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Albert Camus
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- Caligola (898)
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By Albert Camus -
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Caspita, come lo dice bene questo signore!!!
Dalla Costituzione alla prostituzione: il piano dei Saggi per il patrimonio
di Tomaso Montanari | 16 aprile 2013
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/16/dalla-costituzione-alla-prostituzione-progetto-sul-patrimonio-artistico-dei-saggi/564542/
Tra le perle contenute nell’agenda economica prodotta dal collegio di cervelli nominati da Napolitano c’è anche questa ideona: «Allo scopo di moltiplicare i luoghi in cui rendere accessibile il patrimonio culturale disponibile, si potrebbero sperimentare forme di prestito oneroso ai privati … di parte delle opere attualmente chiuse nei magazzini, così da finanziare con il ricavato attività e gestione dei musei esistenti».
Non è una novità: la stessa proposta era contenuta in un disegno di legge presentato il 22 giugno 2010 da un certo Domenico Scilipoti. In compenso è una genialata perfettamente bipartisan, visto che era contenuta anche nel programma di Laura Puppato per le Primarie poi vinte da Bersani: «Altra proposta dissacrante è l’utilizzazione intelligente delle opere d’arte e dei reperti archeologici custoditi nei magazzini dei musei e che non vengono esposti per mancanza di spazio. Si potrebbe affidarli a fronte di adeguato compenso, in locazione ad organizzazioni private che ne curerebbero l’esibizione al pubblico, oppure con apposita convenzione affidarli a enti, istituzioni, fonti termali e alberghi affinché ne curino l’esposizione».
Chi avanza proposte del genere dimostra di non avere neanche la più pallida idea di che cosa sia il nostro patrimonio. Che non ha bisogno di «moltiplicare i luoghi» di fruizione (che andrebbero semmai razionalizzati, e forse diminuiti), perché è già iper capillarmente diffuso sul territorio. Sviati dal modello americano, la nostra percezione è invece museo-centrica: pensiamo di salvare il patrimonio trasformando i grandi musei in fondazioni, e ci preoccupiamo per le opere conservate nei depositi. Ma la percentuale di arte musealizzata è minima, ed è quella più al sicuro. E non c’è nulla di scandaloso nel fatto che i musei abbiano depositi: che non sono magazzini, e tantomeno scantinati umidi, o soffitte polverose, ma sono polmoni attraverso cui il percorso espositivo del museo ‘respira’.
Ma andiamo al cuore del problema: è sensato mettere a reddito il patrimonio, per esempio noleggiando le opere d’arte pubbliche ai privati? Io credo di no.
Nel 1948 la Costituzione ha spaccato in due la storia dell’arte italiana, assegnando al patrimonio storico e artistico della Nazione una missione nuova al servizio del nuovo sovrano, il popolo. La storia dell’arte è in grande parte la storia dell’autorappresentazione delle classe dominanti, e per un lungo tratto i suoi monumenti sono stati costruiti con denaro sottratto all’interesse comune. Ma la Costituzione ha redento questa storia: le ha dato un senso di lettura radicalmente nuovo. Il patrimonio artistico è divenuto un luogo dei diritti della persona, una leva di costruzione dell’eguaglianza, un mezzo per includere coloro che erano sempre stati sottomessi ed espropriati.
Ma se noi torniamo a rimettere quel patrimonio nelle mani dei ricchi, se lo privatizziamo, se lo riduciamo ad un’attrezzeria scenica da noleggiare a pagamento, ebbene prendiamo il progetto della Costituzione e lo buttiamo nel cesso. Del resto lo facciamo già: in questi giorni le piazze e i monumenti di Firenze sono, per esempio, privatizzati da un miliardario indiano che ha noleggiato (per un tozzo di pane) mezza città come una location di stralusso in cui organizzare il proprio matrimonio. E il Comune è felicissimo: è l’occasione perfetta per una città il cui unico progetto sul futuro è lo sciacallaggio del passato. Il modello è la Venezia di Cacciari & c., insomma: la conversione della città in un luna park a gettone.
