Grazie, donna Morante, per non esserti arresa mai durante l’immensa stesura di Menzogna e sortilegio, per esserti lasciata visitare dai fantasmi dell’infanzia, tentando di dominarli con la parola. Grazie per il senso di straniamento, tanto simile all’ebbrezza, tanto sbalordito quanto un risve
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Grazie, donna Morante, per non esserti arresa mai durante l’immensa stesura di Menzogna e sortilegio, per esserti lasciata visitare dai fantasmi dell’infanzia, tentando di dominarli con la parola. Grazie per il senso di straniamento, tanto simile all’ebbrezza, tanto sbalordito quanto un risveglio da un sogno, che stamane provo, dopo aver chiuso ieri sera l’ultima pagina del libro. Grazie della tela che hai tessuto in intrecci pazienti non meno che complicati, tanto che chiunque altro avrebbe perduto la pazienza quando non l’anima. Ma non tu, donna Morante, che da questa sostanza di sogno eri visitata fin da bambina, e di quelle lettere del Cugino, vere o presunte, dovevi dare ragione scrivendone, come se andare a fondo delle tue radici fosse l’unico modo per sopravvivere, da adulta. Grazie dei personaggi colorati e di quelli diafani, dei diurni e dei notturni, dei viaggiatori e degli stanziali; grazie per averne scritto senza condannarne alcuno, grazie per i passettini di Elisa adombrata che corrono sull’impiantito a cercar rifugio tra i cuscini del letto grande, dove piangere le lacrime più urgenti. Grazie per la prima discesa di Anna lungo il viale fangoso, sotto gli occhi dei giovani al caffè; grazie per il segno del ferro da ricci, la piccola cicatrice; il vestito dimesso, l’anello restituito e poi impensabilmente tornato a brillare fra le dita. Grazie per aver scritto senza nulla volere in cambio, con dedizione e sacrificio, stregata e ammaliata tu stessa in certi giorni, ma tanto desta da riuscire a dar consistenza ai mormorii fra le labbra, ai corrugamenti di fronte, ai fremiti delle mani, alle querele che si spengono nel sonno, come un tubare di colombi sull’aia. Grazie per le finestruole e le gambucce, diminutivi sfuggiti per la prima volta alla tua penna, che un giorno useresti per Useppe. Grazie per i capelli scarmigliati, le recenti ambasce, i subitanei rossori, i piedi frettolosi, la guerra adulta e i milioni di altri sostantivi e aggettivi, verbi e avverbi che hai attinto come da un pozzo profondissimo. Perdonami se solo ora, che tanto tempo è trascorso da quando questo libro usciva, ti scrivo queste insensate righe che non arriveranno ai tuoi occhi viventi, ma forse a quelli tuoi più grandi e lucenti, che ci guardano da altrove, e si socchiuderanno quasi ridenti oggi, per quel briciolo di umana vanità che m’illudo ancora alberghi in qualche recesso del tuo errante cuore.
Ho aspettato di avere un discreto numero di titoli alle spalle, tra i quali La colomba pugnalata di Citati, che di Proust delinea i tratti bio/bibliografici, prima di affrontare Dalla parte di Swann. Ci ho messo due mesi a leggerlo. Tentato più volte d’abbandonarlo, e nello stesso temp
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Ho aspettato di avere un discreto numero di titoli alle spalle, tra i quali La colomba pugnalata di Citati, che di Proust delinea i tratti bio/bibliografici, prima di affrontare Dalla parte di Swann. Ci ho messo due mesi a leggerlo. Tentato più volte d’abbandonarlo, e nello stesso tempo avvinto dalla scrittura, ne sono uscito ammaliato, stregato, con l’esatta percezione che la Recherche sia, come dice appunto Citati, “l’ultima cattedrale occidentale”. Il cielo più alto che può toccare un lettore, la più noiosa e digressiva delle narrazioni, la più intima e pudica pagina che possa essere letta, la più fragile e profonda delle autobiografie. Quando, nell’ottobre del 1912, Proust mandò il dattiloscritto di quello che sarebbe diventato il primo volume della Recherche all’editore Fasquelle, l’incaricato alla lettura nel suo rapporto scrisse: « Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto - dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili in cui ci si deve sprofondare ed esasperanti momenti d’impazienza per l’impossibilità di risalire alla superficie - non si ha nessuna idea di quello di cui si tratta. Che scopo ha tutto questo? Che cosa significa? Dove ci vuole condurre? - Impossibile saperne e dirne nulla ». Questo primo parere, che doveva precedere di sette anni il Goncour dato al secondo volume della Recherche (All’ombra delle fanciulle in fiore), ci dà un’idea di quanto la Recherche abbia da sempre diviso i lettori tra chi ama e perdona tutto all’autore che si rinchiuse per anni nella sua camera in Boulevard Haussmann, e scrisse di notte, avvolto in una nube di polvere antiasmatica, protetto dai rumori esterni da pareti di sughero, e chi invece non gli perdona l’eccessivo dandysmo o l’eccessiva civetteria, che furono effettivamente parte della sua vita, come pure l’eccessiva prolissità dell’opera di cui non riescono a portare a termine la lettura. Io sono fra quelli che lo amano.
