Ed eccoci al secondo capitolo dell’ultima trilogia di questo acclamatissimo scrittore, che a me, purtroppo, continua a non convincere. Non avendo trovato malvagio il primo (Risveglio), ho deciso di continuare con In guardia, e senza dubbio non mancherò di leggere l’ultimo. Per farla br
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Ed eccoci al secondo capitolo dell’ultima trilogia di questo acclamatissimo scrittore, che a me, purtroppo, continua a non convincere. Non avendo trovato malvagio il primo (Risveglio), ho deciso di continuare con In guardia, e senza dubbio non mancherò di leggere l’ultimo. Per farla breve, mi sembra che qui ritornino a galla dei difetti piuttosto palesi che ho spesso riscontrato in quest’autore. La storia mi sembra molto ben articolata: alcune linee narrative che nel primo libro erano apparse indipendenti qui trovano un collegamento, in modo non banale e direi anche sensato. Non posso negare che ne risulti una lettura piacevole. Però. Quest’ambizione di infarcire qualsiasi anfratto del libro di dettagli scientifici e contro-scientifici mi sembra il più delle volte forzata. Quello che per Sawyer è un interesse, e direi anche una competenza, diventa a mio avviso un motivo di appesantimento. Le nozioni di fisica, biologia, intelligenza artificiale, primatologia, ecc. incastrate nell’arco di duecento pagine o poco più, non sempre sono calzanti o ben sviluppate, spesso risultando al contrario forzate, gratuite ed espresse in modo banale (nessuno dice che Sawyer debba scrivere un trattato, eh, però sarebbero meglio pochi riferimenti scritti bene che molti scritti male). Sawyer ama buttare qui e lì nomi di libri, teorie scientifiche, istituti di ricerca, ecc. senza contare i numerosissimi riferimenti che hanno a che fare con il mondo del web (non sempre pertinenti, a dispetto del fatto che il World Wide Web è il grande protagonista della trilogia), di cui però francamente spesso non si sente il bisogno. Quasi nessun personaggio, tranne qualche figura minore, contribuisce alla trama se non in virtù di qualche competenza scientifica o tecnica. E via discorrendo. Una lancia in favore di Sawyer, però, la voglio spezzare. Ritengo che l’idea più importante del romanzo sia anche la più interessante: l’ipotesi di un’intelligenza, una mente cosciente insomma, che emerge dal web. Più che l’ipotesi in se stessa, trovo interessante il fatto che Sawyer immagini romanticamente che questa entità cosciente sia perfettamente in grado di diventare ‘buona’, cioè di adoperare il proprio immenso bagaglio di conoscenze per scopi umanitari e benefici. Un’ipotesi, credo, di una profonda ingenuità, ma che non posso che ammirare come grande espressione di speranza e di fiducia nell’avvenire, un evidente risvolto – credo – della mentalità positivistica dimostrata da Sawyer in questo come ogni suo romanzo. Su quest’idea mi sento di promuoverlo, su tutto il resto, però, lo rimando alla conclusione della saga.
