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Le vie erano deserte. I negozianti abbassavano le saracinesche. Nel silenzio si udiva il loro rumore metallico, quel suono che nelle città minacciate, all'alba di una sommossa o di una guerra, colpisce con violenza l'orecchio.
Davanti a loro, lungo la strada, i Michaud videro dei camion pieni zeppi in attesa alla porta dei Ministeri. Srollarono la testa. Come al solito si presero sottobraccio per attraversare rue de l'Opera....Avevano sempre avuto una vita difficile fin dal giorno in cui erano scappati di cASA per sposarsi contro il volere dei genitori.Da allora era passato molto tempo, i capelli erano grigi, ma il viso di lei recava ancora tracce di bellezza..'uomo era piuttosto basso di statura, aveva un'aria stanca e trascurayta, ma ogni tanto, quando si voltava verso do lei e la guardava, le sorrideva e gli si accendeva negli occhi una piccola luce tenera e ironica -la stessa, pensava la donna, sì davvero, quasi la stessa di un tempo.

senza rumore, afari spenti, le macchine arrivavano una dietro l'altra, piene zeppe, sovraccariche di bagagli e di mobili, di carrozzine e di gabbiedi uccelli, di casse e di ceste portabiancheria, ciascuna col suo bravo materasso solidamente fissato sul tetto...Adesso bloccavano tutte le uscite e stavano pigiate le une contro le altre come pesci presi in una nassa e allo stesso modo pareva che tirando le reti le si potesse raccogliere insieme e ributtare verso un'orrida riva.
Non si udivano nè pianti nè grida, anche i bambini tacevano.tutto era calmo.

Maurice e Jeanne Michaud camminavano l'uno dietro l'altrosulla strada spaziosa costeggiata da un filare di pioppi, ed erano circondati, preceduti, seguiti da una moltitudine di fuggiaschi. Quando arrivavano su uno dei dossi,che intrerrompevano ad intervalli il percorso,vedevano all'orizzonte, fin dove poteva arrivare lo sguardo, una massa confusa di gente che trascinava i piedi nella polvere...Malgrado la stanchezza, alfame, la preoccupazione, maurice michaud non si sentiva troppo infelice. Aveva una struttura mentale particolare, non attribuiva molta importanza alla propria persona: non era, ai syuoi occhi, quella creatura ratra e insostituibile che ogmi uomo vede quando pensa a se stesso.

Jean-marie era stato ferito due giorni prima e si trovava sul treno bombardato...

Continuarono a discutere, non tanto perchè sperassero o desiderassero convincersi l'un l'altro, ma perchè parlando dimenticavano un po' le loro amarezze.
"A chi potremmo rivolgerci?" proruppe alla fine Jeanne.
"Non hai ancora capito che tutti se ne fregano di tutti?"
Lei lo guardò
"Sei ben strano Maurice. Li hai pur visti quei campioni di cinismo, di scetticismo, e però non sei addolorato, addolorato nell'intimo voglio dire. Mi sbaglio?"
"No"
"Allora cos'è che ti conforta?"
"La certezza della mia libertà interiore" disse lui dopo aver riflettuto "questo bene prezioso inalterabile, e che dipende solo da me perdere o conservare. La convinzione che le passioni spinte al parossismo come capita ora finiscono poi per placarsi. Che tutto ciò che ha un inizio avrà una fine. In poche parole, che le catastrofi passano e che bisogna cercare di non andarsene prima di loro, ecco tutto. Perciò prima di tutto vivere: Primum vivere. Giorno per giorno. Resiere, attendere, sperare".
Jeanne lo aveva ascoltato in silenzio. Poi all'improvviso si alzò, afferrò il cappello che aveva lasciato sulla mensola del caminetto. Maurice la guardò stupito.
"Il mio motto invece è "Aiutati che il ciel t'aiuta" disse lei...

Nella fattoria vina piangeva un bambinello nato poco ptrima di Natale e il cui padre era prigioniero.La madre aveva altri tre figli. Era una contadina lunga e magra, pudica, silenziosa e riservata, che non si lamentava mai...
Quella notte soffiava un vento rabbioso, una tempesta che dai monti del Morvan investiva il paese. nella grande casa silenziosa, che scricchiolava tutta comr una nave alla deriva, la donna per la prima volta si lasciava andare, si abbandonava al pianto.Non lo aveva fatto quando il marito era stato richiamato nel 39, nè quando se ne andava dopo qualche breve licenza, nè quando aveva saputo che era stato fatto prigionirero, e neppure quando aveva partorito senza di lui.
Ma adesso era allo stremo: tutto quel lavoro..il piccolino così esuberante che la sfiniva...Era troppo...Non ne poteva più...Era stremata, malata...Non voleva neanche più vivere...a che scopo vivere? Non avrebbe più rivisto suo marito,sentivano troppo la mancanza l'uno dell'altro, lui sarebbe morto in Germania. Che freddo in quel grande letto...Era scossa dai singhiozzi. Che cosa si poteva dire per consolarsi? "Non sei la sola..." Sì, lo sapeva, ma le altre erano più fortunate...Il suo corpo magro era intirizzito. Aveva un bel rannicchiarsi sotto la coperta, sotto il piumino, ma era come se il freddo le penetrasse fin nelle ossa...he raffiche, che furia. La tempesta avrebbe fatto volare sicuramente via le tegole. Si mise a sedere sul letto, rimase in ascolto per un attimo e all'improvviso, sul volto afflitto e bagnato di lacrime, passò un'espressione più dolce, incredulaq. Il vento si era placato; nato chissà dove, se n'era andato chissà dove. Nella sua furia cieca aveva spezzato rami, squassato tetti; aveva disperso le ultime tracce di nbeve sulla collina, e adesso da un cielo scuro e burrascoso cadeva la prima pioggia di primavera, fredda ancora, ma impetuosa, fitta, e si apriva un varco sino alle radici nascoste degli alberi, sino al nero e profondo cuore della terra.

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