Jacques Austerlitz è il nome di un ragazzo che ha sempre pensato di chiamarsi Dafydd Elias. Austerlitz è anche il nome del villaggio moravo in cui si svolse la famosa battaglia napoleonica. Austerlitz è infine il nome di una gare Parigina. Il sospetto che Austerlitz sia un alter ego de
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Jacques Austerlitz è il nome di un ragazzo che ha sempre pensato di chiamarsi Dafydd Elias. Austerlitz è anche il nome del villaggio moravo in cui si svolse la famosa battaglia napoleonica. Austerlitz è infine il nome di una gare Parigina. Il sospetto che Austerlitz sia un alter ego dell’autore nasce presto e facilmente, ma troverà conferma non prima della parte centrale del libro, nella quale Austerlitz cade vittima della sua stessa amnesia e, di tutti gli studi sull’architettura, specie di opere momumentali come le stazioni ferroviarie, di tutte le parole che conosce non ne rimangono due sole da mettere una in fila all’altra, ma solo un cumulo di fotografie che dispone sul tavolo della sua casa tutta grigia, dal pavimento alle pareti. È forse proprio in questo modo, provando e riprovando l’ordine in cui disporre le foto in bianco e nero, che il Sebald – Austerlitz viene a capo del rebus che è la sua vita stessa, per epifanie successive, ciascuna corrispondente a un incontro programmato o casuale tra l’Austerlitz che racconta e il narratore Sebald che ascolta. Quello di Jacques è un viaggio a ritroso alla ricerca della propria identità, e insieme dei propri genitori perduti, che conoscerà sincopi e ricoveri ospedalieri, viaggi nelle stazioni termali e ritrovamenti inauditi, come quello di Věra, sua antica balia, che gli dischiude le porte della propria infanzia, accogliendolo con quel Jacquot, est – ce que c’est vraiment toi? Austerlitz è un viaggio attraverso l’Europa, da Anversa a Praga, da Marienbad a Parigi, da Theresienstadt a Londra, ma anche un viaggio attraverso i documenti di polverose biblioteche e un viaggio nel tempo e, ancora, un viaggio nella memoria dell’Europa, segnata dall’Olocausto come da uno sfregio irrimediabile. Sorprende molto che la mano dello scrivente sia così salda nel raccontare, e che possegga tante cose nello stesso tempo, elementi di storia dell’evoluzione della specie come di storia dell’architettura, elementi di biologia come di topografia, e che fra tanto materiale non ci si perda un solo momento, pur sentendoci parlare ora in ceco, ora in francese, ora in inglese biblico, proiettati in città e paesaggi realissimi anche se non più esistenti, incapaci di staccare gli occhi dal libro, mai sazi ma spesso ebbri di tanta ricchezza lessicale.
La Mancuspia es un animal imaginario, que inventó el escritor Julio Cortázar en un cuento titulado Cefalea. El cuento es parte de su libro Bestiario, de 1951. Se alimentan de avena malteada y ocasionalmente, de leche con vino blanco. Su cría es un trabajo sutil, necesitado de una precisión incesante
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La Mancuspia es un animal imaginario, que inventó el escritor Julio Cortázar en un cuento titulado Cefalea. El cuento es parte de su libro Bestiario, de 1951. Se alimentan de avena malteada y ocasionalmente, de leche con vino blanco. Su cría es un trabajo sutil, necesitado de una precisión incesante y minuciosa. Se los baña con sales Krüschen y afrecho en agua tibia. A las mancuspias adultas no les agrada, lo que hace necesario tomarlas con cuidado de las orejas y las patas, sujetándolas como conejos, y sumergirlas muchas veces en el agua. Las mancuspias se desesperan y erizan, ése es el propósito para que las sales penetren hasta la piel tan delicada. Por la descripción que hace de estos animales, se podría decir que son cuadrúpedos, mamíferos con pico y pelo. Por lo que Cortázar detalla en este cuento, estos animales serían bastante delicados, o necesitan de mucho cuidado para su cría. Son esquiladas durante la época de calor, despojadas de parte de sus pelusas. Sus depredadores son los zorros o gatos monteses.
