevole di fomentare l'odio seminato da Stryker. Alexion vuole a tutti i costi dare a Kyros un'ultima possibilità di salvarsi, prima di giustiziarlo, sia in nome della loro vecchia amicizia sia perché Alexion brama più di ogni altra cosa di sentirsi ancora una volta vivo, umano, capace di provare sentimenti.
Ovviamente, questa necessità viene proiettata dall'autrice su Danger, la protagonista femminile, perché tanta intensità sarebbe andata completamente persa se riversata sul personaggio sbagliato. Acheron, che è saggio oltre ogni dire, piazza Alexion proprio assieme a Danger, anche lei Cacciatrice Oscura sul filo della perdizione: credere o meno a Stryker è il dubbio che la tormenta. Quando Alexion entra nella sua vita, Danger riconosce subito la verità e si impegna ad aiutarlo nella sua crociata pro-Ash.
Come da manuale, la Kenyon trascura notevolmente la complessità della trama relativa all'intrigo di Stryker e ai tradimenti dei Cacciatori Oscuri per dare spazio quasi solamente a quella che è la coppia del romanzo. Nonostante la presenza costante di Alexion e di Danger non c'è un sovraccarico di smancerie, né di interazioni insignificanti: il fatto che siano insieme come una squadra ha uno scopo importante e cioè di assecondare la fame di affetto e di interazione umana di Alexion. Fino ad un certo punto lo svolgimento è prevedibile, e quindi un po' tiepido, anche se la sensazione è che la storia d'amore sia secondaria rispetto alla storia di Alexion: è lui quello che vive in modo più intenso l'intera trama. Dall'essere un essere senza sentimenti passa velocemente ad una condizione di felicità mista ad amicizia proprio grazie alla sua convivenza forzata con Danger. E' un espediente tipico della Kenyon, quello di forzare la mano, ma non c'è nessun sintomo di fastidio durante la lettura, segno che l'autrice ha saputo modulare al meglio le scelte narrative.
Per quanto sia una storia davvero piacevole e divertente - come tutte quelle della serie, del resto - il vero interesse risiede nello scoprire a piccolissime dosi lati di Acheron che fino ad ora erano rimasti nascosti. Tramite Alexion, che esprime a parole ciò che Ash vive in solitudine, sappiamo quanto schifo faccia essere il capo, colui che deve essere sempre presente per tutti ma che - alla fine dei conti - è solo come un cane.
La malinconia di Ash è fortissima per tutto il romanzo, anche perché viene rappresentata anche attraverso Alexion: lui utilizza alcuni dei suoi poteri e se ne lamenta continuamente. Possedere i poteri è un peso notevole, e Alexion stesso giustifica Ash e trasforma l'immagine che i Cacciatori hanno di lui, ammorbidendone i contorni.
La sensazione che il romanzo lascia è quella di essere un libro di pausa, di collegamento, dove i protagonisti hanno la loro storia e il loro lieto fine, ma che che cerca di rallentare il ritmo affannoso per permetterci di prendere un bel respiro prima di riprendere a correre nella serie. Io non mi lamento, sono abituata ad affrontare gli alti e bassi della Kenyon e li apprezzo nonostante alcuni romanzi della serie diano l'impressione di essere meno importanti o appassionanti. E' il bello delle serie lunghe: a volte ti capita un romanzo che non è proprio di tuo gusto, ma più spesso prendi in mano libri che ti lasciano il sorriso sulle labbra e la Kenyon li sa scrivere, non c'è che dire.
C'è stato un tempo in cui il western era l'unica ambientazione del genere romance che leggevo. Contemporanei o storici, il selvaggio West e i cowboys dovevano essere presenti. Ero talmente in fissa che non prendevo in considerazione nessun romanzo se nella trama il protagonista non veniva descritto
... (continue)
C'è stato un tempo in cui il western era l'unica ambientazione del genere romance che leggevo. Contemporanei o storici, il selvaggio West e i cowboys dovevano essere presenti. Ero talmente in fissa che non prendevo in considerazione nessun romanzo se nella trama il protagonista non veniva descritto come un cowboy. Se non aveva il cappello, gli stivalacci e gli speroni, se non era a cavallo a radunare le mandrie non c'era verso di farmi iniziare un libro. Poi, ovviamente, ho fatto indigestione e ho abbandonato il western per provare altre ambientazioni. Tuttavia non l'ho bandito del tutto e, ogni tanto, mi lascio tentare da una storia polverosa.
Sono una testa dura, recidiva, masochista. Sono una perfetta scemotta. Ogni volta ricasco nell'errore di seguire le lodi online e i commenti iperultraextra positivi. Mi sta bene, me lo merito ogni santa volta.
Ho assecondanto la curiosità - e l'entusiasmo - e ho provato quello che viene definito il miglior romanzo della Osborne, quello che su Goodreads ha una media di 3.9 su 5, quello che...non mi è piaciuto.
Non capisco se il problema sono io, perché ogni aspetto che è stato elogiato mi ha lasciata indifferente. Ogni momento che viene descritto come bellissimo, emozionante ed intenso a me è sembrato solo necessario per lo svolgimento della storia. Non c'è nulla - per me - di speciale in questo romanzo.
Il titolo originale (The wives of Bowie Stone/Le mogli di Bowie Stone) chiarisce subito un punto fondamentale della storia: Bowie, il protagonista, è bigamo. Ora, le circostanze giustificano ampiamente la sua condizione, ma in questo modo l'autrice ci obbliga a sorbirci non solo la SUA storia d'amore ma anche quella della moglie non amata. Ecco, quindi, le due storie d'amore. Mi chiedo: era davvero necessario?
Non bastava, quindi, che il romanzo fosse eccessivamente lungo e la tortura infinita, ma mi è toccato dover leggere due personaggi che in nessun modo e in nessuna occasione potranno mai avere il mio consenso.
Parto dalla protagonista principale, quella che si muove assieme a Bowie. Rosie. Ora, datemi dell'insensibile ma credo che questa sia la protagonista più scassa palle dell'intera storia del romance. Me ne frego totalmente del realismo! Me ne frego se è coerente! Io leggo romance! Dell'attendibilità non me ne faccio niente! Rosie entra in scena ed è: alcolizzata, fuma, non si lava, bestemmia, si comporta da uomo. Odio puro ed istantaneo. Odio irreversibile. Partiamo malissimo, quando l'eroina mi suscita tutto tranne che interesse e partecipazione. Ha un passato traumatico? Mi dispiace tanto, e in parte ti giustifico, ma mi stai comunque sulle palle. Il fatto è questo: Rosie rientra così bene nella categoria di eroina fastidiosa, che ogni giustificazione sparisce di fronte alle sue sbronze, alla sua belligeranza gratuita, alla sua illogicità e al suo continuo ed immotivato rifiuto di usare il buon senso. Certo, Rosie è una dura e questo nessuno glielo toglie, ma è anche ossessionata dalla vendetta e dal passato ed è immersa in una bolla tossica di autolesionismo, disprezzo verso sé stessa e incapacità di crescere. Per me la forza di carattere è ben altro e Rosie, poverina, non è forte come Bowie vuole dipingerla.
