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Abitudine era diventato per lui il turno di guardia, che le prime volte pareva insopportabile peso (...)Abitudine erano diventati i colleghi (...)Abitudine la mensa buona e comoda (...)
Abitudine le gite fatte ognitanto con Morel al paese meno lontano (...) Abitudine le sfrenate corse a cavallo su e giù nella spianata dietro la Fortezza (...)
Abitudine erano per Drogo la camera, le placide letture notturne (...)
Tutte queste cose erano diventate sue e lasciarle gli avrebbe causato pena.

Il tempo intanto correva, il suo battere silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare nemmeno un attimo, neppure per un'occhiata indietro. "Ferma, ferma!" si vorrebbe gridare, ma si capisce ch'è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai.

A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro pro prendersene sopra di sé una minima parte; che se uno soffre gli altri per questo non sentono male, anche se l'amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.

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