Ho tanto amato L'isola di Arturo, letto almeno venticinquenne, da temere il confronto con La storia. Ma ora sono così felice di abbandonarmi, ogni sera, ogni momento buono, per ore senza sapere se il sonnifero riuscirà a farmi mettere il segno e a chiudere il libro, a questa lettura, che non
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Ho tanto amato L'isola di Arturo, letto almeno venticinquenne, da temere il confronto con La storia. Ma ora sono così felice di abbandonarmi, ogni sera, ogni momento buono, per ore senza sapere se il sonnifero riuscirà a farmi mettere il segno e a chiudere il libro, a questa lettura, che non ho parole neppure io per descrivere la grazia immensa di questa donna che scrive del piccolo Useppe e delle prime parole che pronuncia, del suo incanto primigenio, dell’amore incondizionato per il fratello Nino, per il sole, per il mondo, per il povero Blitz, per la madre. È una storia ma anche La storia, appunto, la protagonista. Rimane sullo sfondo eppure plasma irrimediabilmente i destini dei suoi protagonisti. La cosa che più colpisce del libro non è quello che scrive la Morante. È come lo scrive. Col suo periodare lento, pieno di incisi, pieno di parole inattese, che ci conduce con mano ferma e carezzevole, materna, più che materna, angelica, sulle rovine di una Roma squarciata dal grido sinistro degli allarmi antiaerei, ma poi, e soprattutto, negli androni semibui, nei giardini, negli appartamenti oscurati, nella più umile delle storie che non lascerebbe traccia alcuna nella storia, se non fosse lei a scriverla, e anche a piangerla, scrivendo, perché a volte si può scrivere anche col cuore a pezzi, o forse proprio per questo.
Menzogna e sortilegio
Grazie, donna Morante, per non esserti arresa mai durante l’immensa stesura di Menzogna e sortilegio, per esserti lasciata visitare dai fantasmi dell’infanzia, tentando di dominarli con la parola. Grazie per il senso di straniamento, tanto simile all’ebbrezza, tanto sbalordito quanto un risve ... (continue)
Grazie, donna Morante, per non esserti arresa mai durante l’immensa stesura di Menzogna e sortilegio, per esserti lasciata visitare dai fantasmi dell’infanzia, tentando di dominarli con la parola. Grazie per il senso di straniamento, tanto simile all’ebbrezza, tanto sbalordito quanto un risveglio da un sogno, che stamane provo, dopo aver chiuso ieri sera l’ultima pagina del libro. Grazie della tela che hai tessuto in intrecci pazienti non meno che complicati, tanto che chiunque altro avrebbe perduto la pazienza quando non l’anima. Ma non tu, donna Morante, che da questa sostanza di sogno eri visitata fin da bambina, e di quelle lettere del Cugino, vere o presunte, dovevi dare ragione scrivendone, come se andare a fondo delle tue radici fosse l’unico modo per sopravvivere, da adulta. Grazie dei personaggi colorati e di quelli diafani, dei diurni e dei notturni, dei viaggiatori e degli stanziali; grazie per averne scritto senza condannarne alcuno, grazie per i passettini di Elisa adombrata che corrono sull’impiantito a cercar rifugio tra i cuscini del letto grande, dove piangere le lacrime più urgenti. Grazie per la prima discesa di Anna lungo il viale fangoso, sotto gli occhi dei giovani al caffè; grazie per il segno del ferro da ricci, la piccola cicatrice; il vestito dimesso, l’anello restituito e poi impensabilmente tornato a brillare fra le dita. Grazie per aver scritto senza nulla volere in cambio, con dedizione e sacrificio, stregata e ammaliata tu stessa in certi giorni, ma tanto desta da riuscire a dar consistenza ai mormorii fra le labbra, ai corrugamenti di fronte, ai fremiti delle mani, alle querele che si spengono nel sonno, come un tubare di colombi sull’aia. Grazie per le finestruole e le gambucce, diminutivi sfuggiti per la prima volta alla tua penna, che un giorno useresti per Useppe. Grazie per i capelli scarmigliati, le recenti ambasce, i subitanei rossori, i piedi frettolosi, la guerra adulta e i milioni di altri sostantivi e aggettivi, verbi e avverbi che hai attinto come da un pozzo profondissimo. Perdonami se solo ora, che tanto tempo è trascorso da quando questo libro usciva, ti scrivo queste insensate righe che non arriveranno ai tuoi occhi viventi, ma forse a quelli tuoi più grandi e lucenti, che ci guardano da altrove, e si socchiuderanno quasi ridenti oggi, per quel briciolo di umana vanità che m’illudo ancora alberghi in qualche recesso del tuo errante cuore.