L'altra protagonista è Susan, la prima moglie di Bowie. Se Rosie è una bestia, Susan è una smidollata totale, un'estremizzazione della donna succube, incapace di prendere qualsiasi decisione, dipendente dagli altri e convinta di non essere nessuno senza un uomo a comandarla a bacchetta. Tuttavia, almeno con Susan, la Osborne si è sforzata di creare un processo di crescita: le difficoltà migliorano il suo carattere e cancellano le sue insicurezze senza, però, eliminare del tutto la traccia di inadeguatezza che ha dominato il personaggio per metà della sua storia.
Gli unici personaggi positivi, gli unici che sono usciti decenti sono i due uomini della storia: Bowie e Gresham.
Bowie è interessante anche se forse troppo chiuso e riservato: con tutto quello che ha passato non smette di cercare una vita migliore, prende l'occasione a due mani e non solo ritorna alla vita ma si sforza di migliorare quella di Rosie. Gresham, invece, passa dall'essere un perfetto signor nessuno a roccia solida sulla quale Susan appoggia la sua crescita.
Per quanto riguarda la trama non mi sento di dire che sia pessima, perché è in perfetta sintonia con i personaggi e con l'ambientazione, ma non riesco a cancellare la sensazione di tristezza, di disperazione e di depressione trasmessi dalla narrazione della Osborne. Praticamente è una storia fatta per piangere, non per commuovere, una storia fatta di passati brutali, sfighe, morti, fame e povertà, una storia che con un tono meno negativo avrebbe perso gran parte della pesantezza e dell'oppressione che invece permeano le pagine e rendono la lettura faticosissima. A me le storie drammatiche piacciono, ma fino ad un certo punto, perché se anche l'autrice si intristisce e rende palese la cosa a chi legge, figuriamoci il lettore, che si aspetta la morte di tutti i personaggi prima della fine.
Dopo questa botta credo che la Osborne si allontanerà dalle mie letture a tempo indeterminato e penso proprio che l'ambientazione western debba rimanere off limits ancora per un po'. Evidentemente non ero pronta per rimettermi in sella.
Prendiamo la Cole, autrice di paranormale dalla voce ironica e frizzante, sexy e avventurosa, e schiaffiamola in una storia dove i personaggi non arrivano ai 20 anni. Il risultato sarà un new adult/paranormal/post apocalictic romance. Vuoi ritrovare lo stile narrativo della Cole? Celo. Vuoi una sto
... (continue)
Prendiamo la Cole, autrice di paranormale dalla voce ironica e frizzante, sexy e avventurosa, e schiaffiamola in una storia dove i personaggi non arrivano ai 20 anni. Il risultato sarà un new adult/paranormal/post apocalictic romance. Vuoi ritrovare lo stile narrativo della Cole? Celo. Vuoi una storia d'amore tra giovani nella quale l'elemento passione non si esprime solo attraverso un casto bacetto? Celo. Vuoi una trama originale che attinge un pò dal paranormale, un pò dal fantasy? Celo. Vuoi un'ambientazione Terra distrutta, genere umano sterminato? Celo. Vuoi una protagonista giovane sì, ma con un bel pò di sale in zucca? Celo. Vuoi un protagonista maschile to die for che - nonostante l'età - non ti faccia sentire una pedofila? Celo! Da qualunque parte si guardi questa storia, è impossibile non trovare un aspetto che non piaccia. Impossibile, I say. La Cole ha usato ogni elemento immaginabile e li ha incastrati stile mattoncini Lego in una storia che si sviluppa pian piano e che risulta essere il nucleo portante della serie. Poison Princess è un apripista: il suo scopo, come romanzo, è quello di mettere il lettore a conoscenza degli eventi che porteranno allo scontro, al momento centrale della serie. Invece di fare flashbacks, la Cole ha narrato le vicende da prima del Lampo per dare maggiore spazio di crescita a Evangeline, la protagonista. Il risultato è una storia che scorre senza un momento di stasi, con un ritmo serrato, coinvolgendo il lettore in modo così intenso da rimanere fissa nella mente, come un'ossessione. Parte tutto nel momento in cui Evie, 16 anni, bionda e bella, cheerleader, studiosa, popolare, piena di amici e con un bel fidanzato con la Porsche, esce dal manicomio. Oh yes, Evangeline è matta come un cavallo: sente voci, ha allucinazioni così realistiche da averle rovinato la salute. Appena torna a casa Evie si pone un obiettivo preciso: non farsi più ricoverare, anche a costo di mentire. Così Evie torna a scuola, convinta che riprendere la vita normale l'aiuti a non cadere più in quell'inferno. Al liceo tutto è come l'ha lasciato, compresa l'immagine che gli altri hanno di lei: niente di più perfetto. Il primo giorno di scuola, però, non è tutto rose e fiori. Dal bayou, dall'altra parte del fiume, arrivano i cajun e tra di loro c'è Jackson Deveaux il bad boy più sexy che Evie abbia mai visto in vita sua. Jack è subito attratto da lei in quel modo tipico da ragazzaccio: la stuzzica, la prende in giro, fa il suo sorriso sornione e - nonostante l'apparenza - lascia intendere di tenere a lei e a ciò che pensa di lui. Evie cerca con tutta sé stessa di resistere al richiamo dell'ormone ma è praticamente impossibile: Jackson è magnetico e la scombussola terribilmente. La prima parte del romanzo, quindi, è un new adult a tutti gli effetti: se non fosse per le visioni di Evie e per la sua apparente pazzia, l'amore liceale, le feste e i baci rubati rispondono al genere. E' talmente forte la sensazione di leggere un semplice romance e la smania di continuare a leggere i loro tira e molla è così forte che si arriva al punto cruciale, alla svolta, quasi senza aspettarselo. Subdolamente, però, la Cole ha inserito nella narrazione degli elementi chiaramente paranormal: Evie sente delle voci che le parlano, che l'avvisano dell'imminente disastro e che - in un certo senso - le aprono gli occhi. Le visioni non sembrano essere frutto della sua pazzia e all'improvviso le piante rispondono alla sua presenza. Poi arriva il Lampo e tutto cambia. La Terra è distrutta, ogni vegetale è morto, gli esseri umani sono sterminati e solo pochissimi rimangono a vivere in un ambiente totalmente inospitale, brullo, secco, dove l'acqua è scarsa. Alcuni esseri umani si sono trasformati in mostri tipo zombie che si nutrono di liquidi: acqua o sangue, direttamente dalla vena, mentre altri si sono organizzati in milizie che rapiscono le poche donne rimaste, altri ancora rapiscono le persone per schiavizzarle in cave alla ricerca di acqua e i pochi che non entrano in queste categorie non escono dai loro nascondigli. Evie e la madre rimangono barricate nella loro villa con i pochi viveri che riescono a raccattare. Per mesi l'isolamento è totale finché la madre rimane ferita dall'attacco di mostri. La tragedia spinge Evie alla disperazione e proprio in quel momento scopre che con il suo sangue riesce a far crescere le piante. Il suo è un potere enorme, importantissimo non solo per il suo valore ma perché è il potere che la identifica come l'arcano dell'Imperatrice. Gli Arcani - dei tarocchi - sono l'elemento fantasy/paranormale del romanzo: il Lampo altro non era che l'inizio della guerra degli Arcani (ricorda molto l'Ascesa). Evie scopre presto che le sue allucinazioni sono visioni reali, mandate da un altro Arcano, il Matto, un ragazzo autistico e possessore della voce che sentiva nella sua mente. Altri ragazzi Arcani, buoni e cattivi, si stanno muovendo in questo mondo e Evie scopre piano piano che la sua vita - come la loro - è destinata a questo scontro finale. Nel suo viaggio Evie non è sola: Jack, sopravvissuto al Lampo, non l'ha dimenticata e si è offerto di accompagnarla e proteggerla. Non si può riassumere quello che avviene, succedono troppe cose e ogni singola pagina è ricca e importante. Evie è un personaggio complesso, un pò ragazza indifesa e un pò carnefice, riesce ad entrare sotto pelle e ad arrivare fino alla fine senza sbavature. Complesso anche il personaggio di Jack, oltre all'apparenza da bad boy è un giovane coraggioso, fedele e tremendamente appassionato. Anche i personaggi secondari sono importanti e carismatici: dal Matto, tenero e divertente, alla Morte, affascinante seppur crudele, alla Luna, tipica antagonista. La Cole ha saputo ricreare un mondo complesso ma anche chiaro, non ha confuso il lettore e non ha peccato di eccesso: ogni elemento gioca un ruolo importante per definire una storia originale che attinge da diversi generi ma che non appartiente a nessuno di loro. Si arriva alla fine non la voglia di andare avanti e di avere tra le mani il seguito (che uscirà in USA ad Ottobre *sigh*) e con la certezza che la bomba del finale esploderà nel secondo romanzo in tutta la sua intensità. Non vedo l'ora, Evie e Jack mi mancano già!