Allora cosa fare, dove trovare i soldi? Partiamo dai numeri. L’Italia spende in cultura l’1,1% del Pil, la metà della media europea (2,2%). Per l’anno in corso saranno tolti altri sessanta milioni alla tutela e alla valorizzazione dei beni storici e artistici, che già cadono a pezzi. L’intero bilancio del Ministero per i Beni culturali (già dimezzato da Bondi e Berlusconi) sarà ulteriormente tagliato, arrivando a un miliardo e 589 milioni di euro. Il patrimonio recentemente sequestrato ad un singolo imprenditore dell’eolico accusato (tra l’altro) di aver devastato il paesaggio italiano è pari a un miliardo e 300 milioni: cioè, noi difendiamo il paesaggio e il patrimonio di tutti con gli stessi soldi messi in campo da uno solo tra le sue migliaia di nemici!
Dove trovarli, dunque, questi soldi? L’Italia ha l’evasione fiscale più grande del mondo: peggio di noi solo la Turchia e il Messico. Con il 2,5 % dell’evasione annuale italiana (che ammonta a 150 miliardi di euro) il patrimonio si potrebbe mantenere sontuosamente: senza regalarlo a speculatori privati, senza ricorrere alla beneficenza, senza ridurci ad avidi usufruttuari del passato.
Ma è molto più facile trattare le opere d’arte come orsi ballerini che si aggirano nei cocktail col piattino delle offerte tra le zampe: e non importa se questo significa umiliarle fino a privarle di quei poteri di umanizzazione, liberazione morale ed educazione intellettuale che le rendono presenze uniche ed insostituibili nella nostra vita spirituale.
Un suggerimento per i saggi del Quirinale: ora che il presidente Napolitano va in pensione, perché non noleggiarlo a pagamento per impreziosire le serate dei vip e ripianare i conti dello Stato?
stessa città, discreta compatibilità...ti avvicino
Usa e getta: l’arma letale del consumismo
di Caterina Soffici | 7 marzo 2013
Lo schermo del mio iPad si è rotto e al megastore della Apple di Covent Garden mi hanno risposto che la riparazione non è nella loro politica aziendale. Però mi avrebbero dato un nuovo iPad a metà prezzo. Ho obiettato che il mio iPad ha solo tre anni e che non avevo alcuna intenzione di spendere per averne uno nuovo quando il mio funziona benissimo. Mi hanno guardato come fossi una marziana: “Un prodotto di tre anni è obsoleto. Le consiglio di cambiarlo prima che si rompa”. Invece ho trovato un negozietto dove un indiano con 25 pounds (meno di 40 euro) mi ha sostituito il vetro e adesso sono a posto con il mio obsoleto iPad.
Non lo sapevo ma ho toccato con mano il concetto di “obsolescenza pianificata” che è al centro del nuovo libro di Serge Latouche. Si intitola Usa e getta (Bollati e Boringhieri) e spiega perché gli oggetti che compriamo hanno una vita sempre più breve e come produrre e consumare meno non solo si può, ma si prospetta come l’unica scelta davvero economica.
Non è un caso se siamo cresciuti in case dove la lavatrice della nonna funzionava ancora benissimo e ce la tenevamo 15 anni, mentre ora dopo 24 mesi (la durata della garanzia, in genere) una mattina ci svegliamo con la cucina allagata, le guarnizioni saltate e la centrifuga da sostituire. E il tecnico ti dice: “Però il ricambio costa un sacco, ci metta la manodopera, le conviene comprarne una nuova”. No, dice Latouche, non è un caso: gli oggetti sono progettati non per durare, ma per rompersi dopo un periodo calcolato di tempo. La “obsolescenza programmata” è il motore del consumismo ed è alla base dell’economia basata sulla crescita, quella contro cui Serge Latouche combatte da tutta la vita.