Nelle ultime settimane mi è capitato di studiare le opere di Herbert Spencer, scoprendolo come un filosofo complesso, di non facile lettura, in parte anche a causa di un prosa molto prolissa e di una quasi ossessiva ricerca di completezza e sistematicità. Di tutt’altra pasta, per fortuna, i saggi: e
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Nelle ultime settimane mi è capitato di studiare le opere di Herbert Spencer, scoprendolo come un filosofo complesso, di non facile lettura, in parte anche a causa di un prosa molto prolissa e di una quasi ossessiva ricerca di completezza e sistematicità. Di tutt’altra pasta, per fortuna, i saggi: evidentemente la necessità di esprimersi in modo più contenuto ha determinato in questo caso una scrittura più chiara, diretta ed essenziale. I tre voll. degli Essays, pubblicati nel 1891, raccolgono una serie di contributi pubblicati da Spencer nell’arco di un quarantennio su riviste di primissimo piano, riguardanti gli ambiti tematici più disparati, dall’evoluzionismo all’epistemologia, dall’etica alla politica. A rendere più leggibili, e direi addirittura divertenti, questi brevi contributi, il fatto che Spencer abbia spesso usato questi articoli per rispondere alle critiche che di volta in volta gli venivano mosse. Tutto ciò dà a questi voll., in particolare al secondo, un tono quasi dialogico che consente al lettore di immergersi nelle questioni dibattute all’epoca da personalità di spicco quali W. Hamilton, J. S. Mill, Ch. Darwin, A. Comte. Indirettamente, questi testi costituiscono dunque un’ottima introduzione alla filosofia vittoriana. Dicevo che si è trattato di una lettura a tratti «divertente» per la ragione che, beh, Spencer non era uno che le mandava a dire. In molti casi, nel rispondere ai propri (non pochi) critici, egli metteva da parte qualsiasi aplomb manifestando forme più o meno velate di irritazione, in particolare nei casi in cui era convinto di essere stato frainteso o trattato ingiustamente. Il culmine viene raggiunto con un articolo intitolato Prof. Green’s Explanations, pubblicato nel febbraio del 1881 sulla Contemporary Review, in cui Spencer rispondeva a un commento di T. H. Green, apparso sullo stesso periodico, ai Principles of Psychology spenceriani. Oggetto della questione l’efficacia della posizione di Spencer nel dar conto dell’esistenza del mondo esterno. In un poscritto, Spencer riportava una lettera inviata da Green all’editor della rivista, in cui il filosofo idealista scriveva di aver usato, nelle sue osservazioni critiche sul testo di Spencer, delle espressioni «which I very much regret, so far as they might be taken to imply want of personal respect for Mr. Spencer». Quindi puntualizzava: «I make this acknowledgment merely for my own satisfaction, not under the impression that it can at all concern Mr. Spencer». Per nulla intenerito, Spencer replicava che Green, per fare davvero ammenda, avrebbe dovuto ammettere di aver frainteso il suo pensiero. Non solo; di tale mancanza, egli proponeva la seguente “spiegazione”: «The only [...] possible supposition which occurs to me, is that such a proceeding is a natural sequence of the philosophy to which he adheres. Of course, if Being and non-Being are the same, then representation and misrepresentation are the same». Non contento, Spencer esprimeva un certo risentimento per il fatto che le scuse fossero state rivolte all’editor e non a lui stesso: «So that a public insult to A is supposed to be cancelled by a private apology to B! Here is more Hegelian thinking; or rather, here is Hegelian feeling congruous with Hegelian thinking». Beh, se questo non vi ha convinti a leggere quantomeno questo saggio, non so proprio cosa possa riuscirci!!
Questo di Darwin sull’istinto è davvero uno scritto di grande valore; per la cronaca, il voto non raggiunge il massimo per ragioni che hanno a che fare con la curatela e non con i contenuti del saggio. Lo scritto intitolato Mental powers and the instincts of animals non è altro che il 10° cap
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Questo di Darwin sull’istinto è davvero uno scritto di grande valore; per la cronaca, il voto non raggiunge il massimo per ragioni che hanno a che fare con la curatela e non con i contenuti del saggio. Lo scritto intitolato Mental powers and the instincts of animals non è altro che il 10° capitolo di un’opera intitolata Natural Selection, che Darwin non ultimò mai sostituendola con la più snella Origine delle specie. Rispetto al cap. sull’istinto contenuto in quest’ultima, questo saggio si presenta assai più completo e filosoficamente interessante. Direi che la differenza più rilevante risiede nella discussione sull’intelligenza animale, svolta nella prima parte. Senza scendere in dettagli, mi limito a far presente che questo testo merita senz’altro di essere letto e studiato. Alcune delle tesi difese dal curatore non mi trovano d’accordo; in generale il confronto fra Darwin e gli evoluzionisti precedenti mi sembra piuttosto superficiale e non sviluppa a fondo quella che era l’originalità di Darwin (il che è comunque dovuto anche a limiti di spazio). Ciò che viene detto di Lamarck, poi, è quantomeno discutibile: non è vero che Lamarck parlasse di «cause finali» e non è vero che il «primo evoluzionismo», con cui suppongo ci si riferisca ancora a Lamarck e, forse, a Erasmus Darwin, parlasse di un’ereditarietà di abiti indipendenti dalle strutture. Non è pertanto qui che può risiedere l’originalità della posizione di Darwin sull’istinto. È, in ogni caso, certamente un merito del curatore l’aver riportato a galla uno scritto poco conosciuto e di grande valore. Speriamo che anche il resto dell’opera possa un giorno vedere la luce in traduzione italiana.
