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  • Cover of Lo potevo fare anch'io

    Lo potevo fare anch'io

    Lo stile è molto brillante, intelligente, talora spregiudicato. Non ha timore di dare giudizi anche pesanti (si veda la stroncatura di Guttuso, e soprattutto quella di Botero). Le spiegazioni del “perché questo sì” e “perché questo no”, senza la pretesa di una sentenza apocalittica. Autorevolezza, s ... (continue)

    Lo stile è molto brillante, intelligente, talora spregiudicato. Non ha timore di dare giudizi anche pesanti (si veda la stroncatura di Guttuso, e soprattutto quella di Botero). Le spiegazioni del “perché questo sì” e “perché questo no”, senza la pretesa di una sentenza apocalittica. Autorevolezza, senza la presunzione di detenere la verità assoluta. Mi hanno convinto poco alcune giustificazioni, soprattutto relative ad artisti che mettono in evidenza il lato nero della vita. Il ritornello è: la vita mica è solo giornate di sole in riva al mare, è giusto che l’arte parli della vita. Io qui modestamente oppongo la seguente considerazione: è vero, l’arte parla della vita, e la vita è anche spesso tristezza e dolore, incontestabilmente. Però sfido chiunque ad esserne sorpreso: chi non ha mai pensato, anche solo una volta, che le sue giornate sono dominate dalla noia e dalla disperazione? Mostrare il lato brutto della vita è facile. Più difficile è sorprendere, far nascere domande, incuriosire. Queste cose, nell’arte contemporanea, si incontrano di rado. Ne consiglio comunque la lettura, anche per la grandissima scorrevolezza.

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    — Oct 14, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Altri miracoli

    Altri miracoli

    Avevo letto “Mille anni che sto qui”, e mi era piaciuto moltissimo. Racconta l’Italia dall’Unità fin quasi a oggi, attraverso le vicende d’una famiglia, principalmente delle donne d’una famiglia. La Storia attraverso le storie.

    Così ero curioso di questo, ristampa del suo primo libro. Non solo ... (continue)

    Avevo letto “Mille anni che sto qui”, e mi era piaciuto moltissimo. Racconta l’Italia dall’Unità fin quasi a oggi, attraverso le vicende d’una famiglia, principalmente delle donne d’una famiglia. La Storia attraverso le storie.

    Così ero curioso di questo, ristampa del suo primo libro. Non solo: anche del progetto. Raccontare una metropoli attraverso microstorie. Vicende che si svolgono nel breve giro di massimo tre pagine. Mi piaceva l’idea della forma brevissima che non si risolve nell’esercizio di stile, perché dentro, in maniera densa, accadono cose, arrivano punti di svolta, si precisano esistenze.

    I primi racconti mi hanno coinvolto, ci ritrovavo quanto mi aspettavo. Andando avanti (i racconti sono molti, diverse decine) mi è nato dentro un senso di anticipazione (quando senti sotto la lingua che indovinerai la mossa successiva) e di ripetizione. Sono tanti i racconti che finiscono male. Non che sia un cultore dell’happy end. Però l’accanimento sul lato nero, sull’attorcigliamento freak, dopo un po’ satura. Almeno me.

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    — Jul 1, 2009 | Add your feedback
  • Cover of La regina dei castelli di carta

    La regina dei castelli di carta

    4 people find this helpful

    Bene, è giunto il momento di chiarire la nostra posizione sull’affaire Stieg Larsson. I best seller sono animali difficili da maneggiare, eccetera, lo si è già detto, dunque andiamo avanti.

    Se avessi solo lo spazio di un SMS, scriverei due parole: una droga. Il primo e il terzo libro, soprattu ... (continue)

    Bene, è giunto il momento di chiarire la nostra posizione sull’affaire Stieg Larsson. I best seller sono animali difficili da maneggiare, eccetera, lo si è già detto, dunque andiamo avanti.

    Se avessi solo lo spazio di un SMS, scriverei due parole: una droga. Il primo e il terzo libro, soprattutto, e il finale del secondo.

    Ho iniziato il primo un po’ perplesso, con sufficienza. Poi non riuscivo più a staccare le dita dalle pagine. Per dire, una domenica non mi sono neanche comprato il giornale: tanto ho da leggere La regina dei castelli di carta, mi sono detto. Tenendo conto del mio tasso di dipendenza dai quotidiani, è un indicatore.

    Stieg Larsson scrive bene? Istintivamente risponderei di no. Non nel senso che ti metti a sottolineare una frase. Non nel senso che ti rivela qualcosa che sapevi ma che non eri mai riuscito a mettere in parole così bene. Ci sono delle frasi ripetute (tipo: gli si rizzarono i capelli sulla nuca), e a volte un’abbondanza di dettagli (tipo: comprò tre camicie, due mutande, pagò con la carta di credito eccetera). Anche se questa incredibile e talora superflua quantità di dettagli forse ha un suo ruolo: ti porta a toccare le cose che succedono.

