Niente trama, non aspettatevi una trama, avverte Stasiuk, e mantiene la promessa: ci offre una serie di pagine, quando più riuscite, quando più deboli o ripetitive, che parlano essenzialmente di luce e memoria.
Stasiuk potrebbe chiamare la luce “mia sorella, mia sposa”, la conosce frequenta e possi
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Niente trama, non aspettatevi una trama, avverte Stasiuk, e mantiene la promessa: ci offre una serie di pagine, quando più riuscite, quando più deboli o ripetitive, che parlano essenzialmente di luce e memoria.
Stasiuk potrebbe chiamare la luce “mia sorella, mia sposa”, la conosce frequenta e possiede meglio di un pittore e di un fotografo [per quanto riguarda la memoria, ci sono probabilmente fratelli e sposi più significativi]. E, insieme alla luce, naturalmente, anche l’oscurità, suo inesorabile coniuge. È come se ci insegnasse a guardare, più pittore che fotografo.
E per farlo, sceglie di condurci in un luogo di confine per eccellenza, dove le frontiere si intrecciano e modificano la luce e il buio: Dukla, ai piedi dei Carpazi, laddove la Polonia incontra l’Ucraina e la Slovacchia.
È un flusso di coscienza, pensieri, ma soprattutto descrizioni – e mi sono tornati in mente i poeti beat americani. È come non leggere, ma perdersi in fantasie di un sognatore a occhi aperti. Poi, ogni tanto il lettore-ascoltatore si risveglia, si chiede quanto tempo è passato dall’ultima pagina, e dalla sua ultima visita a Dukla, dove, naturalmente, non è mai stato prima, ma invece adesso, condotto dal narratore, che è così automatico assimilare allo stesso Stasiuk, conosce a memoria la chiesa di Santa Maria Maddalena e la statua di Amalia Mniszech, e le vie gli incroci le case le finestre le ragazze la birra le sigarette lo shampoo i bar la gente i tavolini la sabbia l’ombra le foglie… conosce Dukla come se la frequentasse da quando era giovane, proprio come ha fatto Stasiuk, che mischia ricordi di tenera età a osservazioni sul presente (no, il futuro no, mai il futuro: quello richiede immaginazione, e il narratore Stasiuk tende a non fidarsi dell’immaginazione). E il momento migliore in cui Stasiuk coniuga quotidiano a eterno, basso ad alto, ordinario a sublime, è nella descrizione della adolescente che balla in una discoteca all’aperto vista attraverso gli occhi di quel tredicenne che lo stesso Stasiuk fu. Momento di particolare erotismo: sarà per questo motivo che una donna darà alla ragazza della puttana? Stasiuk descrive, e non si ferma all’apparenza, alla superficie, va oltre, più oltre, dà l’impressione di voler entrare dentro le cose e la gente, di volerle indossare come se fossero un guanto, per possederle con la conoscenza, sensoriale prima che intellettiva.
I viaggiatori della fine del Settecento, tanto più se anche pittori, si portavano spesso dietro un piccolo specchio che prendeva il nome dal pittore francese Claude Lorrain, che nel Seicento ha dipinto tra gli altri anche “Paesaggio con danzatori” cui Stasiuk dedica pagine intense e ‘illuminate’, o era anche chiamato black mirror: si tratta di uno specchio con la superficie tinta di scuro leggermente convesso per distorcere in modo garbato l’immagine riflessa, ma soprattutto per ammorbidire colori contrasti e linee, in modo da ricordare vagamente le gradazioni di colore per le quali Lorrain è famoso. Il pittore, o viaggiatore, dava le spalle al paesaggio, e prendeva in mano lo specchietto, per osservarlo riflesso ma anche rifratto sulla superficie convessa. Stasiuk probabilmente non è tornato a Dukla e non ha attraversato il mondo dietro Dukla con un “Claude glass”, ma ha seguito lo stesso processo, le immagini più nebbiose, morbide di tinta e contrasto, sono quelle della memoria, man mano che si avvicina all’oggi, alla realtà del presente, il fuoco diventa più preciso e dettagliato.
