Moody sa scrivere eppure questi racconti non coinvolgono a pieno. Il migliore trovo sia il secondo, che però ha un finale frettoloso e un po' troppo prevedibile. Il primo m'è piaciuto poco. Nel terzo i debiti con Dick sono troppo forti perché il racconto acquisisca una sua autonomia e a volte m'è se
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Moody sa scrivere eppure questi racconti non coinvolgono a pieno. Il migliore trovo sia il secondo, che però ha un finale frettoloso e un po' troppo prevedibile. Il primo m'è piaciuto poco. Nel terzo i debiti con Dick sono troppo forti perché il racconto acquisisca una sua autonomia e a volte m'è sembrato un po' difficile da seguire.
Libro anche interessante, ma un po' paraculo: praticamente i due terzi sono costituiti da estratti di saggi di altri autori già pubblicati (anche se alcuni mai editati in Italia).
L'unico limite di questo saggio è un'autozappata sui piedi che l'autore si dà, rigettando a priori la teoria della lettura dualistico-onirica del film, per poi giungere nella sua trattazione a un diversa lettura, ma comunque binaria, che vede nella prima parte l'interprete e nella seconda la spettat
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L'unico limite di questo saggio è un'autozappata sui piedi che l'autore si dà, rigettando a priori la teoria della lettura dualistico-onirica del film, per poi giungere nella sua trattazione a un diversa lettura, ma comunque binaria, che vede nella prima parte l'interprete e nella seconda la spettatrice delusa. Lettura peraltro interessantissima, ma che sostanzialmente non rinnega in fondo quella bistrattata, innovandola con delle interpretazioni di Mulholland dr. come rappresentazione di un telefilm abortito e presentato nalla sua prima e ultima puntata con un buio nero nel centro. Se si esclude un accartocciamento un po' troppo capzioso e inutilmente ostico nel linguaggio nella parte centrale, un libro interessante e innovativo. Unico limite, ripeto, è quella spocchia "rigettatrice", che odora troppo di messa in mora di una teoria per dar lustro alla propria (che poi con essa ha parecchi punti di contatto, in fondo).
JFK è solo il bersaglio. La trama ruota intorno ai molteplici autori del complotto (agenti della CIA fuorusciti, mafia, ex agenti, investigatori, imprenditori...). DeLillo si rifà a un nugolo di teorie famose sulle ipotesi dei colpevoli. Ma il colpo da maestro sta in due aspetti: 1) l'idea che la ri
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JFK è solo il bersaglio. La trama ruota intorno ai molteplici autori del complotto (agenti della CIA fuorusciti, mafia, ex agenti, investigatori, imprenditori...). DeLillo si rifà a un nugolo di teorie famose sulle ipotesi dei colpevoli. Ma il colpo da maestro sta in due aspetti: 1) l'idea che la risultante del complotto sia molto grigiamente un sovrapporsi di elementi del caso che sparigliano i "piani" dei "governi ombra"; 2) fare di Oswald il vero protagonista, e non solo, qui il colpo di genio, non soltanto il capro espiatorio, ma proprio "l'eroe" puro e idealista, manovrato e ingannato dalla schiera dei machiavellici agenti & complottatori. Il tutto raccontato da una prosa secca, tagliente, che però non si trasforma mai in quel telegrafismo insopportabile che mi ha fatto lasciare a metà Sei pezzi da mille di Ellroy. La scrittura è tesa, lucida, e a volte cede la parola, in un monologo quasi-Molly Bloom, alla madre di Oswald, madre addolorata alla disperata difesa - anche postmortem - della reputazione del figlio.
Né di Eva né di Adamo
commento qui
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Tre vite
Moody sa scrivere eppure questi racconti non coinvolgono a pieno. Il migliore trovo sia il secondo, che però ha un finale frettoloso e un po' troppo prevedibile. Il primo m'è piaciuto poco.continue)
Nel terzo i debiti con Dick sono troppo forti perché il racconto acquisisca una sua autonomia e a volte m'è se ... (
Moody sa scrivere eppure questi racconti non coinvolgono a pieno. Il migliore trovo sia il secondo, che però ha un finale frettoloso e un po' troppo prevedibile. Il primo m'è piaciuto poco.
Nel terzo i debiti con Dick sono troppo forti perché il racconto acquisisca una sua autonomia e a volte m'è sembrato un po' difficile da seguire.
Le nuove forme della serialità televisiva
Libro anche interessante, ma un po' paraculo: praticamente i due terzi sono costituiti da estratti di saggi di altri autori già pubblicati (anche se alcuni mai editati in Italia).
David Lynch
L'unico limite di questo saggio è un'autozappata sui piedi che l'autore si dà, rigettando a priori la teoria della lettura dualistico-onirica del film, per poi giungere nella sua trattazione a un diversa lettura, ma comunque binaria, che vede nella prima parte l'interprete e nella seconda la spettat ... (continue)
L'unico limite di questo saggio è un'autozappata sui piedi che l'autore si dà, rigettando a priori la teoria della lettura dualistico-onirica del film, per poi giungere nella sua trattazione a un diversa lettura, ma comunque binaria, che vede nella prima parte l'interprete e nella seconda la spettatrice delusa. Lettura peraltro interessantissima, ma che sostanzialmente non rinnega in fondo quella bistrattata, innovandola con delle interpretazioni di Mulholland dr. come rappresentazione di un telefilm abortito e presentato nalla sua prima e ultima puntata con un buio nero nel centro.
Se si esclude un accartocciamento un po' troppo capzioso e inutilmente ostico nel linguaggio nella parte centrale, un libro interessante e innovativo. Unico limite, ripeto, è quella spocchia "rigettatrice", che odora troppo di messa in mora di una teoria per dar lustro alla propria (che poi con essa ha parecchi punti di contatto, in fondo).
Libra
JFK è solo il bersaglio. La trama ruota intorno ai molteplici autori del complotto (agenti della CIA fuorusciti, mafia, ex agenti, investigatori, imprenditori...). DeLillo si rifà a un nugolo di teorie famose sulle ipotesi dei colpevoli. Ma il colpo da maestro sta in due aspetti: 1) l'idea che la ri ... (continue)
JFK è solo il bersaglio. La trama ruota intorno ai molteplici autori del complotto (agenti della CIA fuorusciti, mafia, ex agenti, investigatori, imprenditori...). DeLillo si rifà a un nugolo di teorie famose sulle ipotesi dei colpevoli. Ma il colpo da maestro sta in due aspetti: 1) l'idea che la risultante del complotto sia molto grigiamente un sovrapporsi di elementi del caso che sparigliano i "piani" dei "governi ombra"; 2) fare di Oswald il vero protagonista, e non solo, qui il colpo di genio, non soltanto il capro espiatorio, ma proprio "l'eroe" puro e idealista, manovrato e ingannato dalla schiera dei machiavellici agenti & complottatori.
Il tutto raccontato da una prosa secca, tagliente, che però non si trasforma mai in quel telegrafismo insopportabile che mi ha fatto lasciare a metà Sei pezzi da mille di Ellroy. La scrittura è tesa, lucida, e a volte cede la parola, in un monologo quasi-Molly Bloom, alla madre di Oswald, madre addolorata alla disperata difesa - anche postmortem - della reputazione del figlio.