Questo ignobile testo non meritava nemmeno di essere pubblicato; leggerlo è stato solo una perdita di tempo, nonché fonte d’irritazione. Perché allora non mi sono fermato, una volta accortomi – per esprimermi eufemisticamente – del suo dubbio valore? Beh, tralasciando il fatto che non mi piace lasci
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Questo ignobile testo non meritava nemmeno di essere pubblicato; leggerlo è stato solo una perdita di tempo, nonché fonte d’irritazione. Perché allora non mi sono fermato, una volta accortomi – per esprimermi eufemisticamente – del suo dubbio valore? Beh, tralasciando il fatto che non mi piace lasciare libri a metà, c’è da ammettere che pregustavo il momento in cui avrei potuto dirne peste e corna, cioè ora. La lettura di questo libro è stata una gran delusione perché, in effetti, un’accurata monografia sul pensiero filosofico di Lamarck non avrebbe fatto male. Pare, tuttavia, che ci sarà ancora da attendere… Nel libro si assume, in maniera alquanto discutibile, che in Lamarck siano facilmente distinguibili due piani del discorso: quello scientifico, legato all’osservazione della natura e alla sperimentazione, e quello filosofico. Tralasciando la dubbia validità di una distinzione così netta, all’epoca – non mi risulta che le tesi sostenute dai vari autori fossero pacificamente e concordemente recepite come o scientifiche o filosofiche –, l’aspetto più ingiustificato della ricostruzione di Bonnefoy è il modo in cui la ‘filosofia’ è equiparata alla metafisica nel suo significato più becero, cioè alla credenza nel sovrannaturale; un’assunzione ancora più indifendibile se si pensa al tipo di filosofia che la Francia del Settecento aveva conosciuto. Sconfessando implicitamente qualsiasi parentela con il pensiero dei philosophes, Lamarck è invece presentato come un sostenitore di luoghi comuni quali “non è vero che creazione e evoluzione siano incompatibili”, “la scienza non può spiegare tutto” e altre banalità consimili. Intessendo ad arte le citazioni dai testi e appoggiandosi su affermazioni meramente pleonastiche, l’autrice costruisce un gigantesco edificio dalle fondamenta inesistenti, in cui Lamarck viene presentato come sostenitore (nientemeno): del disegno divino, del finalismo più rozzo, dell’immortalità dell’anima, dell’esistenza di una differenza essenziale tra umani e animali e persino dell’esistenza degli «esseri spirituali» (che suppongono non essere altro che gli angeli, sigh). Il libro difetta sul piano storico in almeno due modi. Anzitutto ci sono pochissimi riferimenti al contesto, anche laddove sarebbe stato molto utile – per non dire necessario – farvi riferimento al fine di comprendere che tipo di problemi scientifici e filosofici Lamarck stesse affrontando. Al contrario, l’argomentazione portata avanti nel testo è per il 95% “interna” al testo lamarckiano. In secondo luogo, l’ampio uso di citazioni dai testi di Lamarck è fatto nell’assoluto disinteresse di quando furono scritte. Il caso più eclatante si ha quando Bonnefoy, per mostrare l’irriducibilità del fenomeno vitale a processi naturali, si appoggia ad alcuni passi delle Recherches del 1794 e delle Mémoires del 1797 come se rappresentassero il punto di vista definitivo di Lamarck, incurante del fatto che nel giro di pochi anni la concezione lamarckiana della ‘vita’ avrebbe subito un cambiamento significativo, finendo per essere compresa in termini di organizzazione e di un particolare rapporto con le circostanze ambientali. In generale, è proprio l’uso delle citazioni a essere difettoso: nella prima metà del libro Bonnefoy cita a piene mani dai testi lamarckiani. È una pratica che in generale non condivido: a volte si può mettere soltanto il riferimento, altrimenti tanto vale leggersi direttamente le fonti. Come non bastasse, man mano che l’argomentazione