L'analisi di un evento storico accaduto a Borgata Molo, il vecchio insediamento di Porto Empedocle, nei pressi di Girgenti, l'odierna Agrigento attraverso le poche fonti storiche pervenute e il ricordo della nonna di Camilleri. Si tratta della morte dei detenuti della torre penitenziaria della città
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L'analisi di un evento storico accaduto a Borgata Molo, il vecchio insediamento di Porto Empedocle, nei pressi di Girgenti, l'odierna Agrigento attraverso le poche fonti storiche pervenute e il ricordo della nonna di Camilleri. Si tratta della morte dei detenuti della torre penitenziaria della città per mano del generale Sarzana, all'alba del 26 gennaio 1848. Un libricino molto interessante non solo per l'evento in sé, che rilegge anche il rapporto con i Borboni e la Repubblica ma per lo stile, sempre ironico anche nei momenti più nìvuri, tipico di Camilleri. Uno stile avvincente, di indagine, che si pone domande e cerca di comprendere la riscrittura degli eventi per mano degli storici, analizzandone la teatralità, da esperto del settore. Da leggere in una serata.
Una cittadina del Canada, sperduta, solitaria, isolata tra immense bucoliche distese di terreni e boschi, è il microcosmo rurale e spartano entro il quale si muovono le diverse protagoniste femminile di questi 8 racconti. Tutte donne legate tra di loro, in qualche modo, attraverso la famiglia Doud,
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Una cittadina del Canada, sperduta, solitaria, isolata tra immense bucoliche distese di terreni e boschi, è il microcosmo rurale e spartano entro il quale si muovono le diverse protagoniste femminile di questi 8 racconti. Tutte donne legate tra di loro, in qualche modo, attraverso la famiglia Doud, unico anello di congiunzione di storie ed eventi sparsi in un lasso di tempo non definito. Si muovono tra deliri esistenziali, disavventure, tragedie e quotidianità, osservando e interagendo con una famiglia che non appare nel racconto se non come una semplice scenografia, un elemento che permette di sondare l'io delle protagoniste, un punto di osservazione del mondo di queste donne, in cui la scrittrice quasi non appare, si nasconde, rivela, non descrive mai. Dialoghi brevi, lunghi ricordi. Giovinezze, infanzie sparse che si ritrovano nel presente di ciascuna di queste donne e si riflette nelle scelte fatte e i percorsi presi. Un'idea molto originale ma che nonostante tutto non mi ha permesso di amare fino in fondo questa raccolta di una delle mie scrittrici preferite. I racconti sono spesso fin troppo spezzati, si stagliano in modo fin troppo netto, fino a rendere complesso, in alcuni casi, il semplice seguire il filo della narrazione. Uno stile, quello della Munro, che tende "ad afferrare un ciuffo nell'aria piuttosto che descrivere" (come lei stessa di racconta in "Mobili di famiglia") ma che forse qui è ancora un po' acerbo. Da segnalare il racconto "Un posto selvaggio", forse l'unico da 5 stelle in tutto il volume: un racconto scritto in forma epistolare in cui un tragico e misterioso evento verrà riletto da protagonisti secondari, che danno voce alla visione volutamente confusa della protagonista.
150 pagine e una sola domanda "ma chi avrà mai scritto questa lettera d'amore? chi?". 150 pagine con la stessa domanda. O forse se lo chiedono ancora a pagina 200. O al termine del libro. Non lo so. Non lo voglio sapere. Mi ha fatto detestare le lettere d'amore. Che pure io non ricevo. Accidenti.
Se questa è poesia, io ho scritto l'Odissea (e manco lo sapevo!)
Per alcuni Amos Oz è pura poesia. Io, al secondo tentativo a distanza di un paio di anni, ci rinuncio. Col voltastomaco. Non ho intenzione di farmi torturare oltre dall'incapacità narrativa di questo scrittore. Come si fa a definire poesia un capitolo (intero!) così scritto:
Per alcuni Amos Oz è pura poesia. Io, al secondo tentativo a distanza di un paio di anni, ci rinuncio. Col voltastomaco. Non ho intenzione di farmi torturare oltre dall'incapacità narrativa di questo scrittore. Come si fa a definire poesia un capitolo (intero!) così scritto:
"In via Amirim il signor Danon è ancora sveglio. Due di notte. Sullo schermo una brutta contabilità presentata da un ente qualsiasi. Frode o errore? Cerca. Invano. Sulla tovaglietta ricamata ticchetta l'orologio di metallo. Si veste. Esce. In Tibet: già le sei. Odore di pioggia senza pioggia, per la strada di Bat Yam. Deserto. Muto. L'isolato. Frode o errore. Domani vedremo".