Professore emerito di Scienze economiche all’Università di Paris-sud, autore di svariati saggi sul tema dei consumi e dello sviluppo economico, Latouche è ormai divenuto il faro ideologico di chi sostiene che la decrescita e il localismo possono essere l’unica via per salvare il pianeta dai disastri causati dalla globalizzazione, dallo sviluppo e dall’occidentalizzazione. Come ogni teorico che diventa guru, le sue tesi fanno discutere. O lo amano alla follia o lo odiano. C’è chi lo divora come fosse un novello messia anticapitalista e chi lo mette all’indice come un pericoloso utopista del Ventunesimo secolo, con derive reazionarie e comunitarie. In verità Latouche è talmente trasversale da sfuggire alle vecchie definizioni di destra e sinistra, più antropologo sociale e filosofo che economista, un vecchio operaista, un po’ ecologista, un po’ terzomondista, un po’ ideologo di un nuovo umanesimo.
È stato il primo, fin dagli Ottanta, a scrivere che lo “sviluppo sostenibile ” non esiste: o è sviluppo o è sostenibile. Nei suoi tanti saggi e pamphlet ha vagheggiato una società basata non sulla crescita ma su quello che lui chiama “abbondanza frugale”, concetto diverso dal pauperismo .
È contro il “pensiero unico” del mercato che annulla le identità nazionali, è contro la concorrenza e il libero mercato che avrebbero un effetto deleterio sull’ambiente perché causano il saccheggio delle risorse naturali per abbassare i costi. Questo ultimo libro non altro che la prosecuzione ideologica di un discorso iniziato tanti anni fa. Il ciclo breve degli oggetti è l’ennesima stortura della società della crescita, dice Latouche. Il consumismo nasce negli anni Venti e raffina le sue armi velocemente . Si chiedeva allora Edward Filene, magnate dei grandi magazzini di Boston: “Come posso essere sicuro di avere un flusso permanente e crescente di consumatori?”. Risposta: vendendo prodotti “usa e getta (prima dei rasoi compaiono sul mercato i polsini e i colli per camicie). Quello è stato il primo passo. Poi i produttori si inventano il concetto di obsolescenza “progressiva”: cambiare spesso modelli, fare invecchiare il prodotto, renderli sempre più “tecnologici” e inserire meccanismi sofisticati che si rompono facilmente. Esempio tipico: la chiusura elettrica del finestrino al posto della vecchia manovella.
Da lì il passo è breve per arrivare all’’“obsolescenza pianificata”, cioè l’introduzione voluta di un difetto nei prodotti, diversa dall’“obsolescenza simbolica”, ovvero il declassamento prematuro di un oggetto da parte della pubblicità e della moda. Dalla seconda ci si può difendere, dalla prima no. “Si può resistere alla pubblicità, rifiutarsi di prendere un prestito, ma si è disarmati di fronte al deperimento tecnico dei prodotti” scrive Latouche. Pubblicità, credito al consumo e obsolescenza programmata sono i tre ingredienti necessari a far girare la giostra. Il circolo è senza fine. Latouche racconta che negli anni Cinquanta domandarono al presidente Eisenhower cosa dovevano fare i cittadini per combattere la recessione. Lui rispose: “Comprare. Qualsiasi cosa”. Una pubblicità americana proponeva una formula contro la disoccupazione: “Un acquisto oggi, un disoccupato in meno domani. Potresti essere tu!”. Il giochino non poteva andare avanti all’infinito e infatti si è rotto. La ricetta per uscire dal circolo vizioso della crescita è molto latouchana: il mondo si salverà solo se durevolezza dei prodotti, riparabilità, e riciclaggio prenderanno il posto dell’usa e getta.
Insomma, se gli umani la smetteranno di farsi colonizzare dall’ideologia dell’usa e getta ci sarà sempre un negozietto dove un riparatore sarà in grado di sistemarvi il computer.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/07/usa-e-getta-larma-letale-del-consumismo/523309/
Sarà stato anche un idiota e ne "Il museo dell'innocenza" dice che da giovane era uno sfigatello, però per me è proprio un gran figo @-@!
Odifreddi intervista Pamuk:
"L’abbiamo incontrato a Istanbul, nel suo studio con vista sul Bosforo e sul Topkapi, per parlare con lui della sua città e del suo lavoro.
