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*** This comment contains spoilers! ***
they are always pale and genteel-like, them forgers
Ossia, «sono sempre pallidi e di aspetto genteel, questi forgers.
«Genteel» = Gentile, garbato, ma anche - e soprattutto, essendo prima accezione del termine - gentilizio, signorile, nobile. Insomma, superiore.
Incredibile, che a dire la cosa più plausibile sul copis ... (continue)
Ossia, «sono sempre pallidi e di aspetto genteel, questi forgers.
«Genteel» = Gentile, garbato, ma anche - e soprattutto, essendo prima accezione del termine - gentilizio, signorile, nobile. Insomma, superiore.
Incredibile, che a dire la cosa più plausibile sul copista sia un personaggio secondario, l'uomo che distribuisce i pasti ai prigionieri, il grub-man. Meno incredibile, se si pensa che grub sia anche un tipo di larva e significhi scribacchino, uno che imbratta fogli senza comunicare alcunché di sigificativo. Come Bartleby, in apparenza. (Come l'avvocato pure, per certi versi)
«Forger» = forgiatore, quindi creatore, plasmatore, ma anche falsario, copiatore.
Che Bartleby, il pallido cadaverico smunto, picchiato mite immobile impassibile rispettabile incurabilmente forlorn Bartleby sia entrato in scena (e non si può negare che l'ambientazione di tutto il racconto sia fortemente teatrale, nonché sovraccarica di simboli - quasi tutti di trapasso), appaia sulla soglia dell'ufficio dell'anonimo legale che narra la sua anonima storia chiamato come copista, lo sappiamo tutti.
Che, nella sua decisione (decisione, sì, non sfibramento pre-mortale) di non verificare le sue copie, prima, e di non copiare più, poi, Bartleby operi da plasmatore è un po' meno ovvio, e nondimeno non mi sembra un eccesso interpretativo. C'è anche chi, nello scrivano disperatamente solo, ha visto un'incarnazione dell'elenctica socratica, non senza ragione (se non fosse che Socrate parlava, domandava, l'umiliante decostruzione/ricostruzione dell'interlocutore la operava spesso sommergendo di parole l'avversario. Il nostro fa l'esatto contrario. Non chiede, le sue parole sono quasi sempre in risposta a ingiunzioni altrui). E tuttavia, si può anche non ricorrere a Socrate o ad altre figure esemplari per spiegare questa capacità creatrice in quel mezzo morto d'uno scrivano.
Mi sembra che gli effetti, i cambiamenti indotti in tutto ciò che gli si avvicina, gli consegnino con pochi dubbi questo ruolo inaspettato. Il testo stesso sembra suggerirlo: il presunto scemo di guerra modifica tutto quello che lo circonda, destabilizza la routine, fa calchi positivi di sé dopo aver smesso di duplicare altro, infesta la ragionevolezza autocompiaciuta del narratore, di quell'avvocato le cui assumptions inevitabilmente crollano sotto il peso del mutismo attivo di Bartleby e la cui ultima risorsa è la fuga, il tentativo di ignorare quella larva che gli si insinua dentro come un cancro. Una fuga vile e un pilatesco abbandono, che sono una fuga e un abbandono - dalla ragione, che è silenziosa perché è innanzitutto meditazione; dalla coscienza più autentica, che solo un abbandono, un salto nel vuoto dalle comodità esteriori della carnale vita quotidiana può far ritrovare - infine riusciti.
Perché lo vediamo tutti i giorni, in noi stessi per primi: il conformismo e lo strepito di canizza della carogna ammassata, coi miasmi che alza, copre tutto quello che è delicatamente autentico; l'autorità dell'abitudine («è una seconda natura», Dizionario dei luoghi comuni) coi suoi sotterfugi opprime la disciplina della riflessione silenziosa, infine. E ci rende inconsapevoli vagabondi tra le mille vie tutte uguali già percorse mille volte di questo mondo. La ragionevolezza del significato già-sempre-stabilito ci svia dalla strada in cui ogni passo è incerto, ogni bivio deciso dolorosamente e in negativo.
Sì, anche di autorità (autorialità) si tratta. Ed è sintomatico che, quando l'avvocato si trova inaspettatamente il tetro convitato che occupa abusivamente l'ufficio, di domenica mattina e quando la tattica delle assunzioni aveva predetto lo sgombero del campo di battaglia, reagisca come un re sull'orlo dello spodestamento: fugge (in carrozza - fuori dalle mura della città - o con la mente - in immagini fantasmatiche di deserti, illusioni e macerie). Bartleby, con la sua metodica insensatezza, scava dall'interno lo spazio della libertà produttrice dell'avvocato, comincia a minare i principii ilusoriamente autocratici che governano la sua costruzione dell'identità e del mondo.
Comincia solo, però. La cara, vecchia, ragionevolezza, quel buon senso cui davvero spetterebbe il titolo solitamente attribuito a Satana di maestro dei travestimenti, rientra con vesti da grande di Spagna e dandosi per nome "pietà e carità cristiana, duca di un tanto al chilo".
«Se lo mando via, un altro datore di lavoro lo farebbe morire di fame. Io lo salvo; cosa mi costa poi? Niente, e in più la mia "coscienza" avrà un altro bell'osso delizioso da sgranocchiare». Un altro lo farà morire di fame. Sì, come no. Solo nella stretta formalità del fatto.
"Bartleby" è la storia dell'auto-giustificazione dell'assassinio compiuto dall'avvocato (personaggio indubbiamente simpatico, tra l'altro: sfido a non trovarvi quel sereno pragmatismo un po' comico che gli concederebbe giusta dimora nelle pagine di Jerome) e dal mondo intero sulla profondità di coscienza, dell'intero sul liminare. Dell'evidenza (rappresentazione) del mondo sul suo senso. Alla fine, ogni dubbio è destinato a tacere, per sempre. (Anche se... anche se bisognerebbe vedere se, dopo la storia della giustificazione di un assassinio, permanga la sana mendacità. E magari l'avvocato non scriva il suo memoriale da un ospedale pscihiatrico).
Ah, attorney! Ah, humanity!
***
Via del Muro, muri su muri, prigioni che sono tombe, finestre semi-cieche, luce che filtra dall'alto come in un Caravaggio sepolcrale, recinti, pietre, piramidi, Petra e le macerie di Cartagine, armature borghesi con bottoni ed elmi, copie, chiavi non funzionanti, porte sbarrate, la lettera morta. Ogni esistenza porta dentro di sé questa impossibilità di oltrepassare l'ostacolo senza tradire l'ex dell'ex-istere.
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