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*** This comment contains spoilers! ***
La mia conoscienza del fantasy lascia molto a desiderare: credo si riduca ai libri di Michael Ende (La storia infinita e Momo) e, ovviamente, ai sette Harry Potter. Altro non ho letto. Per cui quando ho preso in mano Geshwa mi sono sentita una profana in materia.
"Non male" mi sono detta. "Mi accosterò al libro con gli occhi di una semplice lettrice che giudica la narrazione per quello che è, senza confrontarla con i capostipiti del filone fantasy classico". Ed è proprio quello che ho cercato di fare.
Tanto per puntigliosità (e curiosità) mi sono letta tutte le recensioni apparse finora su aNobii, gli articoli e le interviste che Fabrizio ha scritto e rilasciato. Per cui adesso qualche idea più chiara ce l'ho, e so cosa significhi il cosiddetto Med-Fantasy (per chi è profano com'ero io: il fantasy ispirato alle leggende italiane, quelle che circolano nel bacino del Mediterraneo; niente a che vedere con quanto ci hanno propinato finora gli anglosassoni - dagli editori fino alla Disney - riempiendoci di storie con Mago Merlino, Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, ecc.).
Benvengano dunque maghi, orchi, fade, anguane e quant'altro ci offrono le leggende nostrane (ci vuole un pò di sano orgoglio nazionale), anche se proprio gli elementi fantasy che appaiono nel primo volume della eptalogia mi sembrano propri del mondo cimbro-celtico-germanico. A riguardo appurerò direttamente con l'autore...
Sorvolo sulla storia (ne accennerò man mano che scrivo) e veniamo alla critica più comune che è stata rivolta al primo volume di Ges: la scrittura semplice (non semplicistica).
Immagino che il fantasy si nutra di intrighi, colpi di scena, mordente, tensione narrativa ecc. Dunque di una scrittura più veloce e coinvolgente di quella che, a prima vista, appare in Geshwa.
E' vero che qui la narrazione è piana, i colpi di scena (specialmente quando appaiono i maghi) tenuti saldamente al guinzaglio da una narrazione dosata, addirittura spartana nei momenti di massima tensione (appunto quelli dove si parla della magia, della lingua Onoferica che è la lingua della magia), d'altronde la narrazione è in funzione della descrizione del progressivo cambiamento degli stati d'animo di Geshwa.
Questo è un romanzo fantasy senza dubbio, ma è anche un potente romanzo di formazione. Come la tradizione dei romanzi di formazione insegna (da Salinger, a Hesse, ecc.), azione ed introspezione non vanno a braccetto insieme (a meno di non usare degli stratagemmi narrativi tipo la narrazione in prima persona o il narratore interno che aumentano il grado di coinvolgimento del lettore, o inserendo elementi che generano tensione, ecc.). Se devo presentare un personaggio che da adolescente spensierato diventa ragazzo maturo affrontando una serie di prove ardue, che mai pensava avrebbe superato, beh è ovvio che la narrazione non può fare le acrobazie di un James Bond.
Tolto l'incipit magistrale e il finale che acellera proprio per la presenza di vari elementi magici, la parte centrale della storia è un'adagio (per dirla in termini musicali); narra del viaggio compiuto da Geshwa insieme a suo padre (su due muli, non su due cavalli. Ma si sa, il mulo - elemento biblico - è la cavalcatura dei re) dentro l'intricata selva del Masso Verde. Dalla città di Senfe (la cui Palude di Sobis è sotto l'influsso di magia malvagia) i due viandanti piegano a sud (giusto? Una cosa importante: ci starebbe bene una bella cartina nel libro, non sono riuscita a raffigurarmi bene la mappa della zona) verso la capitale del Regno di Grodestà dove si trovano il fiume Midilonge e la fattoria della sorella del padre di Ges.
I due si dirigono lì per cercare rifugio e sfuggire così alla magia malvagia che sembra approssimarsi pericolosmaente a Senfe. Non è un caso che, purtroppo per Ges, durante il viaggio rimarrà orfano. E' tipico dei romanzi di formazione. Mamma e nonna, rimaste a casa in attesa che la zia accetti di ospitare Ges e il fratello alla sua fattoria (c'erano stati dissapori un tempo, per cui intanto il padre di Ges pensa di andare avanti lui solo a saggiare il terreno con la sorella) moriranno, sorprese in casa da una esplosione magica. E il padre, dopo averlo accompagnato fino alla fattoria e aver preso accordi con la zia perchè Ges d'ora in poi viva con lei, sparisce. Va a Grodestà (la capitale del Regno) e non fa più ritorno.