Se basta scrivere qualsiasi sciocchezza andando a capo ogni due parole, con una punteggiatura azzardata e parole senza alcuna connessione tra di loro, la mia lista della spesa del sabato pomeriggio, tra Auchan, Leroy Merlin e il Libraccio è pari all'Odissea di Omero. E c'è pure più suspense e avventura. GIURO.
Il mio primo romanzo di Joyce Carol Oates: temevo questa scrittrice americana, temevo la delusione o una possibile incomprensione dello stile narrativo. La delusione non c'è stata ma questa prova non mi ha convinta del tutto. In "Bestie" gli elementi si confondono sapientemente: c'è la poesia sfront
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Il mio primo romanzo di Joyce Carol Oates: temevo questa scrittrice americana, temevo la delusione o una possibile incomprensione dello stile narrativo. La delusione non c'è stata ma questa prova non mi ha convinta del tutto. In "Bestie" gli elementi si confondono sapientemente: c'è la poesia sfrontata e sensuale di D.H. Lawrence, c'è l'arte totemica deforme stilizzata delle sculture di una delle protagoniste, c'è la giovinezza in un college americano, le prime esperienze erotiche spinte oltre il limite, c'è il fumo ininterrotto di sigarette, la neve che scende piano, il fuoco di anonimi piromani che risveglia il dormitorio ogni notte, c'è la fotografia sfocata che si alterna tra il ritrarre giovani studentesse nel pieno delle loro tempeste ormonali e il lucido distacco descrittivo con cui questo diario rivive i fatti accaduti alla narratrice molto tempo addietro. Un racconto che si situa tra "I beati anni del castigo" di Fleur Jaeggy e "Cortesie per ospiti" di Ian McEwan ossia tra una prova letteraria sottilmente sensuale ed erotica, quasi un velo impercettibile, e un breve racconto cruento, ossessionante, horror. Sta nel mezzo, insomma, e io non amo molto le metà. Come disse Virginia Woolf "Uno scrittore dovrebbe essere la fornace che forgia le sue stesse parole - e le persone tiepide, timide e troppo virtuose non coniano mai parole vere". Ecco, forse è questo il caso.
La strage dimenticata
L'analisi di un evento storico accaduto a Borgata Molo, il vecchio insediamento di Porto Empedocle, nei pressi di Girgenti, l'odierna Agrigento attraverso le poche fonti storiche pervenute e il ricordo della nonna di Camilleri. Si tratta della morte dei detenuti della torre penitenziaria della città ... (continue)
L'analisi di un evento storico accaduto a Borgata Molo, il vecchio insediamento di Porto Empedocle, nei pressi di Girgenti, l'odierna Agrigento attraverso le poche fonti storiche pervenute e il ricordo della nonna di Camilleri. Si tratta della morte dei detenuti della torre penitenziaria della città per mano del generale Sarzana, all'alba del 26 gennaio 1848. Un libricino molto interessante non solo per l'evento in sé, che rilegge anche il rapporto con i Borboni e la Repubblica ma per lo stile, sempre ironico anche nei momenti più nìvuri, tipico di Camilleri. Uno stile avvincente, di indagine, che si pone domande e cerca di comprendere la riscrittura degli eventi per mano degli storici, analizzandone la teatralità, da esperto del settore. Da leggere in una serata.
Segreti svelati
Una cittadina del Canada, sperduta, solitaria, isolata tra immense bucoliche distese di terreni e boschi, è il microcosmo rurale e spartano entro il quale si muovono le diverse protagoniste femminile di questi 8 racconti. Tutte donne legate tra di loro, in qualche modo, attraverso la famiglia Doud, ... (continue)
Una cittadina del Canada, sperduta, solitaria, isolata tra immense bucoliche distese di terreni e boschi, è il microcosmo rurale e spartano entro il quale si muovono le diverse protagoniste femminile di questi 8 racconti. Tutte donne legate tra di loro, in qualche modo, attraverso la famiglia Doud, unico anello di congiunzione di storie ed eventi sparsi in un lasso di tempo non definito. Si muovono tra deliri esistenziali, disavventure, tragedie e quotidianità, osservando e interagendo con una famiglia che non appare nel racconto se non come una semplice scenografia, un elemento che permette di sondare l'io delle protagoniste, un punto di osservazione del mondo di queste donne, in cui la scrittrice quasi non appare, si nasconde, rivela, non descrive mai. Dialoghi brevi, lunghi ricordi. Giovinezze, infanzie sparse che si ritrovano nel presente di ciascuna di queste donne e si riflette nelle scelte fatte e i percorsi presi. Un'idea molto originale ma che nonostante tutto non mi ha permesso di amare fino in fondo questa raccolta di una delle mie scrittrici preferite. I racconti sono spesso fin troppo spezzati, si stagliano in modo fin troppo netto, fino a rendere complesso, in alcuni casi, il semplice seguire il filo della narrazione. Uno stile, quello della Munro, che tende "ad afferrare un ciuffo nell'aria piuttosto che descrivere" (come lei stessa di racconta in "Mobili di famiglia") ma che forse qui è ancora un po' acerbo. Da segnalare il racconto "Un posto selvaggio", forse l'unico da 5 stelle in tutto il volume: un racconto scritto in forma epistolare in cui un tragico e misterioso evento verrà riletto da protagonisti secondari, che danno voce alla visione volutamente confusa della protagonista.