Vorrei iniziare col chiederle…
“Prima che inizi, mi lasci dire una cosa. Io provengo da una famiglia di ingegneri. Mio padre e mio zio si divertivano a farmi giocare con la matematica, proponendomi spesso problemi e puzzle. E io avevo sempre l’ansia di dovermi confrontare con domande trabocchetto, e di non essere abbastanza veloce e intelligente per rispondere. A scuola il buon sangue di famiglia non mentiva, e andavo bene in matematica. Ma affrontarne i professori mi rendeva sempre nervoso: dunque, mi scuserà se sono nervoso anche ora”.
Stia tranquillo, non le farò domande trabocchetto. E comincerei da suo padre, perché mi ha stupito leggere in Istanbul che a Parigi incontrasse Sartre.
“Ah, non è che lo incontrasse: lo vedeva solo per la strada! Mio padre aveva seguito le tradizioni di famiglia, di suo padre e suo nonno: andare al Politecnico, e diventare ingegnere civile. Mio nonno aveva lavorato molto sodo, costruendo ferrovie, e aveva fatto un sacco di soldi. E mio padre e mio zio avevano lavorato altrettanto sodo, ma per sperperare quello che il nonno aveva guadagnato! Così io e mio fratello ci siamo ritrovati a dover ripartire da capo”.
Neppure suo fratello, però, è diventato ingegnere.
“Tutti e due siamo stati educati con una tipica concezione da terzo mondo: che uno deve studiare ingegneria, per poi servire il proprio Paese facendo lavori utili. Così mio fratello ha iniziato con ingegneria chimica a Yale, e poi è passato a economia. Ora sta alla London School of Economics, anche se è appena andato in pensione e tornerà in Turchia”.
Se non la offende, visto che abbiamo accennato a Sartre, le chiederei se lei non si è mai sentito, nei confronti di suo fratello, come “L’idiota della famiglia”.
“Oh, certo! E anche peggio. Io sono un tipico esempio di secondogenito, nel senso che la famiglia turca è di tipo patriarcale, e si concentra sull’educazione del primogenito: è lui a essere investito di responsabilità, a sentirsi sempre dire cosa bisogna fare, come bisogna trattare i fratelli più giovani, eccetera. Un tipico esempio di cosa succedeva è che quando andavamo da qualche parte lui si preoccupava di guardare i nomi delle strade e di trovare l’indirizzo, mentre io potevo sognare e guardare in aria o nelle vetrine. Ci sono vantaggi e svantaggi, nell’essere secondogeniti: in particolare, si hanno una crescita e una maturità ritardate”.
Si diventa dei Peter Pan.
“I miei amici mi continuano a dire che sono un po’ infantile anche ora. Questo stimola l’immaginazione, ma non aiuta a diventare degli esseri sociali, e nemmeno a sapersela cavare nella vita quotidiana. Certe cose si imparano a sei anni, e ora che ne ho sessanta devo accettare che questo è il mio carattere. È mio fratello quello che sa navigare in società, mentre io sono rimasto asociale, disimpegnato, privo di autocontrollo…”.
Un artista, insomma.
“Sì! Ma essere artisti può essere una scusa: sono diventato così perché sono un artista, o sono diventato un artista perché sono così? Credo più la seconda: ho accettato di essere un solitario e un sognatore, e anche la mia famiglia ha dovuto accettarlo. Per questo avevano adattato a me il destino di famiglia, che era di andare al Politecnico, accontentandosi che diventassi un architetto, invece che un ingegnere. Ma dopo tre anni di università l’ho abbandonata, e ho incominciato a scrivere”.
È nel momento di quella decisione che lei fa finire Istanbul. Ma c’è un passaggio di quel libro, tutto così dedicato alla tristezza, in cui lei associa questo sentimento alla “folla di maschi positivisti, amanti della matematica e dei cruciverba” presente nella sua famiglia.
“Per me la matematica era divertente quando riuscivo a risolvere i problemi, ma frustrante quando non ci riuscivo. Scrivere invece non richiede la soluzione necessaria e corretta di un problema, e permette l’espressione di un qualcosa che non è richiesto dalla pagina vuota. Lo scrittore si esprime liberamente, e spera che ciò che fa sia la risposta a qualche domanda che il lettore pone a se stesso, e non a lui!”.
A proposito della tristezza di Istanbul, non pensa che la si possa ritrovare allo stesso modo in altre città che hanno perduto il senso del loro passato? Penso al Cairo, a Bagdad, a Damasco. O anche a Roma, in un certo senso.
