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bentornato Augusten!
appena si sfoglia Dry, dalle prime pagine, ci si accorge che davvero si attendeva il ritorno del ragazzino con le forbici in mano. Ed è con un, più o meno inconscio, sospiro di sollievo che si ritrova lo stesso Augusten che ci aveva lasciato, il ragazzino mai cresciuto perché già adulto. La sua penna magica non ha perso lo smalto e soprattutto il suo “tocco speciale” : la capacità di autoironia, che giunge sempre spontanea, senza ostentazione o forzature. La sua non è satira, è vita. E’ questa la sua vera “marcia in più”, quella che lo rende così amabilmente antiamericano e più controcorrente di Michael Moore. Affidato ad altri mani, soprattutto di suoi compatrioti, Dry sarebbe uno dei tanti feuilletton psicologici oppure una nuvola buonista stile film di Franz Capra, del tipo “io ce l’ho fatta”…quale rischio più facile per l’autobiografia di una disintossicazione? Niente di tutto ciò. Augusten non delude. Afferma che fin da piccolo era propenso all’alcolismo per “colpa” delle sue amatissime soap opera “Da ragazzo ero drogato di Vita da strega. Quando lui tornava a casa dal lavoro, Samantha diceva: vuoi che ti prepari qualcosa da bere?” Con la stessa naturalezza è capace di regalare, poche pagine dopo, veri e propri “tuffi” nel malessere comune, senza indugiare ne compiacersi ma andando dritto dritto al punto, come quando dice : "…non abituato alla felicità e alla sensazione di imminente punizione che l’accompagna”. Dry affronta una insidiosa e potenziale valle di lacrime con il sorriso sulle labbra. Un sorriso che non risparmia però da momenti in cui emerge una acuta e finissima capacità di indagine di se stessi. Che questa passi attraverso il sorriso la rende soltanto più vera. Augusten fa capire che dissacrare la vita quotidiana non vuol dire sminuirla, ma soltanto esorcizzare la patina di banalità. ... (continue)
appena si sfoglia Dry, dalle prime pagine, ci si accorge che davvero si attendeva il ritorno del ragazzino con le forbici in mano. Ed è con un, più o meno inconscio, sospiro di sollievo che si ritrova lo stesso Augusten che ci aveva lasciato, il ragazzino mai cresciuto perché già adulto. La sua penna magica non ha perso lo smalto e soprattutto il suo “tocco speciale” : la capacità di autoironia, che giunge sempre spontanea, senza ostentazione o forzature. La sua non è satira, è vita. E’ questa la sua vera “marcia in più”, quella che lo rende così amabilmente antiamericano e più controcorrente di Michael Moore. Affidato ad altri mani, soprattutto di suoi compatrioti, Dry sarebbe uno dei tanti feuilletton psicologici oppure una nuvola buonista stile film di Franz Capra, del tipo “io ce l’ho fatta”…quale rischio più facile per l’autobiografia di una disintossicazione? Niente di tutto ciò. Augusten non delude. Afferma che fin da piccolo era propenso all’alcolismo per “colpa” delle sue amatissime soap opera “Da ragazzo ero drogato di Vita da strega. Quando lui tornava a casa dal lavoro, Samantha diceva: vuoi che ti prepari qualcosa da bere?” Con la stessa naturalezza è capace di regalare, poche pagine dopo, veri e propri “tuffi” nel malessere comune, senza indugiare ne compiacersi ma andando dritto dritto al punto, come quando dice : "…non abituato alla felicità e alla sensazione di imminente punizione che l’accompagna”. Dry affronta una insidiosa e potenziale valle di lacrime con il sorriso sulle labbra. Un sorriso che non risparmia però da momenti in cui emerge una acuta e finissima capacità di indagine di se stessi. Che questa passi attraverso il sorriso la rende soltanto più vera. Augusten fa capire che dissacrare la vita quotidiana non vuol dire sminuirla, ma soltanto esorcizzare la patina di banalità.
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