Che grande soddisfazione ti danno certi romanzi. Quando temi il mattone, quando temi di trovarti di fronte una barriera che vuoi a tutti i costi superare, non c'è niente di meglio dell'essere smentita e di chiudere il libro commossa.
Quando ho deciso di mettere Notre-Dame de Paris nella mia lista
... (continue)
Che grande soddisfazione ti danno certi romanzi. Quando temi il mattone, quando temi di trovarti di fronte una barriera che vuoi a tutti i costi superare, non c'è niente di meglio dell'essere smentita e di chiudere il libro commossa.
Quando ho deciso di mettere Notre-Dame de Paris nella mia lista di classici must read lo avevo fatto grazie allo slancio del viaggio a Parigi. Oltre a Hugo avevo messo anche Leroux con il suo Fantasma dell'Opera ma, mentre con Leroux non avevo avuto nessun timore, con Hugo ho temuto di rimanere incagliata nella lettura e di subire una forte delusione. Tuttavia ho aspettato, convinta come sono che i classici debbano farsi avanti da soli, e a distanza di 1 anno dalla mia visita a Parigi ho scoperto che i miei ricordi sono tutt'ora molto vividi. Notre-Dame è una delle cose che ricordo meglio, la cui visita mi ha lasciato un segno, un ricordo che conservo con felicità e ritrovare la cattedrale come protagonista di questa opera mi ha aiutata enormemente ad affrontare con tranquillità la lettura.
Non so perché Hugo suscitava in me l'idea di essere uno scrittore estremamente impegnativo, forse perché l'ho sempre associato a I miserabili - opera sicuramente impegnativa per la sua lunghezza - o forse perché ogni persona che lo aveva letto smontava il mio entusiasmo. Nonostante tutto ho fatto bene a mettere da parte ogni paranoia e buttarmi a capofitto in questo romanzo, perché Hugo ha uno stile così particolare che è impossibile rimanere indifferenti: nel bene o nel male, Hugo lascia un segno. Il modo in cui descrive la società francese, ed in particolare quella parigina, trasuda cinismo e ironia assieme, si prende gioco della sua stessa gente e con schiettezza narra ciò che lui crede essere la realtà. Anche in una storia inventata come quella di Quasimodo, Hugo inserisce moltissimi elementi sociali fedeli alla storia e si sbizzarrisce nella descrizione dell'ambientazione con una cura quasi ossessiva: i vicoli, i panorami, i profili della città in base ai diversi punti di vista, l'architettura, ogni cosa è così curata, così precisa che ci si immedesima nell'ambiente con una naturalezza sconcertante.
D'altronde, quando la scenografia principale è un luogo come Notre-Dame niente può essere lasciato al caso, né al suo interno, né all'esterno, perché la cattedrale è il cuore pulsante della storia e da essa si diramano le arterie - i personaggi principali - e le vene - le trame secondarie.
Ritrovare Notre-Dame nella sua bellezza originaria, saper riconoscere ciò che l'autore descrive è magico. D'ora in poi mi sforzerò di avere un'immagine chiara e nitida dei luoghi dove vengono ambientati i romanzi, perché la ricchezza che la lettura raggiunge è impareggiabile.
Se si riesce a superare il blocco consistente e ricorrente delle descrizioni di Hugo (facendo fatica o meno) si arriva alla sostanza, alla trama portante della storia: Quasimodo, Frollo, Esmeralda, Gringoire, Phoebus. Ecco qui, i protagonisti della storia, uno più strano dell'altro. Quasimodo è il gobbo deforme, il campanaro sordo e muto quando vuole, un essere che non conosce nulla delle pastoie mentali della società, puro quasi come un bambino nell'espressione dei suoi sentimenti. Mai malvagio, mai violento, Quasimodo è un eroe atipico, colui che si spera trovi felicità alla fine del romanzo e colui che in quella fine strappa lacrime dagli occhi del lettore. Quasimodo è un personaggio tenero, privo di malignità e di malizia, devoto e grato del poco che la vita gli ha dato: il suo benefattore Frollo, colui che lo ha salvato e che gli ha dato identità e scopo, le sue campane, l'unico suono che riesce a sentire, la sua cattedrale: "Notre-Dame era stata successivamente per lui man mano che cresceva e si sviluppava, l'uovo, il nido, la casa, la patria, l'universo." Poi arriva Esmeralda, una visione di gentilezza e purezza che lui adora con la consapevolezza di non poter mai essere ricambiato. Eppure, a modo suo, Esmeralda ha dato affetto a Quasimodo con la sua strana amicizia. Per quanto lei sia cieca ed egoista, nel suo piccolo ha saputo ammorbidire la disillusione di Quasimodo nei confronti dell'amore. Proprio alla fine, nel paragrafo più straziante di tutto il romanzo, si capisce bene che il gobbo ha nutrito con devozione la sua idea di amore fino ad annullarsi completamente. Frollo merita di essere considerato in modo più completo: alla faccia delle trasposizioni cinematografiche (ho visto la versione della Disney ed è oscena), Frollo è vittima e carnefice, è il personaggio che più di tutti subisce una sorte drammatica, un declino totale e irreversibile di sé stesso. Frollo, all'inizio, è un personaggio rigido ma buono, è colui che ha salvato il piccolo Quasimodo, che lo ha curato, che lo ha coltivato, è un uomo di cultura, uno studioso meticoloso e devoto, un arcidiacono severo ma rispettato: non è il cattivo bavoso e libidinoso, quello che vuole possedere Esmeralda. Frollo, però, è un uomo e come tale ha le sue debolezze: per lui è la passione, che lo consuma fino alla pazzia, è il desiderio di possedere la bellezza e la purezza di Esmeralda - si va molto più in là del semplice atto sessuale - che lo porteranno a prendere decisioni difficili, terribili. Ai miei occhi Frollo è una vittima, alla stessa stregua di Quasimodo e di Esmeralda, perché lui più di tutti riconoscere le sue colpe, le sue debolezze ed è impotente di fronte alla sua discesa nell'inferno. Inferno che ha l'aspetto di una ragazzina, di una zingara che balla con la sua capretta delle piazze di Parigi, che rifugge ogni gesto passionale o violento, un esserino troppo ingenuo per essere vero. Esmeralda, che personaggio strano. L'ho