prosegue e il “delirio” si fa più definito, le citazioni iniziano a latitare e le poche che compaiono sono montate “ad arte” in modo da raggiungere conclusioni gigantesche a partire da elementi esigui e poco rilevanti. Come non bastasse, oltre a essere lacunoso da un punto di vista storico, il testo lo è anche da un punto di vista storiografico. Per rendersene conto basta dare un’occhiata alla bibliografia, a giudicare dalla quale Bonnefoy sembrerebbe rimasta indietro di una cinquantina d’anni; manca infatti qualsiasi riferimento agli studi ai quali oggi si deve una più matura comprensione storica di Lamarck, ad esempio, per dirne due, quelli di R. Burkhardt e P. Corsi (questo naturalmente non significa che questi autori abbiano esaurito tutti i problemi, ma soltanto che non si può studiare Lamarck da un punto di vista storico prescindendo dal loro lavoro). E così, scopriamo che il testo sposa letture ormai obsolete, come quella secondo cui Lamarck sarebbe stato un autore incompreso e isolato dalla comunità scientifica (p. 337), o quella – ben più grave – secondo cui è la volontà degli animali il vero motore del cambiamento organico (p. 222). Si tratta, in quest’ultimo caso, di una credenza che circola ancora oggi a livello di vulgata; ma difesa (male) all’interno di uno studio appositamente dedicato a Lamarck fa davvero cadere le braccia. Molto buffa anche la trattazione del tema lamarckiano dell’adattamento. Non ci sarebbe nulla di male a scorgere nel processo adattativo, così come descritto da Lamarck, una forma di finalismo, a patto però che se ne precisi il senso (il fatto che le strutture compaiono per soddisfare i bisogni, ecc.). Ben più difficile da accettare, però, è un’idea dell’adattamento lamarckiano come la seguente: «Cette propriété fondamentale du vivant de se conserver, préexistant aux effets spécifiques auxquels il parait destiné par sa nature, n’est autre qu’un pouvoir sui generis de tendre vers la fin à laquelle il est ordonné par essence» (p. 218). Trovo talmente difficile riferire questa frase a qualcosa che Lamarck abbia effettivamente scritto, che nel replicare non so nemmeno da che parte cominciare se non: leggiti Lamarck. Nel corso della lettura mi sono più volte chiesto se dietro questa ricostruzione del tutto priva di fondamento vi sia semplice incompetenza o cosa. La risposta diviene chiara alla fine, dove la follia – o meglio la disonestà intellettuale – dell’autrice diventa lampante. Prima si assimila la posizione di Lamarck a quella di Tommaso, in particolare sul rapporto anima/corpo. Dopodiché, in chiusura, scatta la filippica sui limiti della scienza e sull’incapacità del discorso scientifico di rispondere alle domande sul senso ultimo e via dicendo. In tutto ciò non poteva certo mancare la stoccata a Darwin e al darwinismo, ai quali vengono mosse le seguenti, ridicole obiezioni: la teoria della selezione naturale, ci viene detto, «ne rend pas compte non plus du critère qui définit le plus apte comme tel. Elle n’explique pas […] la persistance au cours des temps géologiques des forme archaïques simultanément aux formes récentes évolués» (p. 371). Non occorre certo essere dei grandi esegeti di Darwin per rendersi conto di quanto risibili siano queste obiezioni. Sia ben chiaro che, per quanto mi riguarda, uno può scrivere quello che vuole su Darwin, l’evoluzione, Dio, ecc. purché si limiti a prendere la penna e dire semplicemente quello che pensa, senza appropriarsi del pensiero altrui distorcendolo in ogni suo aspetto. Insomma, il mistero dietro a questo libro non è perché è stato scritto, giacché l’intento indiscutibilmente ideologico che c’è dietro si palesa strada facendo. Il vero mistero dietro a questo libro è il motivo per cui l’ho comprato, per di più alla cifra tutt’altro che modica di 37 euri (forse c’era un 20% di sconto, ma cambia poco).