E io continuo a far ritorno a Dukla, per poterla osservare in diversi colori e ore della giornata…finché si compie quella sorta di miracolo, nel quale la luce si spezza in maniera straordinaria e si intreccia con il tempo in un tessuto trasparente, che ricopre il mondo per una frazione di secondo e allora il respiro viene meno come prima di morire, ma non c’è nessuna paura.
Il tempo è il rovescio dello spazio e attraverso le sue tende le cose si vedono ancora più nitide, se non altro perché non le si potrà toccare mai più.
Ho sempre voluto scrivere un libro sulla luce. Non riesco a trovare un’altra cosa che ricordi più da vicino l’eternità. È buffo che, provando a sopraffare il tempo, torniamo di solito al passato, a quello che è stato modellato, alla forma pronta. L’immaginazione non riesce a inventare niente. Sospesa nel vuoto, ricade come una pietra o si occupa di se stessa, che alla fin fine è la stessa cosa.
Secondo incontro con Fabio Geda (il primo, fallimentare, è stato ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’) e lo ritrovo che ha ancora bisogno di nascondersi dietro la storia di qualcun altro, di appropriarsi di parole che non sono sue.
Secondo incontro con Fabio Geda (il primo, fallimentare, è stato ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’) e lo ritrovo che ha ancora bisogno di nascondersi dietro la storia di qualcun altro, di appropriarsi di parole che non sono sue.
Ma questa volta funziona: forse perché questa volta Geda non deve fingersi bambino afghano in fuga, ma può esprimersi come l’adulto italiano che è. O forse semplicemente perché i veri protagonisti, di cui si finge interprete, hanno saputo coinvolgerlo di più.
Con qualche intuizione preziosa: di fronte alla difficoltà di maneggiare la penna dei giovani reclusi, l’introduzione del primo pc, il Commodore 64, fu rivoluzione epocale fertile di risultati positivi. Oppure, il dover cogliere l’attimo, la didattica istantanea, perché può arrivare un rinnovo della pena o la scarcerazione, l’allievo carcerato oggi c’è e domani chissà, il tempo in quel luogo sembra non finire mai, ma procede con altre regole.
E quindi, la bellezza nonostante: l’assenza di libertà e la violenza, nonostante le sbarre e la coercizione, nonostante il grigio, nonostante i delitti la pena e le condanne. Nonostante il carcere. Nonostante l’assenza di estetica.
Si può vivere tutta la vita nell’attesa di un evento che la cambi?
È quello che succede al protagonista di questo racconto, John Marcher: o, meglio, quello che John Marcher lascia succedere.
In questo racconto si narra di un’attesa lunga una vita, e, nell’attesa, non succede assolutamente nulla,
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Si può vivere tutta la vita nell’attesa di un evento che la cambi?
È quello che succede al protagonista di questo racconto, John Marcher: o, meglio, quello che John Marcher lascia succedere.
In questo racconto si narra di un’attesa lunga una vita, e, nell’attesa, non succede assolutamente nulla, se non, appunto, l’attesa dell’evento (la bestia nella giungla). Quale sia questo evento non è chiaro, lo si può intuire. James ci gira parecchio intorno, senza volercelo spiegare chiaramente: John Marcher, e la sua amica e coprotagonista May Bartram ne parlano, se lo rimpallano, ne alludono, sembrano volercelo confessare, ma non succede, James e i suoi due personaggi restano vaghi.
Se non che, sul finire del racconto, May dice che è già accaduto, l’evento è passato e già finito, solo che Marcher non se n’è accorto (beffa su beffa: aspetti tutta la vita qualcosa che non conosci, passano gli anni e continui ad aspettare, nell’attesa diventi vecchio, e poi scopri che è già successo, ma tu non sai cos’è!). Neppure il lettore se ne è accorto, in un paio d’occasioni ha avuto un sospetto, ma non può esserne sicuro, non ha prove.
Sarà che questo Marcher è un tomo non troppo sveglio, men che meno sensibile: all’amica ammalata che si avvicina chiaramente alla morte (un morbo del sangue), continua a chiedere senza il minimo tatto se sappia qualcosa di quella cosa che li ha tenuti vicini per tutta la vita, se ora sappia quale sia la bestia. E qui, confesso, ho sorriso: alle spalle di John, forse anche di James, e ho compianto May che ha davvero buttato la sua vita dietro a un uomo mediocre.
