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- By Giorgio Faletti
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- Basta il giusto (quanto e quando) (8)
- Lettera a uno studente sulla società della sufficienza. Manifesto per un nuovo civismo ecologico, et…
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- L'uomo che guardava passare i treni (4499)
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- The Wimbledon Final That Never Was . . . (1)
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- Open (144)
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Della autobiografia di Andre Agassi, Open, s'è parlato soprattutto a proposito del rapporto col padre, della droga, dei capelli finti e delle sue donne.
Ma tante altre sono le pagine belle. Il rapporto psicologicamente controverso con suo fratello. Quanta Italia c'è nei suoi giorni felici (Palermo, ... (continue) - — Jun 24, 2011 | Add your feedback
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San'kja
[Uscita su Repubblica Sera, il quotidiano su iPad delle 19]
L’incipit. Una manifestazione di protesta. «Sul palco non li avevano lasciati salire». Due colori che si impongono nelle prime quattro frasi, che si confondono dentro la guerriglia urbana. Il grigio delle divise dei soldati e dei po ... (continue)
[Uscita su Repubblica Sera, il quotidiano su iPad delle 19]
L’incipit. Una manifestazione di protesta. «Sul palco non li avevano lasciati salire». Due colori che si impongono nelle prime quattro frasi, che si confondono dentro la guerriglia urbana. Il grigio delle divise dei soldati e dei poliziotti, i loro manganelli, le loro facce arcigne. Il rosso degli striscioni issati dai ragazzi oltre le transenne, e più tardi il rosso del loro sangue.
La trama. Saša Tišin, detto San'kja, vive in un villaggio rurale della Russia, fra la neve, è figlio di una infermiera e orfano di padre, morto per abuso di alcol. Trascina la sua rabbia in città, a Mosca. Contro il governo. Contro il potere. Contro il sistema borghese. È parte di un movimento giovanile che si nutre di parole come Dio e Russia. Lui e i suoi compagni di viaggio e di deriva verso la violenza (Venja, Rogov il siberiano, il duro e puro Negativo) si fanno chiamare unionisti, per i giornalisti sono gli unioncini, «quando volevano umiliarli o alludere alla giovane età». Matvej, Jana, Posi, Oleg, Vera. La versione “crime” dei ragazzi della via Paal. La loro voglia d’azione stride con l’immobilismo del professore universitario Bezletov («Qui c’è uno spazio vuoto, un baratro, lasciate che la gente viva tranquilla nel proprio buco») e del veterano di guerra che i ragazzi incroceranno lungo il loro cammino («Al soldato Chasin Michail gli ho rimesso le budella nella pancia. E dopo questo vengo con voi a tirare uova?»). Un assalto che diventa fuga, e poi di nuovo marcia. Un crescendo di colpi, di fuoco e fiamme. Fino all’ultima pagina. Dominata dal colore bianco.
Lo stile. La scrittura di Zachar Prilepin, considerato il più dotato fra i nuovi talenti russi, è un po’ lo specchio della sua biografia. Trentasei anni, veterano di guerra in Cecenia, ex pugile, membro del partito nazionalbolscevico, quando descrive dolori e torture sa di cosa scrive. E lo fa con una vivacità naturale, spontanea. Ogni tanto sdraia fra le pagine dialoghi da cinema stile Tarantino. Come:
- «Tu ci credi in Dio?»
- «Noi avevamo un cecchino. A volte si metteva in bocca il crocifisso prima di sparare».
Pregi e difetti. Non sarà facile dimenticare il personaggio di Negativo, a cominciare dal nome, un adolescente indifferente alle minacce, arrestato per aver tirato una torta in faccia al governatore. Serio, robusto, un incisivo spezzato. «Il suo non era il malcontento dei diciassette anni, era uno scontento cupo, taciturno, e spesso poteva passare per indifferenza, pur senza esserlo». Quel che invece non bisogna aspettarsi da Prilepin è una qualunque traccia d’incertezza o un accenno d’indagine sulla necessità di tanta violenza.
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