WWW 2: In guardia
Ed eccoci al secondo capitolo dell’ultima trilogia di questo acclamatissimo scrittore, che a me, purtroppo, continua a non convincere. Non avendo trovato malvagio il primo (Risveglio), ho deciso di continuare con In guardia, e senza dubbio non mancherò di leggere l’ultimo. Per farla br ... (continue)
Ed eccoci al secondo capitolo dell’ultima trilogia di questo acclamatissimo scrittore, che a me, purtroppo, continua a non convincere. Non avendo trovato malvagio il primo (Risveglio), ho deciso di continuare con In guardia, e senza dubbio non mancherò di leggere l’ultimo. Per farla breve, mi sembra che qui ritornino a galla dei difetti piuttosto palesi che ho spesso riscontrato in quest’autore.
La storia mi sembra molto ben articolata: alcune linee narrative che nel primo libro erano apparse indipendenti qui trovano un collegamento, in modo non banale e direi anche sensato. Non posso negare che ne risulti una lettura piacevole.
Però.
Quest’ambizione di infarcire qualsiasi anfratto del libro di dettagli scientifici e contro-scientifici mi sembra il più delle volte forzata. Quello che per Sawyer è un interesse, e direi anche una competenza, diventa a mio avviso un motivo di appesantimento. Le nozioni di fisica, biologia, intelligenza artificiale, primatologia, ecc. incastrate nell’arco di duecento pagine o poco più, non sempre sono calzanti o ben sviluppate, spesso risultando al contrario forzate, gratuite ed espresse in modo banale (nessuno dice che Sawyer debba scrivere un trattato, eh, però sarebbero meglio pochi riferimenti scritti bene che molti scritti male). Sawyer ama buttare qui e lì nomi di libri, teorie scientifiche, istituti di ricerca, ecc. senza contare i numerosissimi riferimenti che hanno a che fare con il mondo del web (non sempre pertinenti, a dispetto del fatto che il World Wide Web è il grande protagonista della trilogia), di cui però francamente spesso non si sente il bisogno. Quasi nessun personaggio, tranne qualche figura minore, contribuisce alla trama se non in virtù di qualche competenza scientifica o tecnica. E via discorrendo.
Una lancia in favore di Sawyer, però, la voglio spezzare. Ritengo che l’idea più importante del romanzo sia anche la più interessante: l’ipotesi di un’intelligenza, una mente cosciente insomma, che emerge dal web. Più che l’ipotesi in se stessa, trovo interessante il fatto che Sawyer immagini romanticamente che questa entità cosciente sia perfettamente in grado di diventare ‘buona’, cioè di adoperare il proprio immenso bagaglio di conoscenze per scopi umanitari e benefici. Un’ipotesi, credo, di una profonda ingenuità, ma che non posso che ammirare come grande espressione di speranza e di fiducia nell’avvenire, un evidente risvolto – credo – della mentalità positivistica dimostrata da Sawyer in questo come ogni suo romanzo. Su quest’idea mi sento di promuoverlo, su tutto il resto, però, lo rimando alla conclusione della saga.
Essays, Vol. II
Nelle ultime settimane mi è capitato di studiare le opere di Herbert Spencer, scoprendolo come un filosofo complesso, di non facile lettura, in parte anche a causa di un prosa molto prolissa e di una quasi ossessiva ricerca di completezza e sistematicità. Di tutt’altra pasta, per fortuna, i saggi: e ... (continue)
Nelle ultime settimane mi è capitato di studiare le opere di Herbert Spencer, scoprendolo come un filosofo complesso, di non facile lettura, in parte anche a causa di un prosa molto prolissa e di una quasi ossessiva ricerca di completezza e sistematicità. Di tutt’altra pasta, per fortuna, i saggi: evidentemente la necessità di esprimersi in modo più contenuto ha determinato in questo caso una scrittura più chiara, diretta ed essenziale. I tre voll. degli Essays, pubblicati nel 1891, raccolgono una serie di contributi pubblicati da Spencer nell’arco di un quarantennio su riviste di primissimo piano, riguardanti gli ambiti tematici più disparati, dall’evoluzionismo all’epistemologia, dall’etica alla politica. A rendere più leggibili, e direi addirittura divertenti, questi brevi contributi, il fatto che Spencer abbia spesso usato questi articoli per rispondere alle critiche che di volta in volta gli venivano mosse. Tutto ciò dà a questi voll., in particolare al secondo, un tono quasi dialogico che consente al lettore di immergersi nelle questioni dibattute all’epoca da personalità di spicco quali W. Hamilton, J. S. Mill, Ch. Darwin, A. Comte. Indirettamente, questi testi costituiscono dunque un’ottima introduzione alla filosofia vittoriana.