odiata per la sua evidente incapacità di riconoscere la realtà, per la sua incapacità di trovare dentro di sé compassione, umanità, presa com'è dalla sua infatuazione giovanile per quel pezzo di cretino di Phoebus. Tutto sommato, però, Esmeralda è vittima anche lei e alla fine ci dispiace che - così giovane - sia stata costretta a subire un'ingiustizia dietro l'altra. Phoebus non meriterebbe nemmeno di essere nominato, ma bisogna farlo per amore di completezza, mentre Gringoire è forse l'unico personaggio che non lascia l'amaro in bocca: pragmatico, un po' depresso ma sempre pronto a rialzarsi e ad adattarsi, Gringoire segue il corso degli eventi ma è abbastanza furbo da lasciarsi sempre una via di fuga, una seconda possibilità lontano dalla baraonda creata da Frollo e da Phoebus. Nonostante il tono ironico, schietto e preciso di Hugo la storia è drammatica, triste, difficile. Accoglie tematiche oscure - stregoneria, discriminazione, povertà, disperazione, ignoranza - e cerca di dare un tono che permetta di affrontarle senza sentirne il peso. Con una facilità che lascia spiazzati si arriva alla fine e si sfata completamente il preconcetto che Hugo - o gli scrittori francesi in generale - sia pesante e noioso. La fine, una fine tragica e straziante è la chiusura perfetta per una storia che è stata dalla prima pagina un crescendo di tristezza e dramma, una storia che fa sorridere e piangere - lacrimoni veri, di quelli da singhiozzo - che spiazza e che sorprende ad ogni giro di pagina. Notre-Dame de Paris è da leggere, è così bello, così perfetto, toccante, appassionante, umano, fantastico, che non si può pensare di farne un commento che lo eguagli. Bisogna guardare Parigi dalle torri di Notre-Dame e sentire Quasimodo che suona le sue campane.
Il fascino della notte
Mea culpa, mea maxima culpa. Mai aspettare così tanto nella lettura di una serie. Mai, per nessun motivo, far trascorrere più di un anno. Il rischio che si formi un buco nero mentale che fagociti tutti i ricordi dei romanzi precedenti è altissimo. Mi servirà da lezione, perché con il prossimo libro ... (continue)
Mea culpa, mea maxima culpa. Mai aspettare così tanto nella lettura di una serie. Mai, per nessun motivo, far trascorrere più di un anno. Il rischio che si formi un buco nero mentale che fagociti tutti i ricordi dei romanzi precedenti è altissimo. Mi servirà da lezione, perché con il prossimo libro non aspetterò mai 2 anni e mezzo.
E' colpa mia se la lettura di questo volume - già di per sé lunghetto - è stata difficoltosa. La cronologia della serie, infatti, è brevissima perché tra il primo libro e il quarto romanzo passa solo 1 anno: ogni episodio, quindi, è vicinissimo e strettamente collegato all'altro e, insieme, formano una narrazione che andrebbe letta con una certa frequenza se non si vuole rimanere inebetiti ad ogni giro di pagina. Tutto questo per dire che sono una cretina e che la serie Hollows non va lasciata a prendere polvere: è da leggere appena esce, fresca di stampa.
Tuttavia, nonostante questo mio grosso errore e nonostante sia una serie che apprezzo e che acquisto a scatola chiusa, non ho potuto superare i 3 cuoricini. Prima di confermare la mia impressione ho anche letto qualche commento in rete e ho notato come, per molti lettori, questo romanzo non sia stato al livello dei precedenti. Forse il mio giudizio non è stato totalmente influenzato dalla lunga pausa e, in effetti, mi sono chiesta spesso se la mole notevole del libro unita ad una trama non proprio accattivante abbia scoraggiato e ammosciato il mio entusiasmo di lettrice. Uno urban fantasy di 600 pagine può avere una sua ragione d'essere ma - e sottolineo MA - deve avere anche trama e ritmo incisivi, coinvolgenti, insomma deve travolgere il lettore come un fiume in piena.
La Harrison, questa volta, ha dato una frenata brusca perché ha ripreso un filone (Nick) che pensavo fosse stato chiuso definitivamente e lo ha associato ad un cambio di location e all'utilizzo dei licantropi come elemento principale della trama. Io, Nick, non l'ho mai sopportato. Ho sempre sperato che sparisse dalla circolazione e quando è successo non ho sprecato un solo secondo a compiangerlo. Una volta iniziato a leggere e ripreso il filo della storia, ho subito capito che una Rachel tranquilla tra le braccia di Kisten e in pace con Ivy non poteva esistere. Rachel è uno di quei personaggi che trova la sua ragione d'essere nel caos: non può esserci uno stop, né lavorativo, né emotivo. Rachel è una protagonista in continua evoluzione e cambiamento, perché un secondo ama Nick, quello dopo è attratta da Ivy, poi da Kisten, poi ancora da Nick e poi da Ivy e poi chissà, bisogna vedere cosa succederà nei romanzi successivi.
Non era abbastanza, quindi, che l'autrice si fosse impelagata in una costruzione della storia fin troppo impegnativa e complessa, ha dovuto anche riprendere un personaggio fastidioso come Nick e - in più - ha reso il tutto tremendamente soporifero a causa di un ritmo narrativo piatto.
Presi singolarmente, gli elementi sono tutti molto affascinanti: il dilemma Ivy/Rachel stuzzica con il suo risvolto lesbo che proprio non avevo previsto; l'attrazione verso Kisten e poi la nostalgia per Nick rimettono il romanzo in un'ottica romantica più standard; il grosso dilemma morale della magia nera Vs magia bianca è un buon presupposto per nuove avventure magiche per Rachel; l'importanza dell'universo dei licantropi nella popolazione di Inderlandiani apre nuove possibilità e nuovi sbocchi narrativi ma, a causa del suo essere ingombrante e della sua complessità era da trattare singolarmente, senza mischiarlo a tutti gli altri.
Il mischiotto che si viene a creare è tale da strattonare l'attenzione del lettore da una parte e dall'altra, senza dare il tempo di assimilare e superare tutti gli ostacoli posti nella narrazione. E' come una macchina che va a singhiozzo: accelera, frena, accelera, frena e si spegne e continuare la lettura è un'attività molto faticosa.
