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Era una tipica casa antillana dipinta tutta di giallo fino al tetto di zinco, con finestre di tela ordinaria e vasi di garofani e felci attaccati sulla porta, e costruita su piloni di legno sulla maremma della Mala Crianza. Un Turpial cantava nella gabbia attaccata alla grondaia. Sul marciapiede di fronte c’era una scuola elementare, e i bambini che uscivano a frotte obbligarono il cocchiere a tenere le redini ben salde per impedire che il cavallo si spaventasse. |
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Allora Fermina Daza torno’ a rivedere il suo grande villaggio nel marasma delle due del pomeriggio. Rivide le strade che piuttosto sembravano grandi arenili con pozzanghere di muschio, e rivide le case dei portoghesi con i loro scudi araldici intagliati nel portico e gelosie di bronzo alle finestre, nei cui saloni ombrosi si ripetevano senza compassione gli stessi esercizi di pianoforte, titubanti e tristi, che sua madre appena sposata aveva insegnato alle bambine delle case ricche. Vide la piazza deserta senza un albero sulle pietre arroventate, la fila di carrozze con le cappotte funeree con i cavalli addormentati in piedi, il treno giallo di San Pedro Alejandrino, e all’angolo della chiesa maggiore vide la casa piu’ grande, la piu’ bella, con un corridoio di archi di pietra inverdita e un portone da monastero, e la finestra della camera da letto dove sarebbe nato Alvaro molti anni dopo, quando lei non avrebbe piu’ avuto memoria per ricordarlo. |
...e' una inquadratura fotografica!!... |
