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Durante il ritorno a casa raccolgo altre lumache, sempre con le dita nella terra. Le porto a casa, di nuovo, e di nuovo le nutro, le conservo. Poi, dopo i compiti, prendo i pennarelli e le tiro fuori dalla scatola. Su ogni guscio scrivo una lettera dell'alfabeto, le lettere compongono le parole, le parole la frase. Elementare. Tragica. Tu chi sei? Soltanto questo. Una sola lettera al centro della coclea, all'apice. Più il punto interrogativo, a parte. E' una domanda, ma non la faccio io: è il mondo che tramite me interroga la creatura. Resto di nuovo a osservare le lumache alfabetiche impastarsi nella scatola facendo deflagrare la domanda. HTU? SINCEI. SITHUI? EC.? CUTIHISE.

Accidenti!, ripeto piano, mortificato perché so di essere un incapace dell'esclamazione. Un masochista. Produco espressioni infantili e anacronistiche. (...) E anche dire Cavolo!, aggrapparmici come il naufrago al relitto, è mortificante. Specialmente se il mio avversario dice Cazzo!, se sa dire Cazzo!, e siccome chiunque - tranne me - lo sa dire, sotto una tempesta di falli neri che esplodono nel cielo me ne resto abbarbicato, tra le onde, a un cavolfiore che una foglia dopo l'altra rapido si disfa.

La mattina andiamo al mare. Lo Spago il Cotone e io; la Pietra arriva dopo col giornale. Questo indistruttibile assetto familiare vetero-borghese mi avvilisce. La tradizione che ignara di se stessa consolida forme e procedure definendo le più intime drammaturgie del tinello, i posti a tavola, le posture, il ritmo del passo per strada quando il pomeriggio del sabato si compra. I parametri, i paramenti e i paraventi. La tenda del bagno a motivi floreali, i capelli di tutti e quattro avvolti in un bolo sul precipizio dello scarico.

Nel corso del tempo, lo Spago è riuscita a inoculare in me la paura di tutto, partendo da un'idea di educazione come immobilità e scomparsa. Giocare comn la sabbia senza muovere la sabbia; se hai mangiato, niente bagno prima di quattro ore; non disturbare, non respirare, ma non permetterti di morire. La vergogna di essere vivi. Limitarsi a immaginare il gioco, a supporre di nuotare. Madri che allevano figli fobici e immaginifici. La trasmissione matrilineare delle paure.

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