Devo dire, però, che lo stile dell'autrice - nonostante sia lento - è in grado di mantenere vivo l'interesse, in modo tale da lasciare il tarlo della curiosità senza diventare ossessione cosa che, invece, alcuni romanzi esercitano in abbondanza. Rachel e Jenks (un Jenks in formato gigante!) sono la coppia più divertente di colleghi che ci sia in circolazione e il folletto riesce a salvare in extremis scene che altrimenti sarebbero state senza scopo e senza effetto. Rachel mantiene il suo carattere - per quel che mi ricordo - e non sbava molto nonostante sia fuori dal suo elemento; è stata decisamente aggressive nella parte ambientata sull'isola, mentre nel resto perde un po' del suo carisma. E' l'effetto Tamwood: la vampira insicura/killer/lesbo che schiaccia le reazioni degli altri personaggi, a causa della sua tendenza a sbarellare. Ivy non mi convince ancora e forse non lo farà mai. Jenks è l'unico che prende la lode, perché è esattamente come dovrebbe essere e qualcosa di più. Nick riesce a raccimolare un po' di pietà, ma la perde subito appena riprende le vecchie abitudini. Spero che non rispunti dal nulla un'altra volta, non potrei sopportarlo. Mi aspettavo un'epica entrata in scena di Trent ma purtroppo non si è fatto vedere per niente, spero nel prossimo.
Il fascino della notte è un romanzo lungo, dove non manca nulla: azione, splatter, horror, divertimento, amore/tensione sessuale, divertimento, magia, intrallazzi inderlandiani, esplosioni, incantesimi, polvere di folletto, gatti e vampiri suicidi, licantropi esaltati e organizzati, karaoke e frontali con camion. Non manca niente, e forse il problema è proprio questo: troppa carne sul fuoco. E' come un polpettone: gnucco e lungo da digerire.
Il finale - giusto per chiudere con il dente leggermente avvelenato - è troppo veloce: entra in scena l'IS e il FIB e si lascia intendere che la situazione si risolve senza ripercussioni per il trio. Non mi lamento per la sveltezza con la quale l'autrice chiude una trama che si è trascinata per 600 pagine, per niente. Mi lamento del fatto che, proprio perché ho sopportato il velo di noia e di lentezza senza mollare, mi aspettavo una fine più succosa che potesse ammorbidire il mio giudizio.
Anche se è stata una lettura pesantuccia, non mollo per niente questa serie perché alti e bassi sono nella norma, e prima o poi si incontra sempre un romanzo che scoraggia il lettore. Io non demordo, credo nella Harrison, in Rachel, in Janks e in questa serie e mi impegno - lo giuro - a leggere in tempi brevi il quinto romanzo.
Colpe della notte
Cronologicamente inserito nello svolgimento della serie, Le colpe della notte rappresenta una pausa dal caos che ha imperversato fino a L'eternità della notte (Valerius e Tabitha) e ci regala un breve, ma intenso, giro turistico nella burocrazia dell'universo dei Cacciatori oscuri con ... (continue)
Cronologicamente inserito nello svolgimento della serie, Le colpe della notte rappresenta una pausa dal caos che ha imperversato fino a L'eternità della notte (Valerius e Tabitha) e ci regala un breve, ma intenso, giro turistico nella burocrazia dell'universo dei Cacciatori oscuri con una veloce sbirciatina nell'intimità della vita di Acheron. La Kenyon, però, non ha svelato la quotidianità del primo dark hunter ma ha usato un tramite: Alexion.
Rimasto in disparte fino a questo romanzo, Alexion è - in parole poverissime - l'assistente di Acheron. Vive con lui e tiene d'occhio con la sua sfera tutti i Dark Hunters, controllando che si comportino bene e che non violino le regole a loro imposte. Ad ogni insorgere di Cacciatori ribelli, Acheron manda Alexion sulla Terra con il compito di giudicare e condannare chi non ritorna sulla retta via, eliminando di fatto i detrattori di Ash.
Nonostante Desiderius e Stryker abbiano subito una sconfitta notevole nel romanzo precedente, Strykerius non si è certo fermato e ha rimesso subito in moto la macchina distruggiannientauccidiAcheron cercando di colpirlo dove più fa male: i suoi cacciatori oscuri.
A questo giro Ash viene accusato di essere un demone che si nutre di anime umane e di voler uccidere i dark hunters a conoscenza del suo segreto. Alexion, schifatissimo dalla scemenza di questi soggetti, accetta di buon grado di scendere sulla Terra e menare chi non gli riesce di salvare, e di spassarsela un po' in un corpo che non possiede nella sua forma reale. Alexion, infatti, è un'Ombra, ovvero un cacciatore oscuro morto la cui anima è persa, senza corpo ma con intatta la coscienza di sé. Recuperato in extremis da un Acheron impreparato sui suoi poteri, Alexion, in quanto Ombra riscattata, non può muoversi sulla Terra, non prova sentimenti e non trae piacere da nessuna cosa: anche il senso del gusto è sparito con la sua morte e solo grazie al potere di Ash può mantenere un corpo illusorio con una brevissima scadenza.
Il compito di Alexion questa volta è più difficile perché lo riporta al suo periodo umano quando combatteva fianco a fianco con il suo amico Kyros - diventato a sua volta Dark Hunter - e oggi colpevole di fomentare l'odio seminato da Stryker. Alexion vuole a tutti i costi dare a Kyros un'ultima possibilità di salvarsi, prima di giustiziarlo, sia in nome della loro vecchia amicizia sia perché Alexion brama più di ogni altra cosa di sentirsi ancora una volta vivo, umano, capace di provare sentimenti.
Ovviamente, questa necessità viene proiettata dall'autrice su Danger, la protagonista femminile, perché tanta intensità sarebbe andata completamente persa se riversata sul personaggio sbagliato.
Acheron, che è saggio oltre ogni dire, piazza Alexion proprio assieme a Danger, anche lei Cacciatrice Oscura sul filo della perdizione: credere o meno a Stryker è il dubbio che la tormenta. Quando Alexion entra nella sua vita, Danger riconosce subito la verità e si impegna ad aiutarlo nella sua crociata pro-Ash.
Come da manuale, la Kenyon trascura notevolmente la complessità della trama relativa all'intrigo di Stryker e ai tradimenti dei Cacciatori Oscuri per dare spazio quasi solamente a quella che è la coppia del romanzo. Nonostante la presenza costante di Alexion e di Danger non c'è un sovraccarico di smancerie, né di interazioni insignificanti: il fatto che siano insieme come una squadra ha uno scopo importante e cioè di assecondare la fame di affetto e di interazione umana di Alexion. Fino ad un certo punto lo svolgimento è prevedibile, e quindi un po' tiepido, anche se la sensazione è che la storia d'amore sia secondaria rispetto alla storia di Alexion: è lui quello che vive in modo più intenso l'intera trama. Dall'essere un essere senza sentimenti passa velocemente ad una condizione di felicità mista ad amicizia proprio grazie alla sua convivenza forzata con Danger. E' un espediente tipico della Kenyon, quello di forzare la mano, ma non c'è nessun sintomo di fastidio durante la lettura, segno che l'autrice ha saputo modulare al meglio le scelte narrative.
Per quanto sia una storia davvero piacevole e divertente - come tutte quelle della serie, del resto - il vero interesse risiede nello scoprire a piccolissime dosi lati di Acheron che fino ad ora erano rimasti nascosti. Tramite Alexion, che esprime a parole ciò che Ash vive in solitudine, sappiamo quanto schifo faccia essere il capo, colui che deve essere sempre presente per tutti ma che - alla fine dei conti - è solo come un cane.