    Quello che funziona, in certe parti, è il montaggio. Ci sono tanti personaggi, e una ragnatela estesa che li collega. In alcuni momenti è particolarmente efficace nello staccare al momento giusto: e io vado inevitabilmente alla pagina successiva. L’importanza della trama. Del raccontare facendo succedere cose.

    I personaggi? I buoni sono buoni, e i cattivi sono cattivi. Almeno a un livello pubblico, politico, etico. Lasciano il loro grigio nel privato. Prendiamo Mikael Blonqvist. È davvero il prototipo del cavaliere dell’informazione senza macchia e senza paura. Però, sentimentalmente? È un tombeur de femmes quasi inconsapevole. Seduce tantissimo, ma praticamente senza volerlo. È invischiato in una relazione difficile da definire con Erika Berger: lei è sposata con un altro, ma lei e Mikael fanno sesso e hanno una intesa profonda. Ma non stanno insieme. Mikael è capace di amare? Nel senso di due cuori e una capanna probabilmente no. Si è abbastanza sicuri che prima o poi lui ed Erika finirebbero comunque a letto insieme indipendentemente da tutto. È superficiale? Forse è amicale. Nel senso che fare sesso è una specie di corollario della conoscenza eterosessuale, che non arriva mai tanto a fondo da volere l’esclusività. Segno dei tempi?

    Il mio idolo è Lisbeth Salander. La sua asocialità. Il suo senso della giustizia superiore a qualunque legge scritta. La sua abilità di hacker. È sicuramente il personaggio più completo e originale del libro, anche dal punto di vista dell’approfondimento psicologico. Giustamente è la Pippi Calzelunghe del XXI secolo, dove la poesia della diversità (della vera diversità, non quella che viene spacciata per tale ma in realtà è solo moda) è morta, così Villa Villacolle è un indirizzo segreto dove nessuno viene invitato a giocare.

    I temi. Prima di tutto, quel filo conduttore che è l’attenzione alle donne, alla violenza sulle donne. Quei paragrafi posti all’inizio d’ogni sezione apparentemente svincolati dalla storia che riportano dati su stupri e violenze, sul ruolo della donna nella storia. L’intera trilogia è un atto di accusa per come le donne sono trattate.

    L’attualità? Nella teoria del grande vecchio. Nel credere che sollevando ogni colorata copertina si trovi un verminaio. C’è anche la crisi economica di questi giorni (soprattutto un accenno nel primo libro).

    La trilogia è anche un grande atto d’amore per il giornalismo d’inchiesta. Per il suo rigore (c’è una sottolineatura maniacale sull’importanza della verifica dei fatti, in modo da rendere ogni pezzo intaccabile). Per la rivendicazione del suo ruolo etico e politico. Questo è sicuramente uno dei messaggi da non dimenticare.

    Trascrivo la parte sulla crisi dell’economia, da Uomini che odiano le donne (Larsson è morto nel 2004, ognuno faccia i suoi conti oracolari).

    In questo momento stiamo assistendo al più imponente crollo singolo della borsa svedese, e lei parla di nonsenso? Occorre distinguere fra due cose, l’economia svedese e il mercato borsistico svedese. L’economia svedese è la somma di tutte le merci e i servizi che si producono ogni giorno in questo paese. Sono i telefonini della Ericsson, le automobili della Volvo, i polli della Scan e i trasporti da Kiruna a Skovde. Questa è l’economia svedese, che è esattamente forte o debole oggi quanto lo era una settimana fa. Fece una pausa ad effetto per bere un goccio d’acqua. La borsa è qualcosa di totalmente diverso. Lì non c’è nessuna economia e nessuna produzione di beni e servizi. Lì ci sono solo fantasie dove di ora in ora si decide che adesso questa o quella società vale tot miliardi in più o in meno. Questo non ha proprio niente a che fare con la realtà o l’economia del paese perciò secondo lei non ha nessuna importanza se la borsa cade come un sasso?
    No, nessuna importanza rispose Mikael con una voce così stanca e rassegnata da farlo sembrare un oracolo […] significa soltanto che un sacco i grandi speculatori ora stanno per trasferire le azioni che gestiscono da aziende svedesi a aziende tedesche. Si tratta di papaveri della finanza che qualche reporter un po’ coraggioso dovrebbe identificare e denunciare come traditori della patria. Sono loro che sistematicamente e forse anche consapevolmente danneggiano l’economia svedese per soddisfare gli interessi dei loro clienti.

    (ecco, rispose con una voce così stanca e rassegnata da farlo sembrare un oracolo non è il prototipo di bella frase per esempio; ma tant’è: il resto appiccica comunque)

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    — Apr 21, 2009 | 1 feedback
  • Cover of Bolero berlinese

    Bolero berlinese

    Tredici racconti, suddivisi in tre sezioni.

