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A un cerbiatto somiglia il mio amore
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Gerusalemme. Il buio del reparto di isolamento di un ospedale, una guerra che incombe (la Guerra dei Sei Giorni, 1967), i lamenti di un'infermiera araba, tre adolescenti, Orah, Avram e Ilan, in preda a chissà cosa e divorati dalla febbre, che tessono quei fili che li legheranno tutta la vita (è, que ... (continue)
Gerusalemme. Il buio del reparto di isolamento di un ospedale, una guerra che incombe (la Guerra dei Sei Giorni, 1967), i lamenti di un'infermiera araba, tre adolescenti, Orah, Avram e Ilan, in preda a chissà cosa e divorati dalla febbre, che tessono quei fili che li legheranno tutta la vita (è, questa, un'immagine spesso usata da David Grossman nel romanzo).
Una serie di dialoghi fulminanti mostra subito come sia il personaggio di Avram a tessere questa ragnatela, come sia lui a plasmare attraverso le sue parole, prima, e le cicatrici visibili e invisibili, poi, l'amore e l'amicizia con Orah e Ilan.
Un salto temporale ci ripropone Orah, madre di due ragazzi e separata dal marito Ilan, che intraprende una viaggio che si snoda "fino alla fine di Israele", un viaggio che risponde ad una sua necessità ben precisa: proteggere suo figlio Ofer (il "cerbiatto" del titolo, richiamo al Cantico dei Cantici) che, alla vigilia del congedo, aveva deciso di partecipare ad un'ultima operazione militare.
Decide di partire per quel viaggio che dovevano fare insieme, zaino in spalla, così che non sarebbe stata in casa nel momento in cui sarebbero arrivati i funzionari dell'esercito incaricati del gravoso compito di comunicarle "la notizia": "E' necessario infatti essere in due, pensò Orah, ci deve essere chi dà la notizia e chi la riceve. E qui non ci sarà nessuno a riceverla, quindi la notizia non verrà comunicata", ergo la notizia non sarà tale e Ofer sarà al sicuro.
Orah si mette in cammino sul sentiero nazionale di Israele insieme ad Avram, il padre di Ofer, e i due iniziano un dialogo, all'inizio guardinghi, attenti a non ferirsi, poi trascinati dal fluire della vita che sentono riprende a scorrere nelle vene.
Orah svela ad un padre, volontariamente all'oscuro di tutto, chi sia suo figlio Ofer, "comincia da lontano": racconta dell'altro suo figlio, Adam, figlio di Ilan, della loro infanzia insieme, dei loro giochi, di come si prendevano cura l'uno dell'altro, di come Ilan sia stato un ottimo padre per entrambi, del periodo in cui un Ofer bambino decideva di diventare vegetariano o in cui non faceva altro che pensare a quanti fossero i paesi arabi che odiavano Israele, credendo che dormire con una chiave inglese sotto il cuscino sarebbe bastato a difenderlo.
Grossman, attraverso la voce di Orah, descrive la famiglia, come essa sia sconvolta dalla guerra e come, contemporaneamente, sia anche l'estremo baluardo, "una cellula clandestina in mezzo a questo pandemonio"; a chi, come Avram, una vera famiglia non l'ha mai avuta, lascia invece il compito di serbarne memoria per poterla ricostruire in un paese come Israele che, invece, la famiglia la "nazionalizza", costringendo chi vi abita ad un gioco continuo con la morte, come quello di Orah che la sfida viaggiando su e giù sulla linea del bus 18, tristemente famosa per essere stata spesso teatro di attentati.
Orah non vuole solo salvare Ofer, desidera guarire Avram, ridonargli quella vita di cui lui non assapora più nulla dopo essersi perso, scomposto, disfatto durante la prigionia nella guerra dello Yom Kippur, dopo le torture, i ricoveri in ospedale e gli interrogatori. Rimpiange di non poter avere più figli, Orah, ma riscopre, con Avram, una maternità nuova (Orah, "luce" in italiano), una maternità diversa, lei che per Avram è tutto.
E Grossman, allora, racconta tutta una vita, tutto della vita, tutto Israele: l'amore, l'amicizia, i sogni infranti e le speranze, la guerra, le paure e le sofferenze, l'intimità di una cucina e l'orrore di una postazione sotto il fuoco nemico, la natura rigogliosa che rivela monumenti funebri di giovani soldati o villaggi arabi devastati, e poi gli ospedali arabi clandestini e le tensioni dei check point.
Meravigliosa è la cesellatura del personaggio di Orah e sorprendente è il modo in cui Grossman riesce a far parlare i suoi sentimenti di donna ma, soprattutto, di madre, con quel legame con i suoi figli che ancora si fa sentire "nella pancia", con le parole, quelle giuste, quelle che solo una madre sa trovare.
Quelle parole che Grossman ha cercato con ancora maggior cura nelle settimane successive alla scomparsa di suo figlio Uri, avvenuta durante le ultime ore della seconda guerra del Libano, quando scriveva questo romanzo che, proprio come il viaggio di Orah, doveva proteggere suo figlio.
E' un romanzo che, una volta letto, ci lascia diversi da come eravamo quando lo abbiamo iniziato, anche, o soprattutto, per la tragedia che ha colpito il suo Autore. Riscopriamo il valore delle parole e del raccontare a qualcuno, ma anche dello scegliere la strada che più ci piace per andare a scuola o al lavoro o della forza necessaria a dar vita alla nostra personale protesta verso tutto ciò che non rispetta la dignità dell'uomo.
5 anni: sono esattamente quelli che separano la tragedia vissuta da David Grossman e il giorno in cui ho deciso di iniziare a leggere il suo romanzo, portato a casa in una domenica d'estate che non dimenticherò, anche io protagonista di una piccola lotta personale a difesa dei miei confini.
Solo ora mi accorgo di questa coincidenza e mi viene da pensare come il mio sia stato, in questo modo, un omaggio ai numerosi Ofer del mondo, una volontà di farli vivere e rivivere attraverso le parole di un padre, proprio come desidera Orah.
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