La lettera d'amore
150 pagine e una sola domanda "ma chi avrà mai scritto questa lettera d'amore? chi?".
150 pagine con la stessa domanda. O forse se lo chiedono ancora a pagina 200. O al termine del libro. Non lo so. Non lo voglio sapere.
Mi ha fatto detestare le lettere d'amore. Che pure io non ricevo.
Accidenti.
Lo stesso mare
Per alcuni Amos Oz è pura poesia. Io, al secondo tentativo a distanza di un paio di anni, ci rinuncio. Col voltastomaco.
Non ho intenzione di farmi torturare oltre dall'incapacità narrativa di questo scrittore. Come si fa a definire poesia un capitolo (intero!) così scritto:
"In via Amirim il sig ... (continue)
Per alcuni Amos Oz è pura poesia. Io, al secondo tentativo a distanza di un paio di anni, ci rinuncio. Col voltastomaco.
Non ho intenzione di farmi torturare oltre dall'incapacità narrativa di questo scrittore. Come si fa a definire poesia un capitolo (intero!) così scritto:
"In via Amirim il signor Danon è ancora sveglio.
Due di notte. Sullo schermo una brutta contabilità
presentata da un ente qualsiasi. Frode o errore?
Cerca. Invano. Sulla tovaglietta ricamata ticchetta l'orologio
di metallo.
Si veste. Esce. In Tibet: già le sei.
Odore di pioggia senza pioggia, per la strada di Bat Yam.
Deserto. Muto. L'isolato. Frode
o errore. Domani vedremo".
Se basta scrivere qualsiasi sciocchezza andando a capo ogni due parole, con una punteggiatura azzardata e parole senza alcuna connessione tra di loro, la mia lista della spesa del sabato pomeriggio, tra Auchan, Leroy Merlin e il Libraccio è pari all'Odissea di Omero. E c'è pure più suspense e avventura. GIURO.
Bestie
Il mio primo romanzo di Joyce Carol Oates: temevo questa scrittrice americana, temevo la delusione o una possibile incomprensione dello stile narrativo. La delusione non c'è stata ma questa prova non mi ha convinta del tutto. In "Bestie" gli elementi si confondono sapientemente: c'è la poesia sfront ... (continue)
Il mio primo romanzo di Joyce Carol Oates: temevo questa scrittrice americana, temevo la delusione o una possibile incomprensione dello stile narrativo. La delusione non c'è stata ma questa prova non mi ha convinta del tutto. In "Bestie" gli elementi si confondono sapientemente: c'è la poesia sfrontata e sensuale di D.H. Lawrence, c'è l'arte totemica deforme stilizzata delle sculture di una delle protagoniste, c'è la giovinezza in un college americano, le prime esperienze erotiche spinte oltre il limite, c'è il fumo ininterrotto di sigarette, la neve che scende piano, il fuoco di anonimi piromani che risveglia il dormitorio ogni notte, c'è la fotografia sfocata che si alterna tra il ritrarre giovani studentesse nel pieno delle loro tempeste ormonali e il lucido distacco descrittivo con cui questo diario rivive i fatti accaduti alla narratrice molto tempo addietro. Un racconto che si situa tra "I beati anni del castigo" di Fleur Jaeggy e "Cortesie per ospiti" di Ian McEwan ossia tra una prova letteraria sottilmente sensuale ed erotica, quasi un velo impercettibile, e un breve racconto cruento, ossessionante, horror. Sta nel mezzo, insomma, e io non amo molto le metà. Come disse Virginia Woolf "Uno scrittore dovrebbe essere la fornace che forgia le sue stesse parole - e le persone tiepide, timide e troppo virtuose non coniano mai parole vere". Ecco, forse è questo il caso.