    La scrittura di Schulze qui è piana, senza ricerca di aggettivazione stravagante o metafore. Potrebbe talora parere quasi svagata, sbigottita, attenuata dal reale, forse fredda. Eppure costruisce poco a poco (come direbbero i matematici, la somma di ... (continue)

    Tredici racconti, suddivisi in tre sezioni.

    La scrittura di Schulze qui è piana, senza ricerca di aggettivazione stravagante o metafore. Potrebbe talora parere quasi svagata, sbigottita, attenuata dal reale, forse fredda. Eppure costruisce poco a poco (come direbbero i matematici, la somma di infinitesimi non è necessariamente un infinitesimo) come un senso appannato dello stupore per un mondo che non può essere compreso del tutto. Un mondo costellato di epifanie che non rivelano, anzi spesso sembrano essere una inquietante e non spiegabile infrazione dell’ordine del mondo, o meglio della sua apparenza.

    Probabilmente è aspirazione condivisa la ricerca di un senso, come se un senso fosse una cornice e il reale pezzi d’un puzzle da far combaciare e soprattutto da inserire in questa cornice. Perturbanti in genere tutte le cose che si oppongono.

    L’impressione che si ricava da questi racconti è che questa cornice sia nella mente dei personaggi ma che in fondo abbiano rinunciato ad usarla. È come se si ritrovassero in mano i pezzi del puzzle quasi per caso, si ricordassero vagamente dell’esistenza della cornice, e ancor più vagamente di doverli in qualche modo inserire al suo interno i frammenti del reale. Per ragioni che non vengono spiegate, forse semplicemente per la stanchezza dei nostri tempi, rinunciano, e si limitano a guardare, senza cercare di capire del tutto.

    Questo può assumere sfumature diverse, da quelle ironico-divertite dell’orso in bicicletta che compare nel racconto In Estonia, a quelle noir della donna dai capelli rossi che punta la pistola contro il narratore in Come Milva, quando era ancora molto giovane.

    Questa sensazione che porta alla fine a chiedersi se non sia proprio la cornice, la sua possibilità, ad essere svanita per sempre, si applica anche ai rapporti umani, in particolare ai rapporti di coppia. C’è sempre una distanza tra questi uomini e queste donne, un muro trasparente, a volte una rinuncia di fronte agli spigoli potenziali, così che il sesso appare talora l’unico momento di vero contatto.

    Sono storie ambientate in giro per il mondo, la Germania del prima e del dopo compare a schegge, senza una dimensione politica predominante. A volte gli occhi che guardano e narrano sembrerebbero essere quelli stessi di Ingo Schulze, poiché in diversi racconti compare uno scrittore, ora in Estonia, ora al Cairo, ora a New York, ora su un treno tra Budapest e Vienna, sempre alle prese con una donna diversa.

    Come sempre, c’è la tentazione della domanda: cosa ci sarà di vero? Come ho scritto nella recensione di Dottor Pasavento, romanzo di Enrique Vila-Matas, secondo me la letteratura è assolutamente finzione. Nonostante qui il gioco sia meno dichiarato, c’è un racconto emblematico: Ancora una storia. Qui il punto di vista oscilla tra la prima e la terza persona, tra l’esterno e il dietro agli occhiali. Una prova a carico, un altro elemento di interesse da aggiungere agli altri.

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    — Feb 18, 2009 | Add your feedback
  • Cover of Le lune di Giove

    Le lune di Giove

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    Ci sono due punti di vista possibili. Una critica interna, che date le premesse (l’argomento della narrazione) valuta il suo svolgimento (l’adeguatezza dei mezzi ai fini). Da questo punto di vista Alice Munro merita per me un voto altissimo. C’è una scrittura in fondo piana, senza acrobazie, ma atte ... (continue)

    Ci sono due punti di vista possibili. Una critica interna, che date le premesse (l’argomento della narrazione) valuta il suo svolgimento (l’adeguatezza dei mezzi ai fini). Da questo punto di vista Alice Munro merita per me un voto altissimo. C’è una scrittura in fondo piana, senza acrobazie, ma attenta, capace di rendere i dettagli e le sfumatura dell’animo, quei dettagli e quelle sfumature che si nascondono nelle pieghe minime delle nostre giornate, delle nostre vicende ordinarie, dove basta una mano per contare gli eventi straordinari, ed è forse anche troppo. La dinamica di come il nostro umore possa cambiare in un istante, di come le svolte della vita siano determinate da scarti minimi, cose che altri farebbero fatica a registrare, per esempio.

    Poi c’è la critica esterna. Sarà il periodo, ma queste storie che in fondo tutte raccontano la stessa cosa, ovvero di come possono andare male i rapporti, di come si arrivi a sfiorarsi senza capirsi, di come ci si avvicini per motivi meno nobili, anche molto meno nobili dell’amore, alla fine mi ha dato una cappa nera, una sensazione di ripetizione, l’accanimento nello scavare solo le pieghe negative, e quindi, pur ammirando la sua scrittura, il libro non mi ha convinto del tutto.

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    — Apr 21, 2009 | Add your feedback

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