Chiara la ‘lezione’ da trarre: una vita passata nell’attesa è una vita sprecata. Le cose e la gente passano intorno e accanto senza toccarci davvero o lasciare traccia su di noi. Avviene perché non si sa amare, non si sa capire il bene che si ha vicino. Siamo in presenza di un uomo, John Marcher, in cui ogni passione è spenta prima ancora d’essere accesa. Se John avesse saputo cogliere l’occasione sotto forma di un’amicizia preziosa che avrebbe potuto essere amore, se avesse saputo amare May come si intuisce lei lo abbia amato senza confessarlo (hanno sprecato la vita in due?), la vita di John sarebbe stata ben diversa, non sarebbe trascorsa aspettando che i tartari si presentino dal deserto.
Alla fine John capisce che la morte prematura di May, la sua amica e confidente preziosissima, gli lascia un’assenza incolmabile, gli cambia la vita. Ed è proprio questo l’evento che invece di aspettare avrebbe dovuto evitare. È proprio questo il senso della fine.
Si tratta di un racconto molto famoso, da qualcuno considerato il migliore fra tutti quelli scritti da James. Io continuo a preferire il James romanziere.
Così è giudicato Artl da Onetti, da Puig, da Aira, da Cortazar… affermazione forte, e ripetuta, mai messa in discussione, che ha messo in soggezione me, incapace di cogliere la grandezza di Artl, sia quella che lo colloca sopra tutti sia quella che lo rende semplicemente grande narratore. Incapace d
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Così è giudicato Artl da Onetti, da Puig, da Aira, da Cortazar… affermazione forte, e ripetuta, mai messa in discussione, che ha messo in soggezione me, incapace di cogliere la grandezza di Artl, sia quella che lo colloca sopra tutti sia quella che lo rende semplicemente grande narratore. Incapace di cogliere la sua rivoluzione linguistica (l’introduzione nei dialoghi del voseo, l’uso del vos al posto del tu, e i termini del lunfardo, il gergo della malavita di Buenos Aires, le colorite espressioni degli immigrati europei, italiani su tutti, gli strafalcioni grammaticali, che irritavano i critici dell’epoca). Artl usa il monologo interiore, alterna i punti di vista, cambia la messa a fuoco e la prospettiva per descrivere lo stesso episodio, costruisce il suo racconto mischiando elementi che arrivano da altre storie, alte o basse (Dostoevskij e Salgari): tutti elementi affascinanti, che avrebbero potuto farmelo amare. Ma non è successo. Ci sono pagine belle, e su tutte il pezzo tra Erdosain e la Zoppa, con strano gusto ottocentesco. Ma sono soverchiate da quelle dove Artl usa il parodosso, il grottesco, la teosofia, aspetti che mi hanno allontanato dall’anima del racconto. Il protagonista, Erdosain, ricorda Zeno Cosini, ma totalmente privo di ironia: e, mentre potrei rileggere ‘La coscienza di Zeno’ una quarta volta, non riprenderei mai in mano questo romanzo, né mi avvicinerò al suo seguito, ‘I lanciafiamme’. Perché, purtroppo succede anche questo: che dopo circa 300 pagine, in cui almeno un pochino si desidera sapere che ne sarà di Barsut e della società segreta, della cospirazione per la rivoluzione e del resto, si rimane a bocca asciutta, il romanzo si chiude all’improvviso rimandando ogni soluzione al seguito. Ma non lo leggerò, ho già dato.
È un termine che indica la riduzione di uno stato a disordine politico perpetuo. Questo testo cerca di andare oltre la visione schiacciata sull’immagine che considera i Balcani focolaio di odi ancestrali di diversi gruppi etnici.
Le diversità storiche si traducevano in sei zone doganali, cinque
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È un termine che indica la riduzione di uno stato a disordine politico perpetuo. Questo testo cerca di andare oltre la visione schiacciata sull’immagine che considera i Balcani focolaio di odi ancestrali di diversi gruppi etnici.