La malinconia di Ash è fortissima per tutto il romanzo, anche perché viene rappresentata anche attraverso Alexion: lui utilizza alcuni dei suoi poteri e se ne lamenta continuamente. Possedere i poteri è un peso notevole, e Alexion stesso giustifica Ash e trasforma l'immagine che i Cacciatori hanno di lui, ammorbidendone i contorni.
La sensazione che il romanzo lascia è quella di essere un libro di pausa, di collegamento, dove i protagonisti hanno la loro storia e il loro lieto fine, ma che che cerca di rallentare il ritmo affannoso per permetterci di prendere un bel respiro prima di riprendere a correre nella serie. Io non mi lamento, sono abituata ad affrontare gli alti e bassi della Kenyon e li apprezzo nonostante alcuni romanzi della serie diano l'impressione di essere meno importanti o appassionanti. E' il bello delle serie lunghe: a volte ti capita un romanzo che non è proprio di tuo gusto, ma più spesso prendi in mano libri che ti lasciano il sorriso sulle labbra e la Kenyon li sa scrivere, non c'è che dire.
Rinascere all’amore
***This comment contains spoilers! ***
C'è stato un tempo in cui il western era l'unica ambientazione del genere romance che leggevo. Contemporanei o storici, il selvaggio West e i cowboys dovevano essere presenti. Ero talmente in fissa che non prendevo in considerazione nessun romanzo se nella trama il protagonista non veniva descritto ... (continue)
C'è stato un tempo in cui il western era l'unica ambientazione del genere romance che leggevo. Contemporanei o storici, il selvaggio West e i cowboys dovevano essere presenti. Ero talmente in fissa che non prendevo in considerazione nessun romanzo se nella trama il protagonista non veniva descritto come un cowboy. Se non aveva il cappello, gli stivalacci e gli speroni, se non era a cavallo a radunare le mandrie non c'era verso di farmi iniziare un libro. Poi, ovviamente, ho fatto indigestione e ho abbandonato il western per provare altre ambientazioni. Tuttavia non l'ho bandito del tutto e, ogni tanto, mi lascio tentare da una storia polverosa.
Sono una testa dura, recidiva, masochista. Sono una perfetta scemotta. Ogni volta ricasco nell'errore di seguire le lodi online e i commenti iperultraextra positivi. Mi sta bene, me lo merito ogni santa volta.
Ho assecondanto la curiosità - e l'entusiasmo - e ho provato quello che viene definito il miglior romanzo della Osborne, quello che su Goodreads ha una media di 3.9 su 5, quello che...non mi è piaciuto.
Non capisco se il problema sono io, perché ogni aspetto che è stato elogiato mi ha lasciata indifferente. Ogni momento che viene descritto come bellissimo, emozionante ed intenso a me è sembrato solo necessario per lo svolgimento della storia. Non c'è nulla - per me - di speciale in questo romanzo.
Il titolo originale (The wives of Bowie Stone/Le mogli di Bowie Stone) chiarisce subito un punto fondamentale della storia: Bowie, il protagonista, è bigamo. Ora, le circostanze giustificano ampiamente la sua condizione, ma in questo modo l'autrice ci obbliga a sorbirci non solo la SUA storia d'amore ma anche quella della moglie non amata. Ecco, quindi, le due storie d'amore. Mi chiedo: era davvero necessario?
Non bastava, quindi, che il romanzo fosse eccessivamente lungo e la tortura infinita, ma mi è toccato dover leggere due personaggi che in nessun modo e in nessuna occasione potranno mai avere il mio consenso.
Parto dalla protagonista principale, quella che si muove assieme a Bowie. Rosie. Ora, datemi dell'insensibile ma credo che questa sia la protagonista più scassa palle dell'intera storia del romance. Me ne frego totalmente del realismo! Me ne frego se è coerente! Io leggo romance! Dell'attendibilità non me ne faccio niente! Rosie entra in scena ed è: alcolizzata, fuma, non si lava, bestemmia, si comporta da uomo. Odio puro ed istantaneo. Odio irreversibile. Partiamo malissimo, quando l'eroina mi suscita tutto tranne che interesse e partecipazione. Ha un passato traumatico? Mi dispiace tanto, e in parte ti giustifico, ma mi stai comunque sulle palle. Il fatto è questo: Rosie rientra così bene nella categoria di eroina fastidiosa, che ogni giustificazione sparisce di fronte alle sue sbronze, alla sua belligeranza gratuita, alla sua illogicità e al suo continuo ed immotivato rifiuto di usare il buon senso. Certo, Rosie è una dura e questo nessuno glielo toglie, ma è anche ossessionata dalla vendetta e dal passato ed è immersa in una bolla tossica di autolesionismo, disprezzo verso sé stessa e incapacità di crescere. Per me la forza di carattere è ben altro e Rosie, poverina, non è forte come Bowie vuole dipingerla.
L'altra protagonista è Susan, la prima moglie di Bowie. Se Rosie è una bestia, Susan è una smidollata totale, un'estremizzazione della donna succube, incapace di prendere qualsiasi decisione, dipendente dagli altri e convinta di non essere nessuno senza un uomo a comandarla a bacchetta. Tuttavia, almeno con Susan, la Osborne si è sforzata di creare un processo di crescita: le difficoltà migliorano il suo carattere e cancellano le sue insicurezze senza, però, eliminare del tutto la traccia di inadeguatezza che ha dominato il personaggio per metà della sua storia.
Gli unici personaggi positivi, gli unici che sono usciti decenti sono i due uomini della storia: Bowie e Gresham.
Bowie è interessante anche se forse troppo chiuso e riservato: con tutto quello che ha passato non smette di cercare una vita migliore, prende l'occasione a due mani e non solo ritorna alla vita ma si sforza di migliorare quella di Rosie. Gresham, invece, passa dall'essere un perfetto signor nessuno a roccia solida sulla quale Susan appoggia la sua crescita.
Per quanto riguarda la trama non mi sento di dire che sia pessima, perché è in perfetta sintonia con i personaggi e con l'ambientazione, ma non riesco a cancellare la sensazione di tristezza, di disperazione e di depressione trasmessi dalla narrazione della Osborne. Praticamente è una storia fatta per piangere, non per commuovere, una storia fatta di passati brutali, sfighe, morti, fame e povertà, una storia che con un tono meno negativo avrebbe perso gran parte della pesantezza e dell'oppressione che invece permeano le pagine e rendono la lettura faticosissima. A me le storie drammatiche piacciono, ma fino ad un certo punto, perché se anche l'autrice si intristisce e rende palese la cosa a chi legge, figuriamoci il lettore, che si aspetta la morte di tutti i personaggi prima della fine.
Dopo questa botta credo che la Osborne si allontanerà dalle mie letture a tempo indeterminato e penso proprio che l'ambientazione western debba rimanere off limits ancora per un po'. Evidentemente non ero pronta per rimettermi in sella.
Poison Princess
Prendiamo la Cole, autrice di paranormale dalla voce ironica e frizzante, sexy e avventurosa, e schiaffiamola in una storia dove i personaggi non arrivano ai 20 anni. Il risultato sarà un new adult/paranormal/post apocalictic romance.continue)
Vuoi ritrovare lo stile narrativo della Cole? Celo. Vuoi una sto ... (
Prendiamo la Cole, autrice di paranormale dalla voce ironica e frizzante, sexy e avventurosa, e schiaffiamola in una storia dove i personaggi non arrivano ai 20 anni. Il risultato sarà un new adult/paranormal/post apocalictic romance.
