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Imperial Bedrooms
***This comment contains spoilers! ***
[Attenzione SPOILER. Se siete di quelli che leggono un romanzo per la trama e che nonostante questo ancora leggete i romanzi di Bret Easton Ellis cercandone disperatamente una, e se, come la maggior parte dei lettori italiani non avete ancora letto l’ultima, molto attesa, fatica di Ellis, fermatevi ... (continue)
[Attenzione SPOILER. Se siete di quelli che leggono un romanzo per la trama e che nonostante questo ancora leggete i romanzi di Bret Easton Ellis cercandone disperatamente una, e se, come la maggior parte dei lettori italiani non avete ancora letto l’ultima, molto attesa, fatica di Ellis, fermatevi qui e tornate a leggere quando avrete rimesso sullo scaffale la vostra copia di Imperial Bedrooms a lettura conclusa. Non voglio rischiare di rovinarvi alcuna eventuale sorpresa]
“Ma come fa Ellis a tenere in piedi una storia così debole?”.
Una volta finito di leggere Imperial Bedrooms la domanda emerge quasi spontaneamente dal tentativo di dare una qualche sostanza alle pagine appena lette, non riuscendoci.
E, in fondo, il vero talento ellisiano sta tutto nella risposta a questa domanda.
Nei suoi romanzi più articolati e maturi e più potentemente “disturbanti” (American Psycho e Lunar Park, ma io trovo spazio anche per Glamorama tra questi), paradossalmente, l’eccezionalità di questo specifico talento di Ellis, emerge meno per lasciare spazio, accanto alla peculiarità dello stile, anche all’espressione di tematiche più profonde e complesse.
È nei romanzi giovanili (Less than zero, di cui Imperial Bedroom è il dichiarato sequel, e The rules of attraction) ed in quest’ultimo, che invece lo stile di Ellis e la sua innegabile capacità di dare al contempo senso, peso e bellezza all’impalpabilità di vicende umane sostanzialmente irrilevanti trova massima espressione.
Già, perché cosa accade veramente ai personaggi di Less than zero che sia degno di essere ricordato e raccontato? Quali avvenimenti colpiscono la mente e la memoria in The rules of attraction? Quale intricata vicenda tiene il lettore attaccato a Imperial Bedrooms fino all’ultima pagina?
Niente di niente.
Ci interessa davvero l’andamento pigro e distorto dei giorni di festa di un gruppo di adolescenti sufficientemente ricchi, belli, viziati quanto già sbandati e disperati? Ci interessano veramente le avventure chimiche, sessuali e, talvolta, artistiche degli allievi di una delle più prestigiose università americane? Ci interessano in qualche modo le crisi da quarantenni di quegli stessi adolescenti, venticinque anni dopo, le loro falsità, la loro violenza, la loro, ancora una volta, disperazione?
No, no che non ci interessano in sé. No che il filo di trama che Ellis prova, quasi come fosse un pretesto per chiamare quello che scrive “romanzo”, non è il motivo per il quale arriviamo senza alcuna fatica e anzi, con grande piacere, fino alla fine di ciascuno di questi romanzi,
E allora cos’è?
Onestamente è difficilissimo trovare risposta a queste domande. Eppure nessuno di questi tre romanzi lascia indifferente il lettore. Eppure di nessuno dei tre romanzi ci si sentirebbe di dire che sia non riuscito o insensato.
Imperial Bedrooms è dichiaratamente e programmaticamente il seguito di Less Than Zero. Tutto suona come un’immensa operazione commerciale (basti vedere il sito). Il ritorno, esattamente 25 anni dopo, dei protagonisti del primo “sconvolgente” romanzo di Bret Easton Ellis si ritrovano a Los Angeles ancora una volta per le vacanze di Natale.
Il rischio di cadere nella parodia di sè stessi altissimo (e forse cercato).
Aspettative e suspense.
E il libro mantiene le promesse. Gli ingredienti ci sono tutti. La storia mai veramente chiusa tra Clay (protagonista e voce narrante) e la bella e fragile Blair, i cambiamenti quasi solo esteriori di tutti i personaggi (ammesso che ci si ricordi nitidamente di qualcuno di loro in Less than zero), le autocitazioni, il mondo del cinema, le attricette (giovani, troppo giovani…) o aspiranti tali, grandi feste in grandi ville o alberghi di lusso, lucide automobili dai finestrini oscurati, misteri, complotti, alcol, droga, sesso, violenza.
E poi c’è L.A. La città patinata e dark per eccellenza. Quella che nell’immaginario di tutti (ma soprattutto di noi europei che l’abbiamo conosciuta attraverso la musica, il cinema, la TV, i romanzi di Ellroy) è la città di tutte le possibilità, del sogno americano ma anche della malavita, della mafia, dei trafficanti di droga, delle spiagge, dei surfisti, delle palme, dei divi e del deserto, delle morti misteriose, della violenza fredda e sanguinaria.
Ma tutto è qui come in un tono minore. Come accennato. Ancora più effimero e superficiale di quanto non sia già in sè. Nessuno ha caratteristiche veramente definite, nessuno è interessante o interessato veramente agli altri, i dialoghi suonano sterili e falsamente appassionati come nelle soap opera. Come se tutto fosse stato passato in lavatrice a 90°C e ne sia uscito pulito, disinfettato ma sbiadito.
In ogni romanzo di Ellis c’è qualcosa di portato all’estremo. Può essere la violenza, il contrasto tra realtà e immaginazione, la fuga ossessiva dalla realtà, la ricerca altrettanto ossessiva di emozioni, il sopravvento del soprannaturale e del “lato oscuro” (per dirla con un’espressione abusata).
In Imperial Bedroom sembra essere l’assenza di straordinarietà, la patinata banalità di tutto, ad essere portata all’estremo.
Eccolo lì, il talento di Ellis, ci racconta una vicenda sbiadita, fatta di personaggi senza un vero posto nella Letteratura, senza alcuna eccezionalità (lontani anni luce dal Pat Bateman di American Psycho), li cala in una vicenda da film thriller-sexy-sentimentale sufficientemente torbida ma non troppo, fatta di emozioni diluite (la violenza, la morte, l’orrore passano da YouTube, si conoscono le informazioni rilevanti sulle persone (?) attraverso le loro schede su IMDB e su MySpace, la paura è filtrata dallo schermo dell’iPhone, dalla cornetta del telefono e gli sguardi sono nascosti da vetri oscurati o da occhiali da sole), li fa agire con la schematicità di personaggi da telefilm, e allo stesso tempo di eroi tragici, in modo completamente incoerente ed eccessivo rispetto ai sentimenti che effettivamente provano (o non provano), e riesce a tenerla in piedi, a fare in modo che tutto funzioni, fino alla fine, fino all’ultima frase, la sola forse veramente importante di tutto il libro.
“I never liked anyone and I’m afraid of people”.