Le diversità storiche si traducevano in sei zone doganali, cinque valute e quattro reti ferroviarie. Il problema di integrazione che lo stato jugoslavo si trovava ad affrontare era per certi versi comparabile a quello dello stato italiano al momento dell’unificazione, e la Jugoslavia partiva con un ritardo di settantasette anni.
Guido Franzinetti riesce a condensare in poco più di cento pagine in modo chiaro e accurato, una enorme massa di informazioni su quello che è stato il processo storico dei Balcani (Grecia e Bulgaria incluse ovviamente) da poco dopo la metà dell’Ottocento ai giorni nostri.
Non è una lettura piacevolissima proprio per la grande sintesi che lo rende più libro da consultazione e rapido ripasso, che approfondimento. In realtà, tra l’altro, era la nuova edizione che avrei voluto leggere, quella che arriva a oggi e non si ferma al 2001. Purtroppo, non sono riuscito a trovarla.
Comunque, anche così, ci sono spunti interessanti e, per certi versi, fuori dal coro (ma sempre supportati da fonti e altri studi): gli anni Ottanta, dopo la morte di Tito, non sono l’anticamera della guerra che scoppierà in Jugoslavia nel 1991; Franzinetti contesta questa interpretazione teleologica, partendo dal fatto che lo “jugoslavismo” esisteva prima dell’avvento di Tito, e sarebbe potuto anche sopravvivere alla dissoluzione del comunismo se ci fosse stata la volontà politica di mantenere in vita la Jugoslavia. E parla di abdicazione del comunismo, e non di crollo, almeno per l’area balcanica (ma non solo, Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania incluse), dove il processo era in atto da tempo. Afferma, inoltre, che l’espressione “pulizia etnica” fu usata dall’informazione-spettacolo con gran disinvoltura per indicare fenomeni molto diversi fra loro.
Il mondo dietro Dukla
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LA LUCE È MEMORIANiente trama, non aspettatevi una trama, avverte Stasiuk, e mantiene la promessa: ci offre una serie di pagine, quando più riuscite, quando più deboli o ripetitive, che parlano essenzialmente di luce e memoria.
Stasiuk potrebbe chiamare la luce “mia sorella, mia sposa”, la conosce frequenta e possi ... (continue)
Niente trama, non aspettatevi una trama, avverte Stasiuk, e mantiene la promessa: ci offre una serie di pagine, quando più riuscite, quando più deboli o ripetitive, che parlano essenzialmente di luce e memoria.
Stasiuk potrebbe chiamare la luce “mia sorella, mia sposa”, la conosce frequenta e possiede meglio di un pittore e di un fotografo [per quanto riguarda la memoria, ci sono probabilmente fratelli e sposi più significativi]. E, insieme alla luce, naturalmente, anche l’oscurità, suo inesorabile coniuge. È come se ci insegnasse a guardare, più pittore che fotografo.
E per farlo, sceglie di condurci in un luogo di confine per eccellenza, dove le frontiere si intrecciano e modificano la luce e il buio: Dukla, ai piedi dei Carpazi, laddove la Polonia incontra l’Ucraina e la Slovacchia.
È un flusso di coscienza, pensieri, ma soprattutto descrizioni – e mi sono tornati in mente i poeti beat americani. È come non leggere, ma perdersi in fantasie di un sognatore a occhi aperti. Poi, ogni tanto il lettore-ascoltatore si risveglia, si chiede quanto tempo è passato dall’ultima pagina, e dalla sua ultima visita a Dukla, dove, naturalmente, non è mai stato prima, ma invece adesso, condotto dal narratore, che è così automatico assimilare allo stesso Stasiuk, conosce a memoria la chiesa di Santa Maria Maddalena e la statua di Amalia Mniszech, e le vie gli incroci le case le finestre le ragazze la birra le sigarette lo shampoo i bar la gente i tavolini la sabbia l’ombra le foglie… conosce Dukla come se la frequentasse da quando era giovane, proprio come ha fatto Stasiuk, che mischia ricordi di tenera età a osservazioni sul presente (no, il futuro no, mai il futuro: quello richiede immaginazione, e il narratore Stasiuk tende a non fidarsi dell’immaginazione). E il momento migliore in cui Stasiuk coniuga quotidiano a eterno, basso ad alto, ordinario a sublime, è nella descrizione della adolescente che balla in una discoteca all’aperto vista attraverso gli occhi di quel tredicenne che lo stesso Stasiuk fu. Momento di particolare erotismo: sarà per questo motivo che una donna darà alla ragazza della puttana? Stasiuk descrive, e non si ferma all’apparenza, alla superficie, va oltre, più oltre, dà l’impressione di voler entrare dentro le cose e la gente, di volerle indossare come se fossero un guanto, per possederle con la conoscenza, sensoriale prima che intellettiva.