“Io associo l’hüzün di Istanbul, che significa appunto “tristezza” o “melanconia”, con il fatto di aver vissuto la mia infanzia, negli anni ’50, attorniato dai grandi monumenti ottomani che cadevano a pezzi e decadevano. Era un po’ come in India oggi, dove a disfarsi non sono gli edifici di un passato remoto, ma quelli della contemporaneità. Ed è vero che anche al Cairo succede lo stesso”.
Mi sembra che negli scrittori lei prediliga l’autocritica e l’autoanalisi.
“Ci sono due aspetti, nell’essere scrittore. C’è la mente analitica, matematica, che si sforza di seguire il corso dei pensieri per raggiungere un obiettivo, e può addirittura cercare di effettuare delle costruzioni mentali: l’architetto morto e sepolto dentro di me, mi condiziona in quella direzione. Ma c’è anche la mente poetica, sensitiva, che sospende la razionalità per sintonizzarsi su una musica interna, o sfruttare un improvviso e inaspettato momento di ispirazione. Per poter essere scrittori bisogna riuscire a coniugare la mentalità analitica con la sensibilità poetica, in un continuo ed equilibrato compromesso tra la pianificazione razionale e il surrealismo irrazionale. È per questo che mi piace scrivere romanzi!”.
De Amicis sembrerebbe essere un suo eroe. Mi sarei aspettato un capitolo su di lui in Istanbul, come per Nerval o Flaubert, e invece lei lo cita solo di sfuggita.
“Lui sì che era un bravo scrittore, con un occhio non comune. Il suo libro Costantinopoli è il migliore dell’Ottocento, e la città che descrive è una sua invenzione. Ha influenzato generazioni successive di scrittori, come quelli che lei ha ricordato. Ma questi erano più famosi di lui, e vivevano al centro della scena letteraria, mentre De Amicis era uno scrittore marginale di libri per ragazzi. La sua influenza è stata indiretta, e per questo ne ho parlato poco”.
Vorrei passare a parlare del suo museo, ma in un certo senso lei ne parla già in Istanbul, nel capitolo su Koçu: le sue enciclopedie sulla città sono come dei musei pure loro, no?
“Resat Ekrem Koçu era nato come storico, ma perse il posto all’università per motivi politici: era un professore di studi ottomani, e questo era in conflitto con la visione di modernità che la giovane repubblica turca cercava di promuovere. E poiché lui voleva continuare a raccontare storie ottomane, e aveva bisogno di guadagnare, si inventò un modo popolare di farlo, attraverso un’enciclopedia che raccogliesse fatti esotici, strani e curiosi, che lui attingeva negli archivi che ben conosceva”.
Quanto a lei, quando parla del collezionismo di Koçu, sembra quasi che stia parlando di sé. Stava già raccogliendo gli oggetti per il suo museo?
“All’epoca stavo collezionando fatti e libri, non ancora oggetti. Ma vorrei dire che io non sono un collezionista, nel senso tecnico della parola: di qualcuno, cioè, interessato a mettere insieme oggetti non tanto per il loro valore o la loro utilità, quanto per il gusto di averli, e a possederne una serie completa. Ad esempio, per un collezionista è più importante avere tutti i volumi dell’enciclopedia di Koçu, che leggerli. Ed è importante anche preservare quei volumi come cimeli, mentre io li leggo e li bistratto”.
Ma spesso il collezionismo sconfina nel totemismo.
“Certo. Tutti noi abbiamo la tendenza a rimanere attaccati a certi oggetti, per motivi sentimentali legati alla vita, all’amore e alla morte. Ma è solo quando si pensa a un museo, personale o pubblico, che si parla di collezionismo, con la relativa soddisfazione indotta dal possesso degli oggetti. Dunque, raccogliere oggetti non significa necessariamente essere dei collezionisti. E spesso essi non sono collegati da nessuna storia, ?no a quando qualcuno non se l’inventa. E un modo per inventarla, o suggerirla, può appunto essere l’esibirli in un certo modo. Ogni museo narra una storia, e Il museo dell’innocenza ne fa addirittura un romanzo”.