Alla ricerca del tempo perduto
Ho aspettato di avere un discreto numero di titoli alle spalle, tra i quali La colomba pugnalata di Citati, che di Proust delinea i tratti bio/bibliografici, prima di affrontare Dalla parte di Swann. Ci ho messo due mesi a leggerlo. Tentato più volte d’abbandonarlo, e nello stesso temp ... (continue)
Ho aspettato di avere un discreto numero di titoli alle spalle, tra i quali La colomba pugnalata di Citati, che di Proust delinea i tratti bio/bibliografici, prima di affrontare Dalla parte di Swann. Ci ho messo due mesi a leggerlo. Tentato più volte d’abbandonarlo, e nello stesso tempo avvinto dalla scrittura, ne sono uscito ammaliato, stregato, con l’esatta percezione che la Recherche sia, come dice appunto Citati, “l’ultima cattedrale occidentale”. Il cielo più alto che può toccare un lettore, la più noiosa e digressiva delle narrazioni, la più intima e pudica pagina che possa essere letta, la più fragile e profonda delle autobiografie. Quando, nell’ottobre del 1912, Proust mandò il dattiloscritto di quello che sarebbe diventato il primo volume della Recherche all’editore Fasquelle, l’incaricato alla lettura nel suo rapporto scrisse:
« Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto - dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili in cui ci si deve sprofondare ed esasperanti momenti d’impazienza per l’impossibilità di risalire alla superficie - non si ha nessuna idea di quello di cui si tratta. Che scopo ha tutto questo? Che cosa significa? Dove ci vuole condurre? - Impossibile saperne e dirne nulla ».
Questo primo parere, che doveva precedere di sette anni il Goncour dato al secondo volume della Recherche (All’ombra delle fanciulle in fiore), ci dà un’idea di quanto la Recherche abbia da sempre diviso i lettori tra chi ama e perdona tutto all’autore che si rinchiuse per anni nella sua camera in Boulevard Haussmann, e scrisse di notte, avvolto in una nube di polvere antiasmatica, protetto dai rumori esterni da pareti di sughero, e chi invece non gli perdona l’eccessivo dandysmo o l’eccessiva civetteria, che furono effettivamente parte della sua vita, come pure l’eccessiva prolissità dell’opera di cui non riescono a portare a termine la lettura. Io sono fra quelli che lo amano.
Austerlitz
Jacques Austerlitz è il nome di un ragazzo che ha sempre pensato di chiamarsi Dafydd Elias. Austerlitz è anche il nome del villaggio moravo in cui si svolse la famosa battaglia napoleonica. Austerlitz è infine il nome di una gare Parigina. Il sospetto che Austerlitz sia un alter ego de ... (continue)
Jacques Austerlitz è il nome di un ragazzo che ha sempre pensato di chiamarsi Dafydd Elias. Austerlitz è anche il nome del villaggio moravo in cui si svolse la famosa battaglia napoleonica. Austerlitz è infine il nome di una gare Parigina. Il sospetto che Austerlitz sia un alter ego dell’autore nasce presto e facilmente, ma troverà conferma non prima della parte centrale del libro, nella quale Austerlitz cade vittima della sua stessa amnesia e, di tutti gli studi sull’architettura, specie di opere momumentali come le stazioni ferroviarie, di tutte le parole che conosce non ne rimangono due sole da mettere una in fila all’altra, ma solo un cumulo di fotografie che dispone sul tavolo della sua casa tutta grigia, dal pavimento alle pareti. È forse proprio in questo modo, provando e riprovando l’ordine in cui disporre le foto in bianco e nero, che il Sebald – Austerlitz viene a capo del rebus che è la sua vita stessa, per epifanie successive, ciascuna corrispondente a un incontro programmato o casuale tra l’Austerlitz che racconta e il narratore Sebald che ascolta. Quello di Jacques è un viaggio a ritroso alla ricerca della propria identità, e insieme dei propri genitori perduti, che conoscerà sincopi e ricoveri ospedalieri, viaggi nelle stazioni termali e ritrovamenti inauditi, come quello di Věra, sua antica balia, che gli dischiude le porte della propria infanzia, accogliendolo con quel Jacquot, est – ce que c’est vraiment toi? Austerlitz è un viaggio attraverso l’Europa, da Anversa a Praga, da Marienbad a Parigi, da Theresienstadt a Londra, ma anche un viaggio attraverso i documenti di polverose biblioteche e un viaggio nel tempo e, ancora, un viaggio nella memoria dell’Europa, segnata dall’Olocausto come da uno sfregio irrimediabile. Sorprende molto che la mano dello scrivente sia così salda nel raccontare, e che possegga tante cose nello stesso tempo, elementi di storia dell’evoluzione della specie come di storia dell’architettura, elementi di biologia come di topografia, e che fra tanto materiale non ci si perda un solo momento, pur sentendoci parlare ora in ceco, ora in francese, ora in inglese biblico, proiettati in città e paesaggi realissimi anche se non più esistenti, incapaci di staccare gli occhi dal libro, mai sazi ma spesso ebbri di tanta ricchezza lessicale.