I viaggiatori della fine del Settecento, tanto più se anche pittori, si portavano spesso dietro un piccolo specchio che prendeva il nome dal pittore francese Claude Lorrain, che nel Seicento ha dipinto tra gli altri anche “Paesaggio con danzatori” cui Stasiuk dedica pagine intense e ‘illuminate’, o era anche chiamato black mirror: si tratta di uno specchio con la superficie tinta di scuro leggermente convesso per distorcere in modo garbato l’immagine riflessa, ma soprattutto per ammorbidire colori contrasti e linee, in modo da ricordare vagamente le gradazioni di colore per le quali Lorrain è famoso. Il pittore, o viaggiatore, dava le spalle al paesaggio, e prendeva in mano lo specchietto, per osservarlo riflesso ma anche rifratto sulla superficie convessa. Stasiuk probabilmente non è tornato a Dukla e non ha attraversato il mondo dietro Dukla con un “Claude glass”, ma ha seguito lo stesso processo, le immagini più nebbiose, morbide di tinta e contrasto, sono quelle della memoria, man mano che si avvicina all’oggi, alla realtà del presente, il fuoco diventa più preciso e dettagliato.
E io continuo a far ritorno a Dukla, per poterla osservare in diversi colori e ore della giornata…finché si compie quella sorta di miracolo, nel quale la luce si spezza in maniera straordinaria e si intreccia con il tempo in un tessuto trasparente, che ricopre il mondo per una frazione di secondo e allora il respiro viene meno come prima di morire, ma non c’è nessuna paura.
Il tempo è il rovescio dello spazio e attraverso le sue tende le cose si vedono ancora più nitide, se non altro perché non le si potrà toccare mai più.
Ho sempre voluto scrivere un libro sulla luce. Non riesco a trovare un’altra cosa che ricordi più da vicino l’eternità.
È buffo che, provando a sopraffare il tempo, torniamo di solito al passato, a quello che è stato modellato, alla forma pronta. L’immaginazione non riesce a inventare niente. Sospesa nel vuoto, ricade come una pietra o si occupa di se stessa, che alla fin fine è la stessa cosa.
La bellezza nonostante
Noi cerchiamo la bellezza ovunque
Secondo incontro con Fabio Geda (il primo, fallimentare, è stato ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’) e lo ritrovo che ha ancora bisogno di nascondersi dietro la storia di qualcun altro, di appropriarsi di parole che non sono sue.
Ma questa volta funz ... (continue)
Noi cerchiamo la bellezza ovunque
Secondo incontro con Fabio Geda (il primo, fallimentare, è stato ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’) e lo ritrovo che ha ancora bisogno di nascondersi dietro la storia di qualcun altro, di appropriarsi di parole che non sono sue.
Ma questa volta funziona: forse perché questa volta Geda non deve fingersi bambino afghano in fuga, ma può esprimersi come l’adulto italiano che è. O forse semplicemente perché i veri protagonisti, di cui si finge interprete, hanno saputo coinvolgerlo di più.
Con qualche intuizione preziosa: di fronte alla difficoltà di maneggiare la penna dei giovani reclusi, l’introduzione del primo pc, il Commodore 64, fu rivoluzione epocale fertile di risultati positivi.
Oppure, il dover cogliere l’attimo, la didattica istantanea, perché può arrivare un rinnovo della pena o la scarcerazione, l’allievo carcerato oggi c’è e domani chissà, il tempo in quel luogo sembra non finire mai, ma procede con altre regole.