Tutto si compie perchè Ges venga iniziato alla vita adulta, alla decisione da prendere su quale debba essere il suo destino. Tutto il viaggio è un rito di iniziazione.
In questo modo l'introspezione che l'autore conduce del personaggio principale (attorniato da figure-chiave come l'amico Nargolian, orfano anch'egli, che gli fa quasi da specchio: difatti alla fine del libro Ges prende la strada dell'esercito mentre Nargo quella opposta di diventare apprendista mago) rallenta indubbiamente il ritmo della narrazione, ma è il pegno da pagare quando si vuole dare un pò di sostanza alla storia, e si vuole portare il lettore a seguire passo passo l'evolversi della coscienza di Ges.
Così alla fine il lettore apprende che, dopo tutte le traversie subite e le prove di coraggio affrontate, Geshwa sente la "vocazione" alla vita militare. E il libro si chiude con la decisione del ragazzo di entrare nell'esercito reale.
Credo che la cifra principale di questo primo volume della storia di Geshwa Olers sia il rapporto di Ges con il padre.
Ed in secondo luogo il rapporto di amicizia con Nargolian.
Questo è anche un racconto sulla paternità e sull'amicizia: i tre personaggi principali sono Ges, il padre e l'amico Nargolian.
C'è anche un altro personaggio che, in sottofondo, alimenta in modo incredibile il romanzo: è la natura.
Essa è descritta in modo mirabile: la palude di Sobis, il Masso Verde, il Midilonge, lo Sperone del cielo, sembra di vederli, di toccarli; ci sono tantissimi luoghi descritti con perizia e maestria. E si capisce che la natura è il quarto personaggio-chiave del libro. Essa sprigiona forza e magia, quella stessa forza che speriamo faccia legare in maniera forte e decisiva ogni lettore a questa bella saga, per condurlo fino alla fine dell'opera.
(prendo questa recensione dal sito: www.biblog.it) ... (continue)
La mia conoscienza del fantasy lascia molto a desiderare: credo si riduca ai libri di Michael Ende (La storia infinita e Momo) e, ovviamente, ai sette Harry Potter. Altro non ho letto. Per cui quando ho preso in mano Geshwa mi sono sentita una profana in materia.
"Non male" mi sono detta. "Mi accosterò al libro con gli occhi di una semplice lettrice che giudica la narrazione per quello che è, senza confrontarla con i capostipiti del filone fantasy classico". Ed è proprio quello che ho cercato di fare.
Tanto per puntigliosità (e curiosità) mi sono letta tutte le recensioni apparse finora su aNobii, gli articoli e le interviste che Fabrizio ha scritto e rilasciato. Per cui adesso qualche idea più chiara ce l'ho, e so cosa significhi il cosiddetto Med-Fantasy (per chi è profano com'ero io: il fantasy ispirato alle leggende italiane, quelle che circolano nel bacino del Mediterraneo; niente a che vedere con quanto ci hanno propinato finora gli anglosassoni - dagli editori fino alla Disney - riempiendoci di storie con Mago Merlino, Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, ecc.).
Benvengano dunque maghi, orchi, fade, anguane e quant'altro ci offrono le leggende nostrane (ci vuole un pò di sano orgoglio nazionale), anche se proprio gli elementi fantasy che appaiono nel primo volume della eptalogia mi sembrano propri del mondo cimbro-celtico-germanico. A riguardo appurerò direttamente con l'autore...
Sorvolo sulla storia (ne accennerò man mano che scrivo) e veniamo alla critica più comune che è stata rivolta al primo volume di Ges: la scrittura semplice (non semplicistica).
Immagino che il fantasy si nutra di intrighi, colpi di scena, mordente, tensione narrativa ecc. Dunque di una scrittura più veloce e coinvolgente di quella che, a prima vista, appare in Geshwa.
E' vero che qui la narrazione è piana, i colpi di scena (specialmente quando appaiono i maghi) tenuti saldamente al guinzaglio da una narrazione dosata, addirittura spartana nei momenti di massima tensione (appunto quelli dove si parla della magia, della lingua Onoferica che è la lingua della magia), d'altronde la narrazione è in funzione della descrizione del progressivo cambiamento degli stati d'animo di Geshwa.