Bestiario
La Mancuspia es un animal imaginario, que inventó el escritor Julio Cortázar en un cuento titulado Cefalea. El cuento es parte de su libro Bestiario, de 1951. Se alimentan de avena malteada y ocasionalmente, de leche con vino blanco. Su cría es un trabajo sutil, necesitado de una precisión incesante ... (continue)
La Mancuspia es un animal imaginario, que inventó el escritor Julio Cortázar en un cuento titulado Cefalea. El cuento es parte de su libro Bestiario, de 1951. Se alimentan de avena malteada y ocasionalmente, de leche con vino blanco. Su cría es un trabajo sutil, necesitado de una precisión incesante y minuciosa. Se los baña con sales Krüschen y afrecho en agua tibia. A las mancuspias adultas no les agrada, lo que hace necesario tomarlas con cuidado de las orejas y las patas, sujetándolas como conejos, y sumergirlas muchas veces en el agua. Las mancuspias se desesperan y erizan, ése es el propósito para que las sales penetren hasta la piel tan delicada. Por la descripción que hace de estos animales, se podría decir que son cuadrúpedos, mamíferos con pico y pelo. Por lo que Cortázar detalla en este cuento, estos animales serían bastante delicados, o necesitan de mucho cuidado para su cría. Son esquiladas durante la época de calor, despojadas de parte de sus pelusas. Sus depredadores son los zorros o gatos monteses.
La storia
Ho tanto amato L'isola di Arturo, letto almeno venticinquenne, da temere il confronto con La storia. Ma ora sono così felice di abbandonarmi, ogni sera, ogni momento buono, per ore senza sapere se il sonnifero riuscirà a farmi mettere il segno e a chiudere il libro, a questa lettura, che non ... (continue)
Ho tanto amato L'isola di Arturo, letto almeno venticinquenne, da temere il confronto con La storia. Ma ora sono così felice di abbandonarmi, ogni sera, ogni momento buono, per ore senza sapere se il sonnifero riuscirà a farmi mettere il segno e a chiudere il libro, a questa lettura, che non ho parole neppure io per descrivere la grazia immensa di questa donna che scrive del piccolo Useppe e delle prime parole che pronuncia, del suo incanto primigenio, dell’amore incondizionato per il fratello Nino, per il sole, per il mondo, per il povero Blitz, per la madre. È una storia ma anche La storia, appunto, la protagonista. Rimane sullo sfondo eppure plasma irrimediabilmente i destini dei suoi protagonisti. La cosa che più colpisce del libro non è quello che scrive la Morante. È come lo scrive. Col suo periodare lento, pieno di incisi, pieno di parole inattese, che ci conduce con mano ferma e carezzevole, materna, più che materna, angelica, sulle rovine di una Roma squarciata dal grido sinistro degli allarmi antiaerei, ma poi, e soprattutto, negli androni semibui, nei giardini, negli appartamenti oscurati, nella più umile delle storie che non lascerebbe traccia alcuna nella storia, se non fosse lei a scriverla, e anche a piangerla, scrivendo, perché a volte si può scrivere anche col cuore a pezzi, o forse proprio per questo.