Dicevo che si è trattato di una lettura a tratti «divertente» per la ragione che, beh, Spencer non era uno che le mandava a dire. In molti casi, nel rispondere ai propri (non pochi) critici, egli metteva da parte qualsiasi aplomb manifestando forme più o meno velate di irritazione, in particolare nei casi in cui era convinto di essere stato frainteso o trattato ingiustamente.
Il culmine viene raggiunto con un articolo intitolato Prof. Green’s Explanations, pubblicato nel febbraio del 1881 sulla Contemporary Review, in cui Spencer rispondeva a un commento di T. H. Green, apparso sullo stesso periodico, ai Principles of Psychology spenceriani. Oggetto della questione l’efficacia della posizione di Spencer nel dar conto dell’esistenza del mondo esterno. In un poscritto, Spencer riportava una lettera inviata da Green all’editor della rivista, in cui il filosofo idealista scriveva di aver usato, nelle sue osservazioni critiche sul testo di Spencer, delle espressioni «which I very much regret, so far as they might be taken to imply want of personal respect for Mr. Spencer». Quindi puntualizzava: «I make this acknowledgment merely for my own satisfaction, not under the impression that it can at all concern Mr. Spencer». Per nulla intenerito, Spencer replicava che Green, per fare davvero ammenda, avrebbe dovuto ammettere di aver frainteso il suo pensiero. Non solo; di tale mancanza, egli proponeva la seguente “spiegazione”: «The only [...] possible supposition which occurs to me, is that such a proceeding is a natural sequence of the philosophy to which he adheres. Of course, if Being and non-Being are the same, then representation and misrepresentation are the same». Non contento, Spencer esprimeva un certo risentimento per il fatto che le scuse fossero state rivolte all’editor e non a lui stesso: «So that a public insult to A is supposed to be cancelled by a private apology to B! Here is more Hegelian thinking; or rather, here is Hegelian feeling congruous with Hegelian thinking». Beh, se questo non vi ha convinti a leggere quantomeno questo saggio, non so proprio cosa possa riuscirci!!
Memoria
http://www.losguardo.net/public/archivio/num8/recension…
Capacità mentali e istinti negli animali
Questo di Darwin sull’istinto è davvero uno scritto di grande valore; per la cronaca, il voto non raggiunge il massimo per ragioni che hanno a che fare con la curatela e non con i contenuti del saggio.continue)
Lo scritto intitolato Mental powers and the instincts of animals non è altro che il 10° cap ... (
Questo di Darwin sull’istinto è davvero uno scritto di grande valore; per la cronaca, il voto non raggiunge il massimo per ragioni che hanno a che fare con la curatela e non con i contenuti del saggio.
Lo scritto intitolato Mental powers and the instincts of animals non è altro che il 10° capitolo di un’opera intitolata Natural Selection, che Darwin non ultimò mai sostituendola con la più snella Origine delle specie. Rispetto al cap. sull’istinto contenuto in quest’ultima, questo saggio si presenta assai più completo e filosoficamente interessante. Direi che la differenza più rilevante risiede nella discussione sull’intelligenza animale, svolta nella prima parte. Senza scendere in dettagli, mi limito a far presente che questo testo merita senz’altro di essere letto e studiato.
Alcune delle tesi difese dal curatore non mi trovano d’accordo; in generale il confronto fra Darwin e gli evoluzionisti precedenti mi sembra piuttosto superficiale e non sviluppa a fondo quella che era l’originalità di Darwin (il che è comunque dovuto anche a limiti di spazio). Ciò che viene detto di Lamarck, poi, è quantomeno discutibile: non è vero che Lamarck parlasse di «cause finali» e non è vero che il «primo evoluzionismo», con cui suppongo ci si riferisca ancora a Lamarck e, forse, a Erasmus Darwin, parlasse di un’ereditarietà di abiti indipendenti dalle strutture. Non è pertanto qui che può risiedere l’originalità della posizione di Darwin sull’istinto.