Lei ha scritto che agli inizi pensava di far coincidere il romanzo con il catalogo del museo. Questo non ricorda un po’ Fuoco pallido di Nabokov?
“Certo. Agli inizi avevo proprio quel romanzo in mente! Volevo scrivere il mio nelle annotazioni del catalogo, in mondo che la storia emergesse dalle note sugli oggetti. Ma dopo un po’ ho pensato che in fondo mi chiamo Pamuk, e non Nabokov, e l’ho fatto a modo mio”.
Il museo, comunque, è venuto molto dopo il romanzo.
“A dire il vero, avrei voluto che venissero insieme: speravo di poter inaugurare il museo il giorno della pubblicazione del libro, anche se le pressioni politiche di quegli anni resero la cosa impossibile. L’idea del catalogo invece è successiva, e mi venne in mente quando mi accorsi della visualità degli oggetti esposti”.
Quando ha cominciato a raccogliere gli oggetti?
“Durante la scrittura del romanzo. A volte, vedendo un rigattiere o un mercatino, compravo oggetti che mi attiravano e che pensavo potessero essere inghiottiti dalla mia storia. Alcuni ci entravano naturalmente, altri li forzavo a entrarci, e altri ancora rimasero fuori. Ma succedeva anche il contrario, perché avevo oggetti in mente che non trovavo: molti di quelli del museo sono stati fatti apposta, e costituiscono una sorta di “oggetti reali immaginari”".
Non le dà fastidio, però, che alcuni suoi lettori vadano in pellegrinaggio al museo, come i lettori di Dan Brown seguono le tracce di Robert Langdon?
“O come quelli di Tolstoj che vanno a San Pietroburgo sui luoghi di Anna Karenina? Non solo non mi dà fastidio, ma ho costruito il museo proprio perché ci andassero! C’è un aspetto ludico, nel creare confusione dicendo apertamente che la storia è immaginaria, e nel mostrare al contempo oggetti reali che le appartengono”.
Capisco perfettamente il divertimento dello scrittore, ma mi preoccupavo dell’atteggiamento del lettore.
“Le statistiche sui visitatori ci dicono che da 2/3 a 3/4 dei visitatori non hanno letto il libro, e magari non lo leggeranno mai. E io ho scoperto, parlando con alcuni di coloro che l’hanno letto, che spesso i lettori non ricordano i dettagli di un libro, e degli oggetti che vi si trovano: ricordano piuttosto una sensazione o un’emozione che esso ha suscitato. In altre parole, non si ricorda il libro stesso, ma l’esperienza della sua lettura. E un oggetto si ricorda solo se è legato a un sentimento che ha suscitato. Per questo molti visitatori si stupiscono di vedere la profusione di oggetti che stanno nel romanzo, e che non ricordavano”.
Visto che lei dice di amare Borges: non bastava recensire il romanzo e il museo, senza dover veramente scrivere l’uno e costruire l’altro?
“Borges diceva sempre che, al posto di Henry James, lui avrebbe scritto un raccontino, invece di un romanzone. Ma così dicendo fingeva di non capire cosa fosse l’arte del raccontare una storia. Il fatto è che i romanzi non sono solo costruzioni metafisiche, o strutture immaginarie che tentano di trascendere la realtà. Sono anche modi di generare e trasmettere il piacere di esprimere sentimenti, descrivere ambienti, trovare le parole giuste al momento giusto. Ma naturalmente Borges era troppo furbo per non sapere tutto questo, e giocava pure lui col lettore, alla sua maniera”.
Quanto a lei, cosa sta facendo ora?
“Dopo aver finito il museo sono tornato alla mia vita di scrittore, e sono nel mezzo di un nuovo romanzo. Ho sessant’anni, la vita si sta accorciando, ma il premio Nobel non mi fatto perdere le ambizioni: dunque, lavoro sodo, perché mi rimane poco da vivere, ma ancora così tanto da scrivere”.
di PIERGIORGIO ODIFREDDI da repubblica.it
Ci avrei scommesso che "una eredità di avorio e d'ambra" fosse proprio nelle tue corde! :)
evviva!