Vuoi ritrovare lo stile narrativo della Cole? Celo. Vuoi una storia d'amore tra giovani nella quale l'elemento passione non si esprime solo attraverso un casto bacetto? Celo. Vuoi una trama originale che attinge un pò dal paranormale, un pò dal fantasy? Celo. Vuoi un'ambientazione Terra distrutta, genere umano sterminato? Celo. Vuoi una protagonista giovane sì, ma con un bel pò di sale in zucca? Celo. Vuoi un protagonista maschile to die for che - nonostante l'età - non ti faccia sentire una pedofila? Celo!
Da qualunque parte si guardi questa storia, è impossibile non trovare un aspetto che non piaccia. Impossibile, I say. La Cole ha usato ogni elemento immaginabile e li ha incastrati stile mattoncini Lego in una storia che si sviluppa pian piano e che risulta essere il nucleo portante della serie.
Poison Princess è un apripista: il suo scopo, come romanzo, è quello di mettere il lettore a conoscenza degli eventi che porteranno allo scontro, al momento centrale della serie. Invece di fare flashbacks, la Cole ha narrato le vicende da prima del Lampo per dare maggiore spazio di crescita a Evangeline, la protagonista. Il risultato è una storia che scorre senza un momento di stasi, con un ritmo serrato, coinvolgendo il lettore in modo così intenso da rimanere fissa nella mente, come un'ossessione.
Parte tutto nel momento in cui Evie, 16 anni, bionda e bella, cheerleader, studiosa, popolare, piena di amici e con un bel fidanzato con la Porsche, esce dal manicomio. Oh yes, Evangeline è matta come un cavallo: sente voci, ha allucinazioni così realistiche da averle rovinato la salute. Appena torna a casa Evie si pone un obiettivo preciso: non farsi più ricoverare, anche a costo di mentire. Così Evie torna a scuola, convinta che riprendere la vita normale l'aiuti a non cadere più in quell'inferno. Al liceo tutto è come l'ha lasciato, compresa l'immagine che gli altri hanno di lei: niente di più perfetto. Il primo giorno di scuola, però, non è tutto rose e fiori. Dal bayou, dall'altra parte del fiume, arrivano i cajun e tra di loro c'è Jackson Deveaux il bad boy più sexy che Evie abbia mai visto in vita sua.
Jack è subito attratto da lei in quel modo tipico da ragazzaccio: la stuzzica, la prende in giro, fa il suo sorriso sornione e - nonostante l'apparenza - lascia intendere di tenere a lei e a ciò che pensa di lui. Evie cerca con tutta sé stessa di resistere al richiamo dell'ormone ma è praticamente impossibile: Jackson è magnetico e la scombussola terribilmente. La prima parte del romanzo, quindi, è un new adult a tutti gli effetti: se non fosse per le visioni di Evie e per la sua apparente pazzia, l'amore liceale, le feste e i baci rubati rispondono al genere. E' talmente forte la sensazione di leggere un semplice romance e la smania di continuare a leggere i loro tira e molla è così forte che si arriva al punto cruciale, alla svolta, quasi senza aspettarselo.
Subdolamente, però, la Cole ha inserito nella narrazione degli elementi chiaramente paranormal: Evie sente delle voci che le parlano, che l'avvisano dell'imminente disastro e che - in un certo senso - le aprono gli occhi. Le visioni non sembrano essere frutto della sua pazzia e all'improvviso le piante rispondono alla sua presenza.
Poi arriva il Lampo e tutto cambia. La Terra è distrutta, ogni vegetale è morto, gli esseri umani sono sterminati e solo pochissimi rimangono a vivere in un ambiente totalmente inospitale, brullo, secco, dove l'acqua è scarsa. Alcuni esseri umani si sono trasformati in mostri tipo zombie che si nutrono di liquidi: acqua o sangue, direttamente dalla vena, mentre altri si sono organizzati in milizie che rapiscono le poche donne rimaste, altri ancora rapiscono le persone per schiavizzarle in cave alla ricerca di acqua e i pochi che non entrano in queste categorie non escono dai loro nascondigli.
Evie e la madre rimangono barricate nella loro villa con i pochi viveri che riescono a raccattare. Per mesi l'isolamento è totale finché la madre rimane ferita dall'attacco di mostri. La tragedia spinge Evie alla disperazione e proprio in quel momento scopre che con il suo sangue riesce a far crescere le piante. Il suo è un potere enorme, importantissimo non solo per il suo valore ma perché è il potere che la identifica come l'arcano dell'Imperatrice. Gli Arcani - dei tarocchi - sono l'elemento fantasy/paranormale del romanzo: il Lampo altro non era che l'inizio della guerra degli Arcani (ricorda molto l'Ascesa). Evie scopre presto che le sue allucinazioni sono visioni reali, mandate da un altro Arcano, il Matto, un ragazzo autistico e possessore della voce che sentiva nella sua mente. Altri ragazzi Arcani, buoni e cattivi, si stanno muovendo in questo mondo e Evie scopre piano piano che la sua vita - come la loro - è destinata a questo scontro finale.
Nel suo viaggio Evie non è sola: Jack, sopravvissuto al Lampo, non l'ha dimenticata e si è offerto di accompagnarla e proteggerla.
Non si può riassumere quello che avviene, succedono troppe cose e ogni singola pagina è ricca e importante. Evie è un personaggio complesso, un pò ragazza indifesa e un pò carnefice, riesce ad entrare sotto pelle e ad arrivare fino alla fine senza sbavature. Complesso anche il personaggio di Jack, oltre all'apparenza da bad boy è un giovane coraggioso, fedele e tremendamente appassionato.
Anche i personaggi secondari sono importanti e carismatici: dal Matto, tenero e divertente, alla Morte, affascinante seppur crudele, alla Luna, tipica antagonista.
La Cole ha saputo ricreare un mondo complesso ma anche chiaro, non ha confuso il lettore e non ha peccato di eccesso: ogni elemento gioca un ruolo importante per definire una storia originale che attinge da diversi generi ma che non appartiente a nessuno di loro. Si arriva alla fine non la voglia di andare avanti e di avere tra le mani il seguito (che uscirà in USA ad Ottobre *sigh*) e con la certezza che la bomba del finale esploderà nel secondo romanzo in tutta la sua intensità.
Non vedo l'ora, Evie e Jack mi mancano già!
Notre-Dame de Paris
Che grande soddisfazione ti danno certi romanzi. Quando temi il mattone, quando temi di trovarti di fronte una barriera che vuoi a tutti i costi superare, non c'è niente di meglio dell'essere smentita e di chiudere il libro commossa.
Quando ho deciso di mettere Notre-Dame de Paris nella mia lista ... (continue)
Che grande soddisfazione ti danno certi romanzi. Quando temi il mattone, quando temi di trovarti di fronte una barriera che vuoi a tutti i costi superare, non c'è niente di meglio dell'essere smentita e di chiudere il libro commossa.