È, in ogni caso, certamente un merito del curatore l’aver riportato a galla uno scritto poco conosciuto e di grande valore. Speriamo che anche il resto dell’opera possa un giorno vedere la luce in traduzione italiana.
Dieu et l'âme
Questo ignobile testo non meritava nemmeno di essere pubblicato; leggerlo è stato solo una perdita di tempo, nonché fonte d’irritazione. Perché allora non mi sono fermato, una volta accortomi – per esprimermi eufemisticamente – del suo dubbio valore? Beh, tralasciando il fatto che non mi piace lasci ... (continue)
Questo ignobile testo non meritava nemmeno di essere pubblicato; leggerlo è stato solo una perdita di tempo, nonché fonte d’irritazione. Perché allora non mi sono fermato, una volta accortomi – per esprimermi eufemisticamente – del suo dubbio valore? Beh, tralasciando il fatto che non mi piace lasciare libri a metà, c’è da ammettere che pregustavo il momento in cui avrei potuto dirne peste e corna, cioè ora.
La lettura di questo libro è stata una gran delusione perché, in effetti, un’accurata monografia sul pensiero filosofico di Lamarck non avrebbe fatto male. Pare, tuttavia, che ci sarà ancora da attendere… Nel libro si assume, in maniera alquanto discutibile, che in Lamarck siano facilmente distinguibili due piani del discorso: quello scientifico, legato all’osservazione della natura e alla sperimentazione, e quello filosofico. Tralasciando la dubbia validità di una distinzione così netta, all’epoca – non mi risulta che le tesi sostenute dai vari autori fossero pacificamente e concordemente recepite come o scientifiche o filosofiche –, l’aspetto più ingiustificato della ricostruzione di Bonnefoy è il modo in cui la ‘filosofia’ è equiparata alla metafisica nel suo significato più becero, cioè alla credenza nel sovrannaturale; un’assunzione ancora più indifendibile se si pensa al tipo di filosofia che la Francia del Settecento aveva conosciuto. Sconfessando implicitamente qualsiasi parentela con il pensiero dei philosophes, Lamarck è invece presentato come un sostenitore di luoghi comuni quali “non è vero che creazione e evoluzione siano incompatibili”, “la scienza non può spiegare tutto” e altre banalità consimili.
Intessendo ad arte le citazioni dai testi e appoggiandosi su affermazioni meramente pleonastiche, l’autrice costruisce un gigantesco edificio dalle fondamenta inesistenti, in cui Lamarck viene presentato come sostenitore (nientemeno): del disegno divino, del finalismo più rozzo, dell’immortalità dell’anima, dell’esistenza di una differenza essenziale tra umani e animali e persino dell’esistenza degli «esseri spirituali» (che suppongono non essere altro che gli angeli, sigh).
Il libro difetta sul piano storico in almeno due modi. Anzitutto ci sono pochissimi riferimenti al contesto, anche laddove sarebbe stato molto utile – per non dire necessario – farvi riferimento al fine di comprendere che tipo di problemi scientifici e filosofici Lamarck stesse affrontando. Al contrario, l’argomentazione portata avanti nel testo è per il 95% “interna” al testo lamarckiano. In secondo luogo, l’ampio uso di citazioni dai testi di Lamarck è fatto nell’assoluto disinteresse di quando furono scritte. Il caso più eclatante si ha quando Bonnefoy, per mostrare l’irriducibilità del fenomeno vitale a processi naturali, si appoggia ad alcuni passi delle Recherches del 1794 e delle Mémoires del 1797 come se rappresentassero il punto di vista definitivo di Lamarck, incurante del fatto che nel giro di pochi anni la concezione lamarckiana della ‘vita’ avrebbe subito un cambiamento significativo, finendo per essere compresa in termini di organizzazione e di un particolare rapporto con le circostanze ambientali.
