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Aleksandr Is…
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- Ego (42)
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By Aleksandr Isaevic Solženicyn -
Finished on Dec 9, 2012 




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- Una giornata di Ivan Denisovic (2395)
- La casa di Matrjona, Alla stazione
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By Aleksandr Isaevic Solženicyn -
Finished on Jun 17, 2012 




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- Arcipelago Gulag (1215)
- 1918 - 1956 Saggi di inchiesta narrativa
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By Aleksandr Isaevic Solženicyn -
Finished on Aug 24, 2009 




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- Reparto C (298)
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By Aleksandr Isaevic Solženicyn -
Finished on Jun 29, 2008 




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Reparto C
Di questo libro mi colpiscono molte cose.continue)
Innanzitutto il realismo delle situazioni: le storie che di URSS che conosco per esperienza diretta combaciano alla perfezione con quelle che Solzhenitsyn tratteggia, tanto che la lettura mi è sembrata un continuo deja vu (e con questo non intendo dire ... (
Di questo libro mi colpiscono molte cose.
Innanzitutto il realismo delle situazioni: le storie che di URSS che conosco per esperienza diretta combaciano alla perfezione con quelle che Solzhenitsyn tratteggia, tanto che la lettura mi è sembrata un continuo deja vu (e con questo non intendo dire che il romanzo sia banale, tutt'altro). I dottori che non dicono nulla ai pazienti, la burocrazia inutile, la crudeltà delle leggi sovietiche, la freddezza corrotta dei personaggi del partito, le inefficienze degli apparati statali. Ed ancora, le condizioni di vita, i rapporti tra uomini e donne, i dialoghi (i russi parlano veramente così!), quel modo semplice e rude di affrontare le situazioni. Quell'incredibile capacità di arrangiarsi ed adattarsi. E le situazioni stesse si mescolano in modo armonico, senza forzature. Il libro racconta storie, e quella dell'Unione Sovietica degli anni cinquanta non è che l'ambientazione. Il libro non denuncia, descrive. E' evidente che Solzhenitsyn non scrive mosso dall'odio per il sistema; scrive per raccontare dell'uomo e della sua condizione. Concede al lettore di giudicare, prova anche a mettersi dalla prospettiva di chi è parte di quell'abominevole sistema, riuscendo a sviscerarne il pensiero, le preoccupazioni, perfino i lati umani.
Poi il realismo dei personaggi. Nessuno è buono e nessuno è cattivo; tutti sono persone. Kostoglotov il deportato è pieno zeppo di difetti; Rusanov il burocrate ha dei tratti sconcertanti di umanità; la figlia di Rusanov, giovane, simpatica, carina, intelligente, conquista subito il lettore, ma si fa portavoce di tutti gli ideali che Solzhenitsyn in tutta la sua vita ha combattuto. Dema, uno stupidotto, inconsapevolmente ha delle scintille di saggezza che gli derivano dalla sua bontà d'animo. Vera è bella e brava ed intelligente, ma ha lo stesso carattere insopportabilmente caparbio di tante ragazze russe che ho conosciuto io stesso. Solzhenitsyn non risparmia parole per giustificarli, per tirar fuori da loro ogni goccia di pensiero, racconta le loro storie e le loro paure come se fossero le sue. In un modo o nell'altro, lui stesso vuole bene a ciascuno di loro. Persino a Rusanov.
Poi la bellezza della prosa. Su questo non sono particolarmente bravo a giudicare, ho letto pochi romanzi nella mia vita. Ma Solzhenitsyn è veramente bravo a descrivere, a dare il giusto peso ai gesti dei personaggi, ai loro pensieri, alle loro pulsioni. Non è eccessivamente prolisso, non è troppo asciutto. Non sperimenta, si lascia leggere, non eccede nel lirismo, ma concede di tanto in tanto qualche assaggio poetico, a volte dolce e leggero, a volte struggente e malinconico, a volte filosoficamente introverso. Sempre con equilibrio.
Infine, la profondità del pensiero. In questo libro non si parla solo di cancro, e non solo di comunismo. Si parla di vita, di filosofia, di letteratura, di scienza, di etica, di storia, di Russia. Solzhenitsyn, attraverso le vicende umane dei personaggi, in particolare di Kostoglotov, delinea il suo pensiero, dispiegando quella forza narrativa dirompente che pervade tutta l'arte russa, dalla letteratura, all'arte pittorica, alla musica.