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".....Egli sapeva, infatti, quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore nè scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere e che forse sarebbe venuto il giorno in cui la peste avrebbe svegliato i suoi topi per madarli a morire in una città felice".
Così sostiene uno dei personaggi principali di questo romanzo di Albert Camus. Il dott. Rieux per l'appunto, colui che aveva tentato di reagire a quello che era stato uno stravolgimento sociale e morale di una felice e tranquilla città dell' Algeria, Orano, negli anni '40, con l'avvento di un morbo virulento: la peste.
Proprio quel dottore che, nella sua duplice veste di essere umano e di medico, avverte come necessità primaria quella di strappare alla morte i suoi concittadini, negando che la morte stessa possa essere concepita quale espiazione di colpe ataviche.
Ritrovando la coscienza dell' "in sè" nello svolgimento della sua professione, nonostante ci fosse qualcuno che cercava di impedirgli questa sua ritrovata coscienza esistenziale. Infatti, gli viene detto:

“Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama”.

Rieux aveva ascoltato il giornalista con attenzione. Senza cessare di guardarlo, gli disse piano: “L’uomo non è un’idea, Rambert”.

(Albert Camus, “La peste”, capitolo II)
Il dottor Rieux racconta dettagliatamente, quasi fino allo sfinimento, la cronaca dei fatti a partire dall'inizio del morbo fino al giorno della festa per la sua sconfitta.
L'epidemia era stata preannunciata da una grande moria di topi ed aveva costretto la città di Orano ad un'isolamento sanitario dal resto del mondo.
Uno squarcio fatto nella tela di un tempo imprecisato in cui ogni convenzione ed ogni abitudine viene messa a dura prova da qualcosa di imprevedibile, come la peste.
Un tessuto connettivo umanitario vario e mutevole, che di fronte al pericolo inaspettato, reagisce chiudendosi nell'isolamento o a scoprire, piuttosto, la propria coscienza di gruppo e a ritrovarsi d'improvviso legati l'uno al destino dell'altro: un susseguirsi scomposto di virtù e orrori perpetrati in favore o a danno dell'umanità, intesa da Camus nel suo complesso.
E così reazioni opposte incrociarsi in un labirinto dedaliano: c'è chi cerca di convincersi che non è cambiato nulla, annichilendosi con false ideologie a supportare la necessità e l'inevitabilità di quello che sta accadendo; chi invece, immobilizzato dalla paura, si richiude in una sorta di egoistica ritirata; chi compie atti di sciacallaggio veri e propri, unendo l'utile al deplorevole; chi invece con coraggio e tenacia cerca di lottare contro il Male.

La storia ci insegna che ciclicamente avvenimenti di questo tipo avvengono ormai con cadenza quasi normale.
Sono anticipati da forti cambiamenti nel tessuto sociale.
Problematiche di singoli, diventano improvvisamente di gruppo; si comincia a volersi distaccare dal diverso rispetto a sè stessi.
Inizia a serpeggiare fra le coscienze un senso di insoddisfazione e la ricerca di un qualcosa di superiore con il quale giustificare i propri comportamenti aberranti.
Si arriva fino a vedere galleggiare una sorta di cinismo latente, anticipatore di quel morbo che indiscriminatamente aggredisce un umanità indifesa.
Ma ci si abitua presto a questa nuova situazione, tanto che si arriva fino a concepirla quasi una ovvia conseguenza....
Ma anche quando la peste sarà sconfitta la vita quoisiana e il tempo cancelleranno quell'intricato groviglio di emozioni che aveva tirato fuori un qualcosa che aveva comunque debilitato in maniera pesante una società ipoteticamente felice.
Esempi di questi "morbi sociali" ce ne sono stati tanti nel passato: in questo senso la storia insegna.
Si può così far riferimento al periodo buio del nazismo che può essere concepito come un'incrostazione delle coscienze.
Ma anche più recentemente si può far riferimento allo spettro della guerra religiosa, che ha trovato nell'attentato alle "Torri Gemelle" il suggello di una nuova ideologia, che sotto mentite spoglie, cerca di raccogliere proseliti un pò ovunque.
Entrambi questi due esempi sono l'icarnazione della Peste, simbolicamente intesa. Il Male che si veste coi paramenti sacri; che sotto mentite spoglie corrode le coscienze.

Deriva da tutto questo una visione pessimista dell'umanità tutta.
Tuttavia Camus lascia socchiusa una porta: "...Quello che si impara in mezzo ai flagelli è che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare".
Quindi pur ammettendo che l'uomo altro non è che una pedina sotto scacco da parte del destino, ognuno dentro di noi ha la capacità e la forza di reagire, di porsi contro le ingiustizie e lottare con la stessa passione e con la stessa tenacia dei pochi dott. Rieux.
Isabella Ricci

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