E quindi, la bellezza nonostante: l’assenza di libertà e la violenza, nonostante le sbarre e la coercizione, nonostante il grigio, nonostante i delitti la pena e le condanne. Nonostante il carcere. Nonostante l’assenza di estetica.
http://www.youtube.com/watch?v=soQI6ZqIvE0
La bestia nella giungla
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IL SENSO DI UNA FINESi può vivere tutta la vita nell’attesa di un evento che la cambi?
È quello che succede al protagonista di questo racconto, John Marcher: o, meglio, quello che John Marcher lascia succedere.
In questo racconto si narra di un’attesa lunga una vita, e, nell’attesa, non succede assolutamente nulla, ... (continue)
Si può vivere tutta la vita nell’attesa di un evento che la cambi?
È quello che succede al protagonista di questo racconto, John Marcher: o, meglio, quello che John Marcher lascia succedere.
In questo racconto si narra di un’attesa lunga una vita, e, nell’attesa, non succede assolutamente nulla, se non, appunto, l’attesa dell’evento (la bestia nella giungla).
Quale sia questo evento non è chiaro, lo si può intuire. James ci gira parecchio intorno, senza volercelo spiegare chiaramente: John Marcher, e la sua amica e coprotagonista May Bartram ne parlano, se lo rimpallano, ne alludono, sembrano volercelo confessare, ma non succede, James e i suoi due personaggi restano vaghi.
Se non che, sul finire del racconto, May dice che è già accaduto, l’evento è passato e già finito, solo che Marcher non se n’è accorto (beffa su beffa: aspetti tutta la vita qualcosa che non conosci, passano gli anni e continui ad aspettare, nell’attesa diventi vecchio, e poi scopri che è già successo, ma tu non sai cos’è!).
Neppure il lettore se ne è accorto, in un paio d’occasioni ha avuto un sospetto, ma non può esserne sicuro, non ha prove.
Sarà che questo Marcher è un tomo non troppo sveglio, men che meno sensibile: all’amica ammalata che si avvicina chiaramente alla morte (un morbo del sangue), continua a chiedere senza il minimo tatto se sappia qualcosa di quella cosa che li ha tenuti vicini per tutta la vita, se ora sappia quale sia la bestia.
E qui, confesso, ho sorriso: alle spalle di John, forse anche di James, e ho compianto May che ha davvero buttato la sua vita dietro a un uomo mediocre.
Chiara la ‘lezione’ da trarre: una vita passata nell’attesa è una vita sprecata. Le cose e la gente passano intorno e accanto senza toccarci davvero o lasciare traccia su di noi.
Avviene perché non si sa amare, non si sa capire il bene che si ha vicino.
Siamo in presenza di un uomo, John Marcher, in cui ogni passione è spenta prima ancora d’essere accesa. Se John avesse saputo cogliere l’occasione sotto forma di un’amicizia preziosa che avrebbe potuto essere amore, se avesse saputo amare May come si intuisce lei lo abbia amato senza confessarlo (hanno sprecato la vita in due?), la vita di John sarebbe stata ben diversa, non sarebbe trascorsa aspettando che i tartari si presentino dal deserto.
Alla fine John capisce che la morte prematura di May, la sua amica e confidente preziosissima, gli lascia un’assenza incolmabile, gli cambia la vita. Ed è proprio questo l’evento che invece di aspettare avrebbe dovuto evitare. È proprio questo il senso della fine.
Si tratta di un racconto molto famoso, da qualcuno considerato il migliore fra tutti quelli scritti da James. Io continuo a preferire il James romanziere.