In generale, è proprio l’uso delle citazioni a essere difettoso: nella prima metà del libro Bonnefoy cita a piene mani dai testi lamarckiani. È una pratica che in generale non condivido: a volte si può mettere soltanto il riferimento, altrimenti tanto vale leggersi direttamente le fonti. Come non bastasse, man mano che l’argomentazione prosegue e il “delirio” si fa più definito, le citazioni iniziano a latitare e le poche che compaiono sono montate “ad arte” in modo da raggiungere conclusioni gigantesche a partire da elementi esigui e poco rilevanti.
Come non bastasse, oltre a essere lacunoso da un punto di vista storico, il testo lo è anche da un punto di vista storiografico. Per rendersene conto basta dare un’occhiata alla bibliografia, a giudicare dalla quale Bonnefoy sembrerebbe rimasta indietro di una cinquantina d’anni; manca infatti qualsiasi riferimento agli studi ai quali oggi si deve una più matura comprensione storica di Lamarck, ad esempio, per dirne due, quelli di R. Burkhardt e P. Corsi (questo naturalmente non significa che questi autori abbiano esaurito tutti i problemi, ma soltanto che non si può studiare Lamarck da un punto di vista storico prescindendo dal loro lavoro). E così, scopriamo che il testo sposa letture ormai obsolete, come quella secondo cui Lamarck sarebbe stato un autore incompreso e isolato dalla comunità scientifica (p. 337), o quella – ben più grave – secondo cui è la volontà degli animali il vero motore del cambiamento organico (p. 222). Si tratta, in quest’ultimo caso, di una credenza che circola ancora oggi a livello di vulgata; ma difesa (male) all’interno di uno studio appositamente dedicato a Lamarck fa davvero cadere le braccia.
Molto buffa anche la trattazione del tema lamarckiano dell’adattamento. Non ci sarebbe nulla di male a scorgere nel processo adattativo, così come descritto da Lamarck, una forma di finalismo, a patto però che se ne precisi il senso (il fatto che le strutture compaiono per soddisfare i bisogni, ecc.). Ben più difficile da accettare, però, è un’idea dell’adattamento lamarckiano come la seguente: «Cette propriété fondamentale du vivant de se conserver, préexistant aux effets spécifiques auxquels il parait destiné par sa nature, n’est autre qu’un pouvoir sui generis de tendre vers la fin à laquelle il est ordonné par essence» (p. 218). Trovo talmente difficile riferire questa frase a qualcosa che Lamarck abbia effettivamente scritto, che nel replicare non so nemmeno da che parte cominciare se non: leggiti Lamarck.
Nel corso della lettura mi sono più volte chiesto se dietro questa ricostruzione del tutto priva di fondamento vi sia semplice incompetenza o cosa. La risposta diviene chiara alla fine, dove la follia – o meglio la disonestà intellettuale – dell’autrice diventa lampante. Prima si assimila la posizione di Lamarck a quella di Tommaso, in particolare sul rapporto anima/corpo. Dopodiché, in chiusura, scatta la filippica sui limiti della scienza e sull’incapacità del discorso scientifico di rispondere alle domande sul senso ultimo e via dicendo. In tutto ciò non poteva certo mancare la stoccata a Darwin e al darwinismo, ai quali vengono mosse le seguenti, ridicole obiezioni: la teoria della selezione naturale, ci viene detto, «ne rend pas compte non plus du critère qui définit le plus apte comme tel. Elle n’explique pas […] la persistance au cours des temps géologiques des forme archaïques simultanément aux formes récentes évolués» (p. 371). Non occorre certo essere dei grandi esegeti di Darwin per rendersi conto di quanto risibili siano queste obiezioni.
Sia ben chiaro che, per quanto mi riguarda, uno può scrivere quello che vuole su Darwin, l’evoluzione, Dio, ecc. purché si limiti a prendere la penna e dire semplicemente quello che pensa, senza appropriarsi del pensiero altrui distorcendolo in ogni suo aspetto.
Insomma, il mistero dietro a questo libro non è perché è stato scritto, giacché l’intento indiscutibilmente ideologico che c’è dietro si palesa strada facendo. Il vero mistero dietro a questo libro è il motivo per cui l’ho comprato, per di più alla cifra tutt’altro che modica di 37 euri (forse c’era un 20% di sconto, ma cambia poco).