Quando ho deciso di mettere Notre-Dame de Paris nella mia lista di classici must read lo avevo fatto grazie allo slancio del viaggio a Parigi. Oltre a Hugo avevo messo anche Leroux con il suo Fantasma dell'Opera ma, mentre con Leroux non avevo avuto nessun timore, con Hugo ho temuto di rimanere incagliata nella lettura e di subire una forte delusione. Tuttavia ho aspettato, convinta come sono che i classici debbano farsi avanti da soli, e a distanza di 1 anno dalla mia visita a Parigi ho scoperto che i miei ricordi sono tutt'ora molto vividi. Notre-Dame è una delle cose che ricordo meglio, la cui visita mi ha lasciato un segno, un ricordo che conservo con felicità e ritrovare la cattedrale come protagonista di questa opera mi ha aiutata enormemente ad affrontare con tranquillità la lettura.
Non so perché Hugo suscitava in me l'idea di essere uno scrittore estremamente impegnativo, forse perché l'ho sempre associato a I miserabili - opera sicuramente impegnativa per la sua lunghezza - o forse perché ogni persona che lo aveva letto smontava il mio entusiasmo. Nonostante tutto ho fatto bene a mettere da parte ogni paranoia e buttarmi a capofitto in questo romanzo, perché Hugo ha uno stile così particolare che è impossibile rimanere indifferenti: nel bene o nel male, Hugo lascia un segno. Il modo in cui descrive la società francese, ed in particolare quella parigina, trasuda cinismo e ironia assieme, si prende gioco della sua stessa gente e con schiettezza narra ciò che lui crede essere la realtà. Anche in una storia inventata come quella di Quasimodo, Hugo inserisce moltissimi elementi sociali fedeli alla storia e si sbizzarrisce nella descrizione dell'ambientazione con una cura quasi ossessiva: i vicoli, i panorami, i profili della città in base ai diversi punti di vista, l'architettura, ogni cosa è così curata, così precisa che ci si immedesima nell'ambiente con una naturalezza sconcertante.
D'altronde, quando la scenografia principale è un luogo come Notre-Dame niente può essere lasciato al caso, né al suo interno, né all'esterno, perché la cattedrale è il cuore pulsante della storia e da essa si diramano le arterie - i personaggi principali - e le vene - le trame secondarie.
Ritrovare Notre-Dame nella sua bellezza originaria, saper riconoscere ciò che l'autore descrive è magico. D'ora in poi mi sforzerò di avere un'immagine chiara e nitida dei luoghi dove vengono ambientati i romanzi, perché la ricchezza che la lettura raggiunge è impareggiabile.
Se si riesce a superare il blocco consistente e ricorrente delle descrizioni di Hugo (facendo fatica o meno) si arriva alla sostanza, alla trama portante della storia: Quasimodo, Frollo, Esmeralda, Gringoire, Phoebus. Ecco qui, i protagonisti della storia, uno più strano dell'altro. Quasimodo è il gobbo deforme, il campanaro sordo e muto quando vuole, un essere che non conosce nulla delle pastoie mentali della società, puro quasi come un bambino nell'espressione dei suoi sentimenti. Mai malvagio, mai violento, Quasimodo è un eroe atipico, colui che si spera trovi felicità alla fine del romanzo e colui che in quella fine strappa lacrime dagli occhi del lettore. Quasimodo è un personaggio tenero, privo di malignità e di malizia, devoto e grato del poco che la vita gli ha dato: il suo benefattore Frollo, colui che lo ha salvato e che gli ha dato identità e scopo, le sue campane, l'unico suono che riesce a sentire, la sua cattedrale: "Notre-Dame era stata successivamente per lui man mano che cresceva e si sviluppava, l'uovo, il nido, la casa, la patria, l'universo." Poi arriva Esmeralda, una visione di gentilezza e purezza che lui adora con la consapevolezza di non poter mai essere ricambiato. Eppure, a modo suo, Esmeralda ha dato affetto a Quasimodo con la sua strana amicizia. Per quanto lei sia cieca ed egoista, nel suo piccolo ha saputo ammorbidire la disillusione di Quasimodo nei confronti dell'amore. Proprio alla fine, nel paragrafo più straziante di tutto il romanzo, si capisce bene che il gobbo ha nutrito con devozione la sua idea di amore fino ad annullarsi completamente.
Frollo merita di essere considerato in modo più completo: alla faccia delle trasposizioni cinematografiche (ho visto la versione della Disney ed è oscena), Frollo è vittima e carnefice, è il personaggio che più di tutti subisce una sorte drammatica, un declino totale e irreversibile di sé stesso. Frollo, all'inizio, è un personaggio rigido ma buono, è colui che ha salvato il piccolo Quasimodo, che lo ha curato, che lo ha coltivato, è un uomo di cultura, uno studioso meticoloso e devoto, un arcidiacono severo ma rispettato: non è il cattivo bavoso e libidinoso, quello che vuole possedere Esmeralda. Frollo, però, è un uomo e come tale ha le sue debolezze: per lui è la passione, che lo consuma fino alla pazzia, è il desiderio di possedere la bellezza e la purezza di Esmeralda - si va molto più in là del semplice atto sessuale - che lo porteranno a prendere decisioni difficili, terribili. Ai miei occhi Frollo è una vittima, alla stessa stregua di Quasimodo e di Esmeralda, perché lui più di tutti riconoscere le sue colpe, le sue debolezze ed è impotente di fronte alla sua discesa nell'inferno. Inferno che ha l'aspetto di una ragazzina, di una zingara che balla con la sua capretta delle piazze di Parigi, che rifugge ogni gesto passionale o violento, un esserino troppo ingenuo per essere vero. Esmeralda, che personaggio strano. L'ho odiata per la sua evidente incapacità di riconoscere la realtà, per la sua incapacità di trovare dentro di sé compassione, umanità, presa com'è dalla sua infatuazione giovanile per quel pezzo di cretino di Phoebus. Tutto sommato, però, Esmeralda è vittima anche lei e alla fine ci dispiace che - così giovane - sia stata costretta a subire un'ingiustizia dietro l'altra.
Phoebus non meriterebbe nemmeno di essere nominato, ma bisogna farlo per amore di completezza, mentre Gringoire è forse l'unico personaggio che non lascia l'amaro in bocca: pragmatico, un po' depresso ma sempre pronto a rialzarsi e ad adattarsi, Gringoire segue il corso degli eventi ma è abbastanza furbo da lasciarsi sempre una via di fuga, una seconda possibilità lontano dalla baraonda creata da Frollo e da Phoebus.
Nonostante il tono ironico, schietto e preciso di Hugo la storia è drammatica, triste, difficile. Accoglie tematiche oscure - stregoneria, discriminazione, povertà, disperazione, ignoranza - e cerca di dare un tono che permetta di affrontarle senza sentirne il peso. Con una facilità che lascia spiazzati si arriva alla fine e si sfata completamente il preconcetto che Hugo - o gli scrittori francesi in generale - sia pesante e noioso.
La fine, una fine tragica e straziante è la chiusura perfetta per una storia che è stata dalla prima pagina un crescendo di tristezza e dramma, una storia che fa sorridere e piangere - lacrimoni veri, di quelli da singhiozzo - che spiazza e che sorprende ad ogni giro di pagina.
Notre-Dame de Paris è da leggere, è così bello, così perfetto, toccante, appassionante, umano, fantastico, che non si può pensare di farne un commento che lo eguagli. Bisogna guardare Parigi dalle torri di Notre-Dame e sentire Quasimodo che suona le sue campane.