I sette pazzi
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IL PIÙ GRANDE ROMANZIERE ARGENTINOCosì è giudicato Artl da Onetti, da Puig, da Aira, da Cortazar… affermazione forte, e ripetuta, mai messa in discussione, che ha messo in soggezione me, incapace di cogliere la grandezza di Artl, sia quella che lo colloca sopra tutti sia quella che lo rende semplicemente grande narratore. Incapace d ... (continue)
Così è giudicato Artl da Onetti, da Puig, da Aira, da Cortazar… affermazione forte, e ripetuta, mai messa in discussione, che ha messo in soggezione me, incapace di cogliere la grandezza di Artl, sia quella che lo colloca sopra tutti sia quella che lo rende semplicemente grande narratore. Incapace di cogliere la sua rivoluzione linguistica (l’introduzione nei dialoghi del voseo, l’uso del vos al posto del tu, e i termini del lunfardo, il gergo della malavita di Buenos Aires, le colorite espressioni degli immigrati europei, italiani su tutti, gli strafalcioni grammaticali, che irritavano i critici dell’epoca). Artl usa il monologo interiore, alterna i punti di vista, cambia la messa a fuoco e la prospettiva per descrivere lo stesso episodio, costruisce il suo racconto mischiando elementi che arrivano da altre storie, alte o basse (Dostoevskij e Salgari): tutti elementi affascinanti, che avrebbero potuto farmelo amare.
Ma non è successo. Ci sono pagine belle, e su tutte il pezzo tra Erdosain e la Zoppa, con strano gusto ottocentesco. Ma sono soverchiate da quelle dove Artl usa il parodosso, il grottesco, la teosofia, aspetti che mi hanno allontanato dall’anima del racconto. Il protagonista, Erdosain, ricorda Zeno Cosini, ma totalmente privo di ironia: e, mentre potrei rileggere ‘La coscienza di Zeno’ una quarta volta, non riprenderei mai in mano questo romanzo, né mi avvicinerò al suo seguito, ‘I lanciafiamme’. Perché, purtroppo succede anche questo: che dopo circa 300 pagine, in cui almeno un pochino si desidera sapere che ne sarà di Barsut e della società segreta, della cospirazione per la rivoluzione e del resto, si rimane a bocca asciutta, il romanzo si chiude all’improvviso rimandando ogni soluzione al seguito. Ma non lo leggerò, ho già dato.
I Balcani 1878-2001
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LA BALCANIZZAZIONEÈ un termine che indica la riduzione di uno stato a disordine politico perpetuo. Questo testo cerca di andare oltre la visione schiacciata sull’immagine che considera i Balcani focolaio di odi ancestrali di diversi gruppi etnici.
Le diversità storiche si traducevano in sei zone doganali, cinque ... (continue)
È un termine che indica la riduzione di uno stato a disordine politico perpetuo. Questo testo cerca di andare oltre la visione schiacciata sull’immagine che considera i Balcani focolaio di odi ancestrali di diversi gruppi etnici.
Le diversità storiche si traducevano in sei zone doganali, cinque valute e quattro reti ferroviarie. Il problema di integrazione che lo stato jugoslavo si trovava ad affrontare era per certi versi comparabile a quello dello stato italiano al momento dell’unificazione, e la Jugoslavia partiva con un ritardo di settantasette anni.
Guido Franzinetti riesce a condensare in poco più di cento pagine in modo chiaro e accurato, una enorme massa di informazioni su quello che è stato il processo storico dei Balcani (Grecia e Bulgaria incluse ovviamente) da poco dopo la metà dell’Ottocento ai giorni nostri.
Non è una lettura piacevolissima proprio per la grande sintesi che lo rende più libro da consultazione e rapido ripasso, che approfondimento. In realtà, tra l’altro, era la nuova edizione che avrei voluto leggere, quella che arriva a oggi e non si ferma al 2001. Purtroppo, non sono riuscito a trovarla.
Comunque, anche così, ci sono spunti interessanti e, per certi versi, fuori dal coro (ma sempre supportati da fonti e altri studi): gli anni Ottanta, dopo la morte di Tito, non sono l’anticamera della guerra che scoppierà in Jugoslavia nel 1991; Franzinetti contesta questa interpretazione teleologica, partendo dal fatto che lo “jugoslavismo” esisteva prima dell’avvento di Tito, e sarebbe potuto anche sopravvivere alla dissoluzione del comunismo se ci fosse stata la volontà politica di mantenere in vita la Jugoslavia. E parla di abdicazione del comunismo, e non di crollo, almeno per l’area balcanica (ma non solo, Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania incluse), dove il processo era in atto da tempo. Afferma, inoltre, che l’espressione “pulizia etnica” fu usata dall’informazione-spettacolo con gran disinvoltura per indicare fenomeni molto diversi fra loro.