Questo è un romanzo fantasy senza dubbio, ma è anche un potente romanzo di formazione. Come la tradizione dei romanzi di formazione insegna (da Salinger, a Hesse, ecc.), azione ed introspezione non vanno a braccetto insieme (a meno di non usare degli stratagemmi narrativi tipo la narrazione in prima persona o il narratore interno che aumentano il grado di coinvolgimento del lettore, o inserendo elementi che generano tensione, ecc.). Se devo presentare un personaggio che da adolescente spensierato diventa ragazzo maturo affrontando una serie di prove ardue, che mai pensava avrebbe superato, beh è ovvio che la narrazione non può fare le acrobazie di un James Bond.
Tolto l'incipit magistrale e il finale che acellera proprio per la presenza di vari elementi magici, la parte centrale della storia è un'adagio (per dirla in termini musicali); narra del viaggio compiuto da Geshwa insieme a suo padre (su due muli, non su due cavalli. Ma si sa, il mulo - elemento biblico - è la cavalcatura dei re) dentro l'intricata selva del Masso Verde. Dalla città di Senfe (la cui Palude di Sobis è sotto l'influsso di magia malvagia) i due viandanti piegano a sud (giusto? Una cosa importante: ci starebbe bene una bella cartina nel libro, non sono riuscita a raffigurarmi bene la mappa della zona) verso la capitale del Regno di Grodestà dove si trovano il fiume Midilonge e la fattoria della sorella del padre di Ges.
I due si dirigono lì per cercare rifugio e sfuggire così alla magia malvagia che sembra approssimarsi pericolosmaente a Senfe. Non è un caso che, purtroppo per Ges, durante il viaggio rimarrà orfano. E' tipico dei romanzi di formazione. Mamma e nonna, rimaste a casa in attesa che la zia accetti di ospitare Ges e il fratello alla sua fattoria (c'erano stati dissapori un tempo, per cui intanto il padre di Ges pensa di andare avanti lui solo a saggiare il terreno con la sorella) moriranno, sorprese in casa da una esplosione magica. E il padre, dopo averlo accompagnato fino alla fattoria e aver preso accordi con la zia perchè Ges d'ora in poi viva con lei, sparisce. Va a Grodestà (la capitale del Regno) e non fa più ritorno.
Tutto si compie perchè Ges venga iniziato alla vita adulta, alla decisione da prendere su quale debba essere il suo destino. Tutto il viaggio è un rito di iniziazione.
In questo modo l'introspezione che l'autore conduce del personaggio principale (attorniato da figure-chiave come l'amico Nargolian, orfano anch'egli, che gli fa quasi da specchio: difatti alla fine del libro Ges prende la strada dell'esercito mentre Nargo quella opposta di diventare apprendista mago) rallenta indubbiamente il ritmo della narrazione, ma è il pegno da pagare quando si vuole dare un pò di sostanza alla storia, e si vuole portare il lettore a seguire passo passo l'evolversi della coscienza di Ges.
Così alla fine il lettore apprende che, dopo tutte le traversie subite e le prove di coraggio affrontate, Geshwa sente la "vocazione" alla vita militare. E il libro si chiude con la decisione del ragazzo di entrare nell'esercito reale.
Credo che la cifra principale di questo primo volume della storia di Geshwa Olers sia il rapporto di Ges con il padre.
Ed in secondo luogo il rapporto di amicizia con Nargolian.
Questo è anche un racconto sulla paternità e sull'amicizia: i tre personaggi principali sono Ges, il padre e l'amico Nargolian.
C'è anche un altro personaggio che, in sottofondo, alimenta in modo incredibile il romanzo: è la natura.
Essa è descritta in modo mirabile: la palude di Sobis, il Masso Verde, il Midilonge, lo Sperone del cielo, sembra di vederli, di toccarli; ci sono tantissimi luoghi descritti con perizia e maestria. E si capisce che la natura è il quarto personaggio-chiave del libro. Essa sprigiona forza e magia, quella stessa forza che speriamo faccia legare in maniera forte e decisiva ogni lettore a questa bella saga, per condurlo fino alla fine dell'opera.
(prendo questa recensione dal sito: www.biblog.it)
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